Pittura greca

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
(Reindirizzamento da Zografia)
Vai a: navigazione, cerca
La Tomba del Tuffatore a Paestum (480-470 a.C.)
Mosaico della Caccia al cervo (340-300 a.C. circa) probabilmente da affreschi delle tombe reali di Vergina, Pella, Macedonia

La pittura (in greco antico ζωγραφία, zographia[1] composto di zo, ζω, "vita" e gráphein, γράφειν, "scrivere") è l'aspetto meno conosciuto dell'arte greca, sebbene agli occhi dei contemporanei ne apparisse come una sublime espressione.

Indice

[modifica] Difficoltà di studio

Se la prevalenza dei reperti di scultura e architettura potrebbero far erroneamente pensare a una predilezione ellenica per tali manifestazioni artistiche, le fonti letterarie informano che altrettanto importante fu la pittura, sia su muro che, soprattutto, su tavola. La distruzione quasi totale dei supporti pittorici usati dagli antichi Greci costituisce quindi una gravissima menomazione nello studio della storia della pittura, in piccola parte sopperito dalle tracce e descrizioni delle fonti letterarie, che ne permettono di ricostruire, almeno in maniera ideale, i caratteri fondamentali. Dalle fonti storiche ci sono infatti noti i protagonisti di questa forma d'arte, le problematiche da loro affrontate, le sperimentazioni tentate e i risultati raggiunti.

Un altro supporto conoscitivo importante è rappresentato dalla ceramografia, in cui sono rispecchiate, per quanto possibile, le conquiste e le forme della grande pittura monumentale. La pittura vascolare è sicuramente interessante, ma non va scambiata con i modelli a cui si ispirò: scrisse Federico Zeri che voler vedere la grandezza di Apelle o di Zeusi nelle opere dei vasai sarebbe come voler capire la grandezza di Michelangelo o Raffaello dalle maioliche di Deruta o di Urbino[2]

Restano inoltre alcune testimonianze in Italia, tra cui la Tomba del tuffatore vicino Paestum che molti ritengono l'unica testimonianza di pittura originale di ambiente greco: si tratta di un reperto di provenienza magnogreca, in cui sono presenti evidenti elementi di una felice commistione con l'arte campana ed etrusca. Tali caratteristiche, unite all'episodicità del reperto, non ci permettono di considerarlo come un prototipo delle tecniche pittoriche nel mondo greco.

Esiste poi una serie di opere etrusche e romane ispirate a modelli greci e si possiedono infine, per il periodo ellenistico, alcuni resti di affreschi e di mosaici in Macedonia (Verghina, Pella), oltre a composizioni quadricromatiche tradotte in mosaico, tra cui la più celebre è il mosaico della battaglia di Isso dalla Casa del Fauno a Pompei.

[modifica] La pittura vascolare

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Ceramica greca.
Apollo e Artemide, tondo di kylix attica a figure rosse 470 a.C., musée du Louvre

I vasi greci sono pervenuti ai giorni nostri in gran numero, ma la quantità dei ritrovamenti ceramici rappresenta probabilmente solo un’infima parte della produzione dell’epoca, anche in considerazione del fatto che esistono oggi più di 50.000 vasi provenienti dalla sola Atene. Qui di seguito sono elencati i vari stili della pittura vascolare (in ordine cronologico):

  1. Stile protogeometrico
  2. Stile geometrico
  3. Stile orientalizzante
  4. Figure nere
  5. Figure rosse
  6. West Slope

[modifica] Lo stile geometrico

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Stile geometrico.
Maestro del Dipylon, particolare con scena di compianto funebre, da un cratere del 750 a.C. circa dal Dipylon di Atene, conservato al museo del Louvre di Parigi (A 517)

Tra i reperti più antichi della ceramografia greca vi è una serie di grandi anfore in stile geometrico di produzione ateniese, databili tra il IX e l'VIII secolo a.C. Opere peculiarmente greche, sono caratterizzate da motivi geometrici ordinati razionalmente e comprendenti meandri, cerchi, motivi a scacchiera e le varie possibili combinazioni[3].

Solo nell'ultima fase della produzione geometrica iniziò a comparire con regolarità la figura umana, fino ad allora solo sporadica, con scene di compianto, scene di vita reale, corse di carri e cortei funebri. Tra i migliori reperti, le anfore del cosiddetto maestro del Dipylon[3].

[modifica] Ceramica a figure nere

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Ceramica a figure nere.

La tecnica a figure nere si affermò dal VII secolo a.C., prima con successo a Corinto e poi ad Atene. Tra i vari ceramografi che si distinsero in questa fase ci furono Kleitias, autore del Vaso François, il Pittore di Amasis ed Exekias. Quest'ultimo, attivo tra il 550 e il 530 a.C., fu l'autore della celebre anfora di Achille e Aiace al Museo gregoriano etrusco (540 a.C.), in cui i personaggi si muovono con un ritmo grandioso e solenne, pur nelle ristrette dimensioni della superficie disponibile, con gesti pacati e atteggiamenti raccolti.[4]

[modifica] Ceramica a figure rosse

Eufronio, cratere di Ercole e Anteo (515 a.C. circa, Louvre)
Pittore di Pentesilea, Achille e Pentesilea, 460 a.C. circa, Gliptoteca, Monaco
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Ceramica a figure rosse.

Dal 530 a.C. circa la tecnica di decorazione vascolare venne completamente rivoluzionata, coprendo lo sfondo con la vernice nera e lasciando quindi le figure nel colore della terracotta: la tecnica a figure rosse. Per rendere i particolari (neri) quindi bastava usare un pennello, più duttile e semplice da usare del bulino. La migliore versatilità della tecnica permise di riprendere le contemporanee conquiste della pittura monumentale e della statuaria[5].

Il centro di maggior produzione rimase Atene, dove si sviluppò un intero quartiere dei vasai, il Ceramico, dove tra VI e V secolo a.C. lavorarono circa 200 pittori e 500 ceramisti, di cui molti noti agli studiosi, sia per la presenza della loro firma sulle opere, sia riconosciuti su basi stilistiche[5]. Tra questi Euphronios (attrivo tra il 520 e il 500 a.C.), fu tra i primi a sfruttare appieno le possibilità della nuova tecnica, come dimostra il cratere con la lotta tra Eracle e Anteo (Louvre, 515 a.C. circa), proveniente da Cerveteri: i protagonisti appaiono tesi nello sforzo della battaglia, con una resa curata dell'anatomia che sottintende la contrapposizione tra bestialità e razionalità; la forma compositiva, con due figure simmetriche ai lati che esprimono spavento sollevando le braccia, denuncia una chiara derivazione da sculture di frontoni[6].

Un rinnovo si ha all'inizio del V secolo a.C. nella zona attica, legato alle conquiste di pittori su larga scala come Polignoto di Taso e Mikon di Atene, attivi all'epoca di Cimone, e capaci di rinnovare il genere pittorico venendo subito ripresi dai ceramisti. Spiccarono tra questi ultimi il pittore di Berlino e il pittore di Kleophrades (attivo tra il 500 e il 475 a.C.); quest'ultimo ampliò la tavolozza dei colori disponibili, come si vede in un'idria al Museo archeologico nazionale di Napoli con scene dell'Iliade e dell'Odissea: le figure, rese con la semplice linea di contorno, mostrano un disegno raffinato che suggerisce effetti plastici, accentuata è la gestualità dei personaggi che danno un senso drammatico alle scene[6].

Il pittore delle Niobidi (attivo tra il 465 e il 450 a.C. circa) fu l'autore di un vaso con la strage dei Niobidi e con gli eroi a riposo, in cui le figure stanno a livelli diversi su di uno sfondo quasi neutro (solo qualche linea accenna il paesaggio), definendo un preciso rapporto tra figura e spazio, una delle conquiste di Polignoto di Taso[6].

Per tutto il V secolo a.C. continuò l'influenza dei pittori sui ceramografi. Il pittore di Pentesilea (attivo tra il 465 e il 450 a.C. circa), in una kylix alla Gliptoteca di Monaco mostrò il momento in cui Achille trafigge l'amazzone Pentesilea, con gli sguardi dei due che si incrociano, pieni di un sentimentalismo che rivela l'amore ormai impossibile; dettagli come il corpo della donna caduta che risale il bordo del vaso o l'affollarsi dei personaggi intorno rivela l'ispirazione a composizioni pittoriche di grandi dimensioni[6].

[modifica] Pittura monumentale

Dettaglio della decorazione dell'Olpe Chigi

[modifica] La pittura policroma

La tradizione letteraria coerentemente con i pochi reperti pittorici superstiti colloca nel nord-est del Peloponneso, a Corinto o a Sicione, il sorgere della più antica grande scuola pittorica. L'unica fonte scritta per la pittura del periodo arcaico è Plinio il Vecchio che nel Libro XXXV della Naturalis Historia ne riassume brevemente la vicenda: in tali città ci sarebbe stata prima una pittura lineare e monocroma, poi il corinzio Ecfanto avrebbe inventato la tecnica policroma iniziando a dipingere l'interno delle figure con un colore a base di argilla cotta triturata (Nat. Hist. XXXV, 15-16)[7]. Non possediamo una datazione circa l'introduzione della policromia nella grande pittura (pittura su pannelli di legno, lastre di terracotta o pareti), ma sono giunti sino a noi i frammenti delle lastre dipinte che coprivano le mura esterne del tempio di Poseidone a Isthmia[8] (un santuario sotto il controllo di Corinto) e che risalgono al VII secolo a.C.

La tavolozza policroma rilevata su questi frammenti è stata avvicinata a quella della decorazione dell'Olpe Chigi (640 a.C. circa)[9], inoltre la decorazione secondaria, sempre in stato frammentario, rimanda a stilemi presenti su di un altro capolavoro vascolare protocorinzio, la coppa del Pittore di Bellerofonte (Egina 1376). Meglio conservate sono le metope in terracotta policroma appartenenti al tempio di Apollo a Thermo (un altro sito sotto l'influenza di Cipselo, tiranno di Corinto tra il 657 e il 627 a.C. circa) le quali invece sono più recenti, di dieci o vent'anni, rispetto all'Olpe Chigi e probabilmente opera di maestranze di minore valenza;[10] singole figure o piccoli gruppi sono disegnati in nero a contorno sull'argilla color giallo chiaro e riempite con colori piatti con interventi in nero per i dettagli.[11] Da citare infine i frammenti di lastre policrome provenienti dal santuario di Calidone databili tra il primo decennio e la metà del VI secolo a.C.[12].

Intorno alla metà del VII secolo a.C. dunque in una vasta area della Grecia settentrionale la tecnica policroma venne impiegata sia nella grande pittura sia, in via probabilmente solo sperimentale, nella decorazione vascolare; questo incontro, dovuto forse ad una attività artigianale che non distingueva tra i due ambiti di applicazione, ebbe breve durata e dopo l'Olpe Chigi la ceramografia tornò ad impiegare prevalentemente tecniche proprie come la figura nera, sicuramente più veloci ed economiche[10]. Il riconoscimento delle rispettive specificità linguistiche tuttavia non escluse il reciproco scambio di esperienze quale si manifesta ad esempio nelle lastre di terracotta policroma attraverso l'impiego del graffito (come nelle Lastre Boccanera, dalla Necropoli della Banditaccia a Cerveteri)[13] o, viceversa, in una produzione ceramografica in cui la volontà pittorica tendeva ad escludere decorazioni secondarie o di riempimento[7].

La scena principale dell'Olpe Chigi con le due schiere di opliti che si affrontano in un sovrapporsi di figure impone considerazioni che non si limitano all'impiego della policromia, ma che riguardano l'interesse per la profondità e la resa spaziale; anche in questo ambito l'Olpe Chigi è un'opera singolare e avanzata che rende possibile l'idea di una già sperimentata pratica nella grande pittura. Benché non ci sia differenza nella dimensione delle figure l'esistenza di piani differenti è suggerita dalla sovrapposizione e dai contrasti tonali così che la legge del piano unico tipica dei vasi in stile geometrico viene ad essere superata. Questo mezzo rudimentale per suggerire la profondità continuerà ad essere l'unico mezzo impiegato per circa un secolo[10].

[modifica] La conquista della prospettiva

Rapimento di Persefone, affresco, 100x350 cm circa (350 a.C. circa), tomba di Persefone, Vergina, Macedonia

Polignoto e Micone, nella prima metà del V secolo a.C., rinnovarono quindi i rapporti spaziali tra figura e sfondo, verso una più convincente rappresentazione dello spazio. Più tardi Agatarco di Samo, a giudicare dalle testimonianze letterarie, riuscì a sviluppare una particolare rappresentazione prospettica. Sebbene sia perduta la trattatistica su tale argomento, accenni in opere più tarde (ellenistiche e romane) parlano di una visione "sferica" determinata dalla forma dell'occhio e dai suoi movimenti in circolo; tale idea si trova anche nel IV postulato di Euclide, in cui si teorizza che la distanza tra occhio e oggetti non è una misura lineare ma gradi angolari e angoli di cerchio. Gemino, nel I secolo d.C., scrisse come le linee rette vengono percepite dall'uomo come leggermente incurvate, giustificando l'applicazione delle correzioni ottiche dell'architettura[14].

La più chiara trattazione sulla prospettiva antica risale a Vitruvio, che nel De architectura parlò di "icnografia", "erecta imago frontis" e "scaenographia": quest'ultima consisteva in una rappresentazione della facciata e dei lati di un edificio in scorcio, «con la convergenza di tutte le linee al centro del compasso». Cosa si intendesse con questo passaggio non è chiaro: c'è chi lo ha interpretato come un occhio verso il quale convergono le linee intersecate da una superficie sferica e c'è chi lo intende come una prospettiva di tipo rinascimentale[14].

La seconda metà del V secolo a.C. vide l'attività di altri celebri pittori, tra cui Parrasio, Apollodoro di Atene e Zeusi: a quest'ultimo sono legati vari aneddoti, tra cui quello del fanciullo con una ciocca d'uva dipinto, che ingannava perfino gli uccelli che cercavano di beccare il frutto[14].

[modifica] Il IV secolo

Moasico della Battaglia di Isso (100 a.C. circa), dalla Casa del Fauno di Pompei forse da un originale di Filosseno di Eretria del IV secolo a.C. (Napoli, Museo archeologico)

L'apice della pittura si raggiunse, sempre secondo le fonti letterarie, nel IV secolo a.C. Tra i nomi degli artisti, dei quali non resta praticamente niente di osservabile oggi, ci sono Apelle, pittore soprattutto di cavalletto e ritrattista ufficiale di Alessandro Magno, e Filosseno di Eretria, che dipinse una nota rappresentazione della battaglia di Isso, di cui resta probabilmente la copia nel mosaico della casa del Fauno oggi al Museo archeologico nazionale di Napoli[15].

Più recentemente, negli anni 1977-1978, nella località Vergina in Macedonia, sono state ritrovate le tombe reali di quella che dovette essere l'antica capitale Aigai. Tra le sepolture, riunite sotto un enorme tumulo, spicca la Tomba di Persefone, risalente al 350 a.C. circa, dove un fregio mostra il resto di un affresco con il rapimento di Persefone tra le Moire, Hermes e Demetra; in esso rapidi tocchi di colore, con toni contastanti spesso accostati, compongono una scena molto dinamica, in cui la resa di volume e spazio è molto efficace. Nella tomba probabilmente appartenuta a Filippo il Macedone è stata poi trovata una scena di caccia che è raffigurata, in migliori condizioni conservative, anche su un mosaico di una casa di Pella[15].

[modifica] Note

  1. ^ Filostrato Maggiore, Immagini, introduzione, traduzione e commento a cura di Letizia Abbondanza, prefazione di Maurizio Harari, Aragno 2008, pag.25.
  2. ^ Federico Zeri, Un velo di silenzio, Rizzoli 1999. Il principio di Zeri è sicuramente valido se si considera il problema a partire dall'epoca classica, mentre per il periodo precedente occorre tenere presente l'unità delle arti come elemento caratterizzante e riconosciuto prima di effettuare le opportune contestualizzazioni. Cfr. Bianchi Bandinelli 1986, passim. e Lionello Venturi, Storia della critica d’arte, Torino, Einaudi, 1964, pp. 47-72.
  3. ^ a b De Vecchi-Cerchiari, cit., p. 30.
  4. ^ De Vecchi-Cerchiari, cit., p. 45.
  5. ^ a b De Vecchi-Cerchiari, cit., p. 46.
  6. ^ a b c d De Vecchi-Cerchiari, cit., p. 47.
  7. ^ a b Charbonneaux et al. 1978, pp. 29-36.
  8. ^ Cfr. (EN) Isthmia Corinthia, Greece. in The Princeton Encyclopedia of Classical Sites. Richard Stillwell; William L. MacDonald; Marian Holland McAllister. Princeton, New Jersey : Princeton University Press, 1976. URL consultato il 6 marzo 2012.
  9. ^ The Beazley Archive. (EN) Chigi Olpe. URL consultato il 6 marzo 2012.
  10. ^ a b c Hurwit 1985, pp. 153-164.
  11. ^ Cook 1997, p. 51.
  12. ^ Cfr. (EN) Kalydon, Greece. in The Princeton Encyclopedia of Classical Sites. Richard Stillwell; William L. MacDonald; Marian Holland McAllister. Princeton, New Jersey : Princeton University Press, 1976. URL consultato il 6 marzo 2012.
  13. ^ London, British Museum. (EN) Lastre Boccanera 1889,0410.1-5. URL consultato il 6 marzo 2012.
  14. ^ a b c De Vecchi-Cerchiari, cit., p. 48.
  15. ^ a b De Vecchi-Cerchiari, cit., p. 49.

[modifica] Bibliografia

  • Gisela M. A. Richter, L'arte greca, Torino, Einaudi, 1969.
  • Jean Charbonneaux; Roland Martin; Francois Villard, La Grecia arcaica : (620-480 a.C.), Milano, Rizzoli, 1978. ISBN 88-17-29506-X stampa 1997.
  • Jeffrey Mark Hurwit, The art and culture of early Greece : 1100-480 b.C. (in inglese), London, Cornell University Press, 1985. ISBN 0801417678
  • Ranuccio Bianchi Bandinelli; Enrico Paribeni, L'arte dell'antichità classica. Grecia, Torino, UTET Libreria, 1986. ISBN 88-7750-183-9.
  • Robert Manuel Cook, Greek painted pottery, London ; New York, Routledge, 1997. ISBN 9780415138598
  • Giuliano A., Storia dell'arte greca, Carocci, Roma 1998 ISBN 88-430-1096-4
  • Pierluigi De Vecchi ed Elda Cerchiari, I tempi dell'arte, volume 1, Bompiani, Milano 1999. ISBN 88-451-7107-8

[modifica] Altri progetti

Strumenti personali
Namespace

Varianti
Azioni
Altre lingue