Walter Lazzaro
Walter Lazzaro (Roma, 5 dicembre 1914 – Milano, 3 marzo 1989) è stato un pittore italiano.
[modifica] Biografia
Era il figlio di un insegnante di disegno ed era conosciuto sino in America per aver realizzato, con l'aiuto del padre, numerose opere di arte sacra. Si forma a Roma nel Liceo Artistico dove poi sarà titolare di Cattedra dal 1939. Nel 1942 è premiato alla XXIII Biennale d'arte di Venezia ed è invitato alla Quadriennale Nazionale di Roma. Dal 1935 si dedica anche all'attività di attore teatrale e cinematografico. ("Vecchia guardia" 1935; "Scipione l'africano" 1937; "Pietro Micca" 1937; "Il cavaliere di Kruja" 1941; "Noi vivi/Addio, Kira" 1942; "Quelli della montagna" 1943, Nel 1943 interpreta il ruolo di Raffaello nel film "La Fornarina" di Enrico Guazzoni. Durante la guerra, tenente dei granatieri, fu deportato in un lager in Polonia. Lì disegnava ritratti di ufficiali e li barattava per una razione di cibo in più. Non firmava mai i suoi disegni per timore di essere scoperto e perché non voleva che, una volta uscito dal lager, i suoi dipinti venissero venduti. Numerosi dei suoi dipinti rappresentavano la sofferenza provata nei lager, infatti in molti dei ritratti c'erano scritte più volte le parole "fame...fame". Altri rappresentavano una sorta di speranza per poter uscire dal lager. Al termine del conflitto, Lazzaro, ritorna in Italia, riprende l'insegnamento e ricomincia l'attività pittorica. Nel 1958 fonda il "Movimento Poeti-Pittori".[1] La sua pittura si avvia nell'ambito della Scuola Romana giungendo poi alla poetica dei suoi "Silenzi". Non a caso Lionello Venturi lo ha definito "il metafisico pittore del silenzio". La sua peculiare iconografia è fatta di deserte spiagge con solitarie barche, ombrelloni e sdraio, cabine a strisce bianche e blu, immersi in una metafisica attesa in cui, come disse De Chirico delle sue opere "si sente la sottile presenza di questa vita che tace, di questa vita silente; che tace, ma che con il suo silenzio dice tante cose che, comunemente, non si possono udire” [2]. [3]