Vincenzo Rabito

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« Se all'uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente darracontare »
(Vincenzo Rabìto, Terra matta, 2009)

Vincenzo Rabìto (Chiaramonte Gulfi, 31 marzo 1899[1]Chiaramonte Gulfi, 1981) , è stato uno scrittore italiano. Contadino semi-analfabeta - ebbe la licenza elementare a 35 anni[2] - fu autore di una singolare opera unica, a contenuto autobiografico. Rimasta ignota per vent'anni, l'opera è stata riscoperta solo anni dopo la morte dell'autore, e a oltre vent'anni dalla sua redazione, per essere infine pubblicata nel 2007 da Einaudi con il titolo di Terra matta.

Indice

[modifica] Vita

La vita di Vincenzo Rabìto, bracciante agricolo semi-analfabeta, ha percorso il Novecento, conoscendo entrambe le sue guerre mondiali e la fame dei dopoguerra: Rabìto è stato uno dei ragazzi del '99 protagonisti della Grande Guerra, dopo la quale, per sfuggire alla fame, ha accarezzato l'idea di «antare affare solde all'Africa» rincorrendo i sogni d'imperialismo coloniale della Grande Italia fascista.

È stato quindi soldato nella seconda guerra mondiale, per poi attraversare la confusione e, ancora una volta, la nuova fame del secondo dopoguerra, fino ad approdare a un matrimonio combinato e a condizioni di relativo benessere negli anni sessanta, nell'epoca del boom economico italiano.

[modifica] Terra matta

« Cinquant'anni di storia italiana patiti e raccontati con straordinaria forza narrativa. Un manuale di sopravvivenza involontario e miracoloso »
« Un testo unico, un caso di scrittura singolare, un documento straordinario »

Risale proprio agli anni sessanta, epoca del suo tranquillo approdo esistenziale, la decisione di munirsi di una vecchia macchina da scrivere Olivetti: Rabìto avverte l'impulso, lui praticamente analfabeta, di mettere su carta la sua storia tormentata. Dal 1968 al 1975, per 7 interi anni, chiuso a chiave in una stanza, all'insaputa di tutti, ingaggia un'impari battaglia contro l'oblio, contro il suo stesso analfabetismo e contro l'arnese con cui scrive: ogni giorno, in un enorme e solitario sforzo, una dopo l'altra, riempie le 1027 pagine che racchiuderanno il ricordo della sua vita «maletratata e molto travagliata e molto desprezata», il procedere di un'esistenza che lui, come un supplizio di Sisifo, paragona allo sforzo immane di una «tartaruca, che stava arrevanto al traquardo e all'ultimo scalone cascavo».

Grazie a questo sforzo di volontà, la testimonianza della sua tormentata esistenza finisce così depositata in un monumentale dattiloscritto: un migliaio di fittissime cartelle, quasi indecifrabili, a interlinea zero e prive di margine, in cui ciascuna parola è inspiegabilmente accompagnata da un punto e virgola, una punteggiatura ipertrofica che scandisce lo scritto a renderne ancor più ostica la lettura[4][1].

[modifica] Riscoperta del manoscritto

Dovranno passare molti anni dalla morte dell'autore, prima che quel testo, destinato a esser mai letto da alcuno, fosse ritrovato e salvato dall'oblio: il figlio Giovanni, rinvenuto il dattiloscritto in un cassetto, decide nel 1999 di inviarlo all'Archivio Diaristico Nazionale curato da Saverio Tutino a Pieve Santo Stefano, dove ora l'opera è custodita e accessibile al pubblico.

[modifica] Premio Pieve per la diaristica

Nel 2000 il manoscritto vince il «Premio Pieve», conferito a inedite opere diaristiche, memorialistiche ed epistolari. La motivazione che lo accompagna è la seguente:

« Vivace, irruenta, non addomesticabile, la vicenda umana di Rabito deborda dalle pagine della sua autobiografia. L'opera è scritta in una lingua orale impastata di "sicilianismi", con il punto e virgola a dividere ogni parola dalla successiva. Rabito si arrampica sulla scrittura di sé per quasi tutto il Novecento, litigando con la storia d'Italia e con la macchina da scrivere, ma disegnando un affresco della sua Sicilia così denso da poter essere paragonato a un Gattopardo popolare. L'asprezza di questa scrittura toglie la speranza di vedere stampato, per la delizia dei linguisti, questo documento nella sua integralità. "Il capolavoro che non leggerete", così un giurato propone di intitolare la notizia sull'improbabile pubblicazione di quest'opera. »
(Motivazione del Premio Pieve - Banca Toscana[4])
[modifica] Pubblicazione

Ma il manoscritto ha potuto sfuggire al destino preconizzatogli, grazie al contributo del Ministero per i Beni e le Attività culturali e della società privata Augustea: il "capolavoro che non leggerete" ha potuto così beneficiare di una trascrizione critica e approdare alla pubblicazione a stampa, proprio quell'esito auspicato ma ritenuto improbabile dagli estensori della motivazione del premio. Nel 2007 ne è stata possibile la pubblicazione, in una versione ridotta, e con i nomi reali opportunamente alterati, a cura di Evelina Santangelo e Luca Ricci, per i tipi dell'editore Giulio Einaudi.

[modifica] Teatro

L'opera è stata rappresentata da Vincenzo Pirrotta[5].

[modifica] Opere

[modifica] Note

  1. ^ a b Prima pagina del dattiloscritto originale, dal sito di Evelina Santangelo.
  2. ^ Giovanni Rabito, «Com'è nato "Terra matta". Storia di un insolito memoriale», Relazione letta al convegno di Chiaramonte Gulfi, gennaio 2008.
  3. ^ a b Dalla recensione dell'Indice dei libri del mese
  4. ^ a b Motivazione del Premio Pieve - Banca Toscana, dal sito di Evelina Santangelo.
  5. ^ Terra matta, del Teatro Stabile di Catania, 2009.

[modifica] Collegamenti esterni

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