Storia della Sicilia borbonica

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1leftarrow.pngVoce principale: Storia della Sicilia.

Stemma del Regno di Sicilia voluto da Ferdinando III

La Storia della Sicilia borbonica iniziò nel 1734, allorché Carlo di Borbone, mosse alla conquista del Regno di Sicilia sottraendolo alla dominazione austriaca e diventandone Re con il titolo di Carlo III.

Dopo il Congresso di Vienna del 1815, con la restaurazione dei monarchi europei sui troni che avevano perduto durante l'epoca napoleonica, il re Ferdinando I (già Ferdinando IV di Napoli e Ferdinando III di Sicilia) si fece restituire il Regno di Napoli che aveva perduto nel 1806 e, l'8 dicembre 1816, lo unì a quello siciliano creando così il Regno delle Due Sicilie.

Carlo III

Indice

[modifica] La fine del vicereame

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Regno di Sicilia (1734-1816).

Nel 1734, il Regno di Sicilia, fu invaso dalle truppe di Carlo di Borbone, che aveva già conquistato il Regno di Napoli. L'infante di Spagna, senza incontrare forti resistenze, sconfisse gli austriaci sottraendo la Sicilia al controllo degli Asburgo. La costituzione della nuova monarchia borbonica liberò la Sicilia dalla condizione di viceregno. Nel 1735, Carlo divenne sovrano di Sicilia e l'isola ritornò ad essere uno stato indipendente, sebbene, di fatto, fosse unita a Napoli.

[modifica] Rivolte contro la sovranità borbonica

Il 22 dicembre 1798 il re di Napoli, Ferdinando IV, abbandonò il regno rifugiandosi a Palermo. I siciliani, inizialmente soddisfatti delle assicurazioni date da Ferdinando nel discorso di apertura della sessione parlamentare del 1802 riguardo alla sua intenzione di mantenere la corte a Palermo, concessero donativi oltremodo ingenti. In realtà Ferdinando e la sua corte non desideravano altro che tornare a Napoli e, appena gli accordi con Napoleone lo resero possibile, lo fecero nel giugno del 1802. Quando però i reali di Borbone ritornarono a Palermo nel 1806 a causa dell'invasione francese, l'atmosfera che li accolse fu tutt'altro che festosa, non volendo il popolo siciliano sottostare al loro predominio. Ferdinando, nel 1810, riunì il Parlamento siciliano domandando personalmente aiuti adeguati per la salvaguardia del regno minacciato dai Francesi, ma la rivolta esplose nell'isola. Lord William Bentinck, il comandante delle truppe britanniche nell'isola, lo costrinse a promulgare la costituzione siciliana del 1812 mentre il figlio Francesco I venne nominato reggente il 16 gennaio 1812, e un nuovo governo fu insediato con i notabili siciliani. Con il trattato di Vienna del 1815 Ferdinando IV fu proclamato nel 1816 Ferdinando I delle Due Sicilie, e tornò a Napoli.

[modifica] Moti del 1820

La soppressione formale del Regno di Sicilia sottomesso a Napoli e cancellato dai Borboni fece nascere in tutta l'isola un movimento di protesta e il 15 giugno del 1820 gli indipendentisti insorsero. Venne istituito un governo a Palermo (18-23 giugno), guidato dal principe Paternò Castello e da Giuseppe Alliata di Villafranca [1], che ripristinò la Costituzione approvata nel 1812 con l'appoggio degli inglesi. Il 7 novembre 1820 il re inviò un esercito agli ordini di Florestano Pepe (poi sostituito dal generale Pietro Colletta) che riconquistò la Sicilia con delle lotte sanguinose e ristabilì la monarchia assoluta risottomettendo la Sicilia a Napoli.

I moti del 1848 a Palermo

[modifica] Moti del 1848

1leftarrow.pngVoce principale: Rivoluzione siciliana del 1848.

Un altro moto rivoluzionario scoppiò a Palermo nel gennaio 1848 con una rivolta popolare guidata da Rosolino Pilo e Giuseppe La Masa, sostenuta dalla massoneria liberale che combatté l'assolutismo monarchico e gli interessi britannici che miravano però ad avere un protettorato siciliano. Fu guidato da Vincenzo Fardella di Torrearsa, Ruggero Settimo e Francesco Paolo Perez. Fu ricostituito il Parlamento siciliano, che proclamò la nascita dello Stato di Sicilia, e un nuovo governo. Il re Ferdinando II bombardò nel settembre la città di Messina e nel maggio del 1849 si riappropriò dell'intera Sicilia con varie lotte e vari spargimenti di sangue, per questo motivo fu soprannominato "re Bomba", mentre i leader siciliani come Ruggero Settimo, Vincenzo Fardella, La Masa e Crispi vennero esiliati.

[modifica] Rivolte successive e fine del dominio borbonico

I Siciliani coveranno da allora un odio verso i Borbone, rei di aver cancellato l'antico Regno di Sicilia, per farlo diventare una provincia del Regno di Napoli. Altre rivolte, sempre represse con l'esercito avvennero nel 1853 e 1856, sotto la guida di Francesco Bentivegna e Salvatore Spinuzza. Nell'aprile 1860, la ribellione riprese sotto la guida di Francesco Riso nella rivolta della Gancia, infine nello stesso anno i siciliani appoggiarono Garibaldi e la spedizione dei Mille, sbarcata l'11 maggio a Marsala, a si unirono nella marcia su Palermo i patrioti guidati da Rosolino Pilo.

[modifica] Il governo borbonico

Malgrado questi avvenimenti, negli anni del Regno delle Due Sicilie, la Sicilia conobbe un grande sviluppo economico e industriale, diventando una regione ricca[senza fonte]. Durante l'Exposition Universelle de la science di Parigi nel 1856, il Regno delle Due Sicilie ottenne diversi riconoscimenti sia in campo agricolo, sia in campo industriale[i riconoscimenti erano per prodotti della Sicilia o del napoletano?][2]. Non aveva, comunque, un buon sistema di comunicazioni stradali che consentivano il trasporto delle merci ai porti mercantili di Catania, Riposto e Messina, fra i più attivi del Mediterraneo e questo impedì il decollo economico definitivo dell'isola.[senza fonte]

Fiorente era anche il commercio, in particolare dello zolfo, del sale, dei marmi, degli agrumi, del grano (la Sicilia, sin dal tempo degli antichi Romani, era il "granaio d'Europa"). Inoltre, l'emigrazione in Sicilia, come del resto nel meridione continentale, era un fenomeno pressoché assente[3].

Secondo lo studioso lucano Francesco Nitti, il Banco delle Due Sicilie aveva un patrimonio di 443,2 milioni di lire oro, equivalente a due terzi dell'oro e della ricchezza di tutta la penisola.[4]

[modifica] Note

  1. ^ [1]
  2. ^ Donato Antoniello, Luciano Vasapollo, Eppure il vento soffia ancora: capitale e movimenti dei lavoratori in Italia dal dopoguerra ad oggi, Milano, 2006, p.13
  3. ^ Massimo Viglione, Francesco Mario Agnoli, La rivoluzione italiana: storia critica del Risorgimento, Roma, 2001, p. 98
  4. ^ Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli (1825-1861), Firenze, 1997, p.2

[modifica] Voci correlate

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