Storia della Sicilia islamica

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Emirato di Sicilia
Emirato di Sicilia – Bandiera
Emirato di Sicilia - Localizzazione
Dati amministrativi
Nome ufficiale إمارة صقلية Imārat Ṣiqilliyya
Lingue ufficiali arabo
Lingue parlate arabo siciliano, greco, volgare siciliano
Capitale Balarm
Dipendente da Emirato aghlabide, poi Imamato fatimide
Dipendenze Mahdia, poi Il Cairo
Politica
Forma di Stato sottogovernatorato
Forma di governo Emirato
Dinastia governante Kalbiti
Nascita 948 con Hasan ibn Ali al-Kalbi
Fine 1072
Causa Conquista normanna di Palermo
Territorio e popolazione
Bacino geografico Sicilia
Economia
Produzioni zucchero, cotone, olio, grano, tessuti
Commerci con paesi del Mediterraneo
Esportazioni zucchero (di canna), olio, vino, grano, canapa, fichi, mandorle, agrumi, datteri
Religione e società
Religioni preminenti Islam e Cristianesimo
Religione di Stato Islam
Religioni minoritarie Ebraismo
Evoluzione storica
Preceduto da Palaiologos-Dynasty-Eagle.svg Impero Bizantino
Succeduto da Blason sicile famille Hauteville.svg Contea di Sicilia
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Bandiera della Sicilia
Storia della Sicilia
Categoria: Storia della Sicilia
Portale: Sicilia

Il dominio islamico sulla Sicilia (Ṣiqilliyya) iniziò a partire dallo sbarco a Mazara del Vallo nell'827 e terminò con la caduta di Noto nel 1091. L'emirato di Sicilia con a guida i Kalbiti, costituito ufficialmente nel 948, fu il primo stato sovrano costituito in Sicilia.

Cessò di esistere nel 1072 con la presa di Palermo da parte dei normanni.

Precedentemente, intorno al 700, era stata occupata l'isola di Pantelleria da Abd al-Malik ibn Qahtan[1].

Contesto storico precedente alla conquista[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia della Sicilia bizantina e Sikelia.

Già a partire dal VII secolo l'isola aveva subito molte incursioni musulmane.

Gli Arabi si erano attestati sulla sponda africana - dove esistevano dei piccoli regni Berberi sconfitti dal condottiero ʿUqba b. Nāfiʿ intorno al 685 a seguito della celebre "cavalcata" che lo portò fino alle sponde atlantiche del sud del Marocco - del Mar Mediterraneo, avevano già conquistato parte della Spagna e le isole di Malta e Pantelleria. La Sicilia era ritenuta strategica per il controllo del Mediterraneo a discapito dei rivali Bizantini.

Primi attacchi arabi alla Sicilia (652-827)[modifica | modifica sorgente]

L'opera di conquista musulmana della Sicilia e di parti dell'Italia meridionale durò 75 anni. I primi attacchi navali islamici diretti in Sicilia, regione dell'Impero romano d'Oriente, si verificarono nel 652: queste incursioni furono organizzate all'epoca in cui il futuro califfo omayyade Mu'awiya ibn Abi Sufyan era wali della Siria, da poco conquistata all'Impero bizantino, e furono condotte da Mu'awiya ibn Hudayj della tribù dei Kinda. Le razzie durarono alcuni anni; l'esarca di Ravenna Olimpio organizzò una spedizione per frenare le razzie, ma non riuscì ad impedire che gli arabi portassero via con sé un ricco bottino.

Una seconda spedizione si verificò nel 669. La spedizione era composta da 200 navi da Alessandria d'Egitto. Venne saccheggiata per un mese Siracusa, capitale dell'isola, e il territorio circostante. Completata nel VII secolo la conquista da parte degli Omayyadi dell'Ifriqiya, gli attacchi alla Sicilia a scopo di saccheggio si fecero costanti: ne avvennero nel 703, 728, 729, 730, 731; nel 733 e 734 la reazione militare bizantina fu notevole.

La prima vera spedizione per la conquista dell'isola fu lanciata nel 740: il principe musulmano Habib, che aveva partecipato all'occupazione del 728 di Siracusa, iniziò l'impresa ma fu costretto a rinunciarvi per la necessità di sedare una rivolta berbera in Tunisia. Un nuovo attacco fu portato a Siracusa nel 752.

Nell'805, il patrizio imperiale di Sicilia Costantino firmò una tregua di dieci anni con Ibrahim ibn al-Aghlab, emiro d'Ifriqiya (nome che gli invasori arabi dettero alla romana Provincia Africa), ma questo non fu un impedimento per i corsari provenienti dall'Africa e della Spagna musulmana ad attaccare ripetutamente tra l'806 e l'821 la Sardegna e la Corsica. Nell'812 il figlio di Ibrahim, Abd Allah I, ordinò una invasione vigorosa della Sicilia, ma le sue navi furono prima di ostacolate dall'intervento di Gaeta e Amalfi, e poi distrutte in gran parte da una tempesta. Tuttavia, essi riuscirono a conquistare l'isola di Lampedusa e, nel mar Tirreno, a depredare e devastare Ponza e Ischia. Un ulteriore accordo tra il nuovo patrizio Gregorio e l'emiro stabilì la libertà di commercio tra l'Italia meridionale e l'Ifriqiya. Dopo un ulteriore attacco di Muhammad ibn Abd Allah, cugino dell'emiro Ziyadat Allah I nell'819, sulle fonti non sono citati attacchi musulmani verso la Sicilia fino all'827.

I prodromi dell'invasione[modifica | modifica sorgente]

La disgregazione dell'Impero bizantino e la sua debolezza si facevano pesantemente sentire in Sicilia, alimentando un certo malcontento.

Tra l'803 e l'820 l'efficienza bizantina nel quadrante centrale del Mediterraneo cominciò a decrescere vistosamente, in concomitanza con il governo dell'Imperatrice Irene mentre la vicenda di Tommaso lo Slavo contribuiva ad accrescere lo stato di debolezza dell'Impero.

Il turmarca della flotta bizantina Eufemio di Messina, che si era impadronito del potere in Sicilia con l'aiuto di vari nobili, chiese l'aiuto dei regnanti Maghrebini nell'825 per tutelare il suo dominio sull'isola. I Bizantini reagirono duramente sotto la guida di Fotino ed Eufemio, battuto a Siracusa, scappò in Ifrīqiya (all'incirca l'attuale Tunisia). Lì trovò rifugio presso l'emiro aghlabide di Qayrawān, Ziyadat Allah I, cui chiese aiuti per realizzare uno sbarco in Sicilia e cacciare gli odiati bizantini.

Gli Aghlabidi erano allora squassati da un acuto contrasto che contrapponeva la componente indigena, islamizzata in seguito alle prime conquiste islamiche del VII secolo e condotta da Manṣūr al-Tunbūdhī, all'esercito arabo che era giunto in Ifrīqiya all'epoca dell'istituzione dell'Emirato, per volere del califfo Hārūn al-Rashīd col primo Emiro Ibrāhīm ibn al-Aghlab.

I musulmani, che forse avevano già progettato un'invasione della Sicilia, prepararono una flotta di 70 navi, chiamando al jihād marittimo il maggior numero di volontari, ufficialmente per assolvere a un obbligo morale ma di fatto per allontanare dall'Ifrīqiya il maggior numero possibile di sudditi facinorosi che non avevano mancato di creare gravi tensioni, tanto nelle file della componente araba quanto all'interno dei ranghi berberi, con grave nocumento per la popolazione civile.

La conquista musulmana[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Conquista islamica della Sicilia.

L'invasione ebbe inizio il 17 giugno dell'827 e lo stuolo in gran parte berbero (ma alla guida di elementi arabi o, talora, persiani), fu affidato al qādī di Qayrawān, Asad b. al-Furāt, grande giurisperito malikita autore della notissima Asadiyya, di origine persiana del Khorāsān. Secondo la successiva cronaca araba di Shihāb al-Dīn Ahmad ibn 'Abd al-Wahhāb al-Nuwayrī, adattata al fine di mostrare un originale intento conquistatore:

« Sommò lo esercito a settecento cavalli e diecimila fanti; il navilio a settanta o secondo altri cento barche »
(M. Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, 2 voll., Firenze, Le Monnier, 1854-1872 (rist. 2002), I, p. 279 e nota 447)

Lo sbarco avvenne il giorno seguente nei pressi di Capo Granitola, vicino a Mazara del Vallo e fu occupata Lilibeum (l'odierna Marsala, in arabo Marsa ʿAlī, "il porto di ʿAlī" o Marsa Allāh, ossia il "porto di Dio") ed entrambi i centri furono fortificati e usati come testa di ponte e base di attracco per le navi.

La spedizione che voleva con ogni probabilità (al di là del leggendario racconto cristiano) effettuare una razzia in profondità dell'isola, non s'illuse di poter superare le formidabili difese di Siracusa, la capitale bizantina dell'isola, ma la sostanziale debolezza bizantina, da poco uscita da un duro conflitto contro l'usurpatore Tommaso lo Slavo, fece prospettare ad Asad la concreta possibilità che l'iniziale intento strategico potesse essere facilmente mutato in una spedizione di vera e propria conquista.

Superato in uno scontro dall'indeterminata ampiezza un non meglio identificato Balatas (Curopalate?), messo in fuga presso Corleone, e superata quindi alla meglio nell'828 un'epidemia, probabilmente di colera, che portò alla morte per dissenteria lo stesso Asad (sostituito da Muhammad b. Abī l-Jawarī per volere degli stessi soldati[2]), i musulmani ottennero rinforzi nell'830, in parte dall'Ifrīqiya (allora impegnata a respingere l'attacco del duca di Lucca, Bonifacio II) e in maggior parte da al-Andalus, mentre in Sicilia giunse un gruppo di mercenari al comando del berbero Asbagh b. Wakīl, detto Farghalūs.

L'assedio di Messina.

Fu così possibile ai musulmani - che già avevano preso Agrigentum (divenuta in seguito Girgenti, rimasta sempre a stragrande maggioranza berbera) - espugnare nell'agosto-settembre dell'831 Palermo, eletta capitale della Sicilia islamica (Ṣiqilliyya), quindi Messina, Motyca e Ragusa (il cui nome pre-islamico tuttavia è ancora discusso), mentre Enna (in seguito indicata come "Castrogiovanni") fu presa solo nell'859. Resisteva Siracusa, sede dello strategos da cui dipendevano tanto il drungariato di Malta quanto le arcontie (ducati) di Calabria, di Otranto e, almeno teoricamente, di Napoli.

Dettaglio di un manoscritto (Skyllitzes Matritensis, fol. 100v) che ricorda la conquista di Siracusa (878)

Fu necessario più d'un decennio per piegare la resistenza degli abitanti del solo Val di Mazara e ancor più per impadronirsi tra l'841 e l'859 del Val di Noto e del Val Demone. Cefalù cadde nell'837, Corleone nell'839, Caltabellotta nell'840, Messina nell'842, Modica nell'845, nell'848 Ragusa, nell'853 Butera, Enna nell'859, nell'865 Scicli e l'anno dopo definitivamente Noto[3].

Siracusa, superato il blocco impostale tra l'872 e l'873 da Khafāja b. Sufyān b. Sawdān (o Sawādan), cadde il 28 maggio 878, a oltre mezzo secolo dal primo sbarco, al termine d'un implacabile assedio condotto dal generale Ja'far ibn Muhammad che si concluse col massacro di 5.000 abitanti e con la schiavitù dei sopravvissuti, riscattati solo molti anni più tardi. Restavano le fortezze di Taormina e Catania.

L'ultima roccaforte importante della resistenza bizantina a cedere fu Tauromenium (Taormina) il 1º agosto del 902 sotto gli attacchi del decimo emiro aghlabide, Abū l-ʿAbbās 'Abd Allah Ibrāhīm b. Aḥmad (902-903). L'ultima fortezza a resistere ai musulmani fu Rometta che capitolò solo nel 965, quando l'Emirato aghlabide era già caduto da oltre mezzo secolo sotto i colpi degli ismailiti Fatimidi. Catania e alcune parti del Val Demone non caddero mai sotto il dominio arabo[4].

Nel 902, il padre di Abū l-ʿAbbās 'Abd Allah, Ibrāhīm II (875-902), dismessi i panni di Emiro per il veto opposto alla sua nomina dal califfo abbaside di Baghdad, al-Muʿtaḍid, indossò quelli del mujāhid (combattente del jihād) e tentò di risalire l'Italia, con l'idea di giungere poi, non senza grande ottimismo, fino a Costantinopoli, non è chiaro se via terra (assolutamente sconosciuta ai geografi musulmani) o se via mare. Passò pertanto lo Stretto e percorse in direzione nord la Calabria. Non trovò particolare resistenza ma la sua marcia si arrestò nei dintorni di Cosenza, che forse fu la prima cittadina a opporsi con un certo impegno all'invasione. Tuttavia l'arresto avvenne probabilmente più per il disordine con cui le operazioni militari furono svolte e per la carenza di conduzione militare, che impedirono di cogliere concreti risultati. Inoltre Ibrāhīm, colto da dissenteria, spirò in breve tempo e le sue truppe, al limite dello sbando, si ritirarono. Così si concluse la velleitaria conquista della "Terra grande" (al-arḍ al-kabīra).

L'imperatore Michele IV il Paflagone, volle iniziare una campagna di riconquista della Sicilia dagli arabi, che venne affidata al generale Giorgio Maniace. Alla fine dell'estate del 1038, sbarcò nell'isola, dove in brevissimo tempo occupò Messina. Successivamente la spedizione si diresse verso l'antica capitale dell'isola, Siracusa, che resistette fino al 1040.
Quello stesso anno Maniace tra Randazzo e Troina sconfisse le truppe musulmane di un non meglio identificato ʿAbd Allāh ma poco dopo una rivolta interna lo costrinse ad abbandonare la Sicilia e a ritirarsi in Puglia.

Sicilia islamica[modifica | modifica sorgente]

Il periodo di dominazione islamica della Sicilia, dall'827 al 1072, può essere suddiviso in tre parti:

  • la prima quando (827-910) la Sicilia aveva un governatore nominato dall'emiro aghlabide di Qayrawan;
  • la seconda (910-948) durante la quale i governanti erano fatimidi
  • la terza, (948-1019) l'epoca dei Kalbiti: una dinastia sciita autonoma che finì col governare in modo indipendente da vero e proprio emirato.

Dopo questa data vi furono tre Emirati indipendenti:

  • Mazara del Vallo (emiro ʿAbd Allāh ibn Mankūt),
  • Siracusa (emiro Ibn al-Thumna)
  • Enna (Ibn al-Ḥawwās)[5].

Suddivisione amministrativa[modifica | modifica sorgente]

  • Governatorato con sede a Palermo (dal 948 Emirato)
    • Iqlīm di Mazara, Siracusa, Enna

Contesto economico, culturale e sociale[modifica | modifica sorgente]

I musulmani imposero ai cristiani che non intendevano convertirsi all'Islam la consueta fiscalità prevista dalla dhimma (più pesante rispetto a quella riservata ai sudditi musulmani - assoggettati al solo pagamento della zakāt - e costituita dalla jizya ed eventualmente dal kharāj), così la parte occidentale dell'isola si convertì quasi al 50%, mentre la parte orientale mantenne prevalentemente la fede cristiana. Nell'usuale statuto giuridico della dhimma ai cristiani fu vietato di fare proselitismo e di edificare nuovi luoghi di culto, consentendo tuttavia il culto in forma privata nella pratica nicodemica e nelle chiese già esistenti e furono soprressi i vescovadi[6] Altri non-arabi siciliani, furono ridotti in schiavitù e deportati nella città tunisina di Qayrawan, che all'epoca era la capitale del grande Imamato fatimide dell'Africa nord-occidentale. Tra questi i genitori cristiano bizantini di quello che diventerà uno dei più grandi generali islamici: Giafar al-Siqilli.

Sotto il dominio musulmano le comunità ebraiche siciliane -in particolar modo quella di Palermo- aumentarono di numero, per l'arrivo di ebrei schiavi e riscattati dai loro correligionari. Gli ebrei durante il periodo musulmano furono perlopiù artigiani e commercianti che condussero un lucroso commercio tra la Sicilia, il Maghreb e l'Egitto. Grazie al livello di ricchezza e prosperità che raggiunsero poterono donare denaro allo yeshivah di Palestina. Gli ebrei, esattamente come i cristiani, pagavano la jizya e l'imposta sugli immobili (kharāj), dalla seconda metà dell'XII secolo iniziarono a pagare anche una tassa speciale sulle merci importate (ushr). Una lettera scritta alla vigilia della conquista normanna, intorno al 1060, spiega che l'ultimo sovrano musulmano di Palermo, Muhammad ibn al-Babà al-Andalusi, nominò Zakkar ben Amar nagid della comunità ebraica palermitana.[7]

La eventuale conversione del "non arabo" (siciliano o bizantino) comportò la restituzione dello status di uomo libero (Mawla) e, per un artifizio giuridico non esente da implicazioni sociali di una certa importanza, essi venivano affiliati giuridicamente alla tribù araba d'appartenenza di quanti avevano combattuto nell'area e l'avessero conquistata.

Secondo la maggioranza degli storici, Amari in testa, la Sicilia, con la conquista, rifiorì sia economicamente che culturalmente e godette di un periodo lungo di prosperità. Vennero introdotte tecniche innovative nell'agricoltura, in particolare nel Val di Mazara, e abolita la monocoltura del grano che risaliva al tardo impero, si passò alla varietà delle coltivazioni. Fu anche spezzettato il latifondo. Nel commercio l'isola fu inserita in un'estesa rete marittima, divenendo il punto nevralgico degli scambi mediterranei.[6]

Palermo, scelta dall'emiro come capitale, ebbe un notevole sviluppo urbanistico divenendo potente e popolosa. Ibn Hawqal, mercante e geografo nel X secolo nel suo Viaggio in Sicilia parla di Palermo come città dalle "trecento moschee".[8] Nonostante questo la maggioranza della popolazione non si convertì all'Islam.

Personalità della cultura[modifica | modifica sorgente]

Alcuni personaggi importanti vissuti nell'epoca islamica della Sicilia, si distinsero nelle tecniche, nel diritto, nelle lettere e nelle scienze fra cui i poeti Ibn Hamdis e al-Ballanūbī, il giurista Imam al-Mazari, il filosofo Ibn Zafar, Muḥammad b. Khurāsān, Ismāʿīl b. Khalaf, Yaḥyà b. ʿUmar, ʿAbd al-Raḥmān b. Ḥasan, Jaʿfar b. Yūsuf e Ibn al-Khayyāṭ. Negli studi linguistici si ricordano Mūsà b. Asbagh, Abū ʿAbd Allāh Muḥammad al-Kattānī e Saʿīd b. Fatiḥūn.

L'Emirato[modifica | modifica sorgente]

Muqarnas all'interno della Cappella Palatina di Palermo

La Sicilia fu gestita in piena autonomia dai suoi emiri, anche se formalmente non fu contestato il vincolo formale di dipendenza dagli Aghlabidi dapprima e dai Fatimidi poi.
Successivamente i Kalbiti ebbero dagli Imam fatimidi il compito di reggere l'isola per loro conto: cosa che essi fecero con ampia autonomia, rendendola di fatto un emirato sostanzialmente indipendente, per quanto formalmente essi restassero fedeli al Cairo. Palermo (Balarm) fu designata capitale in quanto residenza dell'Emiro. Costui era a capo dell'esercito, dell'amministrazione, della giustizia e batteva moneta. È anche assai probabile che a Palermo fosse attivo un ṭirāz, laboratorio in cui le autorità sovrane facevano creare tessuti di grande pregio (spesso concessi in segno di apprezzamento ai propri sudditi per premiarli della loro opera o come dono di Stato nel caso dell'invio o del ricevimento di ambascerie straniere). L'Emiro - che risiedeva nel Palazzo attualmente ospitante Parlamento siciliano, nonché la Cappella Palatina (i cui locali inferiori hanno mantenuto visibilmente l'impianto architettonico tipico della cultura aghlabide[senza fonte]), nominava i governatori delle città maggiori, i giudici (qāḍī) più importanti e gli arbitri in grado di dirimere le controversie minori fra privati (hakam).

L'isola venne suddivisa amministrativamente in tre valli (aqālīm, pl. di Iqlīm): Val di Mazara, Val Demone e Val di Noto.

Dopo l'invasione le etnie più significative presenti erano quella araba, quella berbera, quella nativa e quella persiana, con qualche raro elemento turco di provenienza centro-asiatica. Dal 910 l'isola fu governata dai Fatimidi che avevano messo fine all'emirato aghlabide in Ifrīqiya ai primi anni del X secolo. Quando questi nel 948 si spostarono in Egitto, la conduzione dell'isola fu affidata con la più ampia autonomia ai loro fedeli emissari Kalbiti che crearono un emirato indipendente.

La decadenza[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi La spedizione in Sicilia di Maniace.

Nello scenario di discordie e di instabilità creatosi, con tre emirati praticamente indipendenti tra loro, i Bizantini tentarono nel 1038 una riconquista con Stefano, fratello dell'imperatore Michele IV il Paflagone, il generale Giorgio Maniace, alcune truppe normanne e da esuli lombardi. La spedizione fu un insuccesso da un punto di vista strategico ma i risultati tattici conseguiti furono di grande importanza. Maniace infatti fu richiamato in patria nel 1043 a causa delle invidie che le sue imprese avevano suscitato e non poté più riprendere in Sicilia le sue azioni militari. Nel suo corpo di spedizione aveva però militato il normanno Guglielmo Braccio di Ferro che, tornato tra i suoi parenti, riferì delle meraviglie dell'isola e della possibilità di farsene un dominio a scapito dei musulmani.

La conquista normanna[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia della Sicilia normanna.
Ruggero I di Sicilia, con Roberto il Guiscardo, riceve le chiavi della città di Palermo dagli Arabi

Fu così che nel febbraio 1061 i Normanni di Roberto il Guiscardo e, sul campo, dal fratello Ruggero, della famiglia degli Altavilla, sbarcarono nei pressi di Messina per iniziare le operazioni di conquista dell'isola. L'occupazione di Messina avvenne poco dopo e, nonostante l'arrivo di rinforzi dal Maghreb, la superiorità militare normanna a poco a poco s'impose in un'isola ormai preda delle contese tra i piccoli signorotti (qāʾid) musulmani.

Contribuì alla disfatta degli Arabi anche la Repubblica Marinara di Pisa, alleata dei normanni, che nel 1063 attaccò il porto di Palermo mettendo in grave difficoltà i musulmani e saccheggiando numerose navi, con un bottino che servirà anche per la costruzione della famosa cattedrale in Piazza dei Miracoli. Palermo fu occupata nella seconda discesa normanna, nel 1072, dopo un anno d'assedio.

L'eroica resistenza fu capeggiata da Ibn ‘Abbād conosciuto come Benavert, signore di Siracusa che resistette fino al 1086. La Sicilia diventò completamente normanna al termine di 30 anni di guerra, con la caduta di Noto nel 1091.

Latinizzazione dell'isola con i normanni[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Contea di Sicilia e Insediamento musulmano di Lucera.

Il normanno Regno di Sicilia di Ruggero II è stato caratterizzato dalla sua natura multietnica e dalla tolleranza religiosa.[9] Normanni, ebrei, arabi musulmani, greci bizantini, francesi settentrionali,[10] popolazioni "longobarde"[11] e siciliani "nativi" vissero in discreta armonia sotto il potere normanno.[12][13] Per almeno un secolo l'arabo rimase una lingua del governo e dell'amministrazione nello Stato normanno e tracce permangono ancora oggi nella lingua dell'isola.[14] Tuttavia, quando i Normanni ebbero conquistato l'isola, i musulmani dovettero scegliere tra la volontaria partenza o l'assoggettamento all'autorità cristiana. Molti musulmani scelsero di andarsene, sempre che avessero i mezzi per farlo. Infatti la loro religione proibisce ai musulmani di vivere sotto un governo non-musulmano, se ciò possa essere evitato. Una parte della comunità islamica tuttavia rimase, anche alla luce di un'importante fatwa dell'imam al-Māzarī che legittimava la permanenza di musulmani in Dar al-Harb purché fosse loro consentito di godere sostanziosamente del portato della Legge islamica.

“La trasformazione della Sicilia in una terra cristiana”, sottolinea David Abulafia, “fu anche, paradossalmente, opera di coloro la cui cultura era minacciata”.[15][16] Nonostante la presenza di popolazione cristiana di lingua araba, alcuni contadini musulmani cominciarono ad accettare il battesimo dai cristiani greco-ortodossi, adottando nomi greco-ortodossi; in molti casi, servi della gleba cristiani aventi nomi greci, elencati nei registri di Monreale, avevano genitori musulmani viventi.[15][17] Tuttavia i governanti normanni seguirono costantemente una politica di latinizzazione (intesa come conversione dell'isola al Cristianesimo romano). Alcuni musulmani finsero di convertirsi: un rimedio che poteva fornire protezione individuale, ma non consentire la sopravvivenza di una comunità.[18]

Negli anni 1160 iniziarono i pogrom "longobardi" (intesi nel senso di "genti lombarde", ma in realtà "piemontesi e lombarde")[19] contro i musulmani[18] che in Sicilia furono sempre più separati dai cristiani, anche dal punto di vista geografico. La maggior parte delle comunità musulmane dell'isola fu confinata oltre una frontiera interna che divideva la metà sud-occidentale dell'isola dal cristiano nord-est. I musulmani siciliani erano una popolazione sottomessa, che dipendeva dalla benevolenza dei padroni cristiani e in ultima analisi, dalla protezione reale. Fin tanto che si poté esprimere la protezione della Corona normanna sui suoi sudditi musulmani, le cose non precipitarono ma una violenta rivolta di alcuni nobili contro re Guglielmo il Malo comportò anche l'esplodere di una politica ferocemente anti-musulmana nell'isola. La dura repressione regia della rivolta di Ruggero Sclavo e di una parte della nobiltà, aveva nel 1161 salvato la vita ai sudditi musulmani della Corona. Si ricorderà, ad esempio, come fu distrutta la ribelle città di Piazza (che allora sorgeva nell'attuale zona del Casale, non a caso chiamato dei testi dell'epoca Casalis Saracenorum) e come fossa ripopolata la nuova città, fatta risorgere sul colle che ancor oggi la ospita, con genti lombarde (in maggioranza però del Monferrato, di Novara, di Asti e di Alessandria), che v'imposero la loro parlata che con crescenti difficoltà è in uso ancor oggi.[20] Quando re Guglielmo il Buono morì però nel 1189, la protezione reale venne meno e si poté dare il via a incontrastate aggressioni contro i musulmani dell'isola, facendo scomparire ogni residua speranza di coesistenza, nonostante la totale subordinazione musulmana all'elemento cristiano.

Dopo la morte di Enrico VI nel 1197 e quella di sua moglie Costanza l'anno successivo in Sicilia si verificarono tumulti politici. Priva della protezione reale e con Federico II ancora fanciullo sotto la custodia del papa, la Sicilia divenne un campo di battaglia per le forze rivali tedesche e papali.
I ribelli musulmani dell'isola si schierarono con i signori della guerra tedeschi, come Marcovaldo di Annweiler. In risposta, Innocenzo III proclamò una crociata contro Marcovaldo, sostenendo che aveva stretto una diabolica alleanza con i Saraceni di Sicilia. Nondimeno, nel 1206 lo stesso papa tentò di convincere i leader musulmani a rimanere leali.[21] A quell'epoca, stava assumendo proporzioni critiche la ribellione dei musulmani, che controllavano Jato, Entella, Platani, Celso, Calatrasi, Corleone (presa nel 1208), Guastanella e Cinisi. In altre parole, la rivolta musulmana si era estesa ad un intero tratto della Sicilia occidentale. I ribelli erano guidati da Muḥammad b. ʿAbbād; che si proclamò "comandante dei credenti", coniò sue monete e tentò di ottenere aiuto da altre parti del mondo musulmano.[22][23]

Nel 1221 Federico II, non più bambino, rispose con una serie di campagne contro i ribelli musulmani e le forze degli Hohenstaufen sradicarono i difensori da Jato, Entella e dalle altre fortezze. Piuttosto che sterminarli, nel 1223, Federico II e i cristiani cominciarono le prime deportazioni di musulmani a Lucera.[24] Un anno più tardi, furono inviate spedizioni per porre sotto il controllo reale Malta e Gerba ed evitare che le loro popolazioni musulmane aiutassero i ribelli.[22] Paradossalmente, in quest'epoca gli arcieri saraceni erano una componente comune di questi eserciti "cristiani" e la presenza di contingenti musulmani nell'esercito imperiale rimase una realtà anche sotto Manfredi e Corradino.[25][26]

Gli Hohenstaufen e i loro successori Angioini ed Aragonesi, nel corso di due secoli, "latinizzarono" gradualmente la Sicilia, e questo processo sociale gettò le basi per l'introduzione del Cristianesimo di obbedienza romana, in contrasto con l'ortodossia greco-bizantina.
Il processo di latinizzazione fu grandemente favorito dalla Chiesa di Roma e dalla sua liturgia.
L'annientamento dell'Islam in Sicilia fu completato entro la fine degli anni quaranta del XIII secolo, quando ebbero luogo le ultime deportazioni a Lucera,[27] poi distrutta da Carlo II d'Angiò.

Le tracce rimaste nel territorio[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Architettura arabo-normanna.
La chiesa normanna di San Cataldo (Palermo), ricca di elementi architettonici arabi, fu forse realizzata su una preesistente moschea

Se nell'oggettistica le tracce musulmane sono numerose e visibili, in architettura invece il periodo islamico non ha lasciato tracce dirette di sé (si discute dell'originalità del Bagno di Cefalà Diana, degli ambienti inferiori della Cappella Palatina, del castello della Cannita, di tratti del complesso di San Giovanni degli Eremiti e di altri luoghi in Sicilia, tra cui rare tracce sporadiche presso la Valle dei Margi), se non esigui resti archeologici, come l'unica moschea fin qui nota, presso il Teatro di Segesta. Il motivo risiede forse nel fatto che i musulmani in parte si erano limitati a destinare a nuovo uso e a modificare edifici e strutture preesistenti ma, assai più significativa sarebbe stata la volontà di cancellare il ricordo del periodo islamico a guidare l'intento distruttivo delle nuove autorità dell'isola, messo in atto a partire dal periodo angioino. Molte testimonianze artistiche sarebbero state volutamente cancellate, così come avverrà più tardi nella Spagna della Reconquista cristiana. Un'evidente traccia di architettura musulmana in Sicilia rimarrebbe, dunque, nei soli edifici realizzati dai normanni - in tempi alquanto posteriori - ricorrendo a manodopera islamica, fra cui si possono ricordare il Castello della Zisa (dall'arabo ʿAzīza, "Meravigliosa"), il Castello della Cuba (dall'arabo qubba, "cupola") di cui faceva parte la Cubula (la "piccola Cuba") - entrambe collocate in un complesso lacustre artificiale, circondato da un'estesa foresta, cui fu dato il nome di Jannat al-arḍ, "Il giardino - o paradiso - della terra": il Genoardo. Si ricorderanno anche la Cappella Palatina (cioè di Palazzo) e il parco reale della Favara, dall'arabo Fawwāra, "sorgente". D'altra parte, non si possono non tenere in conto le osservazioni dello storico Peri: "Le spade normanne per quanto affilate e pesanti non valevano a rompere le pietre; e non sembra che i normanni abbiano prediletto distruggere le città occupate con il fuoco, [...] accanimento [...] dal quale comunque le pietre almeno non sarebbero state distrutte né gli edifici sradicati dalle basi". In definitiva, Peri attribuisce l'assenza quasi totale di tracce di un'architettura civile o monumentale in Sicilia dei due secoli di dominazione araba al fatto che i conquistatori berberi importarono sull'isola abitudini abitative tipiche delle coste africane prospicienti: utilizzo del legno per le costruzioni e, soprattutto, trogloditismo, cioè tendenza ad abitare le caverne.[28]

Va notato che parte dell'architettura dell'epoca fu anche riutilizzata nei secoli successivi e inserita in altri contesti. Ad esempio nel portico sud della Cattedrale di Palermo si trova ancora una colonna con un'iscrizione araba, probabilmente originale, che riporta il versetto 54 della sura 7 del Corano, detta "del Limbo", che recita "Egli copre il giorno del velo della notte che avida l'insegue; e il sole e la luna e le stelle creò, soggiogate al Suo comando. Non è a Lui che appartengono la creazione e l'Ordine? Sia benedetto Iddio, il Signor del Creato!"[29].

Diverse e numerose tracce invece si notano nella lingua (specie nel lessico legato all'agricoltura e alle scienze idrauliche) e nella toponomastica.
Restano ancora poco conosciute tracce di iscrizioni cufiche che se valorizzate potrebbero invece ricostruire un tessuto storico valido per la nuova rivalutazione di un periodo storico affascinante. Fra queste vi è una testimonianza di fede=sciadda (leggasi shahāda) sul Monte Altesina nella provincia di Enna.

Personalità della Sicilia islamica[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Francesco Renda (2003), op. cit., vol. 1, p. 219.
  2. ^ M. Amari, I:407
  3. ^ Francesco Renda (2003), op. cit., vol. 1, p. 226.
  4. ^ Francesco Renda (2003), op. cit., vol. 1, p. 246.
  5. ^ Goffredo Malaterra, Imprese del conte Ruggero e del fratello Roberto il Guiscardo, Palermo, Flaccovio, 2000, p. 53 (in cui sono riportate in modo non corretto le traslitterazioni dei nomi dei tre emiri arabi, citati invece correttamente da Michele Amari).
  6. ^ a b Fara Misuraca, La Sicilia Araba, Brigantino - il Portale del Sud. URL consultato il 7 agosto 2010.
  7. ^ Palermo
  8. ^ È evidente che nel computo erano comprese tanto le grandi moschee quanto i più semplici e piccoli oratori.
  9. ^ (EN) Vincenzo Salerno, Sicilian Peoples: The Normans in Best of Sicily. URL consultato il 21 maggio 2009.
  10. ^ Michele Amari, Storia dei musulmani di Sicilia, III voll., Catania, Prampolini, 1937, vol. III, parte I, p. 222.
  11. ^ Il termine Langobardia indicava generalmente la Calabria ma importanti gruppi umani furono persuasi ad emigrare in Sicilia, prevalentemente dalle terre del Monferrato piemontese, dall'entroterra ligure e da aree dell'attuale Lombardia, attirate dalle possibilità di far fortuna sotto il dominio capace e vivace dei Normanni. Per approfondimenti, vedi il lemma Dialetti gallo-italici di Sicilia e Lombardi di Sicilia.
  12. ^ (EN) Roger II in Encyclopædia Britannica, Encyclopædia Britannica Online, 2009. URL consultato il 21 maggio 2009.
  13. ^ (EN) Louis Inturrisi, Tracing The Norman Rulers of Sicily in The New York Times, 26 aprile 1987. URL consultato il 21 maggio 2009.
  14. ^ (EN) Denis Mack Smith, Moses I. Finley, A History of Sicily: Medieval Sicily 800—1713, Londra, Chatto & Windus, 1968, ISBN 0-7011-1347-2.
  15. ^ a b (EN) Charles Dalli, From Islam to Christianity: the Case of Sicily in Joaquim Carvalho (a cura di), Religion, ritual and mythology: aspects of identity formation in Europe (PDF), PLUS, Pisa University Press, , 10-1-2006, p. 159, ISBN 978-88-8492-404-9. URL consultato il 21 maggio 2009.
  16. ^ (EN) David Abulafia, The end of Muslim Sicily in James M. Powell (a cura di), Muslims under Latin Rule 1100-1300, Princeton University Press, 1990, p. 109, ISBN 978-0-608-20142-9.
  17. ^ Jeremy Johns, The Greek church and the conversion of Muslims in Norman Sicily? in Byzantinische Forschungen, nº 21, 1995, pp. pp. 133-157. Per il cristianesimo greco-ortodosso in Sicilia si veda anche Vera von Falkenhausen, Il monachesimo greco in Sicilia in Cosimo Damiano Fonseca (a cura di), La Sicilia rupestre nel contesto delle civiltà mediterranee, vol. 1, Lecce, Congedo, 1986.
  18. ^ a b Dalli , op. cit., p. 160
  19. ^ Fu la loro forte presenza a determinare in varie località dell'Isola l'affermarsi dei cosiddetti "Dialetti gallo-italici di Sicilia. Cfr. M. Amari, Storia dei musulmani... cit., pp. 224-239.
  20. ^ Amari ricordava (nota n. 3, p. 233, della citata sua opera) come Angelo De Gubernatis lo avesse avvertito della "stretta parentela del dialetto monferrino con que' di Piazza, Nicosia, Sanfratello e Aidone".
  21. ^ Dalli , op. cit., pp. 160-161
  22. ^ a b Dalli , op. cit., p. 161
  23. ^ (FR) Pierre Aubé, Roger II de Sicile: un normand en Méditerranée, Payot, 2001, ISBN 978-2-228-89414-2.
  24. ^ (EN) Lowe Alfonso, The barrier and the bridge: historic Sicily, illustrato da Alfonso Lowe, Norton, 1972, p. 92.
  25. ^ Frederick II: A Medieval Emperor
  26. ^ (EN) Giovanni Amatuccio, Saracen Archers in Southern Italy in De Re Militari, giugno 2001. URL consultato il 23 maggio 2009.
  27. ^ (EN) David Abulafia, Frederick II: a medieval emperor, Allen Lane The Penguin Press, 1988, ISBN 978-0-7139-9004-1.; traduzione italiana di Gianluigi Mainardi: Federico II: un imperatore medievale, Einaudi, 1993. ISBN 978-88-06-13197-5
  28. ^ A questo proposito, Peri cita alcuni toponimi che riflettono questo stato di cose: Gardūţa (Grotte) vicino Agrigento; Gurfa, toponimo che in lingua araba significa "camera, stanza" e che, a suo dire, sarebbe proprio di residenze trogloditiche nel Nordafrica e tra l'altro nome di un casale che, a partire dal XIII secolo, fu fattoria dell'Ordine Teutonico; la stessa Pantalica, che ha sempre conservato i caratteri abitativi trogloditici.
  29. ^ Traduzione di A. Bausani, Il Corano, Firenze, Sansoni, 1961, p. 111.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]