Storia della Bosnia ed Erzegovina

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La Bosnia in epoca romana (parte occidentale dell'area in rosa) faceva parte della regione illirica della Dalmazia e fu sottomessa definitivamente da Tiberio nel 9 d.c.

La storia della Bosnia ed Erzegovina dopo la caduta dell'Impero romano è in parte il risultato "geo-religioso" dato dall'incrocio e dall’influenza della cristianizzazione delle sopraggiunte tribù dei popoli slavi. Infatti la sua storia viene contrassegnata dallo scontro tra la chiesa latina da un lato e la chiesa ortodossa dall'altro (oltre che dalle conseguenze dell’eresia bogomila e successivamente dalla conquista musulmana dei Turchi).

Indice

[modifica] Le origini

Non si hanno molte notizie dei primi periodi storici dell'area geografica attualmente individuata come Bosnia ed Erzegovina. Durante i primi secoli dell'età cristiana questi territori appartenevano all'Impero Romano come parte dell'Illiria, che aveva nel Danubio il “limes” settentrionale. L'attuale Bosnia faceva parte della regione illirica della Dalmazia e fu definitivamente sottomessa dall'imperatore Tiberio dopo una cruenta rivolta nel 9 d.c. Anche se non molto popolata, lo storico Theodor Mommsen la considerava importante per l'Impero per via delle sue miniere, diventando completamente romanizzata nei cinque secoli di dominio romano.

Dopo la caduta di Roma, tutta l’area danubiana e le valli delle Alpi Dinariche vennero occupate nel VII secolo dai popoli slavi, che le assoggettarono a seguito dell’avanzata distruttiva verso ovest dei loro capi Avari. Con la formazione delle organizzazioni statali nei secoli successivi questi Slavi meridionali si distinsero in Sloveni, Croati, Bosniaci, Serbi, ecc..

Il toponimo Bosnia deriva dalle valli del fiume Bosante (il latino Bosanius dell'Illiria romanizzata). In quei secoli prima dell'anno mille in Bosnia ed Erzegovina rimase una consistente comunità di Illiri romanizzati, specie nei villaggi delle montagne delle Alpi Dinariche confinanti con la Dalmazia.[1]

Dal VII al XII secolo le tribù autonome, o zupe, di slavi che abitavano le diverse valli della Bosnia, non furono sufficientemente coese tra di loro e per questo vennero sottomesse, in periodi diversi, a vari “padroni”: i croati , i serbi, gli ungheresi e specialmente gli imperatori di Bisanzio. Questo periodo cessò con il regno di Kulin (1180-1204), la prima vera organizzazione statuale bosniaca di rilevanza storica.

[modifica] La cristianizzazione

Nel III secolo il cristianesimo si era già diffuso nell’area compresa tra il Danubio e la costa della Dalmazia. La sede principale di questa fase di evangelizzazione era Sirmio ( Sirmium) , l’attuale Sremska Mitrovica.

Nel VII secolo, a fronte alla persistenza in questa area di alcune residue sacche cristiane (e romanizzate) dopo gli sconvolgimenti delle grandi migrazioni dei popoli Unni, Avari e Slavi, la Chiesa di Roma e di Bisanzio attivarono un intervento parallelo per riportarla sotto il loro controllo.

Secondo l’imperatore Costantino VII Porfirogenito, nel “De admistrando Imperio”, fu l'imperatore Eraclio (610 - 641) a suggerire agli Slavi di abbandonare le regioni a nord dei monti Carpazi e di occupare i Balcani. Sistemandoli nel territorio dell’impero in qualità di “federati” il “basileus” pensava di creare un cuscinetto di protezione verso gli Avari. Eraclio, per guadagnare in autorità sugli Slavi dell'Illiria concordò con Roma l’invio di sacerdoti per la loro conversione. A quell’epoca l’area dipendeva religiosamente da Roma, ma politicamente era controllata da Bisanzio.

Su indicazione di Carlo Magno nel 779 fu fondato il monastero di San Candido (Innichen) alla sorgenti della Drava e nel 777 quello di Kremsmünster, vicino a Linz. Da questi luoghi, lungo la Drava e il Danubio , si mossero i seguaci del frate missionario Arno. Successivamente venne affidata l’evangelizzazione della Slovenia ad un vescovo di origine germanica, Teodorico.

Si arriva alla fine del IX secolo e i rapporti tra Roma e Bisanzio continuarono ad essere di scontro reciproco per il controllo religioso e politico dell’area dalmato-danubiana, con il risultato che la maggioranza dei Serbi e i Croati erano ancora pagani. Il livello dello scontro erano tale che il Papa Giovanni VIII (872 -882) minacciò nel 879 di scomunica tutti i vescovi bizantini della costa dalmata che si fossero rifiutati di ubbidirgli.

Il Papa riuscì a convincere il vescovo di Nin, Teodosio, che si era dichiarato incerto e lo promosse ad arcivescovo di Spalato che, fino ad allora, era stata una antica metropoli bizantina. A seguito di questa decisione Spalato divenne la capitale religiosa del popolo croato che si avviò essere definitivamente cattolico romano. A seguito di questo tipo di scelte religiose anche diversi capi croati si fecero cristiani latini tra i quali : Mutimir a Knin e Branimir a Gornij Muc.

Dal 864 l’imperatore di Bisanzio inviò in missione nell’area occupata dai popoli slavi, i fratelli Cirillo e Metodio i quali, applicando un nuovo alfabeto, il cirillico, si misero oggettivamente in concorrenza con i frati germanici.

Così nelle valli della attuale Bosnia – Erzegovina si incrociarono le due azioni di cristianizzazione. Mentre i missionari della chiesa latina arrivarono da nord , dopo aver già convertito le attuali popolazioni della Slovenia, della Slovacchia, della Ungheria e della Croazia), i missionari della chiesa ortodossa arrivarono da sud, dalla attuale Bulgaria, dopo aver già convertito le attuali popolazioni della Macedonia e della Serbia.

Per questo motivo nell’area balcanica oltre alle guerre di religione si scontreranno fino ai giorni nostri nella lingua bosniaca con la diversità dei due alfabeti: uno latino l’altro cirillico, quali segni distintivi dell’appartenenza a due aree politiche e culturali sempre più diverse.

[modifica] Slavi, popoli cerniera

«  “Se furono gli Slavi nel secolo VI ad abbattere il ponte che collegava l’Oriente e l’Occidente cristiani, si può dire che dai secoli IX e X in poi il loro compito storico sarebbe stato quello di ricostruirlo. Li attendeva il destino difficile dei popoli cerniera, la prospettiva di partecipare, secondo le epoche e le circostanze , a riavvicinamenti e osmosi parziali o viceversa a separazioni e incomprensioni fra l’Oriente ortodosso e l’Occidente cattolico, fra due modi di concepire il mondo e le sue strutture, leggi e finalità, e il ruolo che l’uomo viene chiamato a svolgervi volontariamente o suo malgrado. "  »
((3) Francis Conte, Gli slavi, pag. 37 ))

[modifica] Il ruolo dell'eresia dei bogomili

I bogomili, da Bogomil, prete bulgaro, erano eretici cristiani. Ritenevano che il mondo fosse stato creato dal diavolo (Satanael) e quindi l'uomo per sfuggire al suo dominio doveva evitare ogni contatto con la materia e vivere in un rigido ascetismo. I bogomili non riconoscevano il Vecchio Testamento, l'incarnazione di Gesù, la sua messa in croce, i sacramenti e tutta l'ordine della Chiesa cristiana e formarono una specie di Chiesa di Bosnia. Il bogomilismo divenne una fede non solo del popolo ma anche dei nobili e dei signori; lo stesso Kulin aderì, per abiurare nel 1203 a seguito di pressioni del papa e del re di Ungheria. Nonostante questa decisione la chiesa bosniaca si diffuse ulteriormente e divenne un importante elemento di sviluppo della regione. I bogomili furono perseguitati ma né crociate religiose,né concessioni teologiche furono sufficienti per farli rientrare nel cattolicesimo.

[modifica] L'autonomia bosniaca

Il primo regno indipendente ed autonomo dei bosniaci fu quello del bano, o signore, Kulin che governò dal 1180 al 1204. Il suo regno fu famoso per la prosperità tanto che nei secoli successivi i contadini erano soliti dire, di fronte ad un buon raccolto, "ritornano i tempi di Kulin". Nel suo regno trovarono grande spazio sia le attività degli artigiani provenienti dall' Italia che dei commercianti di Repubblica di Ragusa.

Dopo la sua morte ci fu un periodo molto confuso a causa dello scisma tra le chiese d'Oriente ed Occidente e il diffondersi dell'eresia dei Bogomili. Gli successe il figlio Stefano Kulinić, cattolico e filo-ungherese, per cui fu deposto dai bogomili nel 1232. Ci furono vari tentativi ungheresi di ottenere il controllo della Bosnia. Dal 1254 in poi mentre il potere dei bani della parte settentrionale o Bassa Bosnia fu subordinato ai re di Ungheria, nella regione montuosa del sud o Alta Bosnia il potere fu lasciato ai bani autoctoni. La Bassa Bosnia unita a una porzione della Serbia settentrionale divenne il ducato di "Mačva e Bosnia", avamposto dei cattolici ungheresi contro i bulgari, in modo particolare dopo l'arrivo dei frati francescani.

[modifica] Tra Šubić e Kotromanić

Dal 1299 il ducato perse il dominio diretto ungherese passando sotto il potere della famiglia cattolica croata dei Šubić, da decenni influente in quelle terre. I Šubić, principi vassalli dell'Ungheria, riuscirono a riunificare l'Alta e la Bassa Bosnia.

Dal 1290 al 1314 fu bano Kotroman, o Stefano I Kotromanić. Ribelle ai Šubić in difesa dei bogomili, essi ne riconobbero infine l'autorità in un accordo pragmatico, sancito dal matrimonio di una Šubić con il secondogenito di Kotroman.

Alla sua morte i Šubić tentarono di riaffermare la loro autorità e i Kotromanić fuggirono in esilio nella Repubblica di Ragusa.

Nel 1322 i bosniaci si sollevarono di nuovo, rovesciarono il casato dei Šubić e richiamarono dall'esilio il bano bogomilo Stefano II Kotromanić. Il regno di Stefano II incorporò nel 1325 il principato di Hum (o Hlum), più tardi chiamato Erzegovina che era conteso sia dai serbi che dagli ungheresi. Con questa operazione la Bosnia ebbe uno sbocco a mare controllando la costa tra Spalato e il fiume Narenta.

Il regno si trovò costantemente al centro di contese, alleanze e scontri con la Ungheria e i suoi vassalli croati, con la Serbia, con la Repubblica di Venezia e con il Papa di Roma. Nel 1340 Stefano II, convinto dal re di Ungheria, adottò la religione cattolica. Il suo regno subì notevoli tensioni perché i bogomili si erano trasformati in una potente organizzazione con epicentro a Janijci nella valle della Bosna. Durante la guerra degli ungheresi contro i serbi i bogomili arrivarono ad appoggiare il re di questi ultimi, Stefano Dušan, che non ne approfittò.

[modifica] Stepan Tvrtko, dal 1353 al 1391

Il re Luigi I d'Ungheria, capo della casata degli Angioini, sposò in seconde nozze una Kotromanić nel 1353 (un'altra sarebbe divenuta contessa di Celje) e in quello stesso anno con il suo benestare Tvrtko (o Stefano Tvrtko Kotromanić), peraltro discendente anche di una Šubić, successe a Stefano II suo zio e adottò lo stemma gigliato degli Angioini. Poco dopo, morto il re di Serbia Stefano Dušan, gli ungheresi, cattolici latini, occuparono Hum e continuarono a perseguitare i bogomili. Per diciassette anni la Bosnia fu in balia della guerra civile e dalle interferenze dei potenti vicini.

Solo nel 1370, divenuto Luigi anche re di Polonia, Tvrtko riuscì ad avere il pieno controllo del suo regno e riconquistò nel 1374 Hum e una parte della Dalmazia chiudendo l'anno sposando la figlia dell'ultimo imperatore bulgaro. Dal nuovo principe serbo Lazar Hrebeljanović, in cambio di aiuto, ricevette un territorio che comprendeva il principato di Trabunja o Travunia. Nel 1376 si ritrovava a possedere tutta la costa dalmata da sud di Zara fino a Cattaro e, all'interno, le città di Pljevlja, Prijepolje e Priboj.

Nel 1377, in quanto imparentato anche con la casata reale serba Nemanjić e con il sostegno di Lazar, si incoronò "re dei Serbi, della Bosnia e della costa", affermando così l'indipendenza della Bosnia dall'Ungheria. Le città di Sutjeska e Bobovac divennero le sedi della corte che prese a modello la corte bizantina di Costantinopoli. Nel 1390 aggiunse anche il titolo di "re di Dalmazia e di Croazia".

Di fronte all'avanzata dei turchi, (la prima invasione della Bosnia fu respinta a Bileća nel 1388) strinse alleanza con i principi serbi e kosovari ma perse nella Battaglia di Kosovo Polje nel 1389, in cui morì il principe Lazar. Tvrtko la considerò un successo (morì anche il sultano Murad I), ma da allora la sua autorità sulla Serbia fu solo nominale.

Dopo la sua morte, avvenuta improvvisamente nel 1391, la potenza della Bosnia si sfaldò con la stessa rapidità che era stata costituita senza che Tvrtko avesse avuto modo di fondere e unire i croati cattolici, i serbi ortodossi, gli slavi bosniaci delle valli con i latini abitanti nella costa dalmata e nelle montagne dell'Erzegovina (detti "Vlasi", e gli eretici bogomili con i fedelissimi del Papa di Roma. Per circa mezzo secolo, i baroni combatterono tra di loro, contro il re, contro gli ungheresi, contro i turchi. In questa confusione i turchi, facilitati dai bogomili, riuscirono ad invadere la Bosnia, mentre la Repubblica di Venezia (che gia' possedeva la Dalmazia costiera) si impossessò della Dalmazia interna.

Nel XV secolo i successori di Tvrtko furono umiliati da tre importanti personalità: Hrvoje Vukcic, duca di Spalato; Sandalj Hranic (zio) e Stefano Vukcic (nipote) che si succedettero nella signora della regione di Hum. Stefano fu insignito dall'imperatore Federico III nel 1488 del titolo di "duca o "herzog" di San Sava"; da qui l'origine dell'Erzegovina.

[modifica] 1463 - L'arrivo dei turchi

La presenza dei turchi ottomani si manifestò all'inizio con continue scorrerie ma dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453, a opera di Maometto II, passarono alla sottomissione dei serbi nel 1459 e arrivarono nella Bosnia nel 1460. L'ultimo re di Bosnia Stefano Tomašević chiese aiuto, senza risposta, all'Ungheria e al Papa. Nel 1463 si arrese e fu decapitato.

In alcune zone la popolazione oppose resistenza: aree della Erzegovina, il banato di Srebrnik capitolò nel 1520; quello di Jajce nel 1528. I cristiani (specialmente cattolici) fuggirono sulle costa e da Senj a Klis, continuarono la lotta. Quelli della costa croata erano conosciuti come uscocchi, dal serbo-croato uskok (fuggiasco), e divennero noti come pericolosi pirati.

[modifica] La conversione dei bogomili all'islam

Quando arrivarono i turchi i bogomili colsero l'occasione per riscattarsi dalle secolari persecuzioni sia da parte dei cristiani latini che degli ortodossi.

« Avevano preferito essere conquistati dal sultano piuttosto che essere convertiti dal papa; e, una volta conquistati, non esitarono neppure a convertirsi. Il credo musulmano aveva numerosi punti di somiglianza con la loro disprezzata eresia, inoltre accordava a quelli che l'accettavano il vantaggio materiale di conservare le proprie terre e i privilegi feudali. Cosicché la Bosnia ci fornisce il curioso esempio di una aristocrazia di razza slava e di religione islamica. W. Miller (2) »

[modifica] L'occupazione turca ottomana

La Bosnia fu sotto il controllo turco-ottomano dal 1463 al 1878, quando venne data in amministrazione all'Austria-Ungheria.

Il governatore turco era il valì. Spostò la residenza da Vrhbosna (Sarajevo) a Banja Luka e dopo a Travnik. Il Valì non interferiva con l'amministrazione locale. Lo Stato rimase una forma di repubblica aristocratica ora formalmente guidata da un musulmano invece che da un cristiano. Alcuni governatori furono anche bosniaci tanto che c'era un detto "bisogna essere figli di un rinnegato cristiano per arrivare alle cariche più alte dell'impero ottomano".

L'organizzazione statuale prevedeva che dopo il valì ci fossero dei nobili bogomili in "bey" o "begovi" bosniaci. Quest'ultimi, pur parlando la lingua madre, imitavano nel vestire e nei titoli i costumi della corte di Istanbul ed erano più ottomani che gli ottomani stessi per fanatismo religioso. I nobili bey formavano la casta militare che si basava sui "kapetan" che dominavano con potere assoluto ogni singola delle 48 sezione di territorio in cui era stata divisa la Bosnia. Il principale obbligo dei Kapetan locali era quello di fornire gli squadroni di cavalleria per le armate del sultano di Istanbul. Alcuni di loro raggiunsero ruoli di rilevanza nella gerarchia dell'impero.

Dopo la casta di nobili militari c'erano i contadini cristiani, i raya,[2] il cui compito era quello di lavorare la terra, di pagare le tasse ai signori e l'obbligo di fornire una proporzione fissa di figli da far diventare "giannizzeri".

Secondo i turchi la condizione sociale dipendeva dalla religione; se il potere era esclusivamente dei musulmani, i cristiani erano lasciati liberi di organizzarsi come credevano. Visto che i cristiani bosniaci del XV secolo erano ormai di orientamento ortodosso vennero aggregati sotto il controllo del patriarca ortodosso di Costantinopoli.
L'influenza cattolica nella Bosnia sotto il potere turco rimase solo come piccola testimonianza dei frati francescani perché Maometto II li aveva autorizzati, nel 1463,di predicare liberamente la loro religione.

Dal XV al XIX secolo i turchi furono in guerra con tutti gli Stati confinanti, in modo particolare con l'Ungheria. Dopo che nel 1683 i turchi furono respinti da Vienna, i turchi bosniaci si dovettero difendere dalle avanzate dei cristiani; da questa data il potere e turco bosniaco iniziò a declinare.

Gli eserciti dell'Austria invasero la Bosnia nel 1688, nel 1690, nel 1693 e nel 1697, quando ben quarantamila cristiani bosniaci emigrarono in Slavonia. Nel 1699 fu firmato il trattato di Carlowitz dove l'Austria acquisì tutta la Transilvania e l'Ungheria, tranne il banato di Timişoara, oltre la maggioranza della Croazia e la Slavonia.

Nel 1715 iniziò la guerra tra Turchia e l' Austria (con la presenza di Eugenio di Savoia), alleata con la Repubblica di Venezia e si concluse nel 1718 con la Pace di Passarowitz. Il trattato di pace prevedeva altre acquisizioni austriache: il banato di Timosoara, una zona sud dei fiumi Sava e Danubio che comprendeva una parte nord della Bosnia e della Serbia.

Nel 1737 nuova guerra dell'Austria contro i turchi. La guerra fu vinta dall'impero ottomano e si concluse con il trattato di Belgrado del 1739. Una nuova ed ultima guerra tra Austria e Turchia nei Balcani, chiamata "guerra di Dubica" (1788 -1791) : la Bosnia e la Serbia furono rioccupate dagli eserciti austriaci ma furono restituite .

[modifica] Le rivolte dell’Ottocento

La società si era strutturata nei secoli da un lato con una aristocrazia musulmana e i proprietari terrieri su posizione fortemente conservatrice , più fanatici dei governanti di Istanbul, dall’altra i contadini cristiani, oppressi da pesanti obblighi ed imposte. Questi due schieramenti si scontreranno per tutto il XIX secolo.

I nobili musulmani, che erano della stessa etnia e lingua del popolo che opprimevano, arrivarono ad opporsi alla riforma tentata da Mahmud II (1808–1839) , da loro definito il sultano “infedele” o “giaurro”. Il loro malcontento esplose nella rivolta del 1821, contemporanea alle altre insurrezioni in Albania, Grecia e Moldavia.

Nel 1828 ci fu una seconda rivolta scoppiata durante la guerra russo-turca. Nel 1831, alla conclusione della guerra, i nobili bosniaci, guidati da Hussein Aga (il “drago della Bosnia”), arrivarono a predicare la guerra santa contro il sultano come traditore dell’Islam. Anche questa rivolta fu soffocata da Istanbul ma il potere dei nobili bosniaci rimase invariato. Nel 1837 il sultano abolì i “Kapetan” provocando un’altra rivolta che esplose quando nel 1839 venne promessa una certa uguaglianza di diritti e di tassazione per i cristiani. Il risultato fu la sospensione del potere centrale di Istanbul sulla Bosnia. Solo nel 1850 Omer Pascià guidò un esercito ottomano con il quale distrusse l’aristocrazia musulmana della Bosnia. Per dare un segno della fine del potere dei nobili Omer Pascià trasferì la capitale da Travnik a Sarajevo, che era la loro città roccaforte.

Tuttavia, le riforme rimasero sulla carta e, nel 1858, i contadini cristiani si ribellarono contro la corruzione dei funzionari ed esattori turchi. Nel 1861-1862 si ribellarono i contadini della Erzegovina per gli stessi problemi, e masse di contadini bosniaci fuggirono verso le zone slave che erano sotto il controllo dell’Impero asburgico.

Nel 1874 ci fu cattivo raccolto con il che, nel 1875, la città di Nevesinje accese la rivolta di tutta la Bosnia e dell’Erzegovina, spinta anche dai successi delle rivolte (1866-1869) analoghe in Serbia e a Creta.

A seguito delle rivolte, il conte Andrassy, ministro degli esteri dell’Impero d'Austria e Ungheria, mandò nel 1876 una nota al Sultano in difesa dei cristiani della Bosnia e della Erzegovina. Nello stesso periodo la Serbia e il Montenegro dichiararono guerra alla Turchia in contemporanea della Bulgaria. Nel 1877 entrò in guerra di fianco ai popoli di religione ortodossa anche la Russia che, ai primi del 1878, sconfisse gli eserciti ottomani: si concluse con il trattato di Santo Stefano (marzo 1878) che prevedeva riforme per la Bosnia. Nel luglio 1878 il trattato venne sostituito dal trattato di Berlino che pose la Bosnia e la Erzegovina sotto l’imperatore di Vienna e l’occupazione militare del sangiaccato di Novi Pazar in tre città: Priboj, Prijepolje e Plevlja.

La giustificazione austriaca dell’occupazione fu perché il governo turco era diventato inetto e non riusciva a controllare i continui tumulti ai suoi confini; il governo austro-ungarico arrivò a far firmare un accordo tra rappresentanti turchi ed austriaci prevedendo che avrebbe restituito i territori dopo il ritorno dell’ordine.

[modifica] Il regno di Austria e Ungheria

Dal 1878 al 1914. Gli Slavi del sud, in Serbia e altrove, iniziarono a richiedere uno stato slavo meridionale; la prima guerra mondiale iniziò quando un nazionalista serbo, Gavrilo Princip, assassinò l'Arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo. L'Austria-Ungheria dichiarò guerra alla Serbia dopo aver visto rifiutate le proprie richieste di partecipare alla ricerca e alla persecuzione delle organizzazioni terroristiche; la Russia si schierò a fianco della Serbia, mentre la Germania si schierò a fianco dell'Austria; ne scaturì la Prima Guerra Mondiale. L'Italia non rispettò la Triplice Alleanza poiché il trattato prevedeva una difesa comune contro un attacco esterno e non un attacco diretto come fece l'Austria, così entrò in guerra contro gli ex alleati senza il voto del Parlamento, non interventista.

[modifica] I regni degli "Slavi del sud"

la Bosnia all'interno della Croazia fascista nel 1942

Dopo la "Grande Guerra", la Bosnia divenne parte del Regno di Jugoslavia, solo per essere ceduta alla Croazia controllata da un governo fantoccio nazista durante la seconda guerra mondiale.

Tra il 1941 ed il 1943, in cui fece parte dello Stato Indipendente di Croazia di Ante Pavelic, la maggior parte della Bosnia fu occupata militarmente dal Regno d'Italia. Aimone di Savoia divenne il Re di questo Stato fascista croato con il titolo di Tomislavo II, ma non mise mai piede in Bosnia.

La Bosnia sofferse una spaventosa guerra civile - nel 1942, 1943 e 1944 - con centinaia di migliaia di morti (specialmente tra i serbi e gli antifascisti musulmani e croati).

[modifica] La Bosnia nella Jugoslavia socialista (1945-1992)

La Bosnia ed Erzegovina fu riconosciuta come repubblica costituente della neonata federazione jugoslava mantenendo i propri confini storici: capitale divenne Sarajevo. Abitata da serbi, croati e musulmani - questi ultimi riconosciuti come gruppo nazionale - costituì un vero e proprio laboratorio della convivenza fra popoli jugoslavi, fondamentale per la stabilità dello Stato. Poté quindi contare sull'attenzione del Partito, che ne favorì lo sviluppo e l'industrializzazione; le Olimpiadi di Sarajevo del 1984 rappresentarono l'apice della storia della regione bosniaca durante il periodo socialista.

Nel corso degli anni Ottanta le tensioni etniche - apparentemente sopite - furono rinfocolate, complice anche la destabilizzazione generale all'interno dell'intera Jugoslavia. Con lo scioglimento della Lega dei Comunisti di Jugoslavia nel gennaio del 1990 e la transizione al sistema pluripartitico si affermarono i movimenti d'ispirazione nazionalista che portarono - nell'arco di un breve lasso di tempo - allo scoppio di una guerra che portò allo smembramento della Jugoslavia.

[modifica] Guerra in Bosnia ed Erzegovina (1992-1995)

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Guerra in Bosnia ed Erzegovina.
Gruppi etnici in Bosnia ed Erzegovina
(dati censimento 1991)
Bandiera della Bosnia ed Erzegovina Bosniaci musulmani 44%
Bandiera della Repubblica Serba Serbi 31%
Flag of the Croatian Republic of Herzeg-Bosnia.svg Croati 17%
"Jugoslavi" o altro 8%

Mentre la guerra infuriava in Croazia dopo la disintegrazione della Jugoslavia di Tito, la Bosnia ed Erzegovina, formata da tre diverse etnie (Bosniaci, Serbi e Croati) era in una situazione di pace momentanea e instabile, in quanto le tensioni etniche erano pronte ad esplodere.

Nel settembre del 1991 l'Armata Popolare Jugoslava (JNA) distrusse un piccolo villaggio all'interno del territorio bosniaco, Ravno, abitato da Croati, nel corso dell'operazioni militari d'assedio di Ragusa, città sulla costa dalmata in Croazia.

Il 19 settembre l'JNA spostò alcune truppe nei pressi della città di Mostar, provocando le proteste delle autorità locali. I Croati dell'Erzegovina formarono la "Comunità Croata di Herceg Bosnia" (Hrvatska Zajednica Herceg-Bosna), embrione della futura Repubblica dell'Herceg Bosna, allo scopo di proteggere i loro interessi nazionali. Tuttavia, almeno fino al marzo del 1992, non vi furono episodi di scontro frontale tra le diverse nazionalità, che si stavano però preparando al conflitto, ormai imminente.

Il 25 gennaio 1992 il Parlamento, nonostante la ferma opposizione dei Serbo-bosniaci, decise di organizzare un referendum sull'indipendenza della Repubblica.

Il 29 febbraio e il 1 marzo si tenne dunque nel territorio della Bosnia ed Erzegovina il referendum sulla secessione dalla Jugoslavia. Il 64% dei cittadini si espresse a favore. I Serbi boicottarono però le urne e bloccarono con barricate Sarajevo. Il Presidente della Repubblica, il musulmano Alija Izetbegović, chiese l'intervento dell'esercito, affinché garantisse un regolare svolgimento delle votazioni e la cessazione delle tensioni etniche. Il partito che maggiormente rappresentava i Serbi di Bosnia, il Partito Democratico Serbo di Radovan Karadžić, fece sapere però subito che i suoi uomini si sarebbero opposti in qualsiasi modo all'indipendenza.

Subito dopo il referendum l'JNA iniziò a schierare le sue truppe nel territorio della Repubblica, occupando tutti i maggiori punti strategici (aprile 1992). Tutti i gruppi etnici si organizzarono in formazioni militari ufficiali: i Croati costituirono il Consiglio di difesa croato (Hrvatsko Vijeće Obrane, HVO), i Bosgnacchi l'"Armata della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina" (Armija Bosne i Hercegovine, Armija BiH), i Serbi l'Esercito della Repubblica Srpska (Vojska Republike Srpske, VRS). Erano inoltre presenti numerosi gruppi paramilitari: fra i Serbi le "Aquile Bianche" (Beli Orlovi), fra i Bosgnacchi la "Lega Patriottica" (Patriotska Liga) e i "Berretti Verdi" (Zelene Beretke), fra i Croati le "Forze Croate di Difesa" (Hrvatske Obrambene Snage).

L'attuale Bosnia ed Erzegovina

La guerra che ne derivò fu la più complessa, caotica e sanguinosa guerra in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale. Vennero firmati dalle diverse parti in causa diversi accordi di cessate il fuoco, inizialmente accettati, per essere stracciati solo poco tempo dopo. Le Nazioni Unite tentarono più volte di far cessare le ostilità, con la stesura di piani di pace che si rivelarono fallimentari (piani falliti di Carrington-Cutileiro, settembre 1991, Vance-Owen, gennaio 1993, Owen-Stoltenberg, agosto 1993).

Inizialmente i Bosniaci e i Croati combatterono alleati contro i Serbi, i quali erano dotati di armi più pesanti e controllavano gran parte del territorio rurale, con l'eccezione delle grandi città di Sarajevo e Mostar. Nel 1993, dopo il fallimento del piano Vance-Owen, che prevedeva la divisione del Paese in tre parti etnicamente pure, scoppiò un conflitto armato tra Bosniaci musulmani e Croati sulla spartizione virtuale del territorio nazionale.

Mostar, già precedentemente danneggiata dai Serbi, fu costretta alla resa dalle forze croato-bosniache. Il centro storico fu deliberatamente bombardato dai Croati, che distrussero il vecchio ponte Stari Most il 9 novembre 1993.

Il bilancio della guerra fu spaventoso: la capitale del Paese, Sarajevo, fu assediata dalle truppe serbo-bosniache per 43 mesi. Ciascuno dei tre gruppi nazionali[senza fonte] si rese protagonista di crimini di guerra e di operazioni di pulizia etnica.

Il Centro di ricerca e documentazione di Sarajevo[3] ha diffuso le cifre documentate (ma non definitive) sui morti della guerra in Bosnia ed Erzegovina: 93.837 accertati (fino al dicembre 2005), di cui 63.687 Bosgnacchi (67,87%), 24.216 Serbi (25,8%), 5.057 Croati (5,39%) e 877 dichiaratisi Jugoslavi al censimento del 1991 o stranieri (0,93%).

La guerra si concluse con la firma degli accordi stipulati a Dayton (Ohio), tra il 1 novembre e il 26 novembre 1995. Parteciparono ai colloqui di pace tutti i maggiori rappresentanti politici della regione: Slobodan Milošević, presidente della Serbia e rappresentante degli interessi dei Serbo-bosniaci (Karadžić era assente), il presidente della Croazia Franjo Tuđman e il presidente della Bosnia ed Erzegovina Alija Izetbegović, accompagnato dal ministro degli esteri bosniaco Muhamed "Mo" Sacirbey.

L'accordo (formalizzato a Parigi, 14 dicembre 1995) sanciva l'intangibilità delle frontiere, uguali ai confini fra le repubbliche federate della RSFJ, e prevedeva la creazione di due entità interne allo stato di Bosnia Erzegovina: la Federazione Croato-Musulmana (51% del territorio nazionale, 92 municipalità) e la Repubblica Serba (RS, 49% del territorio e 63 municipalità). Le due entità create sono dotate di poteri autonomi in vasti settori, ma sono inserite in una cornice statale unitaria. Alla Presidenza collegiale del Paese (che ricalca il modello della vecchia Jugoslavia del dopo Tito) siedono un serbo, un croato e un musulmano, che a turno, ogni otto mesi, si alternano nella carica di presidente (primus inter pares).

Particolarmente complessa la struttura legislativa. Ciascuna entità è dotata di un parlamento locale: la Repubblica Serba di un'assemblea legislativa unicamerale, mentre la Federazione Croato-Musulmana di un organo bicamerale. A livello statale vengono invece eletti ogni quattro anni gli esponenti della camera dei rappresentanti del parlamento, formata da 42 deputati, 28 eletti nella Federazione e 14 nella RS; infine della camera dei popoli fanno parte 5 serbi, 5 croati e 5 musulmani.

[modifica] Collegamenti

[modifica] Note

  1. ^ Origini neolatine di alcuni abitanti della Bosnia
  2. ^ Lett. "gregge". Termine con cui gli Ottomani chiamavano i sudditi del Sultano, visto come una sorta di "Buon Pastore". Cfr. A. Bombaci e S.J. Shaw, Storia dell'Impero ottomano, UTET, Torino, 1981, p. 415.
  3. ^ Dobrodošli na web portal IDC-a

[modifica] Bibliografia

  • S. Clissold (a cura di),Storia della Jugoslavia. Gli slavi del sud dalle origini ad oggi , Torino, Einaudi, 1969.
  • W. Miller, Essays on the Latin Orient, Cambridge, Cambridge University Press, 1921, p. 494.
  • F. Conte, Gli Slavi. Le civiltà dell'Europa centrale e orientale, Torino, Einaudi, 1991.
  • I. Banac, The national question of Yugoslavia: origins, history, politics, London, Ithaca, 1993.
  • R. J. Donia - J. V. A. Fine, Bosnia and Hercegovina: a tradition betrayed, London, Hurst, 1994.
  • N. Malcolm, Storia della Bosnia dalle origini ai nostri giorni, Bompiani, Milano, 2000.

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