Silvio Parodi

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Silvio Parodi (Genova, 16 febbraio 1878Savignone, 19 giugno 1944) è stato un generale e politico italiano, commissario prefettizio a Genova sotto la Repubblica di Salò, due volte Medaglia di Bronzo al valor militare.

Indice

[modifica] I primi anni

Parodi nasce in una famiglia borghese, frequenta la scuola militare di Modena dalla quale si congeda come tenente di fanteria. Viene richiamato e partecipa alla Prima guerra mondiale. Nel 1917, entra nel corpo degli Arditi. Termina la guerra col grado di maggiore e riceve la Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Durante il 1919 è inviato in Libia (dal 1912 colonia italiana) per reprimere i ribelli al comando del XIII Reparto d'Assalto[1] e per questo riceve una seconda Medaglia di Bronzo.

[modifica] L'adesione al Fascismo

Aderisce al Fascismo e dirige le Squadre d'Azioni genovesi dal 1920 al 1922, partecipando poi come console delle Camicie Nere[2] alle agitazioni contemporanee alla marcia su Roma, durante le quali comanderà l'assalto degli squadristi alla Prefettura di Genova, difesa da cordoni di marinai e guardie regie[3].

Diviene quindi componente del Direttorio federale del P.N.F. di Genova, ed è nominato Podestà di Savignone, carica che terrà per 12 anni. Nonostante le sue benemerenze nella fase rivoluzionaria del Fascismo, viene messo da parte dal regime. Si dedicherà allora al suo paese natale, come podestà e - dal 1926 - come responsabile dell'orfanotrofio di San Giovanni Battista, che svecchiò e rivitalizzò, [2] se necessario finanziandolo coi propri mezzi economici[1]. Durante quegli anni realizza le colonie estive di Crocefieschi, Montemaggio e Savignone.

[modifica] La RSI e la morte

Aderisce nel 1943 alla Repubblica Sociale Italiana, nell'ambito della quale è nominato commissario prefettizio al comune di Genova (16 febbraio 1944). Durante il periodo di governo a Genova non trascura di seguire l'orfanotrofio settimanalmente[2]. Sotto il suo mandato viene portata avanti l'opera di sostituzione (iniziata dal podestà Aldo Gardini) dei nomi presenti nella toponomastica cittadina relativi a membri della Casa Savoia[4], sostituzioni che in parte furono mantenute anche dopo la fine della guerra.

Nella primavera del 1944 la situazione a Genova nel suo entroterra era estremamente tesa, sia per via della serie di scioperi in chiave antifascista che si protraevano fin dai primi mesi del 1943[5] che avevano comportato le dure prese di posizione del prefetto Carlo Emanuele Basile (e che sfociarono il 16 giugno nell'arresto o deportazione di diverse centinaia di operai rastrellati durante il lavoro nelle industrie cittadine[6][7][8]), sia per le azioni azioni effettuate direttamente dai partigiani, a cui seguivano le dure azioni di controguerriglia, le rappresaglie e le fucilazioni sommarie di prigionieri da parte delle forze dell'Asse (tra le principali la strage della Benedicta dell'aprile e la successiva strage del Turchino del maggio).

Nel giugno 1944 la situazione alimentare di Genova (sottoposta ai bombardamenti alleati, che miravano ad interrompere le vie di comunicazione) era divenuta drammatica, tanto da vedere la razione giornaliera di pane ridotta a soli 150 grammi. Grazie tuttavia ad accordi fra le autorità cittadine (capo provincia, commissario prefettizio, federale etc.) e un importatore locale - Angelo Navone, non iscritto al PFR - si riuscì ad evitare la fame[9].

Il 16 giugno 1944, subisce il primo attentato da parte di alcuni gappisti attestati a lato di Via Garibaldi a Genova, che andrà a vuoto. Nonostante questo Parodi rifiuta una scorta armata affermando che "Se devo morire non è giusto che altri muoiano per me"[1]. Solo tre giorni dopo, il 19 giugno 1944, viene ucciso in un agguato dei GAP mentre esce da casa della sorella a Savignone: gli autori dell'omicidio sarebbero Germano Jori e Balilla Grillotti[1].

Poche ore dopo l'assassinio, si radunano diversi squadristi pronti ad effettuare una rappresaglia. Tuttavia, la sorella di Parodi, Clelia, impedisce che venga dato seguito alla vendetta dei fascisti, comunicando agli squadristi le parole che Silvio Parodi le aveva confidato: «Quando mi uccideranno non voglio che si effettui alcuna rappresaglia»[1].

Cinque partigiani, arrestati in giorni diversi durante il mese di luglio, (Goffredo Villa[10], Aleandro Longhi[11], Balilla Grillotti[12], Giacinto Rizzolio[13] e Mario Cassurino[14]), considerati tra i responsabili dell'azione[15], verranno processati e condannati a morte la notte tra il 28 e il 29 luglio e fucilati poche ore dopo alle prime luci dell'alba a forte San Giuliano[16].

Venne seppellito nel cimitero di Staglieno a Genova. In suo onore la XXXI Brigata Nera, con sede a Genova, venne denominata Brigata "Generale Silvio Parodi".

« Educò i giovani insegnando loro come si debba vivere e morire per la Patria  »
(frase scritta sulla tomba di Silvio Parodi nel Cimitero monumentale di Staglieno)

[modifica] Onorificenze

Medaglia di Bronzo al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di Bronzo al valor militare
— Fronte italiano, 1918
Medaglia di Bronzo al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di Bronzo al valor militare
— Libia, 1919

[modifica] Note

  1. ^ a b c d e Fascista, soldato, educatore - Articolo di Carlo Viale su Historica di luglio-settembre 2006, p.22. URL consultato il 21-04-2009.
  2. ^ a b c Storia del Collegio San Giovanni Battista
  3. ^ Lo squadrismo a Genova (1921-1926) di Francesca Alberico, p. 51. URL consultato il 22-04-2009.
  4. ^ Delibera del Commissario Prefettizio n. 7 del 14 marzo 1944, Delibera del Commissario Prefettizio n. 25 del 23 marzo 1944, sul sito di Franco Bampi
  5. ^ Patria Indipendente, numero di maggio 2003, pag 25-27
  6. ^ Salò Storie di sommersi e salvati, articolo de Il Corriere della Sera, del 16 dicembre 1996
  7. ^ Secondo Note Storiche Relative al Mese di Giugno del 1944, dal sito "Diario di Guerra" riportante l'esperienza di deportato dell'operaio dell'Ansaldo Mario Magonio si sarebbe trattato di oltre 2.000 operai deportati in Germania
  8. ^ Secondo lo storico e membro del Movimento Sociale Italiano Giorgio Pisanò - Storia della Guerra Civile in Italia 1943-1945, 1968, p. 1050, si trattava di circa 400 operai, dei quali una parte deportati in Germania gli altri spostati in altre industrie del Piemonte e della Lombardia. Per Pisanò Basile ordinò la serrata delle fabbriche fingendo un provvedimento di rigore che in realtà serviva a svuotare gli stabilimenti per impedire retate. I provvedimenti, tuttavia, non ebbero successo, perché appena finita la serrata le forze tedesche circondarono nuovamente gli stabilimenti rastrellando a caso le maestranze. Sempre secondo Pisanò, proprio questa sua attività di sabotaggio delle iniziative tedesche (dietro la facciata dei proclami minacciosi) spinse i nazisti a fare pressioni su Mussolini affinché fosse destituito. Basile fu trasferito ad altro incarico qualche settimana dopo questi fatti e dopo un furioso alterco con ufficiali tedeschi, che aveva fatto cacciare via dal proprio ufficio alla notizia delle avvenute retate d'operai (ibidem)
  9. ^ G. Pisanò, op. cit. pp. 1049-1050
  10. ^ Scheda di Goffredo Villa, nel sito "Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana "
  11. ^ Scheda di Aleandro Longhi, nel sito "Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana "
  12. ^ Scheda di Balilla Grillotti, nel sito "Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana "
  13. ^ Scheda di Giacinto Rizzolio, nel sito "Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana "
  14. ^ Scheda di Mario Cassurino, nel sito "Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana "
  15. ^ oltreché dell'uccisione di alcuni militi della Guardia Nazionale Repubblicana
  16. ^ Forte di San Giuliano, dal sito dell'Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell'Età Contemporanea
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