Regionalismo
Il regionalismo è la tendenza a concedere autonomia legislativa ed amministrativa alle regioni intese come suddivisioni di uno Stato.
I suoi fautori sostengono che il decentramento regionale offra maggiori garanzie contro ogni attentato alla libertà: esso risponderebbe agli effettivi bisogni della vita del paese (autonomie amministrative che comportano una maggiore conoscenza dei problemi economici della singola regione), varia nella sua unità, e permetterebbe una struttura dello Stato più articolata e democratica.
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[modifica] Il regionalismo in Italia
Le istanze regionaliste e federaliste trovarono ampia espressione nel Risorgimento italiano: Vincenzo Gioberti, Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari furono i principali sostenitori dello Stato federale.
Nel marzo 1860, in seguito ai Plebisciti di annessione, il Regno di Sardegna si era notevolmente ingrandito fino a confinare col Veneto e con le Marche e ad inglobare la Toscana. Emerse il problema di quale ordinamento amministrativo adottare. Il presidente del Consiglio dell'epoca, Camillo Cavour, incaricò il suo ministro dell'Interno, Luigi Carlo Farini di avviare una riflessione sull'assetto del nuovo stato. Farini ottenne dal parlamento l'istituzione, con legge del 24 giugno 1860, di una «Commissione temporanea di legislazione», presso il Consiglio di Stato (a Torino), appositamente incaricata.
Il 13 agosto - quando Garibaldi aveva già conquistato la Sicilia e si apprestava a risalire la Calabria diretto a Napoli - Luigi Carlo Farini aprì ufficialmente i lavori della Commissione delineando un piano di riassetto dei poteri territoriali. Farini partì dal presupposto che occorresse «rispettare le membranature naturali dell'Italia». In altre parole, occorreva prendere atto dello storico frazionamento della penisola in più stati ed accettare i confini dei principati del passato dentro il nuovo ordinamento. Così, le antiche frontiere interne sarebbero divenute fattore di coesione. Il documento, detto Nota Farini (anche se fu redatto dal segretario della commissione, Gaspare Finali), elencava sei aggregati interprovinciali: Piemonte, Sardegna, Liguria, Lombardia, «Emilia» (nome che designava all'epoca il territorio da Piacenza a Cattolica) e Toscana. La Nota fu recepita in un progetto di legge il 31 agosto 1860.
Gli eventi militari si susseguirono con tale rapidità da scavalcare in breve tempo il progetto della commissione: in settembre l'esercito sabaudo conquistò Marche ed Umbria (cui seguì il plebiscito d'annessione); nel Sud l'avanzata dei Mille di Garibaldi procedeva sicura, tanto che si prospettava un trionfo per il generale nizzardo. Farini si sentì improvvisamente al di fuori dei giochi e, deciso a non farsi sopraffare dagli eventi, il 28 settembre partì per Napoli al seguito di Vittorio Emanuele II [1]. I lavori della commissione proseguirono con il successore di Farini agli Interni, Marco Minghetti.
In breve tempo Minghetti elaborò il proprio progetto (Nota orientativa del 28 novembre 1860). Il nuovo presidente adottò una prospettiva diversa: la provincia era il vero perno delle tradizioni locali; l'istituzione delle regioni (di cui non venne fornito l'elenco) era contemplata solo in via transitoria, per «facilitare il trapasso dallo stato di divisione» alla formazione di un ordinamento politico coeso. Il «discentramento amministrativo» prefigurava l'istituzione di un organo intermedio tra Province e Stato, il «consorzio interprovinciale», le cui competenze comprendevano: 1) lavori pubblici; 2) scuole pubbliche superiori; 3) bonifiche fondiarie, caccia e pesca. Per quanto riguarda gli organi direttivi, come la provincia aveva un consiglio ed era guidata da un organo monocratico (il prefetto), così il consorzio interprovinciale sarebbe stato guidato da un «Governatore» con poteri effettivi, concepito come "delegato del ministro dell'Interno".
L'anno seguente, all'inizio dell'VIII Legislatura del Regno di Sardegna, la commissione guidata da Minghetti consegnò il progetto in Consiglio dei Ministri, che approvò quattro decreti per la sua realizzazione. Il 13 marzo 1861 Minghetti presentò al Parlamento subalpino i decreti. Contro di essi si formò un'ampia e trasversale maggioranza. Per evitare un repentino affossamento, il ministro ottenne di trasferire il dibattito in commissione, dove però il progetto fu bocciato (22 giugno 1861). Infine, il presidente del Consiglio Bettino Ricasoli il 9 ottobre di quell'anno abolì le Luogotenenze di Firenze, Napoli, Palermo, dichiarando la cessazione dell'autonomia della Toscana e dell'ex Regno delle Due Sicilie. Il regionalismo era definitivamente affossato. Fu preferito il modello napoleonico, che non prevedeva nessun organo sovraprovinciale.
Nel 1864, quando emerse la necessità di realizzare le prime statistiche nazionali sociali ed economiche, si dovette ovviare alla mancanza delle regioni. Il primo coordinatore della statistica nazionale, Pietro Maestri, superò il problema "ritagliando" delle circoscrizioni territoriali "secondo la loro coesione topografica". Il Maestri, cioè, non eseguì il suo lavoro basandosi su criteri storici, ma effettuò un puro e semplice raggruppamento di province. L'autore, inoltre, sostenne che la propria ripartizione era da usare provvisoriamente, nell'attesa che i criteri di ripartizione fossero meglio definiti. Era nato il primo riparto statistico del territorio italiano.
Nel 1870 Alfeo Pozzi pubblicò il manuale L’Italia nelle sue presenti condizioni fisiche, politiche, economiche, monumentali, un libro per le scuole. Nel libro l'Italia era ripartita nelle 19 "Circoscrizioni di decentramento statistico-amministrative" [2] elaborate dal Maestri. Il lavoro di Maestri, che fino ad allora era stato diffuso solamente tra gli specialisti, divenne noto al grande pubblico. Però Maestri non era citato nel libro, quindi i lettori attribuirono a Pozzi anche l'ideazione delle 19 circoscrizioni. Il suo manuale incontrò un'enorme fortuna in tutte le scuole del Regno di ogni ordine e grado. In virtù del consenso che circondava l'opera del Pozzi, nel 1913 il governo approvò ufficialmente il "suo" schema di ripartizione. Fu abbandonato termine "circoscrizione", che fu sostituito da "regione".
La tendenza regionalistica si fece nuovamente viva nel primo dopoguerra, ma fu stroncata dal fascismo che, agendo nella direzione opposta, arrivò a sopprimere addirittura le autonomie locali, facendo dipendere i comuni e le province direttamente dall'esecutivo centrale. Durante la seconda guerra mondiale riemerse in Sicilia un "regionalismo mediterraneo", basato sul "Progetto Missinissa", dell'intellettuale Enrico Di Natale [3].
[modifica] Le regioni nella Costituzione
Nel 1944 in Sicilia prese forza il movimento separatista, che tenne agitata la vita dell'isola per diversi anni. finché si andò spegnendo, anche per l'istituzione della prima regione italiana, con il Decreto regio 15 maggio 1946, la Regione Siciliana, che concedeva lo statuto speciale d'autonomia.
L'Assemblea Costituente conferì alle regioni ampio rilievo istituzionale. L'Assemblea fu eletta il 2 giugno 1946; la nuova Costituzione italiana fu approvata il 22 dicembre 1947 [4].
L'Assemblea Costituente, per organizzare meglio i propri lavori, si articolò in tre Sottocommissioni. La Seconda Sottocommissione fu incaricata di scrivere gli articoli relativi all'organizzazione costituzionale dello Stato. Furono eletti Presidente Umberto Terracini e segretario Tomaso Perassi. Tra i suoi compiti figurava la stesura dell'elenco delle regioni.
Il criterio ispiratore fu quello storico-tradizionale. Esempi tipici: Umbria, Veneto, Toscana, Lazio. In due casi si unirono territori con storia e caratteristiche diverse. Nacquero così il Trentino-Alto Adige e il Friuli-Venezia Giulia. Nuove regioni: Emilia lunense, Molise, Romagna e Salento.
In sede di redazione formale dell'elenco avvenne un primo «giallo». Il Comitato di redazione, detto "Comitato dei 18", incaricato della mera formulazione tecnica degli articoli, espunse dal testo tutte le regioni nuove.
In sede di dibattito, l'urgenza di stabilire il numero delle regioni nel più breve tempo possibile lasciò tutto immutato: il 29 ottobre 1947 la Seconda sottocommissione fu chiamata a confrontarsi su due ordini del giorno: il primo di Ferdinando Targetti (PSI) filo-regionalista, e il secondo di Carmine De Martino (DC), fatto proprio dagli antiregionalisti. Fu approvato l'o.d.g. di Ferdinando Targetti, che fissava in 19 il numero delle Regioni [5]. In pratica, non veniva introdotta nessuna innovazione rispetto alle circoscrizioni adottate ai tempi della monarchia. Semplicemente, le "Circoscrizioni di decentramento statistico-amministrative" furono promosse a Regioni. Il Molise fu accorpato agli Abruzzi per creare la regione "Abruzzi e Molise" e lo stesso avvenne per "Emilia e Romagna".
Il giorno successivo, 30 ottobre, in sede di approvazione definitiva, la Sottocommissione fu chiamata a votare il documento Targetti. Le Regioni rimasero 19; venne introdotta in extremis un'ulteriore modifica: la denominazione "Emilia e Romagna" mutò in Emilia-Romagna.
A fine dicembre il testo fu votato dall'Assemblea, diventando l'articolo 132 della Costituzione.
[modifica] Il caso "Emilia-Romagna"
Un primo «giallo» si era verificato in sede di redazione formale dell'elenco delle regioni. Un secondo «giallo» fu all'origine della denominazione "Emilia-Romagna".
L'ordine del giorno Targetti conteneva, nell'elenco delle regioni, il nome "Emilia e Romagna".
Il 30 ottobre 1947, giorno in cui la Seconda Sottocommissione fu chiamata ad approvare l'elenco definitivo delle Regioni, furono presentati due emendamenti. Nel primo Epicarmo Corbino proponeva di conservare la sola denominazione "Emilia"; il secondo, a firma del bolognese Angelo Salizzoni, proponeva invece di sostituire la congiunzione "e" con un trattino.
Fu votato subito l'emendamento Corbino, che passò; gli altri o.d.g. non furono messi ai voti. Moltissimi costituenti allora insorsero. Tra essi: Fuschini, Cifaldi (che chiese la sospensione della seduta), Macrelli e Manzini (che proposero la ripetizione del voto).
Il presidente Umberto Terracini, perplesso sulla ripetizione del voto, pose ai voti un ordine del giorno che stabiliva che il nome della regione sarebbe stato scelto dal "Comitato dei 18" secondo il criterio storico-tradizionale. L'ordine del giorno passò.
La scelta apparentemente doveva essere pro-Targetti oppure pro-De Martino, poiché il Comitato non aveva la facoltà di elaborare un'idea originale. Incaricato, in sede di revisione formale, di determinare il nome della regione, il Comitato adottò invece una soluzione originale, "Emilia-Romagna" [6].
Fu questa la denominazione inserita nell'articolo 132 della Costituzione repubblicana.
[modifica] Il regionalismo dei partiti cattolici
Il regionalismo della Democrazia Cristiana porta la stessa data di nascita del movimento politico dei cattolici e si richiama al principio della sussidiarietà che, con sintesi efficace, fu espresso da Papa Pio XI:
| « è ingiusto rimettere ad una maggiore e più alta società quello che dalla minore, inferiore comunità si può fare. » |
Il sesto punto dell'Appello ai liberi e forti che dava vita al Partito Popolare Italiano, affermava:
| « Libertà ed autonomia degli enti pubblici locali. Riconoscimento delle funzioni proprie del Comune, della Provincia e della Regione in relazione alla tradizione della vita locale. Riforma della burocrazia, largo decentramento amministrativo ottenuto anche a mezzo della collaborazione degli organismi industriali, agricoli e commerciali del capitale e del lavoro. » |
Ma già vent'anni prima (nel 1896) al secondo congresso cattolico di scienze sociali svoltosi a Padova, Giuseppe Toniolo aveva affermato:
| « La funzione degli enti pubblici come mezzo per poggiare ed integrare gli interessi degli individui e della società, primieramente e massimamente deve distinguersi per mezzo di organismi locali che meglio si adattano alla varietà delle esigenze civili in ogni gruppo di popolazione in determinata sede; soltanto subordinatamente tale funzione deve essere assunta da un ente più remota [lo Stato] quando sia provato che essa non si adempia adeguatamente se non prescindendo dalle varietà locali ed esercitandola con uniforme azione sopra una più vasta sfera sociale. » |
Decentramento, autonomia e Regioni ritornano in primo piano nel Programma di Milano della Democrazia Cristiana che porta la data del 25 luglio 1943.
Al Congresso di Roma del 1946 Guido Gonella, nella sua relazione, precisava, come mai prima d'allora era stato fatto, il pensiero della Democrazia Cristiana:
«
|
Nell'appello del 1919 a tutti gli uomini liberi e forti il Partito Popolare Italiano sosteneva:
| « l'autonomia comunale, la riforma degli enti provinciali e il più largo decentramento delle utilità regionali... » |
Nel primo programma del PPI si affermavano queste linee di azione:
| « ...Libertà ed autonomia degli enti pubblici locali. Riconoscimento delle funzioni proprie del comune, della provincia e della regione in relazione alle tradizioni della Nazione ed alla necessità di sviluppo della vita sociale... » |
| « Il regionalismo è un grido di vita contro la paralisi ed il grido degli italiani delle campagne e delle città contro il parassitismo della capitale o delle capitali che dominano, attraverso lo Stato e la burocrazia, tutta la vita del nostro Paese. » |
Alcide De Gasperi, nel suo primo discorso politico del dopoguerra tenuto a Roma il 23 luglio 1944:
| « Vogliamo fondare il nostro nuovo Stato, la nostra nuova Italia... ma la base fondamentale deve essere il comune, deve essere la Regione... » |
| « La Regione ha le sue radici nella natura, nel cuore e nella storia degli italiani » | |
Mario Scelba nel 1950:
| « Sfateremo la leggenda di uno Stato che è l'antitesi della Regione. La Regione è lo Stato. » |
Alcide De Gasperi il 21 agosto 1952:
| « La regione non è contro lo Stato ma lavora per lo Stato come un'articolazione dello Stato. » |
Alcide De Gasperi il 9 novembre 1952:
| « Che cosa importa ai comunisti della Regione? Io che ho lavorato con loro ricordo bene l'antipatia, l'avversione dei socialisti nenniani e dei comunisti per la Regione. Essi pensavano che il decentramento attenua la forza del potere centrale che per essi è di assoluta necessità per preparare il grande rivolgimento, per attuare la grande conversione della struttura sociale e politica dello Stato. » |
[modifica] La politica del Partito Comunista Italiano nel dopoguerra
Per motivi prettamente ideologici, il PCI è stato in principio contrario all'istituzione delle Regioni in Italia; tale atteggiamento mutò, in seguito, con l'approvazione da parte del PCI della Costituzione repubblicana.
Ecco alcune opinioni espresse nell'immediato secondo dopoguerra.
Ruggero Grieco (da Rinascita n. 3 del 1943):
| « Queste idee regionalistiche che potevano avere una base, un fondamento, giustificazioni nella realtà di una determinata epoca, non possono più essere avanzate e sostenute in un'epoca diversa, in una realtà diversa...attuando l'ordinamento regionale noi non potremmo più condurre a fondo l'azione per l'eliminazione del fascismo » |
Renzo Laconi (da Rinascita n. 7 del 1947):
| « All'interno della Regione erano poste tutte le condizioni per ritardare lo slancio delle masse popolari ... l'orientamento della D.C. su questa questione aveva uno scopo, ma non confessabile: rifletteva l'attegiamento secolare della Chiesa nei confronti dell'unità d'Italia e la sua tendenza a stabilire le condizioni di una debolezza organica dello Stato ... le autonomie locali costituiscono per il popolo italiano una garanzia essenziale contro ogni possibilità di restaurazione della tirannide. » |
Ruggero Grieco (da Rinascita n. 7 del 1947):
| « è ovvio che non possiamo accettare l'opinione di coloro i quali sostengono che il problema regionale avrebbe un carattere permanente ed immanente. Questa opinione è in realtà manifestazione di una triviale mitologia...diffusa è l'opinione che la sua più decisa decentralizzazione e la più larga autonomia regionale sarebbe l'antidoto contro ogni ritorno offensivo della reazione e del fascismo. Questa tesi è del tutto arbitraria...non si può dire neppure che la creazione di un Ente Regione si presenti da noi come "questione", come una profonda rivendicazione popolare... » |
[modifica] Il ritardo dell'attuazione della Costituzione
Dopo essere stata accolta nella Costituzione repubblicana, l'autonomia delle regioni venne applicata - per gli enti a statuto ordinario - soltanto nel 1970 a causa delle dure opposizioni politiche del governo centrale alla possibilità di amministrazioni regionali rette da forze di opposizione, come in Emilia-Romagna e in Toscana [7].
[modifica] Note
- ^ L'ex Regno delle Due Sicilie fu annesso il 21 ottobre.
- ^ Le regioni d'Italia sono diventate 20 nel XX secolo. Mancava all'epoca il Trentino-Alto Adige, che fu unito alla nazione dopo la prima guerra mondiale.
- ^ Limes
- ^ Fu poi promulgata il 27 dicembre.
- ^ L'elenco sarà aggiornato nel 1963, quando verrà aggiunto il Molise, che diventerà così la ventesima regione italiana (Legge Costituzionale 27 dicembre 1963 n. 3).
- ^ Non si può dire che il Comitato adottò l'emendamento Salizzoni, perché - come riportato - esso non fu neanche messo ai voti.
- ^ [1] vedi Dizionario di storia moderna e contemporanea Paravia Bruno Mondadori, voce "regionalismo"