Protesta di piazza Tienanmen

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La protesta di piazza Tienanmen[1] (nota in Cina come incidente di piazza Tienanmen, in lingua cinese: 天安门事故, pinyin: Tiānānmén shìgù) fu una serie di dimostrazioni guidate da studenti, intellettuali ed operai nella Repubblica Popolare Cinese tra il 15 aprile ed il 4 giugno 1989. Simbolo della rivolta è considerato il Rivoltoso Sconosciuto, uno studente che, da solo e completamente disarmato, si parò davanti ad una colonna di carri armati per fermarli: le fotografie che lo ritraggono sono popolari nel mondo intero e sono per molti un simbolo di lotta contro la tirannia.

La protesta si è verificata proprio nell'anno in cui si sono rovesciati i regimi comunisti in Europa, avvenimento conosciuto anche come Autunno delle Nazioni.

L'evoluzione della protesta si può ripartire attraverso cinque episodi: il lutto, la sfida, la tregua, il confronto, il massacro[2].

Indice

[modifica] Il lutto

Manifesto di protesta disegnato da un anonimo ed affisso vicino al viale intitolato a Chang'an. Nel disegno satirico, Deng Xiaoping è raffigurato come un anziano imperatore.

Il 15 aprile 1989, Hu Yaobang morì per un arresto cardiaco. La protesta ebbe inizio in modo relativamente pacato, nascendo dal cordoglio nei confronti del politico, popolare tra i riformisti, e dalla richiesta al Partito di prendere una posizione ufficiale nei suoi confronti. La protesta divenne via via più intensa dopo le notizie dei primi scontri tra manifestanti e polizia. Gli studenti si convinsero allora che i mass media cinesi stessero distorcendo la natura delle loro azioni, che erano solamente volte a supportare la figura di Hu.

Il 22 aprile, giorno dei funerali, gli studenti scesero in piazza Tienanmen, nella città di Pechino, chiedendo di incontrare il Primo ministro Li Peng. La leadership comunista ed i media ufficiali ignorarono la protesta e per questo gli studenti proclamarono uno sciopero generale all'Università di Pechino. All'interno del PCC Zhao Ziyang, Segretario generale del Partito, era favorevole ad un'opposizione moderata e non violenta nei confronti della manifestazione, riportando il dibattito suscitato dagli studenti in ambiti istituzionali. Favorevole alla linea dura era invece Li Peng, Primo ministro, che era convinto che i manifestanti fossero manipolati da potenze straniere.

Egli, in particolare, approfittò dell'assenza di Zhao, che doveva recarsi in visita ufficiale in Corea del Nord, per diffondere le sue convinzioni. Si incontrò con Deng Xiaoping, che, nonostante si fosse ritirato da tutte le cariche più importanti (ma rimaneva Presidente della potente Commissione militare), restava un personaggio estremamente influente nella politica cinese; con lui, si accertò di avere una comunanza di vedute.

[modifica] La sfida

Il 26 aprile fu pubblicato sul Quotidiano del Popolo un editoriale a firma di Deng Xiaoping che accusava gli studenti di complottare contro lo stato e fomentare agitazioni di piazza. Questa dichiarazione fece infuriare gli studenti e il 27 aprile circa 50.000 studenti scesero nelle strade di Pechino, ignorando il pericolo di repressioni da parte delle autorità e richiedendo che si ritrattassero queste pesanti dichiarazioni; inoltre, i manifestanti avevano paura di essere puniti nel caso in cui la situazione fosse tornata alla normalità. Zhao, tornato dalla Corea del Nord tentò ancora di raffreddare gli animi.

Il 4 maggio (data simbolica in quanto richiamava il Movimento del 4 maggio 1919) circa 100.000 persone marciarono nelle strade di Pechino, chiedendo più libertà nei media e un dialogo formale tra le autorità del partito e una rappresentanza eletta dagli studenti.

[modifica] La tregua

Replica in bronzo della Dea della Democrazia situata al Freedom Park della Contea di Arlington, Virginia

A questo punto si instaurò una tregua, ma senza che gli studenti riuscissero a convincere la leadership del Partito ad instaurare un dialogo realmente costruttivo. In un primo momento la protesta sembrò sul punto di rifluire.

In questo contesto si inserì la visita del Segretario del PCUS Michail Gorbaciov in Cina, prevista per la metà di maggio. Si trattava di un evento storico in quanto rappresentava la riconciliazione tra le due potenze dopo 19 anni di ostilità diplomatica. Il 13 maggio, 2.000 studenti decisero di insediarsi in piazza Tienanmen e le loro richieste si radicalizzarono ulteriormente: non solo chiedevano una legittimazione, ma accusavano di corruzione il Partito Comunista Cinese e il tentativo di ritornare al conservatorismo di Deng Xiaoping; si espressero apertamente affinché quello che stava avvenendo fuori dalla Cina, e in particolare in Unione Sovietica e nell'Europa dell'Est, potesse favorire anche in Cina l'attuazione di riforme democratiche; Gorbacev in tale situazione rappresentò un simbolo del rinnovamento e delle riforme.

Alcuni studenti iniziarono uno sciopero della fame. In migliaia si unirono a questa protesta, supportata dagli stessi residenti di Pechino. I manifestanti innalzarono al centro della piazza un'enorme statua, alta 10 metri, chiamata "Dea della Democrazia", in polistirolo e cartapesta; e tra i manifestanti erano presenti anche comunisti dissidenti che cantavano l'internazionale.

Va rimarcato che questi moti, come quasi tutti i moti rivoluzionari della storia, avevano motivazioni internamente contraddittorie ed estremamente "nazionali". Identificarli come una semplice richiesta di "democrazia all'occidentale" sarebbe una banalizzazione. Gli eventi di piazza Tienanmen del 1989 avvennero dopo un biennio di agitazione che aveva coinvolto tutto il paese, sia a sfavore di alcune riforme di modernizzazione economica, sia a favore di una maggiore trasparenza della pubblica amministrazione e di aumento della libertà di stampa, associazione, riunione. In questo contesto lo stesso partito comunista cinese era tutt'altro che monolitico, i sostenitori dell'appena scomparso Hu Yaobang erano favorevoli in linea di massima ad un piano di riforme in sintonia alla glasnost' e alla perestrojka sovietica, pezzi della gioventù comunista ufficiale, legati a questi ambienti, erano presenti nella piazza, mentre alcuni dirigenti riformisti del partito erano lodati dai manifestanti. Accanto alla "dea della democrazia" si videro anche ritratti di Mao e vi furono frequenti riferimenti al partito comunista "delle origini", così come a Sun Yat Sen. Questi sviluppi, inclusa la presenza di supporter di alcune figure interne al comitato centrale (come Zhao Ziyang) tra i manifestanti, o il quadro ideologico che faceva riferimento alle 4 modernizzazioni e alla richiesta di aggiungerne una 5 (la democrazia), facevano temere ai conservatori del PCC uno sviluppo simile a quelli ben presenti nella storia cinese, sebbene di segno opposto ("riformista" e non "radicale" per usare categorie occidentali)rispetto a quello operato da Mao a metà degli anni '60 con le sue guardie rosse.

Proprio il timore di che la rivolta studentesca degenerasse come in quei casi contribuì a rinforzare le posizioni dei conservatori, e a fargli guadagnare la maggioranza all'interno degli organi del PCC.

La protesta aveva assunto un carattere decisamente vasto e popolare; i dirigenti cinesi si trovarono di fronte ad un forte problema: veniva di fatto data una scadenza per risolvere la questione e si rischiava di creare dei martiri che avrebbero potuto destabilizzare ulteriormente il regime, senza contare la crescente simpatia di cui gli studenti erano oggetto tra la popolazione. I dirigenti del PCC però non riuscirono ancora a trovare una linea condivisa per rispondere alla protesta.

Durante la visita di Gorbacev, il 16 ed il 17 maggio, la mobilitazione continuò, portando in Piazza centinaia di migliaia di persone. La protesta si era ampliata anche fuori dalla città di Pechino, arrivando a coinvolgere oltre 300 città.

[modifica] Il confronto

Di fronte all'immobilismo attendista della maggior parte dei dirigenti del Partito, fu ancora Deng Xiaoping probabilmente ancora uomo forte del regime, a prendere l'iniziativa, decidendo insieme agli anziani del Partito per la repressione militare. Ci fu quindi la promulgazione della legge marziale. Questo fu un evento decisivo nel corso degli avvenimenti se si considera che la legge marziale, nella storia della Repubblica popolare cinese era stata proclamata una sola volta a Lhasa, capitale del Tibet, ed ora si trattava di dichiararla a Pechino, capitale dello stato.

La notte del 19 maggio venne quindi convocato il Comitato permanente dell'Ufficio politico, organo comprendente i massimi dirigenti del PCC, al quale spettava l'imposizione della legge marziale: alcune fonti riferiscono che Zhao Ziyang fu il solo su 5 a votare contro, altre dicono che, non essendo stata trovata una maggioranza (2 a favore, 2 contro ed 1 astenuto), Deng la impose unilateralmente. Resta comunque il fatto che all'esercito, il giorno dopo, fu ordinato di occupare la capitale.

Zhao Ziyang tentò quindi una mossa disperata: all'alba del 20 maggio si presentò in piazza Tienanmen e tentò di convincere gli studenti ad interrompere lo sciopero della fame e l'occupazione della piazza, promettendo che le loro ragioni sarebbero state ascoltate. Non fu ascoltato e l'episodio decretò anche la fine della sua carriera politica (pochi giorni dopo fu arrestato). Nemmeno la proclamazione pubblica della legge marziale convinse i manifestanti ad arrendersi.

All'inizio l'esercito incontrò una forte resistenza da parte della popolazione e si astenne dal reagire con la forza. La situazione restò quindi paralizzata per 12 giorni.

[modifica] Il massacro

Il Rivoltoso Sconosciuto di piazza Tienanmen
(foto di Jeff Widener, Associated Press).

Anche in questo caso fu Deng a prendere la decisione finale: in quanto presidente della Commissione militare centrale, fece pervenire alle truppe l'ordine di usare la forza. La notte del 3 giugno l'esercito iniziò quindi a muoversi dalla periferia verso Piazza Tienanmen. Di fronte alla resistenza che incontrarono, aprirono il fuoco ed arrivarono in piazza. Nonostante non sia possibile una ricostruzione accurata dei fatti, fu un massacro.

[modifica] Le vittime

Ancora oggi le stime dei morti variano. Il governo cinese parlò inizialmente di 200 civili e 100 soldati morti, ma poi abbassò il numero di militari uccisi ad "alcune dozzine". La CIA stimò invece 400–800 vittime. La Croce Rossa riferì 2600 morti e 30.000 feriti. Le testimonianze di stranieri affermarono invece che 3000 persone vennero uccise. La stessa cifra fu data da un sito inglese di Pechino. Le stime più alte parlarono di 7.000 – 12.000 morti. Organizzazioni non governative come Amnesty International hanno denunciato che, ai morti per l'intervento, vanno aggiunti i giustiziati per "ribellione", "incendio di veicoli militari", ferimento o uccisione di soldati e reati simili. Amnesty International ha stimato che il loro numero è superiore a 1000.

[modifica] Dopo la strage

Nei giorni seguenti si mise in atto una feroce caccia ai restanti contestatori, che furono imprigionati o esiliati. Il governo, inoltre, limitò l'accesso da parte dei media internazionali, dando la possibilità di coprire l'evento alla sola stampa cinese.

Il 9 giugno Deng si assunse la responsabilità dell'intervento e condannò il movimento studentesco come un tentativo controrivoluzionario di rovesciare la Repubblica popolare cinese. Per legittimare la repressione, la propaganda ufficiale sostenne che i manifestanti avevano attaccato l'esercito, il quale, a costo di pesanti sacrifici, era comunque riuscito a "salvare il socialismo".

A livello internazionale, la repressione di piazza Tienanmen provocò la ferma condanna da parte di numerosi Paesi occidentali, che portò anche all'imposizione di un embargo sulla vendita di armi alla Cina. Oggi il clima si è rappacificato e la Cina è stata riaccolta dagli altri paesi nella politica globale, ma gli eventi di piazza Tienanmen sono ancora un argomento sensibile per il governo comunista cinese, che non fornisce versioni ufficiali dell'accaduto ed esercita forme di censura riguardo agli avvenimenti in questione.

[modifica] Influenza culturale

Numerose canzoni sono ispirate a questi fatti, tra cui Uno come noi dei Nomadi, Davide e Golia del Gen Rosso, dedicate in particolare allo studente che fermò un'intera colonna di carri armati, Il vento dei Litfiba tratta dall'album Pirata del 1989, Città proibita dei Pooh, dall'album Uomini soli del 1990 e Tiananmen dei Kalashnikov. Si dice anche che Blood Red degli Slayer (dal disco Seasons in the Abyss del 1990) racconti le vicende di questa tragedia. Tieniamente di Claudio Baglioni è una canzone che fa parte dell'album Oltre del 1990. Il testo è unicamente composto dalle parole Tienanmen e Tieni a mente.

Roger Waters (ex leader dei Pink Floyd) nel brano Watching tv incluso nell'album Amused to Death del 1992 racconta la storia di una studentessa uccisa nella strage di piazza Tienanmen. Il video del pezzo, inoltre, mostra le immagini reali della protesta e della repressione.

Nell'album The Politics of Ecstasy, il secondo disco della band di Seattle Nevermore, è presente una canzone intitolata The Tiananmen Man. Nell'ultimo album dei System of a Down (Hypnotize) nella canzone Hypnotize c'è un chiaro riferimento ai giovani protestanti. Altra canzone basata su quest'avvenimento è, appunto, Tien an men dei CCCP Fedeli alla linea, contenuta nell'album Live in Punkow.

Un riferimento a questi fatti c'è anche nella prima versione della canzone Il vento dei Litfiba contenuta nell'album Pirata proprio del 1989. Nel video della canzone Chaos AD dei brasiliani Sepultura sono visibili alcune scene della protesta. Infine un riferimento agli eventi di piazza Tienanmen è presente nella brano "Democracy" di Leonard Cohen, dall'album "The Future". L'episodio del ragazzo davanti ai carrarmati appare anche nel cartone I Griffin, nel quale il ragazzo è con Peter Griffin.

In una puntata dei Simpsons in cui Homer e famiglia vanno in Cina, passano in piazza Tienanmen dove c'è un monumento con una targa con su scritto: "in questa piazza nel 1989 non accadde nulla". È un chiaro riferimento ironico al massacro e alla massiccia censura esercitata dal governo cinese per impedire la sua promulgazione dai media internazionali.

[modifica] Note

  1. ^ Cfr. le occorrenze del lemma "Tienanmen" sui libri di lingua italiana
  2. ^ Marie-Claire Bergère, La Repubblica popolare cinese (1949-1999), il Mulino, pag.311

[modifica] Bibliografia

  • Marie-Claire Bergère, La Repubblica popolare cinese (1949-1999) - il Mulino 2000 - ISBN 88-15-07411-2
  • Andrew J. Nathan, The Tiananmen Papers

[modifica] Voci correlate

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