Piazza San Babila
Coordinate: 45°28′0.01″N 9°11′51.19″E / 45.4666694°N 9.1975528°E
Piazza San Babila è una piazza del centro di Milano, il centralissimo Corso Vittorio Emanuele la collega a Piazza Duomo. San Babila è stata a lungo considerata come il punto d'incontro favorito della Milano bene.
Larga parte delle architetture che la delineano risalgono agli anni trenta, in epoca fascista. La piazza viene ancor oggi ricordata per essere stata la cosiddetta trincea nera del neofascismo milanese degli anni settanta.
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[modifica] Storia
A Milano, l'hanno sempre considerata il salotto buono. Da un lato, se si percorre la strada pedonale di corso Vittorio Emanuele II, si finisce direttamente in Piazza Duomo. Parallelamente c'è corso Matteotti che porta verso palazzo Marino, sede del Comune, e quindi alla Scala. Altra via parallela che parte da San Babila, è Montenapoleone, la strada dei negozi di lusso.
Oggi al centro della piazza ci sono delle piccole fontane, circondate da giardinetti. I suoi portici brulicano di turisti e milanesi tutti presi da incontri d'affari.
Ma negli anni settanta dire San Babila aveva un significato diverso.
[modifica] Origini
Piazza San Babila si trova oggi nel luogo ove fino agli anni trenta c'era solo uno slargo che si apriva alla fine dell'attuale corso Vittorio Emanuele e davanti all'antica basilica per restringersi all'inizio di corso Venezia. Un luogo, l'antico Carrobio di porta Orientale, che si trovava appena fuori le mura romane, dove nel Medioevo sostavano mercanti e mercanzie prima di entrare in città.
L'idea, ed il conseguente progetto, di aprire una grande piazza non fu immediata ma dettata dalla necessità di adoperare in senso architettonico quegli aggiustamenti al centro cittadino di una Milano, passata in pochi decenni da poco più di 200.000 a un milione di abitanti.
[modifica] I lavori
La storia della piazza inizia con l'avvio dei lavori per realizzare, ad inizio secolo, una strada che colleghi direttamente piazza della Scala e corso Venezia. Un cantiere che subisce due importanti interruzioni: il sopraggiungere della prima guerra mondiale e poi per le gravi difficoltà del turbolento dopoguerra.
Tuttavia nel 1926, venne ridato impulso all'iniziativa per favorire la ripresa delle attività sociali ed economiche della città. Il concorso per un nuovo Piano Regolatore venne bandito il 1º ottobre 1926. Contestualmente vennero riavviati i lavori della nuova strada abbattendo lo stabile che si trovava accanto alla nuova sede della Banca Commerciale in piazza della Scala. Nel corso dei due anni successivi, fra il 1927 ed il 1928, si procedette ad ulteriori demolizioni per aprire piazza Crispi (oggi piazza Meda) e corso Littorio (oggi corso Matteotti).
[modifica] Si inizia da piazza Crispi
L'opera edilizia coinvolge sempre più la zona tanto che nel 1928, terminate le demolizioni, si costruiscono i tre grandi palazzi che si affacciano su piazza Crispi (attuale piazza Meda): la nuova sede della Banca Popolare di Milano di Giovanni Greppi (1928-31); il Palazzo Bolchini di Pier Giulio Magistretti (piazza Meda 3-5, 1928-30); il Palazzo Crespi del Portaluppi all'imbocco del nuovo corso Littorio (1928-30)[1].
Nello stesso anno il Portaluppi costruisce il palazzo accanto alla casa degli Omenoni, il primo edificio moderno della zona. Mentre si procede all'edificazione di piazza Crispi, nell'ambito dei progettisti del nuovo Piano Regolatore si discute animatamente su come dovrà essere lo sbocco di corso Littorio verso San Babila. Si profila sempre più la necessità di creare una nuova piazza demolendo la parte dell'isolato tra via Monte Napoleone e via Bagutta che bloccava la nuova arteria. Il 7 maggio 1931 è approvato lo stralcio del Piano Regolatore che prevede la nuova piazza e possono iniziare le demolizioni che interessano anche le case all'angolo tra via Bagutta e corso Venezia dove sorgerà il palazzo attualmente sede dell'UPIM.
Il corso Littorio si fregia del nuovo grande edificio a portici di Emilio Lancia sul lato verso via Monte Napoleone (1933-36), che doveva concludersi con la Torre Snia Viscosa (1935-37)[2].
Il lato nord della piazza con il palazzo dell'UPIM e la vicina autorimessa di via Bagutta, entrambi di G. De Min, viene completato nel 1937.
[modifica] La nuova piazza
I lavori sul lato ovest della piazza iniziano nel 1935 [3]. Dopo la cessione della Galleria De Cristoforis e della case adiacenti alla Società di Assicurazioni del Toro, tutta l'area della vecchia Galleria viene demolita e viene costruito un nuovo grande edificio per uffici, negozi e abitazioni, comprendente la Galleria Ciarpaglini (detta comunemente del Toro) e il Teatro Nuovo.[4]. Vengono inoltre edificati, tra il 1936 e il 1938, anche gli altri grandi edifici di corso Littorio che proseguono lungo lo stesso marciapiede, dagli architetti Bietti e Pozzi.
Resta ormai da armonizzare alla piazza anche sul lato est di fianco alla basilica. Lungo questo lato erano state costruite nel 1859 le cosiddette Case veneziane, una in stile gotico ed una in stile rinascimentale, per sottolineare il rammarico della mancata unione di questa città al resto d'Italia [1].
Nel dicembre 1938, si procedette alle demolizioni a partire dalle case veneziane. Già da qualche anno intanto si pensava ad una soluzione per il nuovo palazzo che avrebbe dominato la piazza. Luciano Baldessari aveva schizzato un edificio vagamente futurista con una torre centrale che avrebbe sicuramente “dinamizzato” lo spazio antistante, ma venne scartato. Alla fine tutto il lavoro fu affidato ad un gruppo di architetti e ingegneri guidato da Gio Ponti che iniziò a lavorare nel 1939. Interrotto dalla guerra, il complesso di edifici che comprende la galleria San Babila e la piazza Umberto Giordano fu terminato nel 1948.
[modifica] Il dopoguerra
I bombardamenti del 1943 danneggiarono gravemente l'area, in modo particolare il lato destro del corso Vittorio Emanuele, specialmente dov'era l'antica via Pasquirolo. Tra il 1954 e il 1957 Luigi Mattioni mette l'ultimo tassello di piazza San Babila costruendo l'edificio tra il corso Vittorio Emanuele e corso Europa che comprende la Galleria Passarella.
[modifica] Gli anni sessanta: il Sanbabilino
L'amore fra la destra e San Babila scoppia alla fine degli anni sessanta. Secondo Tommaso Staiti di Cuddia, ex parlamentare missino, poi transitato, in polemica con la svolta di Fiuggi, alla Fiamma Tricolore, piazza San Babila era una sorta di sede aggiuntiva dei locali della Giovane Italia e del Raggruppamento giovanile di corso Monforte 13.
«San Babila - spiega Staiti di Cuddia - la scoprimmo io e Franco Petronio quasi per caso passeggiando a Milano intorno al 1967. C'erano le avvisaglie della contestazione ed una sera vedemmo stazionare dei ragazzi, che in maniera estetica, esprimevano una gioventù diversa da quella dei capelloni e degli hippies. Nel frattempo Nencioni aveva trovato una sede per la Giovane Italia ed il Raggruppamento giovanile in via Monforte, a due passi da San Babila. La sede non era molto grande ma il pomeriggio e la sera erano alcune centinaia di ragazzi che gravitano fra la sede e San Babila»[5].
Una sede che avrà vita breve ma intensa: nel 1970 chiude. Il magma giovanile che fa oramai la spola fra sede e San Babila è scarsamente controllabile, sia dal punto di vista politico, sia quello della violenza, che a Milano sta dilagando.
E proprio negli anni settanta nasce un neologismo dispregiativo: sanbabilino. Viene inventato da alcuni cronisti milanesi per definire i fascisti che stazionano in piazza San Babila.
Il Fronte apre una sede, qualche mese dopo, in una zona più periferica, in via Burlamacchi. Sono tuttavia molti gli ex "monfortini", come Nico Azzi, che non approvano il trasloco e decidono di restare a San Babila. Insieme a diversi gruppi extraparlamentari che a Milano non hanno la forza di avere una sede propria: Avanguardia Nazionale, guidata da Mario Di Giovanni, e Lotta di Popolo, capeggiata da Serafino di Luia, che fa la spola con Roma.
[modifica] Gli anni settanta: il movimentismo nero
In questo coacervo di persone, realtà e tendenze, cresce una nuova generazione di militanti di estrema destra, che, pur mantenendo un minimo legame con l'MSI, decide di seguire la strada della piazza e del movimentismo nero. Dalle sedi di partito ci si sposta nei bar. Quello più noto è il Motta (oggi divenuto un negozio della marca Diesel), sotto i portici all'angolo con corso Vittorio Emanuele. Qui sono accampati i ragazzi apolitici di cui parla Staiti, fino all'arrivo dei militanti orfani di Monforte. Ma vengono frequentati anche il Borgogna (oggi Victory) di via Borgogna, mentre alcuni preferiscono il Pedrinis dalla parte di corso Matteotti e poi infine I Quattro Mori che oggi non esiste più.
A San Babila comincia a farsi vedere sempre più spesso un militante vicino alle posizioni di Pino Rauti: Giancarlo Rognoni, gravitante in Ordine Nuovo e fondatore della rivista La Fenice.
[modifica] I leader di San Babila
A San Babila contano sempre più solo i fatti. Accanto a personaggi politici come Di Giovanni e Ferri, o giovani militanti alla Zani, o alla Guaglianone, emergono altri modelli della piazza.
Scorrendo i nomi dei leader di piazza San Babila emergono quell di Maurizio Murelli, i militanti più famosi e carismatici dell'estrema destra milanese. Lo zoccolo duro della piazza è composto da Nico Azzi, Cesare Ferri, Fernando Molina, Lino Guaglianone, Mario Di Giovanni, Gianni Nardi, Giancarlo Esposti, Attilio Carelli, Mauro Marzorati, Dario Panzironi, Luciano Bruno Benardelli, Davide Petrini, Ferdinando Alberti, Riccardo Manfredi, Gianni Ferorelli, Antonio Maino, Romeo Sommacampagna, Vittorio Loi, Alessandro D'Intino, Angelo Angeli e Rodolfo Crovace, detto Mammarosa.
[modifica] Il giovedì nero
| Per approfondire, vedi la voce Giovedì nero di Milano. |
[modifica] Edifici sulla piazza
La piazza a pianta rettangolare, presenta sul lato lungo il palazzo della Banca Popolare di Milano (realizzato da Giovanni Greppi nel 1931) mentre sul fronte opposto si dispone un lungo edificio porticato (di Emilio Lancia, 1931) concluso dalla Torre della Snia Viscosa, che rappresenta il primo grattacielo della città (realizzato da Alessandro Rimini, 1937). Analoga è l'impostazione di piazza San Babila, sul fronte interno della quale spicca l'imponente palazzo del Toro (di Emilio Lancia e Raffele Merendi, 1939), concepito come complesso polifunzionale[6], comprendente tra l'altro il Teatro Nuovo.
[modifica] Trasporti
San Babila è una stazione della Linea 1 della metropolitana di Milano. La fermata fu inaugurata nel 1964. Da questa stazione metropolitana partono i collegamenti automobilistici urbani dell'ATM: Linea 60 per Stazione Centrale di Milano, Linea 73 per Aeroporto di Milano Linate
[modifica] Cinema
Nel 1976 il regista Carlo Lizzani, impegnato politicamente a sinistra, dedicherà ai sanbabilini un film dal titolo San Babila ore 20: un delitto inutile, basato su un episodio realmente accaduto[7].
[modifica] Note
- ^ Montaldi Valeria, Piazza S. Babila, Milano, L'agrifoglio 1990
- ^ La Torre Snia Viscosa, progettata da Alessandro Rimini, in deroga al Piano Regolatore poteva raggiungere i 14 piani proponendosi come il primo grattacielo di Milano, un segnale dell'importanza che il nuovo centro stava raggiungendo
- ^ I grandi problemi urbanistici. San Babila…o Santa Babele?, Il Regime Fascista, 301, 17 dicembre 1935, XXII, p. 5
- ^ Il Palazzo del Toro (1935-39), progettato da Emilio Lancia e Raffaele Merendi, che prende alcune idee da un precedente progetto dell'Andreani ed è decorato verso corso Littorio dalle sculture di Gigi Supino
- ^ Nicola Rao, La fiamma e la celtica, Milano, Sperling & Kupfer, 2006. Pg.174
- ^ Un monumentale palazzo per uffici nella nuova piazza San Babila a Milano, Edilizia Moderna, 30, gennaio-giugno 1939, pp. 32-35
- ^ Si tratta dell'uccisione il 25 maggio 1975 da parte di una squadra di fascisti di San Babila, di uno studente di sinistra, Alberto Brasili, che insieme alla sua fidanzata, ha la malaugurata idea di strappare un manifesto missino vicino alla piazza nera. Una banda se ne accorge, li segue ed in un posto isolato li aggredisce a colpi di coltello. Il leader della banda è il sanbabilino Antonio Bega
[modifica] Bibliografia
- AA. VV., Milano contemporanea, Milano, Designers Riuniti 1986, pp. 185-188
- Giorgio Ciucci, Gli architetti e il fascismo, Torino, Einaudi 1989
- Reggiori Ferdinando, Milano 1800-1943, Milano, Milione 1947, pp. 153-175
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