Partito Liberale Italiano
Il Partito Liberale Italiano (PLI) fu un partito politico italiano basato sul liberalismo, sul liberismo e sulla laicità dello Stato, che si ispirava e intendeva essere la continuazione della tradizione liberale moderata del Risorgimento ed erede dell'Unione Liberale, che aveva avuto in Camillo Benso di Cavour il massimo rappresentante.
Fondato a Bologna l'8 ottobre 1922 da Giovanni Giolitti, sui resti della coalizione giolittiana e in funzione anti-socialista, fu temporaneamente sciolto dal fascismo nel 1925 e ricostituito nel 1943, per iniziativa di Benedetto Croce e Luigi Einaudi[1]. Si è dissolto definitivamente nel 1994, dando vita a numerose formazioni e alla diaspora liberale nel panorama politico italiano.
Indice |
[modifica] Il movimento liberale dopo l'Unità d'Italia
| Per approfondire, vedi le voci Cavour, Destra storica e Sinistra storica. |
Le forze politiche liberali furono le protagoniste del processo che si compì nel 1861 e che condusse all'Unità d'Italia in alleanza con la Monarchia di Casa Savoia. La natura estremamente elitaria del nuovo Stato italiano fece sì che l'intero Parlamento divenisse praticamente espressione di tale ideologia politica, seppur suddivisa fra una fazione rigidamente conservatrice, e un'altra più progressista e innovatrice. Quest'assoluto predominio, unito ai fenomeni di trasformismo che ben presto caratterizzarono la politica nazionale, impedirono la costituzione di un partito vero e proprio. I liberali diedero vita a molti governi, tra i quali quello di Cavour, di Giuseppe Zanardelli e di Giovanni Giolitti.
La breccia di Porta Pia nel 1870, e il conseguente insorgere della Questione romana, scavarono un solco profondissimo fra i liberali più intransigenti e cavouriani, i quali tenevano molto al concetto di "Libera Chiesa in libero Stato", e il mondo cattolico, spingendo quest'ultimo all'opposizione del regime sabaudo e dell'ordine politico vigente.
Giovanni Giolitti, erede della tradizione liberale e monarchica, promosse per primo un accordo con i cattolici tradizionalisti (Patto Gentiloni), in seguito all'approvazione, nel 1912, della riforma elettorale che introduceva il suffragio universale, anche se solo maschile. Giolitti aveva promesso ai socialisti di Leonida Bissolati e Filippo Turati la riforma elettorale in cambio del loro appoggio alla guerra italo-turca. Fino ad allora nel Regno d'Italia il suffragio era stato ristretto a una base elettorale esigua.
Dopo la riforma, il suffragio elettorale allargato, che concedeva il diritto di voto a tutti i cittadini maschi che avessero compiuto i 21 anni, indipendentemente dal censo, portò il liberalismo istituzionale giolittiano ad occupare lo spazio tra il centro dello schieramento politico italiano e le posizioni conservatrici di destra
Su tali basi la lista giolittiana, che comprendeva anche candidati cattolici, ottenne nelle Elezioni politiche italiane del 1913, le prime a suffragio universale maschile, una schiacciante vittoria elettorale ai danni dei socialisti, dei repubblicani e dei radicali con il 51 % dei voti espressi e, su 508 seggi, 260 eletti.
[modifica] La fase costituente del PLI
L'introduzione del sistema proporzionale nel 1919 e il conseguente trionfo dei partiti di massa socialista e popolare costrinse anche i liberali a cominciare a porsi il problema di più stabili forme organizzative.
Il Partito Liberale si costituì in vero e proprio partito nel 1922, non più come comitato elettorale, ma in maniera più strutturata. Il Partito Liberale così riorganizzato tuttavia continuò ad essere più un punto di riferimento aperto che un partito monolitico in grado di proporsi al paese come la sola espressione della rappresentanza politica liberale. Di fronte all'ascesa del fascismo, i liberali avanzarono sì critiche a difesa delle garanzie statutarie, ma in molti casi collaborarono all'instaurazione del nuovo regime autoritario, sia a livello centrale dove molti esponenti entrarono nel Governo Mussolini all'indomani della Marcia su Roma, sia a livello locale dove in molti casi fornirono al PNF il materiale umano per abbattere le esperienze amministrative socialiste e popolari.
In vista delle elezioni del 1924 la maggioranza dei liberali accettò di entrare nel Listone Mussolini, seppur con rilevanti e autorevoli eccezioni, prima fra tutte quella di Giovanni Giolitti. L'avvento della dittatura comportò lo scioglimento di tutti i partiti all'infuori del PNF, ma un certo numero di liberali trovò un modus vivendi con il regime.
D'altra parte, il più importante tra gli intellettuali liberali, il filosofo e storico Benedetto Croce, che nel 1922 aveva giustificato il fascismo, come esigenza temporanea per ridare ordine, divenne un convinto antifascista dal 1924: per tutto il ventennio, in Italia e all'estero, egli diede vita all'opposizione morale e intellettuale alla dittatura, in nome della "religione della libertà" e del richiamo al Risorgimento nazionale: un'opposizione che, per il grande prestigio internazionale del filosofo, il fascismo fu costretto a tollerare, almeno fino a un certo segno, lasciandogli continuare liberamente i suoi studi, ma senza fare propaganda politica attiva dopo il 1925.[2] Fu in quell'anno che Croce redasse il Manifesto degli intellettuali antifascisti.
[modifica] Ricostituzione del PLI
Dopo il 25 luglio 1943 alcuni esponenti politici liberali ripresero a partecipare all'attività politica in nome del Partito Liberale, sulla base del proprio prestigio personale prima ancora che il partito fosse formalmente ricostituito. Sorse così il desiderio e l'esigenza di rifondare il Partito Liberale sciolto dal fascismo.
Alcuni, come ad esempio Leone Cattani, Nicolò Carandini, e Mario Pannunzio, iniziarono, dopo l'8 settembre 1943 a pubblicare in clandestinità un periodico, Risorgimento Liberale. Dopo la liberazione della capitale, Risorgimento Liberale diventò l'organo ufficiale dell'embrione di partito che andava ricostituendosi. Per distinguerlo dal partito precursore sciolto nel 1926 e per analogia con gli altri partiti a base ideologica, venne coniato il termine Partito Liberale Italiano. Rimase però sempre forte il senso di continuità storica con il partito precursore e la fase costituente del PLI fu vista e vissuta essenzialmente come la riorganizzazione del Partito Liberale.
L'attività politica in questa fase iniziò a prendere forme sempre più consistenti con l'adesione al progetto della ricostituzione liberale da parte di alcuni esponenti storici del liberalismo italiano come Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Alessandro Casati e Marcello Soleri, oltre che di esponenti più giovani come Manlio Brosio.
Grazie soprattutto a Leone Cattani, Alessandro Casati e Marcello Soleri, il Partito Liberale partecipò alla formazione e all'attività del CLN. Al sud nel 1944 Benedetto Croce, criticato però da Nicolò Carandini, e Mario Pannunzio, fu ministro senza portafoglio nel secondo governo Badoglio in rappresentanza dei liberali. Il Partito Liberale Italiano avviò la sua fase di ricostituzione politica grazie al prestigio di Benedetto Croce e di Vittorio Emanuele Orlando partecipando, in maniera numericamente ridotta, ma efficace per le iniziative di combattimento sostenute, sia alla Resistenza partigiana che ai governi di unità nazionale guidati da Ivanoe Bonomi e Ferruccio Parri. Sempre a nome del ricostituito Partito Liberale fecero parte del Governo Bonomi II Benedetto Croce, Nicolò Carandini, e Alessandro Casati.
Al nord Edgardo Sogno, medaglia d'oro della resistenza e capo dell'Organizzazione Franchi, partecipò al CLNAI in rappresentanza del Partito Liberale. Durante la Resistenza i liberali parteciparono attivamente alle azioni militari partigiane ed ebbero molti caduti tra le loro file. Molti di essi militarono nelle Formazioni Autonome, i cosiddetti Badogliani.
Nell'atto costitutivo approvato nel Congresso che si svolse a Roma dal 9 aprile al 3 maggio 1946 si faceva esplicito riferimento al Partito Liberale dell'epoca giolittiana e se ne dichiarava continuatore della linea politica. Il Partito Liberale Italiano (PLI) si qualificò perciò sin dalla sua costituzione come partito di destra, conservatore, liberal-nazionalista e monarchico, fortemente anticomunista e anti-socialista, pur mantenendo a pieno titolo e senza equivoci la qualifica di partito antifascista.
Nel referendum istituzionale per la scelta tra repubblica e monarchia, il PLI si schierò per la monarchia.[3] La stragrande maggioranza dei liberali votò a favore della Monarchia, anche se Croce, successivamente, invitò il PLI a integrarsi e servire fedelmente la Repubblica. Due liberali, infatti, furono eletti Presidente della Repubblica: prima Enrico De Nicola (1946-1948) e poi Luigi Einaudi (1948-1955).
Il PLI non svolse mai una funzione di grande rilevanza nel panorama politico italiano, non raggiungendo mai un ragguardevole consenso di voti, ma ebbe sempre grande prestigio intellettuale, svolgendo il ruolo di pungolo liberale verso tutti i partiti democratici, specialmente sui temi dell'economia. Faceva parte della cultura della sinistra liberale, quella di tendenza più internazionalista e anticlericale, il settimanale, Il Mondo, diretto da Mario Pannunzio (1910-1968), che a partire dal 1949 rappresentò un punto di riferimento per il laicismo e libertarismo italiani. Questa corrente di pensiero andò gradatamente distinguendosi dal liberalismo originale per confluire poi nel mondo espresso dal pensiero e dal Partito Radicale.
[modifica] L'attività politica del PLI durante la Repubblica
Il partito partecipò alla formazione di molti governi della Repubblica Italiana, soprattutto in alleanza con la Democrazia Cristiana nell'epoca del centrismo. Con l'avvio da parte della DC dei governi di centrosinistra il PLI, grazie al segretario Giovanni Malagodi, diede vita a una forte opposizione alle politiche volute dal Partito Socialista Italiano di Pietro Nenni. Alle elezioni politiche del 1963 il partito raggiunse il 7% dei consensi, miglior risultato elettorale della sua storia. In particolare il PLI si oppose alle nazionalizzazioni, soprattutto di quella dell'industrie elettriche e all'istituzione delle regioni, viste come inutili forme di dissipazione del denaro pubblico. Il cavallo di battaglia era la lotta agli sprechi della pubblica amministrazione e all'eccessiva tassazione. In generale, il PLI di Malagodi si presentò come il difensore della proprietà privata, della libera impresa e del risparmio individuale. Avversò quindi anche ogni forma di dirigismo economico e la partecipazione delle imprese dello Stato (le imprese statali) ad attività imprenditoriali di mercato. Grazie a queste posizioni il PLI arrivò a più che triplicare i propri consensi elettorali soprattutto al nord.
Il successo elettorale venne man mano diminuendo nel corso degli anni settanta a causa del forte ostracismo dei partiti del centrosinistra e della marcata radicalizzazione a sinistra della politica italiana in quegli anni.
Alle elezioni politiche del 1976 il PLI ebbe un forte calo e la guida del partito passò alla corrente di sinistra favorevole alla collaborazione con i socialisti e in generale al dialogo con le formazioni di sinistra. Valerio Zanone fu il nuovo segretario del PLI a partire dal 1977 e, in contrasto con la linea politica fino ad allora espressa dal impressa dal Partito Liberale Italiano iniziò gradatamente a riorientarlo verso posizioni diverse dalla sua storia precedente e non più di destra liberale.
A partire dal 1981 fu protagonista dell'esperienza politica del cosiddetto Pentapartito. Nel maggio 1986 nuovo segretario del PLI fu nominato Renato Altissimo che continuò e ampliò lo spostamento a sinistra del partito, tanto che in Puglia il segretario regionale Valentino Stola propose alleanze con il Partito Comunista Italiano. Il 15 marzo 1993 Renato Altissimo ricevette degli avvisi di garanzia. Il 4 dicembre 1993 ammise di aver ricevuto denaro in maniera illecita, 200 milioni di lire in contanti. Imputato nel processo per la maxi tangente Enimont, è stato definitivamente condannato a 8 mesi nel giugno 1998.
Travolto in tal modo dalle inchieste di Mani Pulite sui finanziamenti illeciti ai partiti, il PLI si sciolse nel 1994, così come molti partiti della Prima Repubblica.
[modifica] L'ostilità al centrosinistra e la scissione radicale
Sotto la segreteria di Giovanni Malagodi il partito si orientò su posizioni più coerentemente liberiste, più vicine agli insegnamenti di Einaudi che di Croce, con una durissima e storica opposizione alla nazionalizzazione dell'energia elettrica e in generale alla formula del Centrosinistra che condusse il Partito a un periodo felice che vide salire notevolmente i consensi. Malagodi fu anche un laico intransigente, sulla scia della tradizione di Cavour, anche se non anticlericale. In questo contesto, ci furono nuovamente alcuni contrasti con il mondo cattolico quando il liberale Antonio Baslini, insieme al socialista Loris Fortuna, propose la legge sul divorzio, poi approvata. Il Partito liberale fu uno dei più strenui oppositori della riforma urbanistica ideata dal Ministro Fiorentino Sullo e che cercava di limitare gli effetti negativi della speculazione edilizia. Questa nuova strategia politica non fu apprezzata da alcuni giovani liberali (fra cui Eugenio Scalfari e Marco Pannella, appoggiati soprattutto dalla redazione del Mondo di Mario Pannunzio). Essi si staccarono dal PLI e fondarono il Partito Radicale nel 1955, su posizioni anticlericali e ispirate all'estrema sinistra storica e al Partito Radicale Italiano, unendosi a ex azionisti.
Rimasto all'opposizione per tutti gli anni sessanta, il PLI subì poi una crisi elettorale che lo portò a diventare un partito marginale nello scacchiere politico italiano. Nel 1972 Malagodi si dimise dall'incarico di segretario, e dopo il crollo del 1976 (quando il PLI ottenne solo l'1,6% dei voti alle elezioni politiche) fu scelto come segretario Valerio Zanone.
[modifica] L'adesione al pentapartito
Negli anni ottanta il PLI si spostò più a "sinistra" e fu parte del pentapartito, un'eterogenea coalizione di partiti che metteva insieme la Democrazia Cristiana (all'epoca dominata dalle correnti dorotee e da quella di Carlo Donat Cattin, di sinistra ma ostile al PCI), il Partito Socialista Italiano, il PSDI e il PRI, resasi necessaria in seguito alla crisi del vecchio centro-sinistra e alla maggioranza del Preambolo affermatasi nella DC nel congresso del 1980, favorevole a un'apertura a sinistra che escludesse i comunisti. La regione coi migliori risultati per il PLI fu il Piemonte, e in particolare la provincia di Cuneo, storico feudo elettorale di Giovanni Giolitti, Luigi Einaudi e, nell'ultimo terzo del XX secolo, Raffaele Costa.
Neanche sotto la segreteria di Zanone il PLI aumentò i suoi consensi, e nel 1985, dopo un ennesimo insuccesso elettorale, il vertice nazionale cambiò ancora: si successero alla segreteria Alfredo Biondi, Renato Altissimo (che portò il partito al 2,8% dei voti durante le elezioni politiche del 1992) e Raffaele Costa. Inoltre il PLI non gradiva le posizioni filo-arabe in politica estera di gran parte di DC e PSI, preferendo quelle del PRI di Giovanni Spadolini, atlantiste, filo-israeliane e filo-statunitensi.
[modifica] Lo scioglimento dopo Tangentopoli
Partendo da dati elettorali e di militanza così esigui, era inimmaginabile che il PLI avrebbe resistito al ciclone Tangentopoli. Renato Altissimo fu costretto a dimettersi e al suo posto divenne segretario Raffaele Costa. La situazione era ormai difficile e un congresso furente sancì lo scioglimento del partito il 6 febbraio 1994.
In realtà si trattava di riconoscere la fine di un partito ormai ridotto al minimo. Già nel corso del 1993 alcuni esponenti liberali avevano tentato, pur mantenendo l'appartenenza al partito, di ricostituire una presenza liberale sotto nuovi simboli e nuove formule.
Nel giugno 1993, il presidente dimissionario Valerio Zanone aveva dato vita all'Unione Liberaldemocratica, un movimento di ispirazione liberal-democratica, di stampo non conservatore. Analogamente il segretario in carica Raffaele Costa, sempre nel giugno 1993, aveva fondato l'Unione di Centro inteso a raggruppare attorno a sé l'elettorato moderato di centrodestra, alternativo alla sinistra. Alcuni esponenti del PLI inoltre, come Paolo Battistuzzi e Gianfranco Passalacqua, aderirono sempre nel corso del 1993 al progetto di Alleanza Democratica, con una collocazione più decisamente di centrosinistra.
Il giorno dopo lo scioglimento, alcuni esponenti dell'ex-PLI scelsero di dare vita a un coordinamento dei liberali ormai sparsi in diversi movimenti nella prospettiva di riunificare in futuro le diverse esperienze dei liberali: Raffaello Morelli (su posizioni più progressiste) con l'appoggio di Alfredo Biondi (su posizioni più moderate-conservatrici) fondò così la Federazione dei Liberali Italiani.
In occasione delle elezioni politiche del 1994 la Federazione dei Liberali Italiani non si presentò unitariamente ma si limitò a stendere un documento di indirizzi politico-programmatici cui si invitavano ad aderire i diversi esponenti liberali candidati nei vari schieramenti. Sostanzialmente i liberali si dispersero in sette direzioni.
- Il gruppo più rilevante del partito viene traghettata dall'ultimo segretario Raffaele Costa e da Alfredo Biondi nell'Unione di Centro (UdC), fondata l'anno prima – e da molti giudicata causa della presentazione da parte di Costa della mozione di scioglimento – verso il centrodestra, divenendo parte del Polo delle Libertà una forza del primo governo Berlusconi.
- In maniera analoga (per quanto cocnerne lo schieramento) con la discesa in campo di Silvio Berlusconi, molti ex esponenti del PLI (come il prof. Antonio Martino, il prof. Carlo Scognamiglio, i consiglieri Gianfranco Ciaurro e Pietro Di Muccio) migrarono direttamente verso Forza Italia, che realizzava l'antica ambizione sonniniana[4] del "partito liberale di massa", anche se gran parte delle riforme liberali promesse non furono mai realizzate, per la presenza di una maggioranza di derivazione democristiana e spesso anti-liberista.
- Pur aderendo allo stesso schieramento di centrodestra altri liberali migrarono verso Alleanza Nazionale come Gabriele Pagliuzzi, Giuseppe Basini e Luciano Magnalbò.
- Altri liberali come Valerio Zanone con la sua Unione Liberaldemocratica aderirono invece alla coalizione centrista del Patto per l'Italia e al progetto di Mario Segni. Alla Camera viene eletto Pietro Milio.
- Altri ancora scelsero di candidarsi autonomamente sotto le bandiere dei radicali (Lista Pannella e Riformatori).
- Una minoranza aderì al progetto di Alleanza Democratica (Paolo Battistuzzi e Gianfranco Passalacqua).
- Il vicepresidente del gruppo alla Camera Andrea Marcucci si presentò da solo in un collegio per la Camera della Toscana raccogliendo un significativo 15% sotto il simbolo di una lista denominata "Insieme per lo sviluppo" (successivamente si avvicinerà al centrosinistra e all'Ulivo).
Pochi mesi dopo alle elezioni europee del 1994 la Federazione dei Liberali Italiani di Morelli spinse affinché fosse possibile, dato anche il sistema elettorale proporzionale, ripresentare una lista che unisse tutti i liberali al di là degli schieramenti e in nome dell'appartenenza al Partito Europeo dei Liberali, Democratici e Riformatori (ELDR). Tuttavia ciò non fu possibile: i liberali erano ormai dispersi per strade diverse e si rivelò impossibile una lista unitaria. La FdL si presentò comunque in 2 circoscrizioni ma non raccolse risultati significativi (0,16%).
Nel 1996, dopo le elezioni politiche, terminò la breve esperienza dell'UdC dell'ultimo segretario Costa, che confluì definitivamente in Forza Italia.
[modifica] La diaspora liberale
Dopo lo scioglimento del PLI, uomini politici liberali si possono trovare in vari partiti italiani.
- Nel 1997 è stato rifondato il Partito Liberale Italiano sotto la guida di Stefano De Luca (ex-Forza Italia), con vari esponenti ex-PLI come Enzo Palumbo, Giuseppe Basini, Renato Altissimo, Gian Nicola Amoretti (presidente dell'Unione Monarchica Italiana), Attilio Bastianini, Salvatore Grillo, Savino Melillo, Carla Martino, Carlo Scognamiglio e Alfredo Biondi. Il PLI è rappresentato in Parlamento da Enrico Musso (al Senato), Fabio Gava ed Angelo Santori (alla Camera). Anche Paolo Guzzanti per un periodo ne ha fatto parte. Dopo un'alleanza con il Nuovo Psi nella coalizione di centro-destra, il PLI ha rifiutato successive alleanze con i poli.
- Alcuni liberali fanno parte del Popolo delle Libertà, come l'ex governatore del Veneto Giancarlo Galan, l'associazione Liberalismo Popolare di Raffaele Costa, il movimento dei Riformatori Liberali (composto principalmente da ex radicali come Benedetto Della Vedova) e alcuni uomini iscritti ad Alleanza Nazionale come Enzo Savarese e Luciano Magnalbò. In particolare questi liberali si rifanno alle moderne ideologie del conservatorismo liberale, del liberalismo nazionale e del liberismo economico. Molti liberali del PDL sono dentro il Parlamento, come Antonio Martino o Benedetto Della Vedova. Molti sono successivamente passati a Futuro e Libertà per l'Italia, come lo stesso Della Vedova.
- Altri liberali fanno parte del Partito Democratico, come per esempio Federico Orlando, Giovanni Marongiu e Valerio Zanone. Questi liberali si rifanno soprattutto a correnti del liberalismo quali il liberalismo sociale e il liberalismo progressista.
- Alcuni liberali, a livello locale, sono entrati nel movimento politico della Lega Nord, come l'ex presidente della provincia di Vicenza Manuela Dal Lago.
- Alcuni liberali sono membri della Destra Liberale Italiana (più spostata a destra rispetto al Partito Liberale attuale), altri membri di partiti liberali regionali si sono riuniti in un Coordinamento dei Liberali Italiani.
[modifica] Risultati elettorali
| Risultati elettorali | ||||
|---|---|---|---|---|
| Elezione | Parlamento | Voti | % | Seggi |
| 1946 1948 (nel BN) 1953 1958 1963 1968 1972 1976 1979 1983 1987 1992 |
Costituente Camera Senato Camera Senato Camera Senato Camera Senato Camera Senato Camera Senato Camera Senato Camera Senato Camera Senato Camera Senato Camera Senato |
1.560.638 (nell'U.D.N.) 1.003.727 1.216.934 816.287 695.985 1.046.939 1.008.830 2.143.954 2.028.379 1.851.060 1.936.943 1.297.105 1.316.058 478.335 436.751 712.646 691.464 1.066.980 834.228 810.216 700.330 1.121.264 937.709 |
6,78 (nell'U.D.N.) 3,82 6,20 3,01 2,86 3,54 3,86 6,97 7,38 5,82 6,77 3,88 4,37 1,3 1,4 1,94 2,21 2,89 2,68 2,1 2,16 2,86 2,82 |
33 15 10 13 3 17 4 39 18 31 16 20 8 5 2 9 2 16 6 11 3 17 4 |
| Risultati elettorali | ||||
|---|---|---|---|---|
| Elezione | Parlamento | Voti | % | Seggi |
| 1979 1984 1989 |
Parl. Europeo Parl. Europeo Parl. Europeo |
1.270.152 2.136.075 (col PRI) 1.533.053 (con PRI e PR) |
3,63 6,09 (col PRI) 4,40 (con PRI e PR) |
3 2[5] 0[6] |
[modifica] Segretari
- Alberto Giovannini (ottobre 1922 - 1924)
- Quintino Piras (1924- novembre 1926)
- Giovanni Cassandro (aprile-giugno 1944)
- Manlio Brosio (giugno-dicembre 1944)
- Leone Cattani (dicembre 1944 - dicembre 1945)
- Triumvirato dei vicesegretari Giovanni Cassandro, Anton Dante Coda e Francesco Libonati (dicembre 1945 - dicembre 1947)
- Roberto Lucifero (dicembre 1947 - ottobre 1948)
- Bruno Villabruna (ottobre 1948 - febbraio 1954)
- Alessandro Leone di Tavagnasco (febbraio-aprile 1954)
- Giovanni Malagodi (aprile 1954 - luglio 1972)
- Agostino Bignardi (luglio 1972 - febbraio 1976)
- Valerio Zanone (febbraio 1976 - luglio 1985)
- Alfredo Biondi (luglio 1985 - maggio 1986)
- Renato Altissimo (maggio 1986 - maggio 1993)
- Raffaele Costa (maggio 1993 - febbraio 1994).
[modifica] Congressi
Partito Liberale
- Patto costituente - 1912
- I Congresso - Bologna, 8-10 ottobre 1922
- II Congresso - Livorno, 4-7 ottobre 1924
- Scioglimento: 1926-1943
Partito Liberale Italiano (1943-1994) (riprende la numerazione dei Congressi del Partito Liberale dall'ultimo del 1924)
- III Congresso - Roma, 29 aprile - 3 maggio 1946
- IV Congresso - Roma, 30 novembre - 3 dicembre 1947
- V Congresso - Roma, 9-11 luglio 1949
- VI Congresso - Firenze, 23-26 gennaio 1953
- VII Congresso - Roma, 13 dicembre 1955
- VIII Congresso - Roma, 29 novembre - 1º dicembre 1958
- IX Congresso - Roma, 5-8 aprile 1962
- X Congresso - Roma, 4-8 febbraio 1966
- XI Congresso - Roma, 7-12 gennaio 1969
- XII Congresso - Firenze, 9-15 gennaio 1971
- XIII Congresso - Roma, 7-11 febbraio 1973
- XIV Congresso - Roma, 18-23 aprile 1974
- XV Congresso - Napoli, 7-11 aprile 1976
- XVI Congresso - Roma, 24-28 gennaio 1979
- XVII Congresso - Firenze, 18-22 novembre 1981
- XVIII Congresso - Torino, 29 marzo - 1º aprile 1984
- XIX Congresso - Genova, 22-25 maggio 1986
- XX Congresso - Roma, dicembre 1988
- XXI Congresso - Roma, 9-12 maggio 1991
- XXII Congresso - Roma, 5-6 febbraio 1994 - Liberali sempre, per una federazione di liberali italiani
[modifica] Note
- ^ Partito Liberale Italiano «nato nel 1924, sciolto durante il fascismo e ricostituito nel 1943.» In Enciclopedia Treccani alla voce "Partito Liberale Italiano"
- ^ La Storia siamo noi - Benedetto Croce
- ^ Partito Liberale Italiano - La storia - RaiNet - News
- ^ Il 16 settembre 1901, nell’editoriale Questioni urgenti scritto per il suo quotidiano, Il Giornale d'Italia, Sonnino propone il partito liberale di massa: cfr. ((http://www.cielilimpidi.com/?p=382)).
- ^ Tra i 5 eletti della lista, mentre gli altri tre erano in quota repubblicana.
- ^ Tra i 4 eletti della lista, nessuno era liberale, mentre tre erano in quota repubblicana e uno in quota radicale.
[modifica] Collegamenti esterni
- Articolo sulla storia del PLI
- La Fondazione Einaudi di Roma, che conserva parte dell'archivio storico dei segretari del PLI
- Liberalismo e PLI sul sito di Alleanza Cattolica