Paradiso - Canto diciottesimo

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I beati, illustrazione di Gustave Doré
Illustrazione di Gustave Doré

Il canto diciottesimo del Paradiso di Dante Alighieri si svolge nel cielo di Marte e nel cielo di Giove, ove risiedono rispettivamente gli spiriti combattenti e gli spiriti giusti; siamo alla sera del 13 aprile 1300 o, secondo altri commentatori, del 30 marzo 1300[senza fonte].

Indice

[modifica] Incipit

« Canto XVIII, nel quale si monta ne la stella di Giove, e narrasi come li luminari spirituali figuravano mirabilmente. »
(Anonimo commentatore dantesco del XIV secolo)

[modifica] Temi e contenuti

  • Il conforto di Beatrice - versi 1-21
  • Le anime dei combattenti per la fede - vv. 22-51
  • Il cielo di Giove - vv. 52-69
  • L'Aquila - vv. 70-114
  • Preghiera e invettiva - vv. 115-136

[modifica] Sintesi

Dante rimedita dentro di sé le parole di Cacciaguida, finché Beatrice lo conforta ricordandogli che essa è sempre presso Dio, il quale può alleviare il peso delle ingiustizie patite. Dante si rivolge allora a lei e resta abbagliato dal suo sguardo. Contemplando gli occhi di Beatrice egli è distolto da ogni altro pensiero: ma essa lo esorta a volgere di nuovo lo sguardo a Cacciaguida. Alle parole di Beatrice, Dante si volge a Cacciaguida e si accorge che egli desidera parlare ancora. Infatti, riprendendo il discorso interrotto dalla pausa meditativa, Cacciaguida invita Dante a guardare nei bracci della Croce: gli spiriti che nominerà si muoveranno ruotando. Indica quindi Giosuè, Maccabeo, Carlo Magno, Orlando, Guglielmo di Buglione e Roberto Guiscardo. Infine anche Cacciaguida si muove e si unisce, cantando, con gli altri spiriti. Dante si volge a destra verso Beatrice per sapere da lei cosa deve fare e vede i suoi occhi più intensamente luminosi. Si accorge perciò di essere già salito nel cielo successivo, anche perché il colore della stella è cambiato: rosso in Marte, è ora candido. Le anime del cielo di Giove, cantando, si dispongono in figura di lettere. Si fermano e interrompono il canto quando ne hanno formata una: poi la scompongono per formare la lettera successiva. Dopo un'invocazione alla Musa affinché l'aiuti a ricordare con esattezza ciò che ha visto, Dante afferma che gli spiriti mostrarono 35 lettere tra vocali e consonanti, e formarono la scritta: "Digilite iustitiam qui iudicatis terram". Fermatesi poi sulla figura dell'ultima lettera, una M gotica, altri spiriti scesero sul colmo di essa e, dopo aver formato la figura di un giglio, con spostamenti opportuni, presero definitivamente la figura di un'aquila. Dante comprende che proprio dal cielo di Giove scendono sulla terra gli influssi di giustizia. Prega, perciò, Dio e gli spiriti giusti di questo cielo di guardare alla terra e punire coloro che offuscano la luce della giustizia nel mondo e col cattivo esempio sviano gli uomini. Conclude con un'aspra apostrofe contro papa Giovanni XXII, che, cupido di ricchezze, dimentica l'esempio di S. Pietro e di S. Paolo, che sono morti per la Chiesa che egli ora manda in rovina.

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