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Papa Gregorio XVI, nato Bartolomeo Alberto (in religione Mauro) Cappellari (Belluno, 18 settembre 1765 – Roma, 1º giugno 1846), è stato il 254º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica (1831-1846).
Bartolomeo Alberto Cappellari nacque a Belluno[1] il 18 settembre 1765; i suoi genitori si erano lì trasferiti da Pesariis, una frazione del comune di Prato Carnico nell'alto Friuli. In giovane età entrò nell'ordine dei camaldolesi assumendo il nome religioso di Mauro: si distinse rapidamente per i suoi conseguimenti teologici e linguistici. Il suo primo contatto con il grosso del pubblico avvenne nel 1799, quando pubblicò un lavoro controverso contro i giansenisti italiani, intitolato II Trionfo della Santa Sede, il quale, oltre ad essere pubblicato in diverse edizioni in Italia, venne tradotto in diverse lingue europee. Nel 1800 divenne membro dell'Accademia della Religione Cattolica, fondata da papa Pio VII, alla quale contribuì con diverse memorie su questioni teologiche e filosofiche, mentre nel 1805 venne nominato abate di San Gregorio, sul colle Celio.
Quando Pio VII venne portato via da Roma nel 1809, Cappellari si ritirò a Murano, vicino a Venezia, e nel 1814, con alcuni membri del suo ordine, si mosse a Padova; ma poco dopo la restaurazione del Papa venne richiamato a Roma, dove ricevette in successione le nomine a vicario generale dei Camaldolesi, consigliere dell'Inquisizione, prefetto della Propaganda, ed esaminatore dei Vescovi.
Il 21 marzo 1825 fu creato cardinale da papa Leone XII, e, poco dopo, gli venne affidata l'importante missione di regolare un concordato riguardante gli interessi dei cattolici del Belgio e dei protestanti dei Paesi Bassi, egli lavorò alacremente, e con successo, a tale missione.
[modifica] Il pontificato
Il 2 febbraio 1831, dopo sessantaquattro giorni di conclave, fu inaspettatamente scelto come successore di papa Pio VIII sul soglio pontificio. La rivoluzione del 1830 aveva appena inflitto un duro colpo al partito ecclesiastico in Francia, e praticamente il primo atto del nuovo governo fu di prendere Ancona, gettando così tutta l'Italia, ed in particolare lo Stato Pontificio, in uno stato di eccitazione che sembrava richiedere forti misure repressive.
Nel corso della lotta che ne conseguì fu più di una volta necessario chiedere l'aiuto delle baionette austriache. I reazionari al potere rimandarono continuamente le loro promesse di riforma, riuscendo a far infuriare persino Metternich; né la sostituzione di Bernetti con Lambruschini nel 1836 migliorò le cose, in quanto il nuovo cardinale segretario di stato fece ampio ricorso all'uso delle spie e della prigione ed ebbe da dire anche sulle ferrovie e l'illuminazione a gas; posizioni manifestate anche da Gregorio XVI che condannò le ferrovie pronunciando la sentenza "chemin de fer, chemin d'enfer", ovvero: "la ferrovia è la via per l'inferno"[2]. Le pessime condizioni finanziarie in cui Gregorio lasciò gli Stati della Chiesa furono in parte dovute a ingenti spese in opere architettoniche e di ingegneria e al suo munifico patronaggio dell'educazione nelle mani di Mai, Mezzofanti, Gaetano Moroni e altri.
Gli anni del suo pontificato furono segnati dal rapido svilupparsi e diffondersi di quelle idee ultramontane che vennero infine formulate, sotto la presidenza del suo successore, papa Pio IX, dal Concilio Vaticano I. Circa le beatificazioni e canonizzazioni si ricorda che il 7 aprile 1843 Gregorio XVI approvò il culto di Camilla da Varano, ossia la santa Battista.
Sotto il suo Pontificato venne affrontato con convinzione il tema della schiavitù ancora fortemente presente soprattutto nelle Americhe. Il 3 dicembre 1839 con l'enciclica In Supremo Apostolatus, Gregorio XVI condannò la schiavitù come "delitto", ribadendo il magistero dei suoi predecessori. Gregorio XVI morì il 1º giugno 1846.
[modifica] L'enciclica Mirari Vos
Con l'enciclica Mirari Vos, pubblicata il 15 agosto 1832, il pontefice condannava tutti i principi del liberalismo religioso e politico. Come una «sorgente trabocchevole dei mali, da cui piangiamo afflitta presentemente la Chiesa» è indicato «l'indifferentismo, ossia la malvagia opinione che con qualsivoglia professione di fede si può acquisire la salvezza eterna dell'anima, se i costumi corrispondono alla norma del retto e dell'onesto». Inoltre precisava che dalla fonte dell'indifferentismo «deriva quell'assurda ed erronea opinione o piuttosto delirio, che afferma che la libertà di coscienza va affermata e rivendicata per ciascuno»[3]. Si condannava anche la libertà di pensiero e di stampa: « ...pessima, né mai abbastanza esecrata ed aborrita "libertà della stampa" nel divulgare scritti di qualunque genere; libertà che taluni osano invocare e promuovere con tanto clamore. Inorridiamo, Venerabili Fratelli, nell'osservare quale stravaganza di dottrine ci opprime o, piuttosto, quale portentosa mostruosità di errori si spargono e disseminano per ogni dove con quella sterminata moltitudine di libri, di opuscoli e di scritti».
Papa Gregorio XVI scrisse 9 encicliche tra il 1831 e il 1846.
[modifica] Genealogia episcopale
- ^ Biagia Catanzaro, Francesco Gligora, Breve Storia dei papi, da San Pietro a Paolo VI, Padova 1975, p. 74 e Biographisch-Bibliographischen Kirchenlexikon (BBKL)
- ^ John Pollard, L'obolo di Pietro, Corbaccio, 2006
- ^ Giovanni Miccoli, La Chiesa dell'anticoncilio, Laterza, Roma-Bari, 2011
[modifica] Voci correlate
[modifica] Altre pubblicazioni
- Gregorio XVI. Miscellanea commemorativa, Parte prima, Parte seconda, Roma 1948
- Dissertatio de administratione rerum publicarum [1]
- Hispellum [2]
- Ecclesiae alumni [3]
[modifica] Corrispondenza privata
- Lettera ad un amico scritta nel 1796 di rilevanza storica per gli avvenimenti narrati [4]
[modifica] Oggetti personali
- Tabacchiera in madreperla [5]
- Fronte retro del passaporto di Bartolomeo Cappellari datato 16 agosto 1814 [6]
[modifica] Altri progetti
[modifica] Collegamenti esterni