Oṃ Maṇi Padme Hūṃ
Oṃ Maṇi Padme Hūṃ (sanscrito, devanāgarī ॐ मणि पद्मे हूँ,) è il mantra di Cenresig, il Buddha della Compassione e protettore di chi è in imminente pericolo. Si tratta altresì di uno tra i più noti e diffusi dei numerosi mantra del Buddhismo, soprattutto della scuola Mahāyāna.
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[modifica] Descrizione
Letteralmente, il mantra può essere tradotto in «Salve o Gioiello nel fiore di Loto». Il suo significato è fortemente simbolico al di là della sua traduzione letterale, e viene raccomandato in tutte le situazioni di pericolo o di sofferenza, o per aiutare gli altri esseri senzienti in condizioni di dolore. Uno dei suoi significati più tenuti in considerazione è la collocazione del Gioiello, simbolo della bodhicitta, nel Loto, simbolo della coscienza umana. Ha altresì il potere di sviluppare la compassione, grande virtù contemplata dal Buddhismo.
- Oṃ invoca la Natura di Buddha, l’energia pura come cristallo del corpo, della parola e della mente del Buddha dal mondo di pace e gioia esterne ed interne nella vita;
- Mani in sanscrito significa «Gioiello» ed esprime l’energia maschile che, se purificata in beatitudine, aiuta a raggiungere il Corpo illusorio, ossia la trasformazione del corpo sottile nel corpo puro e astrale della divinità, fino a diventare per purificazione il Corpo della forma di Buddha;
- Padme significa «loto» ed esprime l’energia femminile che, se purificata in pace, aiuta a raggiungere la chiara luce e infine il corpo di verità di un Buddha;
- Hūṃ è la sillaba che riassume in sè ciò che il praticante è al presente e ciò che diventerà in futuro. Implica il ricevere senza chiedere, in un principio di felicità, al di là di un processo razionale. Indica la capacità di essere qui e ora e al tempo stesso d'immaginarsi in uno stato di vuoto, la capacità di dissolversi dal mondo per entrare in contatto con lo spazio. Quasi tutte le preghiere buddhiste finiscono per Hūṃ;
Om mani padme hum significa quindi che è necessario integrare e unire l'energia maschile e femminile per raggiungere lo stato di Illuminazione espresso dalla Oṃ.
[modifica] Le sei sillabe sacre
L' intero mantra è formato da una sequenza di sei sillabe sacre, yig-drug in lingua tibetana, che vengono pronunciate dal praticante profondamente concentrato sull' essenza del bodhisattva che sta per invocare. Queste sei sillabe sono accompagnate ad una settima, Hrīḥ, sillaba della compassione. Le sei sillabe sono relazionate con i sei Buddha che agiscono nei sei destini, ṣaḍ jagati in lingua sanscrita, e gro-ba rigs-drug in tibetano e vengono iconograficamente rappresentate con diversi colori simbolici.
- Oṃ, rappresentato dal bianco, è collegato al Buddha Ratnasaṃbhāva, protegge dall'orgoglio quindi dal destino dei deva;
- Ma, rappresentato dal verde, collegato al Buddha Amoghasiddhi, protegge dalla gelosia, quindi dal destino degli asura;
- Ṇi, rappresentato dal giallo, collegato al Buddha Śākyamuni, protegge dall'ignoranza, quindi dal destino degli uomini.
- Pad, rappresentato dal blu, collegato al Buddha Vairocana, protegge dall'ottusità e dall'oscurità mentale, quindi dal destino degli animali;
- Me, rappresentato dal rosso, collegato al Buddha Amitābha, protegge dall'avidità, quindi dal destino dei preta;
- Hūṃ, rappresentato dal nero, collegato al Buddha Akṣobhya, protegge dall'ira e dall'odio, quindi dal destino infernale.
[modifica] L’origine leggendaria
Molte antiche leggende raccontano che mille prìncipi fecero voto di diventare Buddha, ma che vi riuscì solo Siddhartha Gautama. Avalokiteshvara tuttavia fece voto di non entrare nel Nirvana fino a quando tutti gli altri prìncipi non fossero diventati loro stessi dei Buddha. Nella sua infinita compassione fece anche voto di liberare tutti gli altri esseri senzienti dalla sofferenza dei vari regni del Samsara. Prima di ciò il Buddha pregò: «Possa aiutare tutti gli esseri ma se mi dovessi stancare di questo enorme lavoro il mio corpo dovrà essere frantumato in mille pezzi.». In primo luogo discese nel regno dell’ inferno risalendo gradualmente attraverso il mondo dei fantasmi affamati e più in alto sino al regno degli dei. Da quel punto gli capitò di guardare in basso e vide stupefatto che, anche se aveva salvato innumerevoli esseri dall’ inferno ancora una maggior numero vi si stava riversando. Fu un immenso dolore e per un momento perse la fede nel suo nobile voto ed il suo corpo esplose in mille pezzi. Nella sua disperazione chiamò in aiuto tutti i Buddha. L’ aiuto si manifestò e venne da ogni parte dell’ universo, come dice un testo, sotto forma di leggera tormenta di fiocchi di neve. Con il loro immenso potere i Buddha lo ricomposero nella sua completezza e da allora Avalokiteshvara ebbe undici teste e mille braccia e sul palmo di ogni mano vi era un occhio a significare quell’ insieme di saggezza e nobiltà che contraddistinguono la vera compassione. In questa forma era ancora più splendente e più forte per poter aiutare tutti gli esseri. La sua compassione si sviluppò ancora più intensamente ripetendo questo voto davanti ai Buddha: «Non potrò uscire dal Samsara sino a quando tutti gli esseri senzienti non avranno raggiunto l’ Illuminazione.». Si dice che per il dispiacere ed il dolore del Samsara dai suoi occhi sgorgarono due lacrime, con la benedizione dei Buddha si trasformarono in due Tara. Una Tara nella forma verde che rappresenta la forza attiva della compassione e l’ altra Tara nella forma bianca che rappresenta l’ aspetto materno della compassione. Tara significa «Colei che libera, Colei che ci accompagna attraverso l'oceano del Samsara.». Nel Mahayana Sutra vi è scritto che Avalokiteshvara donò il suo mantra al Buddha e che lui, a sua volta, gli assegnò il suo speciale e nobile incarico di aiutare tutti gli esseri dell’ universo a raggiungere l’Illuminazione. In quel momento su di loro discesero fiori, la terra tremò e nell’ aria echeggiò il mantra.
[modifica] In Tibet
Se Padmasambhava fu il lama più importante per i tibetani, Avalokiteshvara è il loro Buddha più importante in quanto divinità protettrice del Tibet: il Dalai Lama ne è considerato la reincarnazione vivente, pertanto in Tibet questo il suo mantra si ritrova ovunque: inciso sulle rocce, scolpito nelle pietre votive che i viandanti depongono sui caratteristici «muri di preghiere» e dipinto sulle bandiere, chiamate chattar, che garriscono nel vento. Tra il popolo tibetano vi è infatti un detto famoso, secondo cui Avalokiteshvara è talmente presente che ogni bambino in grado di pronunciare la parola «mamma» può anche recitare l' Oṃ Maṇi Padme Hūṃ.
[modifica] Traslitterazione del mantra
- tibetano: ཨོཾ་མ་ཎི་པ་དྨེ་ཧཱུྃ། Om Mani Peme Hung o Om Mani Beh Meh Hung;
- bengalese: ওঁ মণিপদ্মে হুঁ;
- tamil: ஓம் மணி பத்மே ஹூம்;
- cinese 唵嘛呢叭咪吽, pinyin Ǎn mání bāmī hōng;
- coreano Hangul 옴 마니 파드메 훔 Om mani padeume hum o 옴 마니 반메 훔 Om mani banme hum;
- giapponese Katakana オンマニハンドメイウン On mani handomei un;
- mongolo: Ум маани бадми хум or Um maani badmi khum;
- vietnamita: Úm ma ni bát ni hồng o Án ma ni bát mê hồng;
- thai: โอม มณี ปัทเม หุม.
[modifica] Voci correlate
[modifica] Altri progetti
Commons contiene file multimediali su Oṃ Maṇi Padme Hūṃ
[modifica] Collegamenti esterni
- Il mantra cantato da un rifugiato tibetano secondo la pronuncia tibetana: formato Wave (wav) - formato Real Audio (ra).
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