Notte di san Bartolomeo

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Notte di San Bartolomeo
Francois Dubois 001.jpg
François Dubois (1529–1584):
il massacro di san Bartolomeo
Stato bandiera Francia
Luogo Parigi
Obiettivo Ugonotti
Data 23-24 agosto 1572
Morti Tra 5.000 e 30.000
Responsabili Fazione cattolica

La notte di San Bartolomeo è il nome con il quale è passata alla storia la strage compiuta nella notte tra il 23 ed il 24 agosto 1572 dalla fazione cattolica ai danni degli ugonotti a Parigi in un clima di rivincita indotto dalla battaglia di Lepanto e dal crescente prestigio della Spagna. La vicenda è nota anche come Strage di san Bartolomeo o Massacro di san Bartolomeo.

Il massacro avvenuto sei giorni dopo il matrimonio della sorella del re Margherita al protestante Enrico III di Navarra (il futuro Enrico IV di Francia). Questo matrimonio fu l'occasione per la quale molti degli ugonotti delle famiglie più ricche e importanti si erano radunati nella cattolica Parigi. A causa della carneficina, le nozze dei due sovrani di Navarra, vennero chiamate le «nozze vermiglie».[1]

Il massacro iniziò due giorni dopo il tentato assassinio dell'ammiraglio Gaspard de Coligny, il capo militare e politico degli Ugonotti. Una lunga tradizione storiografica ha creduto che la strage fu organizzata dalla regina madre Caterina de' Medici e dal re Carlo IX, per paura che i protestanti potessero organizzare un'offensiva contro la famiglia reale a causa dell'attentato di Coligny.

A partire dal 23 agosto 1572 (alla vigilia della festa di San Bartolomeo) su ordine del re iniziò la sistematica uccisione dei vari leader protestanti, fra cui il leader ugonotto Coligny, ma la situazione sfuggì di mano agli organizzatori e tutto si trasformò in una strage indiscriminata che si diffuse in tutta Parigi. Gli omicidi durarono diverse settimane: il massacro si estese ad altri centri urbani e nella campagna. Le stime moderne parlano di un numero di morti tra 5.000 e 30.000 in totale. Dalla mattina del 24 agosto, Carlo IX ordinò la cessazione immediata delle uccisioni, ma sopraffatto dallo zelo e dalla furia della gente, il suo ordine cadde nel vuoto.

Il massacro ha segnato anche un punto di svolta nelle guerre francesi di religione. Il movimento politico ugonotto è stato paralizzato dalla perdita di molti dei suoi leader nobili di primo piano, così come di molti soldati protestanti. Anche se non unico, venne considerato «il peggiore dei massacri religiosi del secolo.»[2] In tutta Europa, fu «stampato in modo indelebile nelle menti dei protestanti la convinzione che il cattolicesimo [era] una religione sanguinaria e traditrice».[3]

Indice

[modifica] Il contesto

Tra il 1560 e il 1569, furono chiamati ugonotti i protestanti francesi di tendenza calvinista. Il protestantesimo si diffuse tra la nobiltà e la borghesia francesi nella prima metà del XVI secolo. Il calvinismo, eccetto che in piccole zone, si diffuse meno nelle campagne ma ebbe una certa diffusione presso alcuni ceti popolari delle città, in particolar modo i lavoranti di professioni nuove e innovative per l'epoca (tipografi, vetrai, stampatori, barbieri...).

Tale diffusione suscitò l'allarme dei cattolici, aggiungendo l'elemento religioso ai motivi di scontro politico-dinastico che opponevano la casa regnante dei Valois a quella di Guisa. Caterina de' Medici, reggente dal 1559, aveva più volte utilizzato la presenza e l'appoggio degli ugonotti per evitare di essere soffocata dalle pretese della grande nobiltà cattolica, rappresentata soprattutto dai Guisa.

[modifica] Storia

Lo sposo e la sposa. Il loro matrimonio sarà ricordato come "le nozze vermiglie".
L'attentato a Coligny in una stampa dell'epoca.

Il massacro di San Bartolomeo è la conseguenza dei seguenti fatti:

[modifica] Una pace e un matrimonio impopolare

La pace di Saint-Germain mise fine a tre anni di terribili guerre civili tra cattolici e protestanti, ma fu precaria, perché i cattolici intransigenti non l'accettarono. Il ritorno dei protestanti a corte li scandalizzava ma la regina madre Caterina de' Medici e il figlio Carlo IX, coscienti delle difficoltà finanziarie del regno, erano decisi a impedire la ripresa delle ostilità. Per concretizzare il mantenimento della pace tra i due partiti religiosi, Caterina progettò il matrimonio tra la figlia Margherita di Valois e il principe protestante Enrico di Navarra che, oltre a essere l'erede di vasti possedimenti nel sud-ovest del paese, era anche il presunto erede della corona di Francia dopo i Fils de France.

Quando Caterina informò la figlia del suo progetto matrimoniale, quest'ultima si limitò a risponderle che non aveva altra volontà che ubbidire agli ordini materni, ma che la madre non doveva dimenticare il sincero attaccamento che aveva per la fede cattolica.[4] Si è parlato molto dell'iniziale rifiuto di Margherita di sposare Enrico, ma sembra che alla fine la principessa si sia abituata all'idea, forse conquistata dall'ottimismo dilagante o spinta l'ambizione di diventare regina.[5]

Nel 1572, la regina di Navarra, madre di Enrico, la fervente ugonotta Giovanna d'Albret, giunse a Parigi su invito di Caterina per iniziare le trattative matrimoniali che si rivelarono lunghe e difficili. La regina Giovanna non si fidava di Caterina e pretese la conversione di Margherita al calvinismo. Alla fine però, cedette di fronte alla testardaggine della principessa, intenzionata a mantenere la sua fede, e, sotto la spinta del partito protestante, diede il suo consenso al matrimonio con il figlio Enrico.[6] Giovanna morì poco dopo e il figlio salì al trono come Enrico III di Navarra.

Nel luglio 1572, il giovane re di Navarra arrivò a Parigi accompagnato da 800 gentiluomini ugonotti vestiti di nero per la recente morte della madre di Enrico. Senza attendere la dispensa papale, necessaria all'unione di due persone di fede differente e imparentate (erano cugini di secondo grado), l'unione esecrabile, secondo la definizione dei gesuiti, fu celebrata il 18 agosto 1572 dal cardinale Carlo di Borbone-Vendôme, in qualità di zio di Enrico e non di prete nel sagrato di fronte Notre Dame de Paris. Alle nozze, a cui non assistette alcun ambasciatore delle nazioni cattoliche[7], né i membri del Parlamento di Parigi, seguirono tre giorni di sontuosi festeggiamenti.

[modifica] Il tentato assassinio di Coligny

Nel 1572 il clima di rivincita cattolica introdotto dalla battaglia di Lepanto (1571 - Golfo di Corinto - contro l'impero ottomano) e il crescente prestigio della Spagna, sostenitrice dei Guisa, provocarono un clima di rinnovata fiducia per le posizioni cattoliche più intransigenti, favorendo il diffondersi di congiure e parole d'ordine che avrebbero portato alla strage.

Il 22 agosto 1572, l'ammiraglio comandante delle forze protestanti Gaspard II de Coligny subisce un attentato, operato da Charles de Louviers, seigneur de Maurevert, dal quale esce soltanto ferito a un braccio. La storiografia non è riuscita a individuare con certezza i mandanti del tentato omicidio e risultano tre tesi:

  • Il duca d'Alba governatore dei Paesi Bassi in nome di Filippo II: Coligny progettava di appoggiare i ribelli fiamminghi per liberarli dal dominio spagnolo d'accordo con i Nassau. Nel mese di giugno aveva inviato clandestinamente delle truppe in aiuto della cittadinanza di Mons, assediati dal duca d'Alba e sperava, dopo il matrimonio, di portare una guerra a fondo contro la Spagna.
  • Caterina de' Medici: secondo la tradizione, Coligny avrebbe acquisito troppa influenza sul re e Caterina avrebbe avuto il timore che il figlio trascinasse la Francia in una guerra nelle Fiandre contro i potenti spagnoli. Considerando i suoi sforzi per ristabilire la pace interna, sembra difficile credere che volesse provocare la nuova guerra interna che si sarebbe certamente scatenata dopo l'omicidio. Caterina de' Medici, in quanto donna, straniera e fiorentina (città che nel rinascimento veniva spesso associata a Machiavelli e alle congiure) fu immediata protagonista di una sorta di "leggenda nera", che la vorrebbe dietro ogni malefatta della strage di San Bartolomeo.

[modifica] La strage

Gli aristocratici escono dal Louvre: da Intolerance (1916)

Il mancato assassinio del Coligny è l'evento che scatena la crisi: gli ugonotti chiedono vendetta e la capitale è al limite di un regolamento di conti fra i partigiani dei Guisa e quelli dei Montmorency; per rassicurare i protestanti, il re Carlo IX si presenta al capezzale del ferito, promettendogli giustizia, mentre i Guisa minacciano di lasciare la famiglia reale senza la loro protezione e Caterina, che non ha dimenticato il rischio corso in occasione del tentativo di sequestro - la sorpresa di Meaux - nel 1567, avrebbe deciso la strage.

La sera del 22 agosto tiene una riunione alle Tuileries con il Maresciallo di Tavannes, il Barone de Retz, René de Birague e Ludovico Gonzaga-Nevers. La sera dopo Caterina avrebbe informato il figlio - un debole di mente come il fratello suo predecessore - che i protestanti stavano complottando contro di loro.

A questo punto secondo una tradizione corrente Carlo IX, gridando di collera: «Ebbene, sia! Li si uccida! Ma tutti! Che non ne resti uno che me ne si possa rimproverare!», decise l'eliminazione dei capi protestanti, con l'esclusione dei principi di Navarra e di Condé. Poco tempo dopo, le autorità municipali di Parigi furono convocate ed ebbero ordine di chiudere le porte della città e di armare anche i borghesi.

La fazione cattolica facente capo ai duchi di Guisa e appoggiata dal re[8], dal fratello Enrico (poi Enrico III) e dalla regina madre Caterina de' Medici, nella notte tra il 23 e 24 agosto scatenò la caccia agli ugonotti convenuti in città per il matrimonio tra l'ugonotto Enrico di Navarra e Margherita di Valois.

Sembra che il segnale d'inizio della strage fosse fissato dallo scoccare di un'ora imprecisata della notte delle campane della chiesa di Saint-Germain-l'Auxerrois, vicina al Louvre, dove molti dei nobili protestanti abitavano. L'ammiraglio de Coligny fu ucciso nel suo letto e scaraventato dalla finestra; i corpi degli uccisi, trascinati per le strade, furono ammassati nel cortile del Louvre[9]. Parte della popolazione, scoperta la strage al mattino, partecipò ai massacri che durarono diversi giorni, incoraggiati dai preti[10] che incitarono a sterminare anche gli studenti stranieri e i librai, considerati tutti protestanti. Molti cadaveri furono gettati nella Senna, come quello del de Coligny, poi ripescato, evirato e impiccato. Al Louvre, il re di Navarra e suo cugino Enrico di Condé vennero risparmiati poiché erano principi del sangue, ma furono costretti ad abiurare la fede ugonotta per quella cattolica.

Durante la strage, le urla del massacro svegliarono Elisabetta d'Austria, la giovane regina di Francia che, informata di ciò che stava accadendo domandò: «Ahime! Mio marito il re lo sa?» Le venne risposto che era stato lui ad impartire l'ordine. «Oh! Mio Dio, che cosa è questa? Quali consiglieri hanno potuto suggerirgli tanto?» Poi inginocchiandosi mormorò: «Mio Dio, Ti supplico e Ti chiedo di volerlo assolvere, poiché se non avrai pietà, temo fortemente che questa colpa mai gli verrà perdonata.»[11]

[modifica] La testimonianza di Margherita di Valois

Molto importante è anche la testimonianza di prima mano di Margherita di Valois, esponente della famiglia reale, che parlò della strage nelle proprie Memorie, scritte vent'anni dopo l'accaduto, durante il suo esilio a Usson:

La scena descritta da Margherita nelle proprie Memorie, ambientata durante la Notte di San Bartolomeo. Dipinto di Alexandre-Évariste Fragonard, XIX secolo, Museo del Louvre.
« Per quanto mi riguarda, nessuno mi metteva a parte di ciò che stava avvenendo. Vedevo che tutti erano indaffarati, e che gli ugonotti, disperati per la ferita inferta all'ammiraglio, parlottavano fra loro a voce bassa, col terrore che non si volesse far giustizia dei Guisa. Essi diffidavano di me in quanto cattolica, e i cattolici [diffidavano di me] perché avevo sposato il re di Navarra che era ugonotto. Fui tenuta all'oscuro di tutto, finché la sera, mentre mi trovavo al coricarsi della regina mia madre, ed ero seduta su una cassapanca accanto a mia sorella la duchessa di Lorena, che aveva un'aria assai triste. La regina mia madre, che stava parlando con altre persone, mi vide lì e mi disse di andare a letto. Mentre facevo la riverenza, mia sorella mi trattenne prendendomi per un braccio, e piangendo disperatamente mi disse: "Mio Dio, sorella mia non andate". La cosa mi riempì di terrore. La regina mia madre se ne accorse, chiamò a sé mia sorella, la rimproverò aspramente e le proibì di parlarmi. Mia sorella le disse che non c'era motivo di mandarmi allo sbaraglio e che se si fossero accorti di qualcosa si sarebbero certo vendicati su di me. La regina mia madre rispose che, a Dio piacendo, non mi sarebbe successo niente di male ma che, comunque andassero le cose, bisognava che io mi ritirassi nei miei appartamenti per non destare sospetti che potevano pregiudicare il successo dell'impresa. M’accorgevo che stavano discutendo, ma non riuscivo a sentire cosa stessero dicendo. Di nuovo ella mi ordinò rudemente di andare a letto. Mia sorella in lacrime, mi augurò la buonanotte senza osare dirmi altro, e io me ne andai, colma di ansia e di sgomento, senza riuscire a immaginare che cosa dovessi temere. Appena entrai nella mia stanza da letto, pregai Dio di prendermi sotto la sua protezione e di aiutarmi non sapevo contro chi o che cosa. Mio marito già coricato, mi disse di coricarmi anch’io, ed obbedii. Il letto era circondato da trenta o quaranta ugonotti che ancora non conoscevo, essendo sposata da pochi giorni soltanto. Essi per tutta la notte non fecero che parlare dell’incidente incorso all’ammiraglio, stabilendo che, appena si fosse fatto giorno, avrebbero chiesto al re giustizia contro il Guisa, e che si sarebbero fatta giustizia da soli se il re non gliela avesse accordata. Col cuore ancora angustiato dalle lacrime di mia sorella, non riuscivo a prender sonno, impaurita senza sapere perché. Trascorse così la notte senza che potessi chiudere occhio. All’alba il re mio marito mi disse che sarebbe andato a giocare a palèo in attesa che re Carlo si svegliasse. Aggiunse subito: per chiedergli giustizia. Lasciò la stanza, e tutti i gentiluomini lo seguirono. Appena vidi che l’alba era già spuntata, supponendo che fosse già passato il pericolo accennatomi da mia sorella, vinta dal sonno, pregai la mia nutrice di chiudere la porta per poter riposare. Un'ora più tardi, mentre ero profondamente addormentata, qualcuno venne a tempestare coi piedi e con le mani alla porta gridando. "Navarra! Navarra!". La nutrice, pensando che fosse il re mio marito corse ad aprire. Era un gentiluomo, il signore di Léran, ferito a un gomito da un colpo di spada e da un colpo di alabarda al braccio. Era inseguito da quattro arcieri che si precipitarono dietro di lui nella stanza. Volendo salvarsi, Léran si gettò nel mio letto. Io sentendo quest'uomo che mi aveva afferrato, balzai sull’altra sponda, ma egli continuava a stringermi per la vita. Non conoscevo quell'uomo, e non sapevo se era venuto per uccidermi, oppure se gli arcieri volevano fare del male a lui o a me. Gridavamo tutti e due, ed eravamo ambedue ugualmente terrorizzati. Infine, volle Iddio che sopraggiungesse il signor di Nançay, capitano delle guardie, il quale, trovandomi in quello stato, pur provando compassione per me, non riuscì a trattenersi dal ridere e si indignò tremendamente con gli arcieri per tanta indiscrezione, li fece uscire e affidò alla nostra benevolenza quel poveretto che mi stava aggrappato addosso. Lo feci condurre nel mio gabinetto dove fu messo a letto e medicato. Io mi cambiai la camicia, perché mi aveva sporcata di sangue. Mentre mi stavo cambiando, il signore di Nançay mi narrò quanto stava avvenendo, e mi assicurò che il re mio marito si trovava nella stanza del re e che non gli sarebbe stato fatto alcun male. E fattomi indossare un mantello da notte, mi condusse nella stanza di mia sorella, la duchessa di Lorena, dove giunsi più morta che viva. Entrando nell'anticamera, che aveva tutte le porte spalancate, un gentiluomo di nome Bourse, che fuggiva braccato dagli arcieri, fu trafitto da un'alabarda a soli tre passi da me. Io mi accasciai dall'altra parte, semisvenuta, tra le braccia del signore di Nançay, pensando che il colpo avesse trapassato entrambi. Ripresami in parte, entrai nella cameretta dove dormiva mia sorella. Mentre ero lì, i signori di Miossans ed Armagnac, l’uno primo gentiluomo del re mio marito e l’altro suo primo valletto, vennero e mi chiesero di intercedere per le loro vite. Andai dal re e dalla regina mia madre e mi gettai ai loro piedi, implorando la grazia che infine mi concessero. »
(Tratto da Mémoires de Marguerite de Valois, reine de France et de Navarre.[12])

[modifica] La strage nel resto della Francia

Il lit de justice di Carlo IX

Il 26 agosto il re tenne un lit de justice dove si assunse la responsabilità del massacro, dichiarando di aver voluto «prevenire l'esecuzione di una disgraziata e detestabile congiura fatta dall'ammiraglio, capo e autore, e dai suoi aderenti e complici, contro la persona del re e il suo Stato, la regina madre, i fratelli, il re di Navarra e i principi e i signori che erano presso di loro».

Ma il massacro di San Bartolomeo fu seguito da molti altri: dura tutta una stagione, secondo l'espressione di Michelet. Avvertiti da testimoni, da commercianti di passaggio, incoraggiati da agitatori come il conte di Montsoreau nella Valle della Loira[13], le città di provincia scatenarono i loro massacri: il 25 agosto è la volta di Orléans, dove fece un migliaio di vittime, e Meaux; il 26 La Charité-sur-Loire, il 28 e il 29 Angers e Saumur, il 31 agosto Lione, l'11 settembre Bourges, il 3 ottobre Bordeaux, il 4 ottobre Troyes, Rouen, Toulouse, il 5 ottobre Albi, Gaillac, Bourges, Romans, Valence, Orange e altre ancora.

La medaglia commemorativa di Gregorio XIII

La reazione delle autorità fu varia: a volte incoraggiarono il massacro, come a Meaux dove il procuratore del re diede il segnale[14] o anche a Bordeaux, dove fu organizzato dal Parlamento, a Tolosa il governatore duca di Joyeuse, si mostrò favorevole alla strage[15] A volte i protestanti vengono protetti chiudendoli in prigione, come Le Mans o a Tours, ma a volte le prigioni sono assaltate e i reclusi uccisi, come a Lione, Rouen, Albi. I governatori si oppongono a coloro che sostengono che la strage sia ordinata dal re stesso ma questo non sempre impedisce gli omicidi.

I sovrani europei, papa Gregorio XIII compreso, appresero la notizia del massacro, «presentata come una vittoria del re contro la congiura ordinata dagli ugonotti contro di lui»:[16] il pontefice fece cantare un Te Deum di ringraziamento, coniare una medaglia con la propria effigie per ricordare l'evento e commissionò al pittore Giorgio Vasari una serie di affreschi raffiguranti il massacro, tuttora presenti nella Sala Regia dei Palazzi vaticani. Filippo II di Spagna espresse la sua soddisfazione dichiarando che quello era il più bel giorno della sua vita; invece la regina Elisabetta I d'Inghilterra prese il lutto e fece stare l'ambasciatore francese in piedi per molte ore prima di fingere di credere, per ragioni diplomatiche, alla tesi del complotto ugonotto e del massacro preventivo. Quella strage provocò in Francia l'inizio della quarta guerra di religione.

[modifica] Interpretazioni storiografiche

La notte di San Bartolomeo raffigurata in un affresco del Vasari (1572-1573).

[modifica] Interpretazione tradizionale

Il massacro di San Bartolomeo divenne presto un tema di studio storiografico. Di fronte alle contraddizioni della politica reale, ciascuno ha cercato di darne la propria interpretazione. Secondo i protestanti, il re e la regina-madre sono responsabili di aver progettato il massacro o almeno di non aver saputo proteggere i protestanti. Scrittori come Aubigné non hanno esitato a esagerare le cifre e a trasformare l'evento come il risultato del solo conflitto religioso. I cattolici cercano di scolparsi gettando la responsabilità su altri, il maresciallo de Saulx-Tavannes, o su Margherita di Valois, che disse di non aver mai saputo nulla. In realtà, la complessità e la rapidità della tragedia fu tale che nessuno ha mai saputo veramente cogliere le differenti fasi del suo sviluppo.

Rivendicando alcuni giorni dopo la paternità della strage, Carlo IX ne divenne, di fronte alla posterità, il principale responsabile. Un'altra interpretazione schematica del massacro consiste nel considerarne solo l'aspetto religioso. Al tempo della Rivoluzione, in un'epoca di tentativo di scristianizzazione, il fanatismo cattolico fu stigmatizzato e il dramma teatrale di Marie-Joseph Chénier, Charles IX ou la Saint Barthélemy (1790), ebbe un grande successo.

Ancora nel XIX secolo Alexandre Dumas continuò la tradizione nel suo romanzo La Regina Margot.

[modifica] Nuovo orientamento storiografico

Se oggi gli storici separano l'esecuzione dei capi protestanti dal massacro popolare propriamente detto, essi dibattono ancora sulle responsabilità della famiglia reale. Il problema è di trovare il grado del loro coinvolgimento nell'organizzazione del massacro.

  • L'interpretazione tradizionale, sostenuta da Janine Garrisson, fa di Caterina de' Medici e dei suoi consiglieri i maggiori responsabili. Essi avrebbero forzato la mano di un re esitante e velleitario per decidere l'esecuzione dei principali capi militari.
  • Denis Crouzet pone il massacro nel contesto ideologico dell'epoca. Carlo IX e Caterina non avrebbero potuto avere il disegno di assassinare Coligny, perché questo sarebbe andato contro il loro desiderio di mantenere l'armonia della persona reale. Una volta che il tentativo di uccidere l'ammiraglio è stato compiuto e che viene minacciata la riapertura di una nuova guerra a causa dell'indignazione protestante, Caterina avrebbe deciso di sopprimere tutti i capi protestanti.
  • Per Jean-Louis Bourgeon furono i parigini, i Guisa e gli agenti di Filippo II i veri responsabili e il re e la regina madre del tutto estranei. Egli sottolinea lo stato quasi insurrezionale della città in quei giorni: già nel dicembre 1571 molte case ugonotte erano state saccheggiate e i Guisa, molto popolari nella capitale, avrebbero approfittato per fare pressione sul re e la madre ed essi sarebbero stati costretti a precedere la prossima sommossa.
  • Per Thierry Wanegffelen, uno dei principali responsabili sarebbe il duca d'Anjou, il futuro re Enrico III. Dopo il fallito attentato al Coligny, che sarebbe stato organizzato dai Guisa e dagli spagnoli, i consiglieri italiani di Caterina de' Medici avrebbero suggerito l'eliminazione di una cinquantina di capi protestanti per profittare dell'occasione di eliminare il pericolo ugonotto, ma il re e la madre si sarebbero opposti. Tuttavia, Enrico d'Anjou, luogotenente generale del regno e presente al Consiglio reale, vide nel delitto l'occasione di imporsi al governo, accordandosi con Enrico di Guisa. La notte di San Bartolomeo sarebbe nata da questa unità d'interessi e gli uomini del duca d'Anjou avrebbero agito, secondo la mentalità dell'epoca, in nome del re. Si comprenderebbe così perché, l'indomani della strage, Caterina abbia fatto condannare attraverso una dichiarazione di Carlo IX i delitti, minacciando il Guisa: ma quando seppero del coinvolgimento di Enrico d'Anjou, si sentirono legati alla sua iniziativa e Carlo IX fu costretto ad assumersi pubblicamente la responsabilità della strage, giustificandola come un atto preventivo. Caterina de' Medici avrebbe da allora cercato di eliminare il figlio Enrico dalla successione reale, mandandolo a comandare l'assedio de La Rochelle e facendolo poi eleggere re di Polonia.

[modifica] In letteratura

[modifica] Teatro

[modifica] Musica

[modifica] Nel cinema

[modifica] Note

  1. ^ Haldane, Regina di Cuori - Margherita di Valois, p. 60.
  2. ^ H.G. Koenigsberger, George L.Mosse, G.Q. Bowler, Europe in the Sixteenth Century, Second Edition, Longman, 1989
  3. ^ Chadwick, H. & Evans, G.R. (1987), Atlas of the Christian Church, Macmillian, London, ISBN 0-333-44157-5 hardback, pp. 113;
  4. ^ Craveri, Amanti e regine, p. 62.
  5. ^ Viennot, Margherita di Valois. La vera storia della regina Margot, pp. 39-40
  6. ^ Vannucci, Caterina e Maria de' Medici regine di Francia, p. 148
  7. ^ Nemi & Furst, Caterina de' Medici, pp. 255-256.
  8. ^ In realtà il Re non appoggiò i cattolici di sua volontà, perché questi ultimi lo costrinsero a dare l'ordine grazie all'influenza che la Regina Madre esercitava su Carlo. Dopo il massacro il popolo ne imputò la colpa, quasi ingiustamente, al Re. Questi reagì così male al malcontento e al recente eccidio che cadde in preda a una crisi depressiva,
  9. ^ P. Miquel, Les guerres de religion, p 284
  10. ^ P. Miquel, cit., p. 285
  11. ^ Castelot, Regina Margot: una vicenda umana tra fasto, amore, crudeltà, guerre di religione e esilio, p. 103
  12. ^ Mémories de Marguerite de Valois, da pag. 76 a pag.78
  13. ^ P. Miquet, cit., p 286
  14. ^ P. Miquel, cit., p 286
  15. ^ P. Miquel, cit., p 287-288
  16. ^ Enciclopedia cattolica, vol. II, coll. 924-6

[modifica] Bibliografia

  • André Castelot, Regina Margot: una vicenda umana tra fasto, amore, crudeltà, guerre di religione e esilio, Milano, Fabbri Editore, 2000.
  • Pierre Chevallier, Henri III: roi shakespearien, Paris, Fayard, 1985
  • Ivan Cloulas, Caterina de' Medici, Firenze, Sansoni editore, 1980.
  • Benedetta Craveri, Amanti e regine. Il potere delle donne, Milano, Adelphi, 2008.ISBN 978-88-459-2302-9
  • Janine Garrisson, Enrico IV e la nascita della Francia moderna, Milano, Mursia, 1987.
  • Charlotte Haldane, Regina di Cuori: Margherita di Valois, Verona, Gherardo Casini editore, 1975.
  • Dara Kotnik, Elisabetta d'Inghilterra. Una donna al potere, Milano, Rusconi libri, 1984.
  • Dara Kotnik, Margherita di Navarra. La regina Margot, Milano, Rusconi libri, 1987.
  • Orsola Nemi & Henry Furst, Caterina de' Medici, Milano, Bompiani, 2000. ISBN 88-452-9077-8
  • Jean Orieux, Caterina de' Medici. Un'italiana sul trono di Francia , Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1988. ISBN 88-04-30464-2
  • Jean- François Solnon, Henri III: un désir de majesté, paris, Perrin, 2001
  • Marcello Vannucci, Caterina e Maria de' Medici regine di Francia, Roma, Newton&Copton Editori, 2002. ISBN 88-8289-719-2
  • Éliane Viennot, Margherita di Valois. La vera storia della regina Margot, Milano, Mondadori, 1994.

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