Massacro di Treglia
| Massacro di Treglia | |
|---|---|
| Il sacrario per gli ufficiali fucilati a Treglia, nel Tempio Votivo del Lido di Venezia | |
| Stato | |
| Luogo | Treglia, Dalmazia |
| Data | 30 settembre-1 ottobre 1943 |
| Tipo | Fucilazioni sommarie, rappresaglie |
| Morti | Cinquanta ufficiali, prevalentemente della Divisione Bergamo |
| Responsabili | Reparti della SS Freiwilligen Division "Prinz Eugen" |
| Motivazione | Resistenza da parte di truppe italiane contro reparti tedeschi in seguito all'Armistizio italiano con gli Alleati. Cessione di armamenti ai partigiani jugoslavi. |
Il massacro di Treglia, località vicina a Spalato in Dalmazia, fu compiuto nel settembre 1943 dalle SS della SS Freiwilligen Division "Prinz Eugen" agli ordini dell'Obergruppenführer Karl Reichsritter von Oberkamp dopo la resa delle forze italiane che presidiavano la piazza di Spalato.
Indice |
[modifica] Inquadramento storico-militare
| Per approfondire, vedi la voce Invasione della Iugoslavia. |
Il 6 aprile 1941 le forze armate tedesche, assieme a quelle italiane e ungheresi, scatenarono l'attacco alla Iugoslavia, che - lacerata da profondi e precedenti conflitti interni, con la conseguente defezione di gran parte dei militari croati - crollò in nove giorni: la richiesta di pace venne avanzata il 15 aprile e la resa venne firmata il 17.
La successiva spartizione della Jugoslavia previde la divisione della Dalmazia fra il Regno d'Italia e il neonato Stato Indipendente di Croazia. Nella parte annessa all'Italia venne creato il Governatorato della Dalmazia, costituito dalle tre province di Zara, Spalato e Cattaro[1].
Oltre a queste annessioni, secondo gli accordi fra l'Italia e la Croazia vennero costituite all'interno dei territori di quest'ultima due zone distinte: le cosiddette seconda e terza zona (la prima essendo quella annessa al Regno). Nella seconda zona il Regio Esercito esercitava ampi poteri di governo, mentre nella terza zona doveva dipendere dai desiderata del governo croato.
Le forze militari italiane sul terreno furono varie volte riorganizzate. Alla vigilia dell'armistizio, in Dalmazia esse erano così disposte:
- La provincia di Cattaro era presidiata dalla divisione Emilia (con sede a Castelnuovo). Questa divisione faceva parte del XIV Corpo d'Armata che, schierato nel Montenegro (sede a Podgorica), dipendeva dal Comando Gruppo d'Armate Est (sede a Tirana)[2].
- Nella parte della costa dalmata fra Cattaro e Spalato era schierato il VI Corpo d'Armata, con una giurisdizione che comprendeva un territorio da Rastozza (in croato Zaostrog) sino a Ragusavecchia (Cavtat), ed una profondità di trenta chilometri verso l'interno. Oltre a ciò, il VI Corpo d'Armata presidiava la penisola di Sabbioncello, le isole italiane di Curzola e Meleda e quelle croate di Giuppana, Mezzo, Calamotta e Lagosta, quest'ultima essendo parte del territorio italiano fin dalla fine della Grande Guerra[3].
- La parte nord e la parte centrale della regione ricadevano invece nella giurisdizione della Seconda Armata (comando a Sušak, un sobborgo di Fiume), agli ordini del generale Mario Robotti, che sovrintendeva all'intero scacchiere che andava dalla parte della Slovenia annessa all'Italia nel 1941 a nord fino alla Dalmazia centrale a sud. La Dalmazia italiana (esclusa la provincia di Cattaro) era presidiata dal XVIII Corpo d'Armata (generale Umberto Spigo), con sede a Zara[4]. Quest'ultimo Corpo d'Armata era a sua volta spiegato sul terreno con una Divisione a nord (Zara, generale Carlo Viale e comando nella città di Zara) ed una a sud (Bergamo, generale Emilio Becuzzi e comando nella città di Spalato)[5].
Sul versante tedesco la disposizione delle forze era invece la seguente:
- Il neocostituito Gruppo d'armate F (Heeresgruppe F), di stanza a Belgrado, al comando del Generalfeldmarschall Maximilian von Weichs. Egli disponeva della 2ª Armata Corazzata (2. Panzerarmee, sede a Kragujevac), al comando del Generaloberst Lothar Rendulic. Il 12 agosto 1943 i tedeschi crearono all'interno della 2ª Armata Corazzata il 15º Corpo d'Armata di Montagna (XV. Gebirgs-Armeekorps), al cui comando venne posto il General der Infanterie Rudolf Lüters. I principali reparti che componevano il 15º Corpo d'Armata di Montagna erano i seguenti:
- 4ª Brigata croata Cacciatori (4. kroat. Jäger-Brigade)
- III Corpo croato (III. kroat. Korps)
- II Corpo croato (II. kroat. Korps)
- 373ª Divisione di Fanteria croata (373. Infanterie-Division (kroatisch))
- 369ª Divisione di Fanteria croata (369. Infanterie-Division (kroatisch))
- Divisione Volontari delle SS "Prinz Eugen" (SS Freiwilligen Division "Prinz Eugen[6])
- 264ª Divisione di Fanteria (264. Infanterie-Division)
- 114ª Divisione di Cacciatori (114. Jäger-Division)[7][8].
[modifica] L'armistizio in Dalmazia
[modifica] Le prime reazioni
| Per approfondire, vedi le voci Armistizio di Cassibile, Proclama Badoglio dell'8 settembre 1943, Operazione Alarico e Operazione Achse. |
Le reazioni dei militari italiani di stanza nel teatro dei Balcani alle notizie della firma dell'armistizio, col proclama di Badoglio dell'8 settembre e le conseguenti decisioni degli alti ufficiali e della truppa sono un segno tangibile dell'estrema improvvisazione dell'intera operazione. Gli eventi che si registrarono spaziano dal farsesco al drammatico.
In una relazione sui fatti, il comandante della 9ª Armata (Albania) Renzo Dalmazzo ricorda che i fanti autonomamente «la sera del giorno 8 disfecero le tende ed affardellarono lo zaino» per essere pronti a rimpatriare[9]. Ovunque sono registrate scene di giubilo, frammiste a frenetici tentativi dei comandi di contattare i propri superiori per ricevere conferma della notizia spesse volte ricevuta non attraverso le vie ordinarie ma grazie all'ascolto di radio straniere[10]. Non sono rare finanche alla sera dell'8 delle prese di posizione di assoluto scetticismo da parte di ufficiali che ritenevano tutto quanto un'invenzione propagandistica del nemico[11].
La particolarità della situazione in Dalmazia, con la contemporanea presenza di combattenti italiani e tedeschi, di collaborazionisti croati e cetnici, oltre che dei partigiani iugoslavi guidati dai comunisti di Tito, si rese evidente nell'assoluta eterogeneità delle decisioni dei comandi italiani: mentre a Cattaro e a Ragusa gli italiani si opposero con le armi ai tedeschi, a Spalato e a Sebenico aprirono contemporanee trattative con i tedeschi e con i partigiani, mentre a Zara per prevenire i secondi ci si accordò con i primi fin dallo stesso 8 settembre per un loro ingresso in città: i tedeschi entrarono quindi a Zara due giorni dopo[12].
I tedeschi - che già diffidavano dell'alleato italiano - si mossero con estrema rapidità e decisione non appena avuta notizia dell'armistizio, seguendo le direttive generali da tempo definite all'interno del piano Alarico, approntato proprio in previsione dell'uscita dalla guerra dell'Italia. I fini principali perseguiti dai tedeschi in Dalmazia erano due: da un lato assicurare a sé il predominio sull'intero territorio già soggetto al Regio Esercito, dall'altro impedire operazioni di accaparramento di materiale da parte delle forze partigiane iugoslave[13].
[modifica] La situazione nelle zone di giurisdizione della divisione Bergamo
| La divisione Bergamo nel 1943[14] |
Rinforzata da:
|
[modifica] Settore di Sebenico
La piazza di Sebenico era comandato dal generale di brigata Paolo Grimaldi (divisione Bergamo), che aveva a propria disposizione un battaglione del 4º reggimento bersaglieri, un battaglione mitraglieri, un battaglione territoriale mobile, il 103º gruppo di artiglieria da posizione e la "Milizia artiglieria marittima" (Milimart) con tre batterie. Comprendendo il personale del Comando militare marittimo - agli ordini del tenente di vascello Pietro Tacchini - complessivamente si trattava di circa tremila uomini[15].
La notizia dell'armistizio si diffuse al pomeriggio dell'8 settembre, seguendo spesso vie non ufficiali: voci di piazza o persone che domandavano conferma agli stessi militari italiani, completamente all'oscuro fino al momento in cui arrivò notizia del comunicato di Badoglio[16].
Alla mattina del 9, il generale Becuzzi avvertì Grimaldi: «siamo in guerra con la Germania», emanando una serie di ordini in esecuzione dei piani di corpo d'armata per la creazione di una linea di difesa sino a sud di Spalato. Fra questi ordini, il ripiegamento dell'89ª legione di presidio a Dernis, che non poté essere eseguito. Per quanto concerne il contegno da tenersi verso i partigiani jugoslavi, Becuzzi autorizzò ad «accettare cooperazione (...), se vogliono combattere con noi contro i tedeschi», aggiungendo però di «non farli entrare in Sebenico; per ora tenerli dove si trovano»[17].
Nel pomeriggio, il comando del corpo d'armata ordinava a Grimaldi di far confluire su Sebenico i reparti che si trovavano nella località di Percovich (16 km ad est): il 259º Reggimento di fanteria della divisione Murge e il XXVI battaglione del 4º Reggimento bersaglieri. Ciò causò delle frizioni con i partigiani iugoslavi della zona, che temavano di veder sfumare la possibilità di fare incetta degli armamenti dei reparti italiani, palesemente in confusione: fu in questa occasione che si verificarono i primi abboccamenti fra i capi partigiani e i comandanti dei reparti italiani, con la parziale consegna di materiale bellico. Il giorno seguente, una delegazione iugoslava ebbe un incontro a Sebenico col generale Grimaldi: la presenza in città dei partigiani suscitò l'entusiasmo della popolazione; reparti in armi cercarono di entrare in città, venendo però parzialmente bloccati dai militari italiani. Il caos la faceva da padrone, mentre Grimaldi si barcamenava - avendo ricevuto ordini contraddittori e parziali - mantenendo aperto il dialogo con i partigiani, cercando però nel contempo di non compromettersi troppo agli occhi dei tedeschi, il cui intervento era atteso da un'ora all'altra[18].
Alle 17:00 del 10 settembre Grimaldi ricevette da Zara il testo di un accordo che il generale Spigo aveva preso con i tedeschi: le truppe italiane si sarebbero dovute arrendere ai tedeschi senza opporre alcuna resistenza[19]. Gruppi di partigiani infiltratisi a Sebenico avevano nelle stesse ore già prelevato fra la popolazione una settantina di ustascia e serbi anticomunisti: una decina di essi erano stati soppressi, poi Grimaldi reagì energicamente ottenendo la liberazione degli altri prigionieri. Nel contempo, era già stato preparato un elenco di cento italiani da consegnare: agenti della questura, appartenenti alla milizia, ufficiali e sottufficiali dell'esercito, ma gli eventi successivi resero impossibile il loro fermo.
Al mattino dell'11, venne convocato un incontro fra lo stato maggiore partigiano e il comando italiano: Grimaldi riuscì a convincere gli iugoslavi della imminente venuta dei tedeschi, informandoli dell'ordine ricevuto da Zara. Nonostante l'estrema fluidità della situazione, i partigiani lasciarono Sebenico il giorno stesso. Alle 16:00 dell'11 settembre, i primi reparti tedeschi entrarono a Sebenico.
Il giorno successivo il comandante della 114ª Divisione di Cacciatori (114. Jäger-Division), Generalleutnant Karl Eglseer, convocò l'intero corpo ufficiali presso il comando settore e parlò loro. Successivamente interpellò la truppa radunata in quattro diverse località, proponendo di continuare la guerra a fianco della Germania o in alternativa di essere internati in prigionia: la gran parte dei soldati scelse la prigionia, capeggiata dallo stesso generale Grimaldi[20].
[modifica] Settore di Spalato
[modifica] Dall'8 al 10 settembre
Secondo quanto riportò il generale Emilio Becuzzi, a Spalato e immediati dintorni erano concentrati circa 13.000 militari italiani su un totale di 20.000 al suo comando. Di questi 20.000, 8.000 erano in forze al XVIII Corpo d'Armata, il cui comando si era trasferito da Spalato a Zara il 3 settembre, 11.000 uomini della divisione Bergamo e 1.000 uomini di passaggio[21]. La maggior parte dei militari della Bergamo era dislocata nei distaccamenti a corona della città e sulla costa (Dernis, Signo, Sebenico, Macarsca, Almissa e Podgora) e sulle isole (Zirona, Brazza, Bua, Solta, Lesina, Lissa e minori). In città aveva sede anche il Comando Marittimo della Dalmazia (Maridalmazia) agli ordini dell'ammiraglio Antonio Bobbiese, oltre al Comando Marittimo di Spalato (capitano di corvetta Riccardo Lesca): più di 1.500 uomini fra ufficiali e marinai. In città viveva la più numerosa collettività italiana della Dalmazia - esclusa Zara - con oltre un migliaio di italiani autoctoni e circa duemila fra funzionari, insegnanti, portuali, ferrovieri e loro famiglie, giunti dalla penisola[22].
Le prime notizie dell'armistizio crearono una confusione grandissima: mentre i partigiani cercavano di fraternizzare, Becuzzi alle prime ore del 9 settembre ordinò a tutti i settori di astenersi dai contatti. A seguito però di un colloquio telefonico col generale Spigo, l'ordine venne modificato: le trattative con i partigiani erano autorizzate, a patto che questi «passino alle nostre dipendenze». Allo stesso modo, vennero emanati in immediata successione ad alcuni presidi esterni prima degli ordini di ripiegamento e poi dei contrordini, il che contribuì ad aumentare la confusione. Nelle stesse ore, il generale Alfonso Cigala Fulgosi - comandante della piazza di Spalato - procedette al disarmo del personale tedesco di scorta ad una nave rumena attraccata in porto, oltre che al piantonamento del consolato tedesco[23].
Immediatamente dopo aver diramato l'ordine di trattare coi partigiani, Becuzzi ebbe una serie di contatti con i cetnici, che nel settore di Spalato contavano circa 2.000 uomini inquadrati nella Milizia Volontaria Anti Comunista, al comando del maggiore serbo Pavasović[24]. Quest'ultimo chiese a Becuzzi quali fossero le decisione della Bergamo, mettendo a disposizione i suoi uomini a patto che fossero fornite armi e munizioni. Becuzzi chiese tempo per consultarsi col comando del corpo d'armata, poi al pomeriggio riconvocò Pavasović per comunicargli la consegna delle armi per il giorno successivo, al fine costituire un battaglione di 500 cetnici, da dislocare a Castel Vitturi (lungo la riviera a nord di Spalato). Appena partito Pavasović, Becuzzi ricevette una delegazione di comunisti e partigiani di Spalato per stabilire le prime basi di un accordo. Il generale italiano aveva invitato in città per il giorno successivo Ivo Lola Ribar, del Comando Supremo dell'EPLJ, e il capo partigiano Vicko Krstulović, comandante della IV zona operativa (Dalmazia), per organizzare una difesa contro i tedeschi. Ma in immediata successione era pervenuto da Zara l'ordine di applicare le disposizioni armistiziali "senza spargimento di sangue", il che rese Becuzzi molto incerto sul da farsi[25].
[modifica] Il massacro
In seguito alla resa delle forze italiane, i tedeschi rastrellarono i militari italiani presenti, separandone in parte gli ufficiali. Tra questi figuravano anche tre generali, Policardi (comandante del genio di corpo d'armata), Pelligra e Cigala Fulgosi (comandante della piazza di Spalato e padre di Giuseppe Cigala Fulgosi, pluridecorato ufficiale della Regia Marina), diversi colonnelli e tenenti colonnelli, un maggiore ed alcuni ufficiali subalterni. Con il pretesto del trasferimento in Germania, questo gruppo venne avviato su dei camion ma, dopo essere stati portati in una cava di ghiaia, tutti gli ufficiali vennero uccisi a colpi di mitragliatrice. Sul massacro, dimenticato dalle autorità italiane, gettò luce la figlia di uno degli ufficiali scomparsi dopo la resa, Carlo Linetti, maggiore e comandante di uno dei battaglioni di fanteria della divisione[26]. Questa, dopo anni di ricerche, senza alcun aiuto da parte delle autorità italiane e tra il sospetto di quelle jugoslave, riuscì a incontrare un vecchio abitante della zona che era a conoscenza di un massacro compiuto dai tedeschi dopo l'8 settembre. Dopo gli scavi condotti sul sito, tra i cadaveri oramai decomposti venne rinvenuto un unico ufficiale di fanteria con i gradi da maggiore, identificato pertanto come Linetti. Le salme vennero poi rimpatriate negli anni cinquanta e sepolte al Sacrario Militare del Lido di Venezia[27].
[modifica] Elenco dei fucilati
[modifica] Presso le fornaci di Signo il 30 settembre 1943
| Grado | Nome | Cognome | Reparto | Onorificenza |
|---|---|---|---|---|
| Generale | Alfonso | Cigala Fulgosi[28] | Comandante della piazza di Spalato | |
| Generale | Salvatore | Pelligra | Comandante dell'artiglieria del Corpo d'Armata | |
| Generale | Angelo | Policardi | Comandante del genio del Corpo d'Armata |
[modifica] A Trilj il 1 ottobre 1943
| Grado | Nome | Cognome | Reparto | Onorificenza |
|---|---|---|---|---|
| Colonnello | Ezio | Armellini | 60° Artiglieria | |
| Capitano | Mario | Basi | 78ª Compagnia Genio | |
| Capitano | Celestino | Basile | 9° Genio | |
| Capitano | Renato | Bassa | 26° Fanteria | |
| Tenente | Camillo Pietro Maria | Berizzi | 157° Autieri | |
| Capitano | Francesco | Bersoni | 4° Artiglieria | |
| Capitano | Luigi | Bicchelli | 116ª Sezione Sussistenza | |
| Tenente | Giulio | Brizzi | 26° Fanteria | |
| Capitano | Celso | Bruttomesso | 4° Artiglieria | |
| Tenente | Carlo | Candela | 26° Fanteria | |
| Capitano | Alfredo | Cecchini | 11º Cavalleria | |
| Capitano | Adriano | Cinelli | 5º Battaglione Mortai | |
| Capitano | Giuseppe | Conti | 3° Bersaglieri | |
| Colonnello | Francesco Antonio | Falluto | Comandante Genio Divisione Bergamo | |
| Capitano | Mario | Favre | 404ª Compagnia di Presidio | |
| Tenente Colonnello | Gennaro | Franchini | 4° Artiglieria | |
| Sottotenente | Giuseppe | Furino | 7ª Compagnia Genio | |
| Capitano | Renzo | Giovanardi | Comando 18º Corpo d'Armata | |
| Sottotenente | Guglielmo | Giusiani | 26° Fanteria | |
| Sottotenente | Lazzaro | Giussani | 4° Artiglieria | |
| Tenente | Giuseppe | Gosso | 403ª Compagnia di Presidio | |
| Capitano | Alessandro | Laurenzi | Divisione Bergamo | |
| Maggiore | Carlo | Linetti | 18° Genio | |
| Tenente | Umberto | Macchioni | 26° Fanteria | |
| Colonnello | Paolo | Marchini | 1º Cavalleria | |
| Colonnello | Pietro | Mazza | Comando 18º Corpo d'Armata | |
| Maggiore | Cesare | Mores | 26° Fanteria | |
| Capitano | Pietro | Moretti | 60° Artiglieria | |
| Tenente | Santino | Nardini | 50ª Compagnia Genio | |
| Capitano | Antonio | Negroni | 13° Fanteria | |
| Capitano | Bartolomeo | Padovano | Comando 18º Corpo d'Armata | |
| Tenente | Pietro | Pellegrino | 125ª Compagnia Marconisti | |
| Capitano | Oscar | Perozzi | Comando 18º Corpo d'Armata | |
| Capitano | Guido | Pica | 4° Artiglieria | |
| Tenente | Daniele | Pierantoni | 220º Reggimento | |
| Tenente | Raffaele | Piscitelli | 26° Fanteria | |
| Capitano | Igino | Rocco | 26° Fanteria | |
| Capitano | Antonio | Ruggeri | 60° Artiglieria | |
| Capitano | Giovanni Battista | Soberti | 56° Fanteria | |
| Tenente | Vito Giuseppe | Soranno | 9° Genio | |
| Capitano | Clemente | Starace | 21° Lancieri | |
| Capitano | Ermanno | Toneatti | 26° Fanteria | |
| Capitano | Ettore | Valente | 6º Reggimento | |
| Colonnello | Umberto | Volpi | Comandante 4° Artiglieria | |
| Sottotenente | Guido | Zammarano[32] | 56º Reggimento di Presidio | |
| Sottotenente | Ferruccio | Zuppini | 4° Artiglieria |
[modifica] Note
- ^ Sulla costituzione e i destini del Governatorato della Dalmazia, si veda D.Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo, Bollati Boringhieri, Torino 2003
- ^ Oddone Talpo, Dalmazia. Una cronaca per la storia (1943-1944), Stato Maggiore dell'Esercito - Ufficio Storico, Roma 1994, p. 1042.
- ^ Oddone Talpo, op. cit., p. 1065.
- ^ Il comando del XVIII Corpo d'Armata venne spostato da Spalato a Zara il 3 settembre 1943. Alla data del proclama di Badoglio, una parte del personale era ancora dislocata a Spalato.
- ^ Oddone Talpo, op. cit., pp. 1085 ss.
- ^ Il 22 ottobre 1943 la divisione venne rinominata 7. SS Freiwilligen-Gebirgs Division "Prinz Eugen". Si veda in merito George F. Nafziger, The German Order of Battle. Waffen SS and Other Units in World War II, Combined Publishing, Pennsylvania 2001, p. 82
- ^ Gerhard Schreiber, La vendetta tedesca. 1943-1945: le rappresaglie naziste in Italia, Mondadori, Milano 2000, p. 61.
- ^ XV. Gebirgs-Armeekorps, dal sito www.lexiconderwehrmacht.de.
- ^ Renzo Dalmazzo, L'armistizio dell'8 settembre in Albania, S.Ed., Roma 1953, p. 126.
- ^ Oddone Talpo, op. cit., pp. 1041-1043.
- ^ Oddone Talpo, op. cit., p. 1043.
- ^ Oddone Talpo, op. cit., p. 1042.
- ^ Su tutto ciò, si veda il capitolo V di Oddone Talpo, op. cit., pp. 1041-1328.
- ^ Dal sito Regio Esercito.
- ^ Oddone Talpo, op. cit., p. 1125.
- ^ Oddone Talpo, op. cit., p. 1126.
- ^ Oddone Talpo, op. cit., p. 1129.
- ^ Per una descrizione dettagliata di tutti gli avvenimenti, si veda Oddone Talpo, op. cit., pp. 1128 ss.
- ^ Oddone Talpo, op. cit., p. 1131.
- ^ Oddone Talpo, op. cit., p. 1134.
- ^ Emilio Becuzzi, Relazione sugli avvenimenti dal 9 al 25 settembre 1943, in Oddone Talpo, op. cit., p. 1262.
- ^ Oddone Talpo, op. cit., p. 1135.
- ^ Oddone Talpo, op. cit., p. 1137.
- ^ Le fonti consultate non ne indicano il nome.
- ^ Tutti i convulsi avvenimenti del 9 settembre sono descritti in Oddone Talpo, op. cit., pp. 1138-1140 e in Enzo de Bernart, Da Spalato a Wietzendorf. 1943-1945. Storia degli internati militari italiani, Mursia, Milano 1974, pp. 7 ss.
- ^ Vita e morte del soldato italiano nella guerra senza fortuna - Ed. Ferni Ginevra 1971 Vol. XII
- ^ Vita e morte del soldato italiano nella guerra senza fortuna - Ed. Ferni Ginevra 1971 Vol. XII
- ^ Da non confondere con i figli Giuseppe Cigala Fulgosi, ufficiale di marina e anch'esso decorato di medaglia d'oro al valor militare, e Agostino Giorgio Cigala Fulgosi, tenente pilota nato a Milano il 21 agosto 1919, decorato di medaglia d'argento al valor militare, caduto sul cielo del Mediterraneo l'11 giugno 1943.
- ^ La motivazione della Medaglia d'Oro al Valor Militare fu la seguente: "In un momento di generale smarrimento spirituale, reagiva con violenza all'ordine impartitogli di cedere le armi. Pur avendo chiara visione della immancabile tragedia che incombeva sulle truppe ai suoi ordini, mantenendo inalterata la fede alle leggi dell'onore militare, ne condivideva la sorte con cosciente determinazione sottraendosi fieramente all'offertagli possibilità di salvezza. Organizzata la resistenza, la alimentava con indomito valore insensibile ai massacranti bombardamenti aerei e, benché tutto ormai crollasse inesorabilmente attorno a lui, la protraeva con eroica tenacia per lungo tempo, infliggendo al nemico severe perdite. Sommerso da preponderanti forze avversarie e fatto prigioniero, affrontava con supremo sprezzo della vita il plotone di esecuzione, rifiutando di farsi bendare gli occhi ed attendendo la raffica mortale al grido di: «Viva l'Italia». Combattente di tre guerre, più volte decorato, cadde come visse, fedele al suo giuramento di soldato, esempio luminoso, ai più, di preclari virtù militari". La motivazione è tratta dal sito dell'ANPI[1]
- ^ La motivazione della Medaglia d'Oro al Valor Militare fu la seguente: "In un momento di generale smarrimento spirituale, reagiva con fierezza all'ordine impartitogli di cedere le sue artiglierie. Rifiutando sdegnosamente l'invito di porsi in salvo imbarcandosi per l'Italia, manteneva inalterata fede alle leggi dell'onor militare, rimanendo tra i suoi artiglieri con i quali affrontava sereno la situazione, pur avendo chiara visione dell'immancabile tragedia che incombeva sui forti votati al sacrificio. Organizzata la resistenza, l'alimentava con indomito ardore insensibile ai massacranti bombardamenti aerei, e benché tutto ormai crollasse inesorabilmente avanti a lui, la protraeva con eroica tenacia per lungo tempo infliggendo al nemico serie perdite. Sommerso da preponderanti forze nemiche, si sottraeva con cosciente determinazione ad ogni possibilità di salvezza per non abbandonare i gloriosi superstiti e, con supremo sprezzo della vita, affrontava il plotone di esecuzione attendendo la raffica mortale nella severa posizione di saluto militare, teso alla Patria lontana alla quale tutto aveva dato per l'onore e il prestigio dell'Esercito. Combattente della grande guerra, più volte decorato, cadde come visse, fedele al suo giuramento di soldato, luminoso esempio, ai più, di preclare virtù militari". La motivazione è tratta dal sito dell'ANPI[2]
- ^ La motivazione della Medaglia d'Oro al Valor Militare fu la seguente: "Comandante di reggimento, si distingueva durante un lungo periodo operativo per alta capacità, instancabile attività ed indomito coraggio anche in volontarie rischiose missioni. All'atto dell'armistizio, fedele alle leggi dell'onor militare, partecipava attivamente alla lotta senza speranza, contro soverchianti forze tedesche. Catturato, affrontava con stoicismo il plotone di esecuzione sostenendo fino all'ultimo, con parole di elevato patriottismo e di fede, i suoi compagni di martirio, perpetuando così nel tempo le tradizioni del valore italiano. Magnifica figura di ufficiale, animato da nobile spirito di sacrificio e provato valore". La motivazione è tratta dal sito dell'ANPI[3]
- ^ Il sottotenente Zammarano venne ucciso singolarmente il 2 settembre, essendo considerato un ebreo dall'Obersturmführer Otto von Ludendorff. Sul punto si veda la testimonianza del tenente Ulisse Donati in Oddone Talpo, op. cit., p. 1327.
[modifica] Bibliografia
- Enzo de Bernart, Da Spalato a Wietzendorf. 1943-1945. Storia degli internati militari italiani, Mursia, Milano 1974
- Avio Clementi, Non solo El Alamein, in Patria indipendente. Periodico della Resistenza e degli ex combattenti, Anno LII, 23 febbraio 2003
- Gerhard Schreiber, La vendetta tedesca. 1943-1945: le rappresaglie naziste in Italia, Mondadori, Milano 2000
- Oddone Talpo, Dalmazia. Una cronaca per la storia (1943-1944), Stato Maggiore dell'Esercito - Ufficio Storico, Roma 1994
- Vita e morte del soldato italiano nella guerra senza fortuna, Vol. XII, Editrice Ferni, Ginevra 1971
[modifica] Nota sulla bibliografia
Le fonti edite sul massacro di Trilj sono praticamente solo quelle presentate. Il testo di Oddone Talpo è fra di esse la più completa, attingendo anche a memoriali e testimonianze orali. Detto studio presenta inoltre alle pagine 1249-1328 la trascrizione di una serie di documenti originali italiani e tedeschi di fondamentale importanza per comprendere il contesto da cui scaturì il massacro, oltre alla Relazione del tenente Ulisse Donati sul massacro di Trilj, compilata ad agosto del 1945 e consegnata dal Donati ai Reali Carabinieri di Venezia. Da ciò dipende il fatto che il testo del Talpo sia la fonte maggiormente utilizzata.