Macedonia (provincia romana)

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Macedonia
Mappa di localizzazione
Macedonia SPQR.png
La provincia romana (in rosso cremisi)
Informazioni generali
Nome ufficiale (LA) Macedonia
Capoluogo Tessalonica (Salonicco)
Dipendente da Repubblica romana, Impero romano, Impero bizantino
Amministrazione
Forma amministrativa Provincia romana
Evoluzione storica
Inizio 146 a.C.
Causa Quarta guerra macedonica
Fine 395-VII secolo
Causa divisione tra Occidente ed Oriente
Preceduto da Succeduto da
regno di Macedonia Impero bizantino

La Macedonia fu una provincia romana istituita nel 146 a.C. dopo la conquista del regno di Macedonia.

Statuto[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Province romane e Governatori romani di Macedonia.

La nuova provincia comprendeva le quattro precedenti repubbliche, le coste della Tracia e forse anche l'Epiro e l'Illiria. Vi si aggiunsero quindi anche la Tessaglia e parti della Grecia. La provincia venne governata da un proconsole.

Con la riforma augustea la provincia fu ascritta tra quelle senatorie ed ebbe un governatore di rango pretorio. La Grecia venne tuttavia staccata dalla Macedonia e divenne una provincia senatoria separata con il nome di Acaia e lo stesso accade per l'Illirico.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Prima dell'istituzione della provincia[modifica | modifica sorgente]

Le prime tre guerre macedoniche (214-168 a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Prima guerra macedonica, seconda guerra macedonica e terza guerra macedonica.

Roma entrò in contatto con il regno di Macedonia durante la seconda guerra punica, quando il re Filippo V si alleò con Annibale, mentre i Romani strinsero alleanza con i suoi nemici, la Lega etolica e il regno di Pergamo degli Attalidi.

Un secondo conflitto scoppiò in seguito all'alleanza della Macedonia con la Siria dei Seleucidi e alla minaccia che questa portava a Rodi e al regno di Pergamo, tuttora alleati dei Romani. Filippo V venne sconfitto nel 197 a.C. a Cinocefale da Tito Quinzio Flaminino, che proclamò nel 196 a.C. la libertà per le città greche[1]. Nel 194 a.C. le legioni abbandonarono la regione, dove i Romani continuarono comunque ad intervenire, formalmente come arbitri esterni, nelle contese tra le città greche o tra i Macedoni e le tribù confinanti.

In Grecia le città rimasero indipendenti, spesso associate in leghe, sia già esistenti (Lega etolica, Lega achea, Lega tessala) sia di nuova formazione (come quella che riunì le città dell'isola di Eubea). Nel 192 a.C. il re seleucide Antioco III era intervenuto in Tracia, ma era stato sconfitto nel 190 a.C. dalle forze romane passate in Asia Minore nella battaglia di Magnesia e la Lega etolica, che era stata sua alleata, perse la supremezia sull'anfizionia delfica.

La terza guerra macedonica si concluse con la sconfitta del figlio di Filippo V, Perseo nella battaglia di Pidna del 168 a.C., che segnò la fine del regno di Macedonia. Roma, tuttavia, non procedette all'annessione diretta dei territori conquistati, che furono organizzati da una commissione senatoriale di dieci membri, analoga a quelle utilizzate per l'istituzione di nuove province.

I quattro distretti (168-150 a.C.)[modifica | modifica sorgente]

La Macedonia venne suddivisa in quattro repubbliche (merídes):

I terreni di proprietà regia (agri regii) non entrarono a far parte dell'ager publicus populi Romani, ma le imposte fondiarie dovute al re, ridotte della metà furono devolute a Roma. L'economia locale era tuttavia pesantemente condizionata da imposizioni e divieti stabiliti dai Romani.

Rivolta di Andrisco (150-146 a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Quarta guerra macedonica.

Nel 150 a.C. si ebbe la rivolta di Andrisco, che si proclamava figlio di Perseo, sconfitto nel 148 a.C. da Quinto Cecilio Metello e venne istituita la nuova provincia nel 146 a.C.

Contemporaneamente il conflitto tra la Lega achea, guidata da Corinto, e Sparta, con il rifiuto di Corinto di accettare l'arbitrato della commissione senatoriale inviata da Roma, portò alla distruzione della città da parte di Lucio Mummio nello stesso 146 a.C. Non è chiaro tuttavia se la Grecia sia stata annessa immediatamente alla nuova provincia di Macedonia, ovvero se si conservò il regime precedente fino alla riforma augustea del 27 a.C. Probabilmente venne effettivamente annessa solo una parte del territorio, quello della distrutta Corinto e dei suoi principali alleati.

La provincia romana (146 a.C.-VII secolo)[modifica | modifica sorgente]

Età repubblicana[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Repubblica romana e guerre mitridatiche.

La regione visse in seguito una rivolta fomentata da un altro presunto figlio di Perseo, Alessandro, nel 143 a.C. e incursioni delle tribù sul confine (nel 92 a.C. una degli Scordisci giunse a saccheggiare il santuario di Dodona).

Il quinto anno di guerra (85 a.C.) della prima guerra mitridatica si svolsero anche in Macedonia. In evidenza: gli incontri tra Silla e Archelao, prima a Delio[2] e poi a Filippi;[3] tra Silla e Mitridate a Dardano;[4] lo scontro tra Silla e Flavio Fimbria presso Thyatira.[5]

La provincia fu occupata da Ariarate IX, un figlio di Mitridate VI re del Ponto, durante la prima delle guerre mitridatiche e fu rioccupata da Silla solo nell'85 a.C., ma, nonostante l'adesione alla parte avversa di molte città, la situazione non sembra fosse modificata in senso punitivo. La guerra pesò tuttavia sulle risorse locali dal punto di vista economico. Ricordiamo a tal proposito che durante l'inverno dell'88/87 a.C., la flotta pontica, sotto la guida dell'ammiraglio Archelao, invadeva Delo[6] (che si era ribellata ad Atene), ne uccideva 20.000 dei suoi abitanti, molti dei quali erano Italici, e restituiva tutte le sue roccaforti agli Ateniesi. In questo modo Mitridate sperava di ottenere l'alleanza degli Ateniesi, inviando loro anche il tesoro sacro dell'isola appena conquistata, con una delegazione affidata all'ateniese Aristione e 2.000 soldati circa.[7] Il successo della missione portò a Mitridate nuove alleanze oltre che tra gli Achei, anche tra Lacedemoni e Beoti (tranne la città di Thespiae, che fu subito dopo stretta d'assedio). Allo stesso tempo, Metrofane, che era stato inviato da Mitridate con un altro esercito, devastò i territori dell'Eubea,[6] Il grosso delle armate romane non poté intervenire in Acaia, se non ad anno inoltrato,[8] a causa dei difficili scontri interni tra la fazione dei populares, capitanate da Gaio Mario, e quella degli optimates, condotta da Lucio Cornelio Silla.[9]

Va ricordato però, che un primo timido intervento era stato fatto in precedenza da parte del vice-governatore della provincia romana di Macedonia, Quinto Bruzzio Sura,[10] il quale si diresse contro Metrofane con un piccolo esercito, e con lo stesso ebbe uno scontro navale, dove riuscì ad affondare una grossa nave ed una hemiolia (tipo di galea greca per il trasporto di truppe), oltre ad uccidere tutti coloro che si trovavano a bordo di queste imbarcazioni. Poi continuò la sua navigazione facendo irruzione nel porto dell'isola di Skiathos, covo di pirati, dove crocifisse gli schiavi e tagliò le mani dei liberti che lì si erano rifugiati. Poi rivolse il suo piccolo esercito contro la Beozia, dopo aver ricevuto rinforzi per 1.000 armati tra cavalieri e fanti dalla Macedonia. Vicino a Cheronea fu impegnato in battaglia per ben tre giorni contro Archelao[11] ed Aristione, senza che nessuna delle due parti potesse prevalere sull'altra. Quando Lacedemoni ed Achei vennero in aiuto delle truppe mitridatiche, Bruzzio preferì ritirarsi al Pireo, fino a quando Archelao non si avvicinò con la sua flotta e ottenne la resa anche di questa località.[12]

Quando giunse Lucio Cornelio Silla sul teatro delle operazioni militari, decise di porre sotto assedio Atene. Appiano di Alessandria ci racconta che, contemporaneamente Arcatia[13] (o Ariarate IX[14]), figlio di Mitridate, a capo di un altro esercito proveniente dalla Tracia,[14] invase la Macedonia, battendo un esercito romano che gli era andato incontro, e soggiogò l'intera provincia romana. Egli poi nominò nuovi satrapi per governare i nuovi territori, ma nell'avanzata verso sud che seguì, per prestare soccorso ad Archealo contro Silla, si ammalò e morì nei pressi Tisaeo.[13] Nell'85 a.C., Silla dopo aver sconfitto ripetutamente le armate mitridatiche, dettò le sue condizioni di pace:

« “Se Mitridate consegna a noi tutta la flotta in vostro possesso, se ci consegnerà tutti i nostri generali, gli ambasciatori, i prigionieri, i disertori e gli schiavi fuggitivi; se restituirà le loro case agli abitanti di Chio ed a tutti gli altri che egli ha condotto nel Ponto; se rimuoverà i suoi presidi da tutti i luoghi, ad eccezione di quelli dove era già presente dello scoppio delle ostilità; se vorrà pagare il costo della guerra sostenuta per causa sua, e rimanere contento dei domini che aveva in precedenza, io spero di convincere i Romani a dimenticare le ferite che ha fatto loro.” »
(Appiano, Guerre mitridatiche, 55.)

Queste furono le condizioni che Silla offrì. Archelao si ritirò velocemente da quei luoghi e sottopose tutte le condizioni della resa a Mitridate. Frattanto Silla decise di marciare contro Eneti, Dardani, Sinti e Maedi[3] popolazioni che abitavano lungo i confini della provincia di Macedonia, che in passato avevano invaso ripetutamente i territori romani, e ne devastò i loro villaggi. In questo modo egli mantenne i suoi soldati in esercizio e li rese ricchi allo stesso tempo, in attesa della risposta del re del Ponto.[15][16]

Nel 72 a.C. fu governata dal proconsole Marco Terenzio Varrone Lucullo, che sconfisse i Bessi.[17] Si racconta anche che nel corso della terza guerra mitridatica il re Mitridate VI, una volta ritiratosi a svernare a Dioscurias nella Colchide, progettò una spedizione militare per attaccare i Romani dall'Europa, mentre il grosso delle armate romane era ancora concentrato in Asia Minore, e tra di loro c'era il canale del Bosforo.[18] Il suo piano strategico era assai ardito: egli aveva previsto di marciare attraverso la Tracia, la Macedonia, la Pannonia, e poi attraverso le Alpi, per giungere in Italia come aveva fatto solo Annibale centocinquant'anni prima.[19]

Nel 57-55 a.C. fu governatore della provincia Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, contro le cui malversazioni venne scritta l'orazione ciceroniana In L. Calpurnium Pisonem.

La provincia venne coinvolta inoltre nella guerra civile tra Cesare e Pompeo, combattuta nelle sue fasi finali tra Durazzo e Farsalo e Cesare vi dedusse alcune colonie di veterani: Butrinto in Epiro e Dymae e Corinto (Laus Iulia Corinthiensis) in Grecia. Nuovamente la provincia fu coinvolta nella lotta tra il triumviri e i Cesaricidi e nuovi stanziamenti di veterani si ebbero dopo la battaglia di Filippi nel 42 a.C. (Dyrrachium a Durazzo, in Epiro, Augusta Arae Patrae a Patrasso, Filippi e Pella, che godettero dello ius italicum).

Età imperiale[modifica | modifica sorgente]

La guerra gotica (376-382)[modifica | modifica sorgente]
Movimenti dei Goti nel 376.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra gotica (376-382) e Battaglia di Adrianopoli (378).

Tra l'estate e l'autunno del 376, decine di migliaia di profughi,[20] Goti e di altri popoli, scacciati dalle proprie terre dalle invasioni unne, giunsero sul Danubio, confine dell'Impero romano, chiedendo asilo. Fritigerno e Alavivo, capi dei Tervingi, si appellarono all'imperatore romano Valente, chiedendo che alla propria gente venisse permesso di stabilirsi sulla sponda meridionale del Danubio: il fiume li avrebbe infatti protetti dagli Unni, che non avevano l'equipaggiamento necessario per attraversarlo in forze. L'imperatore concesse l'asilo in termini estremamente favorevoli,[21] permettendo che i Goti attraversassero il Danubio nei pressi di Durostorum (moderna Silistra, Bulgaria), in Mesia seconda, che una strada collegava direttamente al quartier generale operazionale romano di Marcianopoli.[22] Valente aveva promesso ai Goti terre da coltivare,[23] razioni di grano e l'inclusione nell'esercito romano con la funzione di foederati: secondo le fonti dell'epoca, l'imperatore accettò di accogliere le popolazioni barbare allo scopo di rafforzare il proprio esercito e per aumentare la base imponibile del fisco.[24]

La presenza di un popoloso stanziamento in un'area ristretta causò una penuria di viveri tra i Goti, che l'Impero non fu in grado di contrastare né con i rifornimenti di viveri né con le terre da coltivare promessi.[25] La struttura logistica romana, che distribuiva gli approvvigionamenti in più centri allo scopo di ottenere una maggiore capillarità, venne messa sotto stress: i Goti, senza più approvvigionamenti, si diedero a mangiare carne di cane, che veniva loro fornita al prezzo di un cane per ogni bambino goto ceduto come schiavo. Fritigerno e Alavivo si appellarono nuovamente all'imperatore, il quale concesse loro di andare a rifornirsi al mercato della lontana città di Marcianopoli. Mentre Fritigerno e Alavivo entrarono in città con il consenso del comes Lupicino e vi si stabilirono con poche guardie del corpo, il grosso dei Goti, a causa del persistente rifiuto di permettere ai Goti di entrare in città per fare acquisti, scatenarono una serie di incidenti in cui diversi soldati romani furono uccisi e depredati. Lupicino, venuto a conoscenza dei fatti mentre era a banchetto con i suoi ospiti, decise di evitare una rivolta aperta ordinando la morte della guardia del corpo di Fritigerno e Alavivo, ma la notizia delle uccisioni giunse ai Goti fuori città che si prepararono a prendere Marcianopoli d'assalto; fu Fritigerno che consigliò a Lupicino di calmarli mostrando che almeno lui era ancora vivo e così accadde, con i Goti che accolsero trionfalmente il loro comandante.[26][27] Scampato al tentativo di uccisione di Lupicino, Fritigerno decise che era giunto il momento di rigettare i termini dell'accordo con Valente e ribellarsi ai Romani, che avevano lungamente approfittato delle condizioni difficili dei Goti; divenuto unico capo dei Tervingi, volle guidarli lontano da Marcianopoli, nella Scitia. Lupicino e le sue truppe seguirono da presso il nemico e riuscirono a costringerlo a battaglia (battaglia di Marcianopoli) a quattordici kilometri dalla città, ma furono sonoramente sconfitti: tutti i sottufficiali di Lupicino furono uccisi, le insegne militari furono perse e i cadaveri dei morti romani fornirono ai Goti le armi necessarie a proseguire la lotta; Lupicino di salvò fuggendo e rinchiudendosi a Marcianopoli.[28]

Campagna del 377.

Tra la fine del 376 e l'inizio del 377 le zone a ridosso del Danubio vennero saccheggiate dai Goti; ai Tervingi di Fritigerno si unirono tutti i Goti entrati in territorio romano, come pure schiavi, minatori e prigionieri.[28] Le guarnigioni romane dell'area riuscirono a difendere i centri fortificati, ma la maggior parte delle campagne furono alla mercé dei Goti, i quali si trasformarono in breve tempo da gruppi separati di profughi ribelli in una massa organizzata per la guerra e il saccheggio; si procurarono persino una serie di carri atti a contenere le vettovaglie razziate via via nei territori attraversati.[29] A questo punto la situazione per i Romani era difficile: Valente aveva sottovalutato la minaccia dei Goti rispetto al nemico di sempre, i Sasanidi, e teneva impegnato l'esercito presenziale in oriente, né le truppe in Tracia potevano reggere alla pressione di Unni, Alani e altre popolazioni germaniche lungo i confini e, al tempo stesso, infliggere una sconfitta decisiva ai Goti. Al tempo stesso i Goti si trovavano in una posizione altrettanto difficile, profondamente in territorio nemico e con la necessità di procacciarsi notevoli quantità di cibo, cosa che li costringeva a muoversi in gruppi di numero ridotto, possibile preda di attacchi di forze romane.[30] La reazione di Valente fu quella di inviare il proprio generale anziano, Vittore, a trattare la pace con i Sasanidi; in attesa di completare le preparazioni per il trasferimento dell'esercito presenziale in Tracia, mandò avanti a precederlo due suoi generali, Traiano e Profuturo. A testimonianza della gravità della situazione, c'è anche l'intervento dell'imperatore d'Occidente, Graziano, nella guerra: l'imperatore iunior inviò infatti due propri generali, il comes domesticorum Ricomere e Frigerido, in Tracia, sia per impegnare i Goti che per assicurarsi che non passassero in Occidente.[27][29]

La battaglia di Ad Salices interruppe momentaneamente le ostilità aperte: Ricomere tornò, all'inizio dell'autunno, in Gallia, dove si trovava Graziano, per raccogliere altre truppe per la campagna dell'anno successivo, mentre Valente nominò Saturnino magister equitum e lo inviò in Occidente con un contingente di cavalleria a prendere il comando da Traiano.[31] Saturnino e Traiano riuscirono a bloccare i Goti nei passi dell'Haemus, in Tessaglia, erigendo una linea di avamposti che respinsero i tentativi di sfondamento dei Goti: lo scopo dei generali romani era quello di sottoporre il nemico ai rigori dell'inverno e alla mancanza di cibo e di costringerlo alla sottomissione; in alternativa, avrebbero tolto successivamente le sentinelle, attirando Fritigerno in una battaglia in campo aperto nelle pianure tra il monte Haemus e il Danubio, in cui contavano di sconfiggerlo.[32] Fritigerno, però, non avanzò verso nord accettando battaglia, ma arruolò contingenti di Unni e Alani in suo rinforzo; Saturnino, resosi conto di non poter più fronteggiare il nemico, abbandonò il blocco dei passi ed arretrò.[33] Davanti ai Goti si aprirono allora vasti spazi e poterono invadere e saccheggiare un vasto territorio che giungeva sino ai monti Rodopi a sud e che andava dalla Mesia all'Ellesponto. Le devastazioni furono così totali che Valente abbassò le tasse dovute dalle popolazioni delle Tracia già dal 377.[34] Intanto Valente decise di non attendere l'arrivo delle truppe di Graziano e di dare battaglia ai Goti in campo aperto. La sua sconfitta e morte nella battaglia di Adrianopoli (378) fu un momento cruciale della storia romana.

La battaglia di Adrianopoli che vide una delle più cocenti sconfitte subite da parte dell'esercito romano.

Nel frattempo la Tracia continuava ad essere saccheggiata dai Goti, come anche la Pannonia e la Mesia, e, dovendo Graziano occuparsi della frontiera del Reno, anch'essa minacciata dai Barbari, decise di associare al trono un certo Teodosio, affidandogli il controllo dell'Oriente romano (gennaio 379).[35][36][37] Avendo affidato a Teodosio la conduzione diretta della guerra contro i Goti ed essendo le diocesi di Dacia e Macedonia, fino a quel momento appartenute all'Impero d'Occidente, minacciate proprio dai Goti, Graziano decise di separare quelle due diocesi dalla prefettura d'Illirico (fino a quel momento interamente appartenente all'Occidente), aggregandole all'Impero d'Oriente.[37]

Mentre il nuovo imperatore, Teodosio, era a Tessalonica, egli si preparava a ricostituire un nuovo esercito romano in modo da prendersi la rivincita sui Goti, che intanto avevano occupato una gran parte della Tracia, mentre le guarnigioni delle città e delle fortezze non osavano scontrarsi in campo aperto con il nemico.[38] Avendo constatato dello stato disastrato in cui si trovava l'esercito, Teodosio permise a molti dei Barbari provenienti da oltre Danubio di entrare nell'esercito romano: molti di essi entrarono nelle legioni.[39] L'imperatore, dubitando della fedeltà di questi fuggitivi, così numerosi che eccedevano in numero gli altri soldati, stabilì, per prudenza, di collocare alcuni di loro tra le legioni a difesa dell'Egitto, e richiamò le legioni dell'Egitto nei Balcani.[40] Quando gli Egiziani arrivarono in Macedonia, nessun ordine veniva osservato in campo, né qualsiasi distinzione tra romano e barbaro, venendo entrambi mischiati insieme promiscuamente. Fu permesso ai Barbari di fare ritorno nella propria nazione, e inviare altri al loro posto per servire nelle legioni.[41]

I Barbari, apprendendo lo stato di disordine in cui si trovava l'esercito romano di cui erano stati informati dai fuggitivi, nel 380, penetrarono in Macedonia senza trovare opposizione. Quando ebbero notizia che l'Imperatore stava avanzando per scontrarsi con loro con tutte le sue forze, assaltarono la tenda dell'Imperatore.[42] Venendo raggiunti dai loro connazionali, trovarono opposizione solo dai Romani, che, essendo in piccolo numero, poterono solo permettere all'Imperatore di fuggire, mentre essi venivano tutti massacrati dal nemico, dopo aver combattuto con vigore ed aver ucciso un grande numero di barbari.[43] I barbari, soddisfatti della vittoria, non provarono a lanciarsi all'inseguimento di coloro che erano fuggiti con l'Imperatore, ed, avendo sotto il loro potere la Macedonia e la Tessaglia, esposte ai loro saccheggi senza alcuna protezione, decisero di lasciare le città non danneggiate, sperando di ricevere tributi da esse.[44]

Il nuovo Imperatore d'Oriente, Teodosio I.

L'Imperatore, nel frattempo, rinforzò le fortezze e le città con le guarnigioni, e procedette a Costantinopoli, inviando lettere all'Imperatore d'Occidente Graziano per informarlo della recente disfatta e pregandolo di inviargli rinforzi.[45] Nel frattempo, inviò in Macedonia e Tessaglia, esposte ai saccheggi nemici, degli esattori rapaci che fecero rimpiangere agli abitanti di queste province gli assalti dei barbari.[46] Tale era lo stato della Macedonia e della Tessaglia, quando l'Imperatore entrò con grande fasto a Costantinopoli come se avesse ottenuto un grande trionfo invece che una disfatta.

Zosimo narra che Graziano inviò nei Balcani dei rinforzi sotto il comando dei Franchi Bautone e Arbogaste.[47] Quando i rinforzi dall'Impero d'Occidente giunsero in Macedonia e Tessaglia, i Goti, intenti nei saccheggi, ricevuta la notizia dell'arrivo dei rinforzi romani, decisero prudentemente di ritirarsi in Tracia, che avevano già in precedenza saccheggiato.[48] Nel frattempo l'Imperatore Graziano affidò a Vitaliano il comando delle legioni illiriche,[49] ma questi non ottenne successi di rilievo, e, vista l'impossibilità di scacciare del tutto i Goti dal suolo imperiale, Teodosio fu costretto a negoziare con i Goti rimanenti una nuova pace di compromesso.

Il 3 ottobre 382 fu firmata la pace tra Impero e Goti.[50] Tervingi e Grutungi divennero Foederati dell'Impero, e ottennero terre in Mesia e Scizia Inferiori, e forse anche in Macedonia; fu loro permesso di stabilirsi all'interno dell'Impero, e di mantenere la loro coesione tribale: in cambio i Goti avrebbero dovuto fornire contingenti alleati all'esercito romano.[51] Temistio, retore di Costantinopoli, in un discorso pronunciato nel gennaio 383 al senato bizantino, cercò di raffigurare come "vittoria romana" il trattato di pace (foedus) tra l'Impero e i Goti, nonostante ai Goti fossero state concesse condizioni favorevoli senza precedenti. In tale discorso, Temistio argomentò che Teodosio, mostrando come virtù il perdono, invece di vendicarsi dei Goti sterminandoli in battaglia, decise invece di stringere un'alleanza con essi, ripopolando così la Tracia, devastata dalla guerra, di contadini goti al servizio dell'Impero; Temistio concluse il discorso rammentando come i Galati fossero stati assimilati, con il passare dei secoli, dalla cultura greco-romana ed esprimendo la convinzione che sarebbe accaduto lo stesso con i Goti.[52]

Le incursioni di Alarico (395-397)[modifica | modifica sorgente]

Gli avvenimenti successivi diedero torto a Temistio: finché Teodosio visse, i Goti rimasero in pace con l'Impero, aiutando l'Imperatore persino a reprimere le usurpazioni in Occidente di Magno Massimo e Flavio Eugenio.

Nel 395, tuttavia, sotto il comando di Alarico I, loro capo e re, i Foederati Goti si rivoltarono, devastando la Grecia e la Tracia. Secondo Giordane i motivi della rivolta sarebbero da ricercare nel fatto che i figli di Teodosio I e nuovi Imperatori, Arcadio e Onorio, avessero interrotto i sussidi e i doni che inviavano ai loro alleati Goti per i loro servigi.[53] I guerrieri Goti, inoltre, dopo aver subito diverse perdite combattendo al servizio dell'Impero nella battaglia del Frigido, probabilmente temettero che i Romani intendessero indebolirli facendoli combattere in prima linea per loro conto, per poi, una volta che i Goti avessero subito pesanti perdite, attaccarli per sottometterli e togliere loro ogni autonomia all'interno dell'Impero.[54] I Visigoti, volendo quindi mettere al sicuro la loro autonomia all'interno dell'Impero (garantita dallo status di Foederati), decisero di rivoltarsi eleggendo come loro capo e re Alarico I, che secondo Giordane discendeva dalla famiglia dei Balti.[53]

Nel frattempo, spentosi Teodosio in Italia agli inizi del 395, Stilicone divenne reggente dell'Impero d'Occidente.[55] Secondo Zosimo, Stilicone mirava ad assumere il controllo anche dell'Impero d'Oriente, cospirando contro Rufino, reggente e tutore di Arcadio, Imperatore d'Oriente.[55] Stilicone, infatti, asseriva che l'Imperatore Teodosio, mentre stava per spirare, lo avrebbe nominato reggente e tutore sia di Arcadio che di Onorio.[55] Quando Rufino ne venne a conoscenza, cercò in tutti i modi di impedire una spedizione di Stilicone in Oriente, e allo stesso modo indebolire la forza militare di Arcadio.[55] Zosimo accusa infatti Rufino di aver eletto proconsole della Grecia un greco di nome Antioco, noto per la sua malizia, per fare in modo che i Barbari, nel compiere incursioni, non potessero trovare una seria opposizione, e allo stesso scopo affidò la guarnigione alle Termopili a un certo Geronzio, che a dire di Zosimo "sarebbe stato al suo servizio in tutti i suoi progetti a danni dello stato".[55] Secondo Zosimo, inoltre, quando Rufino venne a sapere del malcontento di Alarico e dei Goti nei confronti dell'Impero, dovuto al fatto che Alarico non era stato promosso magister militum come gli aveva promesso Teodosio quando il capo visigoto lo aiutò nella campagna contro Eugenio, il reggente di Arcadio lo avrebbe addirittura incitato ad invadere la Tracia, secondo almeno le insinuazioni di Zosimo.[55]

I Goti di Alarico, essendosi rivoltati e sfruttando forse il presunto tradimento di Rufino insinuato da alcune fonti, marciarono dalla Tracia fino in Macedonia e in Tessaglia, devastandole.[55] Una volta avvicinatosi alle Termopili, Zosimo narra che Alarico inviò messaggeri al proconsole Antioco e al governatore della guarnigione delle Termopili Geronzio, per informarli del suo arrivo.[55] Geronzio, accusato da Zosimo di tradimento, essendosi a quanto pare accordato con Alarico, avrebbe ordinato alla guarnigione delle Termopili di far passare Alarico e i suoi Goti, permettendo loro di penetrare in Grecia.[55] Per il tradimento di Rufino, e dei suoi complici Antioco e Geronzio, Alarico poté così devastare l'intera Grecia, compresa la Beozia, saccheggiando la città, massacrando vecchi e bambini, e deportando come prigionieri donne e bambini, insieme ad un ampio bottino di guerra.[55] Solo Tebe fu risparmiata dal saccheggio in parte per la resistenza delle mura, in parte per l'impazienza di Alarico di dirigersi verso Atene, che sperava di conquistare.[55]

A questo punto Zosimo, essendo appunto superstizioso e pagano, narra la storia completamente inattendibile e leggendaria che le divinità pagane (la dea Minerva) sarebbero accorse in soccorso della città, facendo sì che Alarico desistesse dall'assedio, e decidesse invece di inviare messaggeri per negoziare una pace.[56] Essendo stata la proposta di Alarico accettata, Alarico entrò ad Atene con pochi soldati, dove furono trattati con molta ospitalità, e, dopo aver ricevuto alcuni doni, partì, lasciando la città e l'intera Attica indenne da saccheggi e procedendo invece verso Megaris, che espugnò al primo tentativo, e poi verso il Peloponneso, senza incontrare resistenza.[56] Zosimo, che parla ancora di tradimenti, narra che Geronzio avrebbe permesso ad Alarico di attraversare l'Istmo, oltre il quale tutte le città, senza fortificazioni perché già protette dall'Istmo, potevano essere espugnate con estrema facilità.[56] A causa del tradimento di Geronzio, Alarico poté così espugnare Corinto e tutte le cittadine nelle sue vicinanze, nonché Argo, Sparta e le città circostanti.[56]

Nella primavera dell'anno successivo, tuttavia, intervennero in soccorso dell'Impero d'Oriente le armate di Stilicone, che lasciò l'Italia portando con sé nell'Illirico le truppe occidentali ed orientali a sua disposizione per liberare i Balcani dai saccheggi di Alarico.[57] Secondo JB Bury e le fonti antiche, un altro motivo politico spinse Stilicone a muoversi in Oriente: nel 379, l'Imperatore d'Occidente Graziano aveva ceduto all'Impero d'Oriente le diocesi di Macedonia e Dacia, e Stilicone pretendeva che l'Impero d'Oriente restituisse quelle due diocesi all'Occidente romano, sostenendo che queste fossero state le ultime volontà di Teodosio.[58] Probabilmente Stilicone intendeva riguadagnare il controllo dell'Illirico orientale perché aveva bisogno di soldati per fronteggiare le minacce esterne e l'Illirico aveva da sempre fornito all'Impero ottimi soldati.[59] A questo punto, secondo Claudiano, il panico colse anche Rufino, quando seppe dell'avvicinarsi di Stilicone, suo nemico politico.[57] Temendo che Stilicone, più che a liberare l'Illirico dai Goti di Alarico, intendesse, invece, marciare a Costantinopoli per deporre Rufino e impossessarsi del controllo anche dell'Impero d'Oriente, si recò da Arcadio e lo convinse a scrivere a Stilicone per indurlo a tornarsene in Italia rimandando in Oriente le truppe dell'esercito d'Oriente che erano nell'esercito di Stilicone.[57] Stilicone, dopo aver letto l'ordine di Arcadio di tornare in Italia, per rispetto dell'ordine dell'Imperatore, ordinò alle truppe orientali che erano nel suo esercito di tornare a servire Arcadio e tornò con il resto del suo esercito in Italia.[57] Le truppe orientali che Stilicone rispedì in Oriente, condotte da Gainas, avevano ricevuto però l'ordine da parte di Stilicone di uccidere al loro arrivo Rufino, e così fecero: indotto Rufino a uscire dalla città per riceverli, lo assaltarono all'improvviso uccidendolo.[60] Al posto di Rufino fu eletto come primo ministro e reggente dell'Imperatore Eutropio, un eunuco di corte.[60]

Eutropio negoziò un trattato di pace con Alarico e i Visigoti: i Visigoti ottennero nuove terre da coltivare e Alarico divenne magister militum per Illyricum.[61] Claudiano, panegirista di Stilicone, espresse indignazione per il trattato, scrivendo che, a causa dello stesso trattato, "il devastatore dell'Acaia e dell'Epiro privo di difese [Alarico] è ora signore dell'Illiria; ora entra come amico dentro le mura che un tempo assediava, e amministra la giustizia a quelle stesse mogli che aveva sedotto e i cui bambini aveva assassinato. E questa sarebbe la punizione di un nemico...?"[62]

Successivamente, quando a Costantinopoli si seguì una politica di antigermanizzazione dell'esercito romano-orientale, con conseguentemente epurazione dei soldati barbari dell'esercito, Alarico, compreso di non essere più accettato in Oriente, decise di invadere con tutto il suo popolo l'Italia, in modo da costringere l'Imperatore d'Occidente Onorio a consentire ai Goti di insediarsi come foederati in una provincia dell'Impero d'Occidente.

Geografia politica ed economica[modifica | modifica sorgente]

In Macedonia poche furono le città libere: Tessalonica (metropoli della Macedonia), Anfipoli, Abdera ed Eno, oltre alle isole di Taso e di Samotracia e alle città di Apollonia e Epidamno (oggi Durazzo) in Illiria, mentre moltissime mantennero tale condizione in Grecia, oltre alle alleate Atene, Rodi e forse la Lega etolica e oltre a Sparta, che come le precedenti ebbe alcune altre città sotto il proprio dominio.

Tutte le altre città della Macedonia e quelle che avevano fatto parte della Lega achea in Grecia furono soggette a tributo come civitates stipendiariae. Tutte le città conservarono tuttavia le proprie autonomie interne, come già era accaduto nei confronti del sovrano all'interno del regno macedone, ma persero il diritto di battere moneta, che rimase invece ad alcune città libere della Grecia. Roma appoggiò inoltre ovunque i regimi oligarchici. Probabilmente i terreni di proprietà regia in Macedonia vennero incorporati nell'ager publicus, di cui entrò a far parte anche il territorio di Corinto, mentre i territori cittadini rimanevano in possesso delle diverse città.

Maggiori centri provinciali[modifica | modifica sorgente]

Principali vie di comunicazione[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Strade romane.

Poco dopo l'istituzione della provincia venne sistemata la via Egnazia, che da Apollonia ed Epidamno, sulla costa adriatica, raggiungeva Pella e quindi Tessalonica.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Polibio (Historiae, 18,44) riporta il senatoconsulto con le condizioni del trattato di pace, che nella premessa riporta una generica dichiarazione di libertà per tutte le città greche, da cui dovevano essere evacuate le truppe del sovrano.
  2. ^ Plutarco, Vita di Silla, 22.3.
  3. ^ a b Plutarco, Vita di Silla, 23.5.
  4. ^ Plutarco, Vita di Silla, 24.1.
  5. ^ Plutarco, Vita di Silla, 25.1.
  6. ^ a b Floro, Compendio di Tito Livio, I, 40.8.
  7. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 28.
  8. ^ André Piganiol, Le conquiste dei Romani, Milano 1989, p. 393.
  9. ^ Floro, Compendio di Tito Livio, I, 40.9.
  10. ^ Giovanni Brizzi, Storia di Roma. 1.Dalle origini ad Azio, Bologna 1997, p. 324.
  11. ^ Plutarco, Vita di Silla, 11.4-5.
  12. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 29.
  13. ^ a b Appiano, Guerre mitridatiche, 35.
  14. ^ a b Plutarco, Vita di Silla, 11.1-2.
  15. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 55.
  16. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 83.3.
  17. ^ Sallustio, Storie, iv.18; J. Harmatta, Studies in the History and Language of the Sarmatians, 6.
  18. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 101.
  19. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 102.
  20. ^ Le fonti antiche esagerano il numero: Eunapio afferma che erano 200.000, Ammiano Marcellino parla di moltitudini (Burns, p. 23).
  21. ^ Lenski, p. 342.
  22. ^ Burns, p. 23.
  23. ^ Ai Goti vennero destinate zone separate della Tracia (Ammiano Marcellino, Storie, xxi.4.5).
  24. ^ Wolfram, pp. 81-82.
  25. ^ Si trattava, del resto, di organizzare gli approvvigionamenti per un intero popolo (Wolfram, p. 82).
  26. ^ Kulikowski, p. 133. Non è noto cosa accadde ad Alavivo, che scompare dalle cronache a questo punto.
  27. ^ a b Burns, p. 26.
  28. ^ a b Kulikowski, pp. 133-134.
  29. ^ a b Kulikowski, p. 136.
  30. ^ MacDowall, p. 45.
  31. ^ Ammiano Marcellino, XXXI VIII,3.
  32. ^ Ammiano Marcellino, XXXI VIII,1, 5, IX,1.
  33. ^ Ammiano Marcellino, XXXI VIII,4-6.
  34. ^ Ammiano Marcellino, XXXI VIII,6; Zosimo, 4.20.7; Eunapio, frammento 44.1; Libanio, Orazioni, 1.179; Girolamo, Cronaca, s.a. 377. Kulikowski p. 138; Lenski pp. 330-331.
  35. ^ Zosimo, IV, 24.4.
  36. ^ Socrate Scolastico, Storia Ecclesiastica, V,2.
  37. ^ a b Gibbon, Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano, Capitolo 26
  38. ^ Zosimo, IV, 25.1.
  39. ^ Zosimo, IV, 30.1.
  40. ^ Zosimo, IV, 30.2-5.
  41. ^ Zosimo, IV, 31.1.
  42. ^ Zosimo, IV, 31.2-3.
  43. ^ Zosimo, IV, 31.4.
  44. ^ Zosimo, IV, 31.5.
  45. ^ Zosimo, IV, 32.1.
  46. ^ Zosimo, IV, 32.2-3.
  47. ^ Zosimo, IV, 33.1.
  48. ^ Zosimo, IV, 33.2-3.
  49. ^ Zosimo, IV, 34.1.
  50. ^ Consularia Constantinopolitana, s.a. 382.
  51. ^ Heather 2005, p. 232.
  52. ^ Heather 2005, pp. 233-237.
  53. ^ a b Giordane, Getica, XXIX,146.
  54. ^ JB Bury, p. 109.
  55. ^ a b c d e f g h i j k Zosimo, V,5.
  56. ^ a b c d Zosimo, V,6.
  57. ^ a b c d Claudiano, Contro Rufino, Libro II.
  58. ^ JB Bury, pp. 110-111.
  59. ^ JB Bury, p. 111.
  60. ^ a b Zosimo, V,7.
  61. ^ JB Bury, p. 120.
  62. ^ Claudiano, Contro Eutropio, Libro II.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • A. Aichinger,Die Reichsbeamten der römischen Provinz Macedonia 44 n. Chr.-284 n. Chr, Wien 1977
Fonti primarie
Fonti secondarie
  • Alessandro Barbero, 9 agosto 378, il giorno dei barbari, Roma-Bari 2005. ISBN 88-420-7765-8
  • Burns, Thomas Samuel, Barbarians Within the Gates of Rome, Indiana University Press, 1994, ISBN 0-253-31288-4
  • Kulikowski, Michael, Rome's Gothic Wars: From the Third Century to Alaric, Cambridge University Press, 2006, ISBN 0-521-84633-1
  • Lenski, Noel Emmanuel, Failure of Empire: Valens and the Roman State in the Fourth Century, University of California Press, 2002, ISBN 0-520-23332-8, pp. 342-343.
  • Wolfram, Herwig, The Roman Empire and Its Germanic Peoples, University of California Press, 1997, ISBN 0-520-08511-6.
  • Simon MacDowall & Angus McBride, Germanic warrior: AD 236-568, Oxford 1996. ISBN 1-85532-586-1
  • Peter Heather, La caduta dell'Impero romano: una nuova storia, Garzanti, Milano, 2006. ISBN 978-88-11-68090-1
  • JB Bury, History of the Later Roman Empire, Volume I, 1923.
  • Thomas Hodgkin, Italy and her Invaders, Volume I.

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