Luigi Nostro

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Luigi Nostro (Villa San Giovanni, 20 luglio 1866Villa San Giovanni, 10 dicembre 1944) è stato un sacerdote, storico e poeta italiano. Il suo nome è legato soprattutto alla ricerca storica riguardo ai centri del Cenideo (intorno a Punta Pezzo, lungo il versante reggino dello Stretto di Messina) e la Colonna Reggina, nonché per la sua opposizione al progetto della Grande Reggio, come sostenitore dell'autonomia amministrativa di Villa San Giovanni e dei comuni limitrofi. Ha scritto opere in lingua italiana e in lingua latina. A lui sono stati intitolati l'Istituto Magistrale ed una via di Villa San Giovanni.

Indice

[modifica] Biografia

Nato nel 1866 da Andrea Nostro e Rachele Calabrese, compì gli studi elementari presso insegnanti privati a Villa, per poi proseguire presso il Liceo Ginnasio di Reggio Calabria. Entrò poi nel Pontificio Seminario della città, e venne ordinato sacerdote il 20 maggio 1881 dall'Arcivescovo Card. Gennaro Portanova. Divenuto dottore in Teologia e materie letterarie, ebbe prima l'incarico di rettore del seminario di Bova e poi di docente presso quello di Reggio Calabria. In poco tempo, il giovane professore cominciò ad essere considerato come uno dei maggiori studiosi ed esperti di storia locale della Calabria nonché come valente latinista dai suoi contemporanei, grazie ai suoi studi ed alle sue pubblicazioni.

[modifica] Gli studi sulla Colonna Reggina

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Colonna Reggina#Altre ipotesi.

Fra il 1893 ed il 1894 pubblicò sulla Rivista storica calabrese il suo primo importante lavoro storiografico dal titolo Notizie storiche e topografiche intorno alla Colonna Reggina, opera in cui riordinava e confutava tutte le teorie storiche sulla Colonna Reggina, dal periodo preistorico sino alla fine dell'Impero Romano.

Nei suoi scritti, Luigi Nostro espone una tesi ben precisa sulla Colonna Reggina (lat. Columna Rhegina), frutto dei suoi studi: egli afferma, infatti, che il termine non si riferirebbe meramente ad una semplice colonna posta alla fine della via Popilia a segnare il luogo di traghettamento per la Sicilia (Trajectum Siciliæ), ma ad una città vera e propria, o per lo meno ad un popoloso centro abitato, situato presso Capo Cenide (l'attuale Punta Pezzo), fra i borghi di Pezzo e Cannitello. A favore della propria tesi, egli riporta alcune informazioni fornite da Strabone e Plinio il Vecchio, dalle quali evince che la Colonna Reggina non disterebbe più di sei stadi dal Cenide (Punta Pezzo) e circa 100 stadi (o 12.500 passi) dal centro di Reggio (circa 18 km). Ciò porterebbe a pensare che l'unica ubicazione possibile per il sito risulterebbe trovarsi fra Pezzo e Cannitello, mentre altri studiosi asserivano presso Catona, Pentimele o addirittura Calanna (quest'ultima per la sola assonanza).

Negli scritti l'autore elenca i rinvenimenti archeologici risalenti a varie epoche antiche, avvenuti fra il XVII ed il XIX secolo, presso Acciarello, dove vi sarebbe stata una necropoli ed un possibile approdo, e presso Cannitello, dove si sarebbe trovato il centro abitato, mentre presso il borgo di Porticello sarebbe stato situato il Poseidonio (o Possidonio), un importante tempio eretto dai reggini al dio del mare Nettuno (Poseidone per i greci). Secondo Appiano, durante la guerra tra Ottaviano e Sesto Pompeo combattuta nelle acque adiacenti allo Stretto, Ottaviano si fermò presso la Colonna Reggina per fare dei sacrifici al dio che per ben due volte aveva distrutto le sue navi. Da ciò si deduce l'esistenza del Poseidonio presso Colonna Reggina e l'importanza e le misure dell'abitato, che doveva essere luogo di passaggio di eserciti, popoli e mercanzie di ogni genere (soprattutto grano) che dalla Sicilia muovevano al continente e viceversa. Il Nostro finisce la sua opera parlando della fine della città, probabilmente nel 412 per mano dei barbari di Alarico.

[modifica] Opere successive

La produzione successiva del Nostro venne notevolmente influenzata dal devastante terremoto del 1908, che lo colpì fortemente, poiché egli vide distrutte all'improvviso le città di Reggio Calabria e Messina, la quasi totalità dei paesi delle loro province e, soprattutto, la sua amata Villa San Giovanni. Nel 1920 compose la traduzione italiana dell'elegia Thomarmorimon, ossìa il Dì fatale del terremoto del 1908, scritta dal canonico Francesco Quattrone.

Poi tornò agli studi storici sulla storia di Villa San Giovanni, e nel 1923 pubblicò la sua opera maggiore, Notizie storiche e topografiche intorno a tutti i paesi del Cenideo, dall'antichissima Colonna Reggina sino alla più recente Villa San Giovanni. Quest'opera è la logica continuazione del precedente lavoro sulla storia di Colonna Reggina, e si compone di tre libri:

  • Il primo libro (Notizie storiche e topografiche intorno a Colonna Reggina, antica città sul Cenide prima dell'era volgare) è costituito in gran parte del precedente scritto, rivisto e ampliato.
  • Il secondo libro (Notizie storiche e topografiche intorno a Cene e Cenisio, trasformata in Fiumara di Muro, donde ebbero origine San Roberto, Rosalì, Catona, Piale, Campo, Cannitello, Pezzo, Fossa ed Acciarello) parla della storia di Cene, città fondata sulle ceneri di Colonna Reggina, poi abbandonata nel IX secolo a causa delle incursioni saracene, i cui abitanti, fuggiti nell'entroterra, diedero origine a Cenisio, poi chiamata Fiumara di Muro, e prosegue col racconto di tutti gli avvenimenti che coinvolsero questo territorio dall'alto medioevo sino al XVIII secolo.
  • Infine il terzo libro (Notizie storiche e topografiche intorno a Fossa, appellata poi Villa San Giovanni, gli ultimi cent'anni sino al terremoto del 1908) parla della nascita della moderna Villa San Giovanni alla fine del XVIII secolo e arriva al 1833. Il Nostro afferma di non essere andato oltre con la narrazione storica perché è canone degli storici di non parlare mai di cose troppo recenti: egli considera recenti gli eventi avvenuti fra il 1833 ed il 1923, e non vuole entrare nella cronaca.

Il libro si conclude con un pro memoria per i posteri, in cui vengono elencati vari fatti storici sino al terremoto del 1908 in ordine sparso, e con un'appendice nella quale l'autore descrive quattro illustri villesi del XIX secolo, e cioè lo scienziato e chimico Pietro Greco, il celebre scultore Rocco Larussa, il giudice Pietro Corigliano ed il canonico mons. Giuseppe Delfino, che fu anche precettore del Nostro stesso.

Lodata dai contemporanei per precisione, completezza e competenza dell'autore, quest'opera è ancora oggi il principale punto di riferimento per chi voglia scrivere sulla storia di città e paesi come Villa San Giovanni o Fiumara o per chi voglia semplicemente approfondire la loro storia. La maggior parte degli storiografi villesi successivi si sono ispirati al Nostro per le proprie opere.

Nel 1926 pubblicò il carme storico-poetico in lingua latina In Siculo Freto (Nello Stretto di Messina) e nel 1928 una composizione poetica sul terremoto del 1908, Lius seu Messanae Terraemotus.

[modifica] L'opposizione al progetto della Grande Reggio

Luigi Nostro non si interessò mai attivamente di questioni politiche, preferendo gli studi storici ai dibattit; tuttavia già dai primi anni venti aveva espresso le sue simpatie nei confronti del fascismo. Però, da consapevole cittadino villese, non poté tacere davanti all'inglobamento della sua città nella Grande Reggio e alla riduzione del municipio a mera Sezione di Stato Civile. I cittadini villesi lamentarono l'aumento delle imposte e l'accentramento degli uffici comunali, cosa che provocò licenziamenti e spostamenti per un certificato o per l'iscrizione dei figli alle scuole pubbliche. Allora il Nostro decise di scrivere direttamente a Mussolini ed il 7 luglio 1929 inviò al Duce lo scritto La fine di un comune, o meglio di un mandamento di dieci comuni. Questo era un opuscolo diviso in due sezioni, nella prima delle quali si confuta il libro La Grande Reggio e nella seconda la storia dell'avvenimento. Nostro si unì ai suoi concittadini nella protesta per la soppressione dell'autonomia comunale e si fece interprete del loro disagio, asserendo che i villesi dovevano pagare annualmente l'enorme cifra di un milione di lire e che, secondo i suoi calcoli, con tutti gli altri comuni aggregati la cifra saliva a tredici milioni annui, ma il capoluogo non riusciva ugualmente a pareggiare i bilanci, gravando sul bilancio dello Stato. Egli invoca quindi la fine di quella che chiama una ingiusta sudditanza affermando:

« L'aver voluto fare di punto in bianco una grottesca Grande Reggio, con una lunga discontinuità di abitanti, di popolazioni e di vita, è semplicemente un trucco, a detrimento delle tradizioni, della storia, degli interessi vitali di ben quattordici comuni, fra cui anche fiorenti cittadine come Villa e Pellaro, e di Reggio stessa, che manca della base e della forza economica per reggere sì enorme peso. »

Il lavoro si concludeva con una poesia, intitolata A proposito della Grande Reggio! :

« C'era una volta un gran Signor nel mondo

Padron d'un vasto e ricco latifondo,
che gli fruttava molti milioni;
ma superar voleva i gran Baroni !
E appunto per il lusso e le mollezze,
versava sempre mai nelle strettezze.
Sicché pensò di pregare il sommo Giove
così dicendo: "Io sempre grandi prove
Di fedeltà ti diedi; ma il lunario
non so sbarcar, quantunque miliardario.
Non basta un feudo pel bilancio mio;
opra un miracol degno d'un gran dio !
Guarda come i signori, miei vicini
son lieti e zeppi di quattrini....
Fammi il favor, che il puoi: dei quattordici
Signori dammi i fondi, a me comtermini !"
Giove capì e li concesse, quasi a pruova
Se riesce una frittata con tant'uova
Ma allor quel pazzo diventò più pazzo
... e sprecava i denari per sollazzo !
Gli parve di toccar il Ciel col dito
e di far gran progetti ebbe prurito.
Sicché se pria di debiti era onusto,
or mendicava il pane a frusto a frusto!
Allor scuotendo il capo disse Giove:
"Di pazzia abbastanza hai dato prove.
Il lupo cambia il pelo, non il vizio !
Ti condanno di Tantalo al supplizio;
Per ora va lontan le mille miglia
Insieme a chi far mal ti riconsiglia ! ...
Torna i ben ai legittimi padroni,

che non sono, alla fin, dei gran m....". »

Non ottenendo risposta egli si rivolse al re ad ai Principi di Piemonte con delle suppliche, per porre fine a quella che egli chiamava addirittura schiavitù faraonica. Circa quattro anni dopo, il 26 gennaio 1933, con decreto del governo Villa tornò ad essere comune autonomo.

[modifica] Gli ultimi anni

Negli anni venti concluse la sua attività di magistero, e negli anni seguenti venne nominato canonico. Proseguì la sua missione sacerdotale presso la chiesa di Maria SS. del Rosario a Villa San Giovanni, dove celebrava messa e confessava. Le sue ultime produzioni letterarie, di minore importanza rispetto alle opere precedenti, sono soprattutto piccoli carmi e poesie, delle quali molti dedicati a Villa San Giovanni.

Mons. Luigi Nostro morì a Villa il 10 dicembre 1944, all'età di settantotto anni.

[modifica] Opere principali

  • Giuseppe Zagarella, s.d.
  • Notizie storiche e topografiche intorno alla Colonna Reggina, pubblicata sulla Rivista storica calabrese fra il 1893 ed il 1894.
  • Thomarmorimon, ossia il Dì fatale del terremoto del 1908, traduzione italiana dell'elegia del canonico Francesco Quattrone, 1920.
  • Notizie storiche e topografiche attorno a tutti i paesi del Cenideo, dall'antichissima Colonna Reggina sino alla più recente Villa San Giovanni, 1923.
  • In siculo freto, carme storico-poetico in lingua latina, 1926.
  • Lius seu Messanae terraemotus, 1928.
  • La fine di un comune o meglio di un mandamento di dieci comuni, 1929.

[modifica] Bibliografia

  • Luigi Nostro, Notizie storiche e topografiche attorno a tutti i paesi del Cenideo, dall'antichissima Colonna Reggina sino alla più recente Villa San Giovanni, ristampa anastatica realizzata dal Sistema Bibliotecario dello Stretto, 2005.
  • AA. VV., Alla ricerca della memoria. Il Comune di Villa San Giovanni dalle origini ai nostri giorni, Villa San Giovanni, Officine Grafiche, 1998.

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