Jugoslavia

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Jugoslavia
Jugoslavia – Bandiera Jugoslavia - Stemma
Jugoslavia - Localizzazione
Dati amministrativi
Nome ufficiale Jugoslavija
Lingue ufficiali serbo-croato
Lingue parlate sloveno, macedone, albanese
Capitale Belgrado  (1.717.800 ab. / 2002)
Politica
Forma di Stato stato federale (1941-2003)
Forma di governo
Nascita 3 ottobre 1929 con Alessandro I di Jugoslavia
Causa dittatura di Alessandro I e unificazione dei tre regni
Fine 4 gennaio 2003 con Voijslav Koštunica
Causa costituzione dell'Unione Statale di Serbia e Montenegro
Territorio e popolazione
Bacino geografico Penisola balcanica
Massima estensione 102.350 km² nel 1992
Popolazione 10.825.900 nel 2004
Economia
Valuta dinaro jugoslavo
Varie
TLD .yu
Prefisso tel. +381
Sigla autom. YU
Religione e società
Religioni preminenti Chiesa ortodossa serba
Religione di Stato ateismo di stato (1945-1992)
Religioni minoritarie Islam (Kosovo e parte della Bosnia-Erzegovina)
Evoluzione storica
Preceduto da Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni
Succeduto da Serbia e Montenegro

La Jugoslavia o Iugoslavia[1][2][3] (in croato e in sloveno, Jugoslavija, in serbo e in macedone, Југославија, letteralmente "terra degli slavi del sud") è stata un'entità politica e storica che, passando per diversi assetti istituzionali, ha amministrato il territorio della Penisola balcanica occidentale nel corso del XX secolo.

Il periodo monarchico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni e Regno di Jugoslavia.
Re Alessandro I

Non alla fine della prima guerra mondiale, alcuni politici e intellettuali slavi della Slovenia, della Croazia, della Bosnia ed Erzegovina e della Voivodina, fino ad allora appartenenti all'Impero Austro-ungarico, dichiararono l'indipendenza delle loro terre da Vienna e si costituirono in un'entità denominata Stato degli Sloveni, dei Croati e dei Serbi che non ebbe alcun riconoscimento internazionale. Chiesero, allora al Regno di Serbia di costruire insieme una nuova realtà statuale; a questa richiesta aderì anche il Regno del Montenegro, e il 1º dicembre 1918 fu fondato il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni.

Il 6 gennaio 1929 il re Alessandro I, con un colpo di stato, avocò a sé tutti i poteri per sedare i dissidi interni ai diversi partiti politici e ai gruppi etnici, e cambiò il nome del Paese in Regno di Jugoslavia, portando avanti una politica di accentramento amministrativo e culturale, cercando di annichilire tutte le differenze culturali dei popoli che componevano lo stato[4].

Suddivisioni amministrative[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Suddivisione amministrativa del Regno di Jugoslavia.

Prima del 1929, il regno era suddiviso in 33 contee (o comitati: županije) che ricalcavano confini storici ed erano etnicamente definite. Con l'istituzione del Regno di Jugoslavia, le contee furono soppresse e vennero create 9 regioni (banati, in lingua originale al plurale: banovine) che prendevano il nome dai fiumi che le attraversavano e che erano abitate da più gruppi etnici:

  1. Banato della Drava (Dravska Banovina), con capitale Lubiana
  2. Banato della Sava (Savska Banovina), con capitale Zagabria
  3. Banato del Vrbas (Vrbaska Banovina), con capitale Banja Luka
  4. Banato del Litorale (Primorska Banovina), con capitale Spalato
  5. Banato della Drina (Drinska Banovina), con capitale Sarajevo
  6. Banato della Zeta (Zetska Banovina), con capitale Cettigne
  7. Banato del Danubio (Dunavska Banovina), con capitale Novi Sad
  8. Banato della Morava (Moravska Banovina), con capitale Niš
  9. Banato del Vardar (Vardarska Banovina), con capitale Skopje

La città di Belgrado, insieme con Zemun e Pančevo fu costituita come unità amministrativa separata. A capo delle banovine fu posto un governatore di nomina statale.

Seconda guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Invasione della Jugoslavia.
Re Pietro II

Il principe reggente Paolo Karađorđević, il 25 marzo 1941 fece aderire la Jugoslavia al Patto tripartito a fianco dell'Italia fascista e della Germania nazista. Per questo l'erede al trono Pietro II, con un colpo di Stato, detronizzò lo zio e assunse la corona, rompendo l'alleanza con le forze dell'Asse.

La Germania invase la Jugoslavia il cui territorio fu conquistato e annesso alla Germania o agli stati confinanti alleati della Germania, o assegnato a diversi stati-fantoccio:

Il Regno d'Italia partecipò alle fasi dell'invasione partendo dalle proprie basi in Venezia Giulia e Istria, da Zara, e dall'Albania. A nord era schierata la 2. Armata (9 divisioni di fanteria, 4 motorizzate e 1 corazzata) sotto il comando del Generale Vittorio Ambrosio con obiettivo Lubiana e la discesa lungo la costa dalmata. A Zara vi era una guarnigione di 9.000 uomini, al comando del Generale Emilio Grazioli, che allo scoppio delle ostilità si diresse su Sebenico, Spalato per giungere a Ragusa (Dubrovnik) il 17 aprile; infine dall'Albania vennero impegnate 4 divisioni della 9. Armata sotto il comando del Generale Alessandro Pirzio Biroli.

Il periodo socialista[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.
Josip Broz Tito
Banconota da 1000 Dinari del 1974

Durante la seconda guerra mondiale, fu costituito il Consiglio antifascista di liberazione popolare della Jugoslavia che il 29 novembre 1943 decise di ricostituire uno Stato all'interno dei confini del vecchio regno, con l'aggiunta del Litorale sloveno (che già nel settembre del 1943 era stato proclamato dal Fronte di Liberazione del Popolo Sloveno parte integrante della Slovenia[6][7]) e dell'Istria, che fu denominato Democrazia Federale di Jugoslavia in attesa che, con un referendum, il popolo scegliesse se ripristinare la monarchia o creare una repubblica. Josip Broz Tito venne nominato primo ministro. Finita la guerra e liberati i territori dall'occupazione nazifascista, furono indette elezioni in cui la Lega dei comunisti di Jugoslavia ottenne la maggioranza dei voti[8]. Il 29 novembre 1945 la monarchia venne definitivamente abolita e nacque la Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia, nome che mantenne fino al 1963 quando venne denominata Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.

Il maresciallo Tito, capo del governo, iniziò una politica di alleanza con l'Unione Sovietica e instaurò un regime dittatoriale di stampo socialista, in cui il partito comunista era l'unico legalmente riconosciuto. Pian piano, però, iniziò un progressivo allontanamento da Stalin, per poter governare liberamente l'economia del proprio paese e farla sviluppare. Dopo diversi dissidi con Mosca sulla politica estera e su quella interna, nel 1948 la Jugoslavia fu espulsa dal Cominform e ne restò fuori per sempre, uscendo definitivamente dall'orbita di influenza sovietica.

La Jugoslavia di Tito rimase un paese a economia pianificata, anche se nel 1950 Tito inaugurò una politica di autogestione dei lavoratori[9] che fu alla base del sistema produttivo jugoslavo. Sul piano internazionale, Tito fondò nel 1956, col presidente egiziano Nasser e il primo ministro indiano Nehru, il Movimento dei paesi non allineati[8], criticò l'invasione della Cecoslovacchia e dell'Ungheria da parte degli eserciti del Patto di Varsavia[8] e si propose come mediatore nel conflitto arabo-israeliano. La politica interna fu caratterizzata da un forte accentramento del potere vòlto a stroncare ogni sussulto nazionalista e ogni riforma a livello locale, anche se, col passare degli anni, in Jugoslavia venivano fatti timidi passi verso un'economia più liberale, fino alla costituzione del 1974 che concesse larghissime autonomie alle repubbliche federate[8].

Suddivisione amministrativa[modifica | modifica wikitesto]

La Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia era divisa in 6 repubbliche e 2 province autonome:

Nome
Capitale
Bandiera
Stemma
1. Repubblica Socialista di Bosnia ed Erzegovina Sarajevo
Flag of SR Bosnia and Herzegovina.svg
Coat of Arms of the Socialist Republic of Bosnia and Herzegovina.svg
2. Repubblica Socialista di Croazia Zagabria
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Coat of Arms of the Socialist Republic of Croatia.svg
3. Repubblica Socialista di Macedonia Skopje
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Coat of arms of the Republic of Macedonia.svg
4. Repubblica Socialista di Montenegro Titogrado
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Coat of Arms of the Socialist Republic of Montenegro.svg
5. Repubblica Socialista di Serbia
5a. Provincia Autonoma Socialista del Kosovo
5b. Provincia Autonoma Socialista di Voivodina
Belgrado
Pristina
Novi Sad
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Coat of Arms of the Socialist Republic of Serbia.svg
6. Repubblica Socialista di Slovenia Lubiana
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Coat of Arms of the Socialist Republic of Slovenia.svg

Il processo di dissoluzione[modifica | modifica wikitesto]

Franjo Tuđman
Milan Kučan
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi guerre jugoslave, Repubblica Federale di Jugoslavia e Serbia e Montenegro.

Il maresciallo Tito morì il 4 maggio 1980[10]. Nel frattempo, la situazione economica si andava deteriorando, alimentando il divario tra le repubbliche di Slovenia e Croazia più ricche e il resto del paese. Questa separazione economica iniziò a diventare una spinta verso una volontà indipendentista ispirata dai dirigenti politici locali.

Nel 1981 in Kosovo si sviluppò un movimento che chiedeva la trasformazione della provincia autonoma in repubblica federata, richiesta fatta dalla maggioranza albanese ed osteggiata dalla popolazione serba[8].

Slobodan Milošević

Nel 1990, a séguito del malcontento generale della popolazione dell'intera Jugoslavia, furono indette elezioni multipartitiche nelle sei repubbliche: in Croazia venne eletto il nazionalista Franjo Tuđman[11] e in Slovenia il socialdemocratico Milan Kučan[12] che appoggiarono immediatamente le rivendicazioni indipendentiste dei loro popoli; in Bosnia ed Erzegovina fu eletto il nazionalista musulmano Alija Izetbegović che auspicava un allentamento dei legami politici con la Jugoslavia[13]; in Macedonia venne eletto il comunista Kiro Gligorov, favorevole a una futura indipendenza[14], e in Serbia fu confermato presidente il comunista Slobodan Milošević[15] contrario al disfacimento della federazione e che revocò lo statuto di autonomia del Kosovo e della Voivodina per fermare le spinte centrifughe.

Nel 1991, Slovenia e Croazia si dichiararono indipendenti. Dal 26 giugno al 7 luglio venne combattuta una guerra tra l'esercito jugoslavo e l'armata territoriale slovena, che vide la resa dell'esercito federale. Dal 1991 al 1995 durò il conflitto tra l'esercito croato e la popolazione serba della Croazia, appoggiata dall'esercito jugoslavo, che si concluse con la vittoria croata.

Nel 1992 anche la Bosnia ed Erzegovina si dichiarò indipendente, e fino al 1995 la repubblica fu sconvolta da diversi conflitti che videro opposti musulmani e croati contro i serbi di Bosnia e musulmani contro croati di Bosnia, conclusisi con l'accordo di Dayton che sancì la creazione di una repubblica indipendente su base federale.

Nel settembre del 1991 anche la Macedonia si era dichiarata indipendente senza che ne scaturisse alcuna azione bellica, ma alla quale seguirono battaglie tra albanesi e macedoni.

Dopo la proclamazione dell'indipendenza di Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina e Macedonia, lo stato jugoslavo era limitato ai soli territori della Serbia e del Montenegro che decisero di rimanere uniti, dando vita, il 27 aprile 1992 alla Repubblica Federale di Jugoslavia.

Nel 1996 le tensioni nella provincia serba del Kosovo tra la maggioranza di etnia albanese e la minoranza serba si inasprirono. Fino al 1999 fu combattuto un conflitto tra l'organizzazione indipendentista paramilitare albanese UÇK e la polizia appoggiata da forze paramilitari serbe, che si concluse, dopo quasi tre mesi di bombardamenti della NATO sulla Jugoslavia, con l'Accordo di Kumanovo che sancì il ritiro dell'esercito federale dalla provincia e la sua sostituzione con la forza internazionale KFOR, il mantenimento della sovranità jugoslava e l'amministrazione dell'ONU tramite l'UNMIK.

Il 3 settembre 2003 la Repubblica Federale di Jugoslavia cambiò denominazione in Unione Statale di Serbia e Montenegro. La federazione restò in vigore fino al 21 maggio 2006 quando venne sciolta dando vita ai due stati indipendenti di Serbia e Montenegro.

Il 17 febbraio 2008, il Kosovo dichiarò unilateralmente la propria indipendenza e la costituzione in repubblica, decisione non accettata dalla Serbia.

Mappe storiche[modifica | modifica wikitesto]

Disintegrazione della Jugoslavia:

██ Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (1945-1992)

██ Repubblica Federale di Jugoslavia (1992-2003)
       Serbia e Montenegro (2003-2006)

██ Slovenia (1991-)

██ Croazia (1991-)

██ Macedonia (1991-)

██ Craina Serba (1991-1995/96)

██ Bosnia ed Erzegovina (1992-1998)

██ Erzeg-Bosnia Croata (1992-1994)

██ Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina (1995-)

██ Linea di confine fra le due entità (IEBL)

██ Federazione di Bosnia ed Erzegovina (1994-)

██ UNTAES (1996-1998)

██ Montenegro (2006-)

██ Serbia (2006-)

██ Kosovo[16] (2008-)

Bandiere e stemmi[modifica | modifica wikitesto]

Nome
Bandiera
Stemma
Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni
Regno di Jugoslavia
Flag of the Kingdom of Yugoslavia.svg
Coat of arms of the Kingdom of Yugoslavia.svg
Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia
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Emblem of SFR Yugoslavia.svg
Repubblica Federale di Jugoslavia
Serbia e Montenegro
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Coat of arms of Serbia and Montenegro.svg

Stati successivi[modifica | modifica wikitesto]

Dopo le guerre e i rivolgimenti politici che hanno portato al dissolvimento della Jugoslavia, l'area dei Balcani è suddivisa nei seguenti stati sovrani:

Nome
Capitale
Bandiera
Stemma
Bosnia ed Erzegovina Sarajevo
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Coat of arms of Bosnia and Herzegovina.svg
Croazia Zagabria
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Coat of arms of Croatia.svg
Repubblica di Macedonia Skopje
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Coat of arms of the Republic of Macedonia.svg
Montenegro Podgorica
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Coat of arms of Montenegro.svg
Serbia Belgrado
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Coat of arms of Serbia.svg
Slovenia Lubiana
Flag of Slovenia.svg
Coat of arms of Slovenia.svg

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Vedi lemma "Iugoslavia" sul "DOP".
  2. ^ Vedi il lemma "Iugoslavia" sull'Enciclopedia Sapere.
  3. ^ Vedi il lemma "Iugoslavia" sull'Enciclopedia Treccani.
  4. ^ Saša Marković Integralno jugoslovenstvo u Vojvodini
  5. ^ Lubiana, treccani.it. URL consultato il 3 maggio 2014.
  6. ^ Zgodovina Slovencev, pagina 804, Cankarjeva založba, Ljubljana 1979
  7. ^ [1] discorso del 12 settembre 1993 di Milan Kučan (primo Presidente della Slovenia eletto nel 1992)
  8. ^ a b c d e Iugoslavia, treccani.it. URL consultato il 3 maggio 2014.
  9. ^ Josip Broz Tito: Self-management and decentralization su "Encyclopædia Britannica"
  10. ^ Josip Broz Tito su "Encyclopædia Britannica"
  11. ^ Tudjiman, Franjo su Enciclopedia Treccani
  12. ^ Slovenia su Enciclopedia Treccani
  13. ^ Izetbegović, Alija su Enciclopedia Treccani
  14. ^ Macedonia, Repubblica di su Enciclopedia Treccani
  15. ^ Milošević, Slobodan su Enciclopedia Treccani
  16. ^ Indipendenza dichiarata in via unilaterale; attualmente il territorio kosovaro è sotto l'amministrazione dell'ONU.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Bato Tomašević, Montenegro – attraverso una saga familiare, la nascita e la scomparsa della Jugoslavia, edizione in lingua italiana Lint Editoriale Trieste, ISBN 978-88-8190-252-1
  • Arnaldo Mauri, Il dramma dei Balcani: cause vicine e lontane, "Civiltà Ambrosiana", vol. 12, n. 5, 1955, pp. 333–341

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]