Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Inigo Campioni (Viareggio, 14 novembre 1878 – Parma, 24 maggio 1944) è stato un ammiraglio italiano che prestò servizio nella Regia Marina durante la seconda guerra mondiale.
[modifica] Carriera militare
Comandò la squadra navale italiana fino al 9 dicembre 1940 durante la Seconda guerra mondiale ricoprendo il grado di Ammiraglio di Squadra. Contestato per un approccio di combattimento considerato eccessivamente prudente, come nella battaglia di Punta Stilo, fu destinato a svolgere i compiti all'interno di Supermarina sotto i comandi dell'ammiraglio Arturo Riccardi.
A sua parziale discolpa va però riportato che Campioni era ben cosciente dell'inferiorità tattica della nostra marina, non dotata di portaerei e con scarsissima coordinazione con l'Aeronautica Militare, che infatti a Punta Stilo bombardò le nostre stesse unità; In seguito, durante la tragica notte di Taranto, Campioni chiese che le reti parasiluri non fossero poste troppo vicino per agevolare l'uscita rapida delle unità, ma la scarsità di reti rese questa protezione di fatto insufficiente, fatto parzialmente addebitato all'ammiraglio.
[modifica] Carriera politica
Nel 1939 fu nominato Senatore della XXX Legislatura del Regno d'Italia. Successivamente, posto in pensione per limiti di età, venne nominato governatore del Dodecaneso, allora territorio italiano, dove si trovava l'8 settembre 1943.
Dopo varie incertezze che di fatto favorirono l'occupazione tedesca delle isole, rifiutò di collaborare con il governo fascista; per queste fu inviso alle autorità della Repubblica Sociale Italiana, che lo arrestarono.
Processato il 22 maggio 1944, venne condannato a morte per alto tradimento dal Tribunale Speciale di Parma: la sentenza fu influenzata dalla volontà di Mussolini, dato che durante il processo il Duce intervenne chiedendo la pena capitale[1].
Campioni venne fucilato il 24 maggio nel poligono di tiro parmense, insieme al contrammiraglio Luigi Mascherpa, per alto tradimento.
 |
Medaglia d'oro al valor militare (alla memoria) |
|
«Governatore e comandante delle Forze Armate delle isole italiane dell'Egeo si trovava, nel cruciale periodo dell'armistizio, a capo di uno degli scacchieri più difficili, lontani e vulnerabili. Caduto in mano al nemico in seguito ad occupazione della sede del suo comando, rifiutava reiteratamente di collaborare con esso o comunque di aderire ad un Governo illegale. Processato e condannato da un tribunale straordinario per avere eseguito gli ordini ricevuti dalle Autorità legittime e per avere tenuto fede al suo giuramento di soldato, manteneva contegno fiero e fermo, rifiutando di firmare la domanda di grazia e di dare adesione anche formale alla repubblica sociale italiana, fino al supremo sacrificio della vita. Cadeva comandando lui stesso il plotone di esecuzione, dopo avere dichiarato che « bisogna saper offrire in qualunque momento la vita al proprio Paese, perché nulla vi è di più alto e più sacro della Patria. Egeo-Italia settentrionale, 1941 - 1944.»
— 9 novembre 1947[2] |
- ^ F. W. Deakin, Storia della Repubblica di Salò, Torino, Einaudi, 1968, pag. 678
- ^ a b Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.
[modifica] Voci correlate
[modifica] Collegamenti esterni
Ulteriori informazioni nella scheda sul database dell'Archivio Storico del Senato, I Senatori d'Italia.