Gruppo 7 e MIAR

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Il Gruppo 7 è stato un movimento italiano di architettura, costituito nel 1926, di cui hanno fatto parte gli architetti Luigi Figini, Guido Frette, Sebastiano Larco, Gino Pollini, Carlo Enrico Rava, Giuseppe Terragni e Ubaldo Castagnola, sostituito l’anno dopo da Adalberto Libera. Anche Giuseppe Pagano, pur non aderendo direttamente al gruppo ne sostenne le posizioni, condividendo le tesi del movimento. Si trattava di un collettivo di professionisti che si propone rinnovare il pensiero architettonico corrente e la ricerca formale e funzionale dell'edilizia italiana attraverso l'adozione del razionalismo.

Nel 1928 il Gruppo 7 si ampliò con la fondazione del MIAR (Movimento italiano architettura razionale), che comprendeva una cinquantina di architetti divisi per ambito regionale.

Indice

[modifica] Storia

[modifica] Premesse

Dopo la prima guerra mondiale si avvertiva l'esigenza di un ritorno alla ragione ed alla tradizione dopo l'irrazionalità della guerra. In politica si affermò anche l'esigenza di un ritorno all'ordine, che favorì l'instaurarsi del regime fascista.

In campo artistico nacque il movimento "Novecento", a cui aderirono pittori come Anselmo Bucci, Mario Sironi, E.Malerba, V.Oppi, P.Marussing, Achille Funi, Leonardo Dudreville e al quale si avvicinarono anche architetti come Giovanni Muzio, Piero Portaluppi, E. Lancia, Gio Ponti, O. Cabiati, strettamente legati ai canoni classici sia come metodo che come linguaggio figurativo. Intanto il Futurismo, morto in guerra Antonio Sant'Elia, aveva perso il suo spirito innovatore e rivoluzionario. Gli architetti novecentisti individuarono i problemi urbanistici e le esigenze della città moderna, ma con un approccio che rimaneva quello del metodo ottocentesco e classico.

[modifica] Gruppo 7

Con una serie di articoli sulla rivista Rassegna Italiana nel dicembre del 1926, il "Gruppo 7" si presentò al pubblico, dettando nuovi principi per l'architettura che si rifacevano a quelli del Movimento Moderno in Europa. Si trattava di un nuovo modo di vedere l'architettura, caratterizzato dalla ricerca della forma pura, essenziale, che esprimesse la funzione degli spazi, e dal rigetto dell'ornamento e della decorazione. In questi scritti si teorizzava:

  • che "dall’uso costante della razionalità, dalla perfetta rispondenza dell'edificio agli scopi che si propone, siamo certi debba risultare, appunto per selezione, lo stile[senza fonte]";
  • che "l'architettura ...non può più essere individuale", per poterla ricondurre "alla diretta derivazione delle esigenze del nostro tempo"[senza fonte];
  • che "all’eclettismo elegante dell'individualismo opponiamo lo spirito della costruzione in serie[senza fonte]".

Contemporaneamente si richiamava il valore della tradizione:

  • "Da noi esiste un tale substrato classico e lo spirito della tradizione (non le forme le quali sono ben diversa cosa) è così profondo in Italia, che evidentemente e quasi meccanicamente la nuova architettura non potrà non conservare una tipica impronta nostra"[senza fonte].
Como, Casa del Fascio

Il Gruppo 7, quindi, propendeva per una mediazione tra tradizione e "spirito nuovo", tra classicismo e funzionalismo, riprendendo dal classico la struttura geometrica, il ritmo, la proporzione, la raffinatezza dei materiali e dei particolari architettonici.

Un esempio di applicazione di questi principi è la Casa del Fascio di Como, di Giuseppe Terragni, dove la facciata è disegnata sulla sezione aurea e dove le forme e le strutture moderne si fondono con un impianto volumetrico ed un equilibrio dello spazio architettonico classici. [senza fonte]

[modifica] MIAR

Il Gruppo ritenne di poter trovare nel Fascismo una spinta innovatrice e tentò di identificare lo stile razionale come stile fascista. Dopo la fondazione del MIAR (Movimento italiano architettura razionale) nel 1928, venne organizzata a Roma la prima esposizione dell'architettura razionale, che tuttavia non ebbe grandi riscontri.

Vennero costruite altre opere, come il Novocomum di Como (1929), ancora di Giuseppe Terragni.

Nel 1931 venne organizzata una nuova esposizione dell'architettura razionale alla Galleria Bardi di Roma, in seguito alla quale nacque una vivace polemica con i tradizionalisti. Il tentativo di mediazione sulla base del concetto di stile, svuotando il Movimento Moderno dei caratteri di impegno sociale e di trasformazione dell'ambiente costruito, a favore di un esplicito richiamo e identificazione con i principi fascisti, fallisce. Il sindacato architetti ritira l'appoggio alla mostra e il MIAR si spezza. Il movimento viene quindi sciolto.

[modifica] Fine del movimento

Vennero ancora realizzate alcune opere razionaliste (l'impianto di Sabaudia, la cittadina di Portolago a Leros, nel Dodecaneso, ma negli anni trenta l'architettura razionalista cedette il posto all'architettura "neoclassica" di Marcello Piacentini (EUR, via della Conciliazione, centro storico di Brescia).

[modifica] Voci correlate

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