Giardino dell'Eden

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Il Giardino dell'Eden in un dipinto di Hieronymus Bosch

Il Giardino dell'Eden, in ebraico Gan Eden, è un luogo citato nella Bibbia ebraica e presente anche nella mitologia sumera.

Indice

[modifica] L'Eden nella Bibbia

Nel libro della Genesi nella Bibbia è il luogo in cui Dio creò tutti gli esseri viventi, tra cui Adamo ed Eva, la prima coppia umana. Esso si trovava ad oriente (della Palestina), e dal giardino usciva un fiume che si divideva in quattro rami fluviali: il Tigri, l'Eufrate, il Pison che circondava la terra di Avila, e il Ghihon che circondava la terra di Etiopia. Inoltre Eden potrebbe essere una parola sumera che significa "parco/giardino in pianura", mentre in ebraico il Paradiso (sia quello terrestre primigenio che l'Aldilà) viene indicato con la locuzione Gan 'Eden ( גן עדן ), traducibile con "Giardino delle Delizie" (Genesi 2,8-14).

[modifica] Ipotesi sulla localizzazione geografica

Secondo queste indicazioni l'Eden si collocherebbe nell'attuale regione della Mesopotamia meridionale, nella pianura attraversata dal fiume Shatt al-'Arab, sepolto sotto decine di metri di sedimenti. Nello Shatt al-‘Arab oggi confluiscono due dei fiumi citati nella Genesi: il Tigri e l'Eufrate.

La "terra di Avila" potrebbe essere identificata con una regione dell'Arabia settentrionale dove, durante le rare piogge si forma un grande torrente che si getta nello Shatt: tale torrente potrebbe essere un residuo di un antico fiume, cioè il Pison biblico, che scendeva dall'Arabia migliaia di anni fa quando il clima della zona era più umido.

L'altro affluente dello Shatt è il fiume Karum che potrebbe essere identificato con il mitico Ghihon, che scende dalla regione iranica dell'Elam: gli Elamiti erano conosciuti dai Semiti come un popolo dalla pelle molto scura e secondo la terminologia biblica erano dunque etiopi, termine con cui vengono indicati le popolazioni dalla pelle scura (erano forse di una razza affine ai dravida o agli zingari dell'India).

[modifica] Gli alberi della conoscenza e della vita

Dio dice ad Adamo ed Eva di non mangiare il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male (dettaglio della facciata del duomo di Orvieto).

Secondo il racconto biblico tra tutti gli alberi piantati nel giardino, ne erano due particolari: l'"Albero della Conoscenza del Bene e del Male" e l'"Albero della vita". Dio proibì all'uomo di mangiare i frutti del primo, e la disobbedienza portò alla cacciata dal giardino dell'Eden, negando all'Uomo anche i frutti del secondo, come in Genesi 3,22: Poi Dio YHWH disse: «Ecco, l'uomo è diventato come uno di noi, quanto alla conoscenza del bene e del male. Guardiamo che egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell'albero della vita, ne mangi e viva per sempre.

Nella religione cristiana questo primigenio peccato non è riferito al sesso, anche se molti cattolici e cristiani associano erroneamente i due concetti.[senza fonte] Il Sahaja Yoga di Shri Mataji Nirmala Devi spiega molto bene l'albero della vita che è anche il cadduceo.

[modifica] Interpretazione di alcuni simboli

Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal YHWH Dio. Egli disse alla donna:...

Il serpente che parla a una donna è un chiaro simbolo di uno spirito di pitone, oracolo più volte citato nella Bibbia e conosciuto in tutto il mondo antico. Secondo gli antichi miti pagani, in un serpente si reincarna l'anima del re defunto, che così continua dall'aldilà la sua funzione di rendere fertile la terra e fare profezie. Il più famoso spirito di pitone era la Pizia dell'oracolo di Delfi. Secondo questa interpretazione l'albero può essere il treppiedi su cui sedeva la pizia, mentre i frutti della conoscenza del bene e del male sono una raffigurazione dei responsi oracolari.[senza fonte]

Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

Dopo aver mangiato il frutto della conoscenza ad Adamo ed Eva si aprirono gli occhi e conobbero che erano nudi. Continuando con l'interpretazione dell'oracolo il significato diventa chiaro. Si aprirono gli occhi perché conobbero il loro futuro. Mentre la nudità può essere interpretata nel senso di povertà, e dunque si fecero cinture di fichi, ora queste cinture potevano essere trecce di fichi secchi infilzati su cordini, un sistema per conservare il cibo.[senza fonte]

maledetto sia il suolo per causa tua!
Con dolore ne trarrai il cibo
per tutti i giorni della tua vita.
Spine e cardi produrrà per te
e mangerai l'erba campestre.

Adamo ed Eva furono scacciati dal giardino, e passarono il resto dei loro giorni a lavorare una terra poco fertile. Questo passo può ricordare l'antica catastrofe ecologica avvenuta in medio oriente nel IV millennio a.C., in cui lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali dovuto al crescere della popolazione portò ad una irreversibile desertificazione.[senza fonte]

La cacciata di Adamo ed Eva dall'Eden (Gustave Doré)

[modifica] L'Eden nei miti sumeri

Il paradiso dei Sumeri si chiamava Dilmun e può essere identificato nel golfo Persico[senza fonte], cioè nelle terre a sud sommerse. In questo luogo dove non esistevano malattie e morte, il dio Enki usava accoppiarsi sessualmente con le dee sue figlie. Dopo aver mangiato i frutti degli alberi creati dalla dea Ninhursag venne da questa maledetto e condannato ad atroci sofferenze. Per far guarire la costola di Enki, Ninhursag creò quindi una dea dal nome Ninti che significa colei che fa vivere, e il significato del nome traslato in ebraico avrebbe originato il nome Eva.

In un altro mito sumero il contadino Shukallituda, non riuscendo a coltivare la sua terra troppo arida, chiese aiuto alla dea Inanna: questa gli consigliò di piantare degli alberi per fare ombra, facendo così nascere la prima oasi, con una tecnica di coltivazione comune nei deserti intorno al golfo Persico. Il mito si conclude con una trasgressione sessuale in cui il contadino stupra la dea addormentata: come punizione per l'affronto Shukallituda è costretto ad abbandonare il suo giardino.

Infine nel mito di Gilgamesh l'eroe cerca l'ultimo uomo sopravvissuto al diluvio, Utnapishtim, il quale conosce la pianta dell'immortalità che cresceva in paradiso. Utnapishtim rivela a Gilgamesh che il paradiso è sprofondato nel mare, allora Gilgamesh recupera una fronda della pianta sul fondo del mare, ma durante il ritorno un serpente divora la fronda e ritorna giovane.

La Genesi e l'Esodo furono scritti dalla classe di sacerdoti ebraici[senza fonte], i Leviti, dopoché furono condotti in Babilonia[senza fonte], a partire dal 586 a.C., nelle terre abitate un tempo dai Sumeri e poi dai Babilonesi, dove si tramndavano le storie e i resoconti sumeri.

È quindi probabile[senza fonte] che i compilatori dei testi biblici abbiano adottato e modificato il racconto mitologico sumero sull' E.DIN (come veniva chiamato dai Sumeri). La parola "E.DIN" significava la Dimora dei Giusti[senza fonte].

È già noto che lo stesso abbiano fatto i cinesi[senza fonte] (ciò viene confermato dai caratteri di scrittura cinese[senza fonte]) riguardo all'Eden ed al diluvio.

[modifica] L'Eden nei miti di varie civiltà

L'idea di uno stato felice perduto e non più ritornato è presente anche nella civiltà classica greca e romana. Lo attestano ad esempio lo scrittore greco Esiodo (Opere e Giorni, 109-119) e il poeta latino Publio Ovidio Nasone (Metamorfosi, I, 89-112).

Lo studioso Arturo Graf espone ampiamente i risultati dei suoi studi sul mito del Paradiso Terrestre nella prima parte del suo saggio Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo. Egli scrive che "i libri sacri dell'India e il Mahābhārata celebrano l'aureo monte Meru da cui sgorgano quattro fiumi, che si spandono poi verso le quattro plaghe del cielo, e sulle cui giogaie eccelse olezza e risplende, incomparabile paradiso, l' Uttara-Kuru, dimora degli dei, prima patria degli uomini, sacra ai seguaci di Buddha non meno che agli antichi adoratori di Brahma. Gli Egizi, a cui forse appartenne in origine la immaginazione degli Orti delle Esperidi, serbavano lungo ricordo di una età felicissima, vissuta dagli uomini sotto la mite dominazione di Ra, l'antichissimo dio solare. L'Airyâna vaegiâh, che sorgeva sull' Hara-berezaiti degli iranici, fu un vero Paradiso terrestre, innanzi che il fallo dei primi parenti e la malvagità d'Angrô-Mainyus l'avessero trasformato in un buio e gelido deserto; e nell'Iran, e nell'India, come in Egitto, durava il ricordo di una prima età felicissima. I Cinesi coronarono il Kunlun di un Paradiso, ove sono parecchi alberi meravigliosi e d'onde sgorgano parecchi fiumi. Nelle tradizioni religiose degli Assiri e dei Caldei il mito appare con sembianze che non si possono non riconoscere come simili affatto a quelle del mito biblico. Greci e Latini favoleggiavano dell'età dell'oro, dei regni felici di Crono e Saturno, e di più terre beate". Più oltre Graf ricorda i miti delle Isole Fortunate nel mondo greco. Esse sono l'isola dei Feaci e di Ogigia in Omero (Odissea), l'isola di Pancaia descritta da Diodoro Siculo, l'Atlantide di Platone, la Merope di Teopompo.Gli Arabi credevano nell'isola beata di Vacvac, oltre il monte Kaf, ricordata nei viaggi di Sindbad nelle "Mille e una notte". Di un'isola "dalle poma d'oro" narravano i Celti. Graf rileva altresì che "nel mito paradisiaco ario-semitico, e in altri affini, si trovano tracce di un antichissimo culto della natura. L'albero della vita è albero che porge il nutrimento; l'albero della scienza è l'albero che dà responsi:entrambi appaiono in numerose mitologie, fatti spesso compagni dell'albero generatore da cui procedono gli uomini".[1][2][3]

[modifica] L'Eden nella Divina Commedia

Nella Divina Commedia di Dante Alighieri il Paradiso terrestre è posto sulla sommità del monte del Purgatorio, situato agli antipodi del mondo allora conosciuto, e rappresenta l'ultima tappa del percorso di purificazione che compiono le anime per poter accedere al Paradiso. E' rappresentato come una foresta lussureggiante percorsa dal fiume Letè, che toglie la memoria del male commesso, ed il fiume Eunoè, che rinnova la memoria del bene compiuto. Il giardino dell'Eden compare nei canti ventottesimo, ventinovesimo, trentesimo, trentunesimo, trentaduesimo e trentatreesimo. Il poeta fa qui il suo primo incontro con Beatrice e conosce Matelda, una donna che funge da allegoria dello stato d'innocenza dell'uomo prima del Peccato originale. Inoltre assiste ad una processione che rappresenta la storia dell'uomo e del suo rapporto con la fede, dal Peccato originale al tempo di Dante.

[modifica] Note

  1. ^ Arturo Graf; Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, Oscar Mondadori.
  2. ^ J. Delumeau, Storia del Paradiso. Il giardino delle delizie, Bologna, Il Mulino, 1994
  3. ^ D'Arco S. Avalle, L'età dell'oro, in "Dal mito alla letteratura e ritorno", Milano, Il Saggiatore, 1990

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