Francesco Rizzi

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Ritratto del Gen. Rizzi

Francesco Rizzi (Bari, 12 settembre 1899Roma, 28 giugno 1974) è stato un ingegnere e generale italiano, pioniere dell'Aeronautica Militare Italiana.

Il capitano Francesco Rizzi, in divisa bianca al centro della foto, mentre accompagna il re Vittorio Emanuele III a visitare la Fiera del Levante

Laureato in Ingegneria Industriale al Politecnico di Milano nell’ottobre del 1922, entrò a far parte dell’Aeronautica Militare Italiana sin dal 1923, anno della sua costituzione. Fu il primo direttore della Direzione delle Costruzioni Aeronautiche di Napoli a partire dal 1927, a quel tempo la più grande (rispetto a Torino, Milano, Padova e Roma) per estensione: a nord comprendeva la Toscana, l’Umbria e le Marche e a Sud le isole e le colonie; nell’ambito della D.C.A. di Napoli operavano importanti industrie tra cui l’Alfa Romeo, la Navalmeccanica, le Ferroviarie Meridionali, che costituivano il glorioso “polo aeronautico partenopeo”. Grande fu il contributo di Rizzi (allora capitano) per il successo della trasvolata atlantica di Cesare Sabelli e George Pond, tanto da meritargli un particolare encomio.


Insegnò “Costruzione degli aerei” e “Tecnologia dei materiali aeronautici” nei corsi universitari dell’Accademia Aeronautica. Successivamente, a partire dal 1936, ebbe maggiori e importanti responsabilità a livello centrale presso il Ministero dell’Aeronautica, ove, tra l’altro, nel periodo precedente la seconda guerra mondiale, fu l’ideatore di una organizzazione tecnica fatta di assistenza ai reparti, di officine (SRAM) e di recuperi (SRER), prodromo delle attuali organizzazioni tecniche dell’Aeronautica Militare e che si rivelò tatticamente e strategicamente decisiva. Ebbe la stima e l’apprezzamento degli esponenti più qualificati e rappresentativi del mondo aeronautico di quel tempo, tra cui Gaetano Arturo Crocco, Cesare Cremona, Giuseppe Gabrielli, Antonio Eula, Santini, Luigi Broglio, e gli ingegneri Angelo Ambrosini, Simone Pierro, Stefanutti.

Fu sempre particolarmente legato al paese di origine, Canosa di Puglia, impegnandosi in vario modo nel sociale, avviando diverse iniziative per costituire nuovi centri di interesse culturale, sportivo e assistenziale e stringendo sempre più nel tempo i suoi legami con la cittadinanza canosina.

Gerardo Chiancone, suo concittadino e caro amico, ha scritto di lui: “Fu uomo di azione e visse con il sostanziale ottimismo e con l’incessante fervore dell’uomo di fede, animato dallo spirito di fraternità che è fermento vitale della civiltà cristiana, che sola può salvare i popoli dalla catastrofe a cui conducono i miti materialistici e totalitari”.

[modifica] Bibliografia

  • Rif. 1 Gerardo Chiancone, Il Gen. Francesco Rizzi , 1975.
  • Rif. 2 Il Corpo del Genio Aeronautico 1998, '.
  • Rif. 3 Il Genio Aeronautico e la Ricerca nell'Aeronautica Militare 2006, '.
  • Rif. 4 G. D’Avanzo Ali e poltrone, '.
  • Rif. 5 F. Vadalà Pionieri e macchine volanti, '.
  • Rif. 6 F. Vadalà Il Genio Aeronautico, '.
  • Rif. 7 Michele Garribba, Canosini in fama toponomastica.

[modifica] Voci correlate



== UNA VITA ESEMPLARE == (estratto da Rif. 1)

[...]

Sunt Lacrime rerum (Virgilio, Eneide, I, 462)

Or è un anno, il 28 giugno del 1974, «Nigra signanda lapillo» 2, nella sua casa di Roma, mente si accingeva a recarsi al quotidiano importante lavoro, colpite da improvviso malore, ci lasciava per sempre il Maggior Geneale del Genio Aeronautico della Riserva Ingegnere Francesco Rizzi fu Raffaele, gettando nell'animo dei familiari, degli amici e colleghi un profondo senso di doloroso smarrimento dal quale non fu facile riaversi nemmeno a distanza di molti giorni. A Canosa, la sua improvvisa scomparsa ci lasciò, sulle prime, increduli e sgomenti. La ferale notizia, non preceduta da uno stato allarmante della sua salute, ci strinse l'anima di una malinconia profonda e di una tristezza amara, La morte, « l'ospite furtiva che affranca dal tempo e dallo spazio », come una ladra nella notte gli era andata vicino e lo aveva colpito al cuore. Per noi fu come se una mano invisibile e crudele, con gesto proditorio e violento, ci avesse strappato dal fianco il migliore compagno di viaggio, l'amico che avremmo desiderato avere ancora insieme nel cammino della vita, come guida illuminante e stimolatrice. Invece la sua anima libera dagli affanni terreni e dal peso del corpo, era ormai ascesa alle serene regioni dell'infinito per aprire il dialogo del suo cuore con Cristo Consolatore. Ma l'improvvisa scomparsa del compianto Generale Rizzi non fu soltanto un grave colpo per la famiglia e per gli amici e colleghi di cui godeva la più ampia stima e considerazione, sibbene per tutta la cittadinanza canosina che in Lui sentiva di aver perduto uno dei suoi figli migliori, dalla cui multiforme e infaticabile attività tanto lustro civile, tanto aiuto sociale e spirituale prestigio era derivato al paese dal quale traeva origine. E ciò volle testimoniargli la popolazione partecipando alle sue esequie numerosa e senza distinzione di categorie sociali, accomunata da quel sentimento di affettuosa e devota riconoscenza che si suole tributare a coloro che molto hanno operato a beneficio della comunità civile. Ritornato a Canosa da Bari per essere affettuosamente vicino «in comunione di cordoglio e di preghiera», al grande dolore dei suoi Cari e prendere parte ai funerali, non fu allora possibile rivolgere l'estremo saluto alle sue spoglie mortali, perché lo schianto onde l'animo era stato percosso dall'improvvisa tragedia, c'impediva di tracciare di Lui un compiuto profilo; fu necessario perciò rinviare la commemorazione ad altro momento, quando al posto della costernazione che prostra e sconvolge fosse subentrata la tristezza calma e solenne del rimpianto. Ora, nel primo anniversario della sua morte, invitato con delicato e affettuoso pensiero dalla famiglia e dal figliuolo primogenito Raffaele, che ha seguito la tradizione paterna nella professione civile e ne tramanda il nome nel fiore dei suoi figli - e per la comune appartenenza all' Aeronautica Militare che fu pure la ragione principale dell'attività paterna - lo facciamo devotamente commossi oggi, benedicendosi la Cappella gentilizia ove troverà definitiva collocazione la salma del Genitore, con animo più pacato anche se non meno colmo di accorata mestizia, certi che «non vi è cosa tanto dolorosa nella quale un animo giusto non sappia trovare qualche conforto».

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Aere perennius (Orazio, Odi, IlI, 30)

Figlio di un commerciante di vini di Canosa di Puglia, è, secondo di dieci figli, Francesco Rizzi era nato a Bari il 12 settembre del 1899. Il padre, Raffaele, aveva lontane origini barlettane. La madre, Maria Angela Salomone, era figlia di un facoltoso commerciante e imprenditore barese, Donato Salomone, personaggio tra i più in vista nella Bari mondana del secondo '800. Proprio per questo Egli nacque a Bari, in un'antica abitazione di via Calefati, per seguire le tradizioni familiari del tempo che volevano che le giovani madri dessero alla luce i primi figli nella casa di origine. Con l'intenzione di farlo andare avanti negli studi, il padre pensò di metterlo in Collegio, all'età di soli otto anni, insieme al fratello Donato. Ivi completò le classi elementari e successivamente frequentò le Scuole inferiori e superiori, sempre distinguendosi per diligenza, prontezza d'ingegno e costante applicazione allo studio. Conseguita la Licenza con ottimi voti, si trasferì prima a Roma e poi a Milano per frequentare la Facoltà d'Ingegneria presso quella Università, dove conseguì brillantemente nel 1922 la Laurea in Ingegneria Meccanica Industriale a poco più di ventidue anni. L'essere uscito giovinetto dal chiuso ambiente paesano per compiere i lunghi studi coronati da tanto vivo successo, e l'essere vissuto in zone di più elevato tenore di vita civile e culturale, che gli avevano quasi consentito di rifarsi un'anima e una coscienza nuove, non poteva permettergli il ritorno puro e semplice al paese, nel quale, con la conseguita laurea, non avrebbe forse potuto trovare le soddisfazioni umane e professionali cui sentiva di poter aspirare. Fu così che, « per correr miglior acque, alzò le vele la navicella del suo ingegno », per dirla con Dante, forse attratto dal fascino delle grandi città pulsanti di vita e risonanti di fecondo lavoro; città che gli avrebbero consentito di aprirsi ai vasti orizzonti dell'attività tecnica e industriale ai più alti livelli qualificativi e produttivi, capaci di fornirgli validi strumenti di cultura specifica e di educazione alla più scrupolosa probità scientifica e di costruirsi quel sapere che fu poi come il Sigillo della sua personalità. Obbedendo ad una imperiosa vocazione interiore, perfettamente aderente alle sue aspirazioni, propositi e volontà di azione, dopo aver compiuto gli obblighi di leva, nel 1925 entrò a far parte del Genio Aeronautico come Ufficiale Ingegnere con il grado di Tenente, vincendo un Concorso ben arduo per quei tempi e classificandosi insieme a uomini di primissimo ordine come Domenico Calìa, in seguito affermatosi tra i maggiori teorici della propulsione aerea, Nuvoli, Pietro Torre e Giorgio Dompè. Uomini che, è ben noto, costituirono il nerbo della nascente Aeronautica Militare, dandole tutta una serie di primati tecnici, logistici e operativi, ma soprattutto tecnici, sino a portarla ai vertici dei valori mondiali. Fu subito inviato a Torino per la specializzazione e presso quel Politecnico conseguì anche la Laurea in Ingegneria Aeronautica. Successivamente svolse tutta una serie di incarichi presso gli Uffici di Sorveglianza Tecnica di diverse Industrie Aeronautiche. Da Torino, nel novembre 1924 venne destinato a Sestri Ponente, quindi nel 1926 ad Aviano e poi nel 1928 a Napoli. Dopo la triste parentesi dell'improvvisa e prematura morte del padre, nel 1928, il periodo di permanenza a Napoli fu per Lui uno dei più impegnativi e fecondi. Si trattava di collaborare e sorvegliare ad un tempo, per conto della Aeronautica Militare, le più grosse industrie dell'epoca, tra cui l'IMAN, le Ferroviarie Meridionali, la Navalmeccanica di Castellammare e l'Alfa Romeo (motori di aviazione) che allora si andava costituendo e sviluppando sino a raggiungere il numero di oltre 15.000 dipendenti. L'Ing. Rizzi si prodigò con molta intelligenza e spirito di sacrificio, portando l'allora Direzione Costruzioni Aeronautiche (D.C.A.) di Napoli in pochissimi anni a livelli qualitativi forse mai più raggiunti, se non per altro a causa dei successivi eventi bellici e post-bellici. In quegli anni ebbe modo di stabilire frequenti contatti con quel grande e famoso ricercatore dalla incredibile preveggenza che fu Gaetano Arturo Crocco, che proprio nell'aprile del 1928 era diventato Direttore Generale delle Costruzioni del Ministero dell'Aeronautica, e che fu tra l'altro Accademico dei Lincei e membro autorevole di numerosi Istituti e Associazioni scientifiche nazionali ed estere. Il Prof. Crocco fu un sincero amico ed estimatore dell'allora Tenente Ing. Rizzi, ne fa fede la dedica apposta ad un suo libro in cui lo definiva: «... collaboratore tecnico giovanilmente appassionato, custode e allenatore della nuova industria partenopea ...». Proprio dal mondo partenopeo Egli trasse le maggiori soddisfazioni umane e professionali, o quanto meno quelle indimenticabili. Napoletani furono alcuni tra i suoi amici più cari, come il Gen. Albanese, l'Ing. Pierro, il Gen. Tolino, il già citato Gen. Calìa ed altri. Quel periodo fu indubbiamente, se così si può dire, di particolare fioritura per la sua ambientazione in un genere di vita che forse non aveva immaginato di perseguire. La particolare espansione del settore tecnico-aeronautico affidatogli in così giovane età, i contatti e i frequenti rapporti con gli esponenti più qualificati e rappresentativi del mondo aeronautico, lo stavano pian piano maturando a compiti più vasti e impegnativi. Gli anni della sua permanenza a Napoli volarono, mentre andava concretizzandosi l'organizzazione del nucleo di Sorveglianza Tecnica, allora alle dipendenze del Ministero e successivamente scorporatosi in Direzione delle Costruzioni di Napoli, mentre l'Ing. Rizzi, che allora poteva avvalersi dell'apporto qualificato di collaboratori come i già citati Ingg. Pierro e Tolino, riusciva a realizzare la fase di enucleazione dei compiti in vari Uffici di Sorveglianza Tecnica dislocati presso le varie Aziende: gli attuali U.S.T. È giusto ricordare un altro grande pioniere dell'Aviazione Italiana con il quale si stabilirono ben presto rapporti di grande stima ed amicizia: l'Ing. Angelo Ambrosini, fondatore e presidente della Società Aeronautica Italiana, a cui si devono brillanti soluzioni di velivoli, tra cui citiamo soltanto il SAI 1. A distanza di molti anni l'Ing. Ambrosini, in segno di immutata stima e fiducia nel Gen. Rizzi, lo volle alla presidenza della Aeronautica Sarda (S.p.A.), una Società con stabilimento in Elmas (aeroporto), che si occupa della revisione e riparazione di velivoli, fornitura di parti di ricambio, attrezzature aeroportuali, ecc. Quest'alta carica, unitamente a quella di Direttore Tecnico della S.I.G.M.E. è stata da Lui ricoperta sino al giorno della sua morte. Nel mettere nella loro giusta luce i rapporti umani e tecnico-professionali intercorsi in molti anni d'intensa collaborazione e di amicizia tra il Gen. Rizzi e l'Ing. Ambrosini, non è possibile fare a meno dal citare alcune significative parole di quest'ultimo: «Il Generale Rizzi appartiene alla sfera degli Uomini Superiori. Profondamente umano e singolarmente intelligente, possedeva il dono della fedeltà: fedeltà per tutti e per tutto quanto - ad un tempo - fu causa di soddisfazioni e di amarezze! Soprattutto per questa sua virtù - oggi tanto rara - io Lo ricordo e Lo rimpiango».

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Par ingenio virtus

L'evolversi della situazione politica internazionale e la partecipazione italiana alla guerra di Spagna, determinarono la sua destinazione - per la riconosciuta competenza ormai acquisita a capo dell' Assistenza Tecnica Aeronautica in quella nazione. E anche lì ebbe modo di distinguersi e di mettere in evidenza le sue non comuni doti d'ingegno vivissimo e di mente perfettamente ordinata, nella realizzazione di un servizio che si rivelò efficace e indispensabile per il conseguimento dei fini che si volevano raggiungere. A conferma di ciò si riporta un trafiletto pubblicato dal quotidiano barese « La Gazzetta del Mezzogiorno », in una corrispondenza da Canosa sotto il titolo: «Cittadino che si fa onore». «Il Bollettino Ufficiale del Ministero dell'Aeronautica», in data 26 corrente, reca la promozione del concittadino Maggiore Ing. Cav. Francesco Rizzi a Tenente Colonnello del Genio Aeronautico. « Ufficiale in servizio permanente effettivo di preclari virtù e di alto sentimento patriottico, dopo aver prestato ammirevole servizio presso la Sezione Territoriale del Genio Aeronautico di Napoli, il 20 giugno 1937 era inviato in Spagna, dove attualmente trovasi e da dove giungono ripetuti lusinghieri giudizi di Capi e di aviatori sull'alto contributo tecnico che il nostro concittadino sta dando per l'efficienza della valorosa Aviazione Legionaria. Questa cittadinanza con orgoglio formula auguri, ecc. ». [...] E in Spagna l'Ing. Rizzi fu promosso Colonnello « per merito straordinario », nel 1938, decorato della Croce di Guerra e di alcune altre onorificenze spagnuole.

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Suum cuique decus posteritates rependit

Ritornato in Patria e assegnato al Ministero dell' Aeronautica, a capo di un importante servizio tecnico, affidatogli dalla fiducia delle Alte Autorità militari, con quell'incarico partecipò alla Seconda Guerra Mondiale. Anche quella esperienza fu quanto mai valida e positiva. Egli infatti, perfettamente consapevole, come altri del resto, dei gravi problemi di eterogeneità e di obsolescenza che affliggevano il parco velivoli e i Reparti d'impiego bellico, che avevano sostenuto tutto il peso delle guerre d'Africa e di Spagna, e subìto il conseguente logorio dei materiali di volo, ideò e dette vita alle Squadre Riparazioni Apparecchi e Motori (S.R.A.M.) che costituirono una organizzazione tra le più geniali, efficienti e versatili per le necessità dell'Aeronautica dell'epoca. Le S.R.A.M., operando sugli stessi aeroporti, sedi di Reparti di volo combattenti o di Scuole di pilotaggio, costituirono un supporto tecnico-logistico di primaria importanza per le rispettive linee di volo. Il Col. Rizzi si guadagnò così nuovi riconoscimenti, tra cui un'altra Croce di Guerra e la Croce di Ferro tedesca, per meriti puramente tecnici. Al di sopra di ogni altra considerazione, Egli fu veramente «The right man in the right place». [...] La tradizione militare italiana, alla quale erano state educate generazioni di ufficiali e soldati, era ed è anche oggi che le Forze Armate non devono fare politica e obbediscono al dovere della disciplina soprattutto quando essa costa sacrificio e rinunce. Il patriottismo infatti, deve essere più forte d'ogni sentimento personale e non ci devono essere più diritti per nessuno, ma soltanto doveri e sacrificio quando la Patria è in pericolo. Il « settembre nero» del 1943 sorprese gli italiani quanto mai umiliati, divisi, frastornati e delusi, in un caos politico e militare senza precedenti nella sua storia millenaria. In quel doloroso frangente anche molti militari ritennero di non dover abbandonare il loro posto di responsabilità e di affrontare con virile coraggio le conseguenze tristi o liete che ne sarebbero derivate, memori dell'antico detto dei padri: «In prospera fortuna forti, nell'avversa mirabili». È pure universalmente accettato che la verità è sempre stata ed è sorgente di ogni forza e di ogni consolazione, e che se «si devono dei riguardi ai vivi, ai morti non si deve che la verità». Il Col. Rizzi, come centinaia di migliaia di altri cittadini civili e militari, ritenne in buona fede di poter continuare a svolgere onestamente le funzioni che gli erano state affidate, certo che in qualunque momento, in qualunque circostanza, al di sopra degli interessi personali e di gruppo che sono soltanto effimeri e parziali, vi erano e vi sono gl'interessi eterni, indistruttibili e sacrosanti della Patria. E com'era suo costume, come aveva fatto bene le cose gradite, fece altrettanto bene quelle ingrate, inclinato com'era a cogliere molto più l'amaro che la dolcezza delle cose, fiducioso che qualunque fosse stato il risultato finale o il trattamento che gli avrebbe riserbato la Patria - sempre servita con fedeltà ed onore - Egli non se ne sarebbe lamentato; avrebbe continuato a sperare in lei fino all'ultimo respiro, avrebbe sopportato la sua eventuale ingiustizia e compreso la sua probabile durezza, sicuro che il tempo avrebbe riconosciuto la scelta da Lui fatta in buona fede e gli avrebbe reso giustizia. Ma nella « aiuola che ci fa tanto feroci », gli uomini spesso vengono giudicati dalla fortuna non dalle virtù, e non molti sono disposti a credere che, in ogni caso, «omnia munda mundis», come afferma San Paolo. Fatte le debite proporzioni, se è vero, com'è vero, che la guerra e la pace hanno origine nello spirito degli uomini, ciò doveva addebitarsi alla collettività e non al Col. Ing. Rizzi che fu soltanto un esecutore tecnico che non poteva sottrarsi ai doveri del proprio stato, che anche la legge morale gl'imponeva di non trasgredire. Un vecchio proverbio ammoniva che « chi non sa obbedire, non sa comandare» e ciò vale ancor oggi. Se occorresse una misura per intendere il comportamento e l'opera del Nostro, non si può non constatare che, con la guerra o con la pace, Egli ebbe pari all'ingegno la virtù, intesa come valore tecnico, morale e universale. Purtroppo, dobbiamo rilevare con Sallustio che: «Nella vittoria persino ai codardi è lecito menar vanto, mentre le sconfitte gettano discredito anche sui valorosi». Nel viaggio della vita non si danno strade in piano: sono tutte o salite o discese, e come normalmente accade, anche l'Ing. Rizzi doveva percorrerle tutte.

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L'estime vaut mieux que la célebrité, la consideration vaut mieux que la renommée et l' honneur vaut mieux que la gloire. (Champort, Maximes et pénsées)

Lasciato il servizio militare attivo nel 1945, assunse successivamente la Direzione Generale della Società Anonima Costruzioni Aeronautiche (S. A. C. A.) di Brindisi, nel difficile periodo della fine degli anni '40. In seguito si stabilì a Canosa, dedicandosi prevalentemente alla sistemazione della piccola azienda agricola lasciatagli dal padre e curata precedentemente dal fratello Donato, che nel frattempo aveva aperto un proprio Stabilimento di ben più ampie dimensioni. In quegli anni ancor più si strinsero i suoi legami con la cittadinanza canosina. Sono note le iniziative per costituire nuovi centri d'interesse culturali, sportivi e assistenziali, quali il Circolo Ufficiali in congedo; l'apporto fondamentale dato al cugino Monsignor Cosimo Rizzi nell'organizzazione degli Orfanotrofi: uno femminile, oggi affidato alle Suore Francescane Alcantarine, e uno maschile, il « San Giuseppe»; l'istituzione di nuovi centri sportivi, ecc. Ebbe anche una sua esperienza politico-amministrativa che lo portò ad essere eletto con notevole suffragio Consigliere Comunale, nel 1956, come indipendente nella lista della Democrazia Cristiana, ricalcando in tal modo le orme paterne. Ispirato dalle supreme esigenze di una giustizia sociale sorretta da un alto ideale, che gli dava la fede nell'avvento di una umanità migliore Egli fece quello che dovrebbero fare tutti i galantuomini, se avessero maggior coraggio. Ma il coraggio è una virtù tra le più difficili ad esercitarsi; perciò il colpevole assenteismo delle classi dirigenti locali, che Egli intendeva scuotere per richiamare la coscienza di tutti ad un maggior senso di onestà civica e all'adempimento consapevole, integrale, con la massima dedizione possibile, del proprio dovere di cittadini e di cristiani. Alcune idee fondamentali ne ispirarono l'azione: la libertà da consolidare nelle coscienze e negli istituti, la giustizia da assicurare in un nuovo ordine di rapporti umani e sociali, che rivelarono, se ce ne fosse stato bisogno, l'uomo di azione che lottava con il sostanziale ottimismo e con l'incessante fervore dell'uomo di fede, animato dallo spirito di fraternità che è fermento vitale della civiltà cristiana, che sola può salvare i popoli dalla catastrofe a cui conducono i miti materialistici e totalitari. La sua presenza nella vita pubblica cittadina fu assolutamente al di sopra d'interessi personali o di parte, una presenza temporanea ma integrativa, equilibratrice, propulsiva, che illumina uno degli aspetti forse meno noti, ma più nobili e delicati del suo carattere, e ci parla di virtù che oggi si vanno facendo sempre più rare e meno apprezzate, con le quali Egli profuse, a favore dei suoi concittadini, i tesori inestimabili del suo sapere e della sua umanità. Ma la sua immagine sarebbe incompiuta e manchevole, né si coglierebbe il senso più vero e duraturo di quella esistenza, se ci limitassimo ad illustrare i suoi meriti sociali, tecnici e militari, che furono incontestabilmente grandi e molteplici: bisogna anche considerare la figura dell'Ing. Rizzi nella complessità dei suoi aspetti intellettuali e morali, nella ricchezza e larghezza della sua umanità illuminata dalla Fede. Noi abbiamo di veramente nostro soltanto noi stessi: l'unico dono che possiamo fare con l'aiuto della grazia di Dio, è dunque il dono del nostro lavoro, della nostra anima, del nostro ingegno; e questa magnifica offerta di noi a tutti gli uomini, arricchisce insieme il donatore e la comunità. Canosa era fiera di un tanto figlio che si era fatto onore come buon soldato, tecnico apprezzato e onesto amministratore. Ebbe perciò universale stima e considerazione, ma non pari popolarità, perché la massa del popolo a volte si fida più degli ambiziosi, i quali parlano il gergo delle sue passioni, che dell'uomo dabbene che si sforzi di illuminarlo. Se il suo cuore, da cui sgorgarono tanti pensieri elevati e opere meritorie, ora posa per sempre, non cessano i palpiti che Egli seppe suscitare in tanti amici e concittadini, perché congiunti a pensieri e cose che non possono morire. Perciò nobile e veramente civile è quella città ove l'esempio dei grandi serve d'incitamento e di ammaestramento ai cittadini, e il culto delle sante memorie può segnare i confini dell'attività umana. A noi sia lecito ricordare come Egli, intimo alla vita cittadina, si tenne alto sulle piccole competizioni paesane, conquistandosi la fiducia e la stima di uomini di ogni ideologia e tendenza; fiducia e stima che sono i due pilastri fondamentali dell'amore, senza i quali esso non può esistere; perché «senza stima l'amore non ha alcun valore e senza fiducia non ha alcuna gioia». Senza contare poi che l'amore, come la giustizia, ha maggior forza obbligante della carità - che impone di dare agli altri quello che è di altri - e che la prima carità verso il prossimo è di usargli giustizia, secondo la lettera e lo spirito del Vangelo.

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Post nubila phoebus

Per le sue alte doti di mente e di cuore, per la grande mole di esperienza tecnica e per la ricchezza del patrimonio culturale, congiunti alla sua brillante personalità, nel 1958 venne richiamato in servizio militare, promosso al grado di Maggiore Generale e incaricato delle importanti funzioni di Relatore Tecnico, presso la Sezione Aeronautica del Consiglio Superiore delle Forze Armate, per oltre cinque anni. Lasciò definitivamente il servizio militare attivo nel 1963 per assumere la carica di Direttore Tecnico della S.I.G.M.E. presso i cui stabilimenti vengono assemblati alcuni tra i più importanti missili in dotazione alle FF.AA. italiane e dei Paesi aderenti alla N.A.T.O. Dal 1972 era anche Presidente della Società Aeronautica Sarda, fino alla sua morte improvvisa, avvenuta il venerdì 28 giugno 1974, in un giorno come tanti altri, mentre doveva recarsi al lavoro che mai aveva voluto abbandonare. Così silenziosamente ci lasciava - e la ferita sanguina ancora nell'intimo del cuore dei familiari e di quanti gli furono vicino - un uomo veramente grande, pur nella sua modestia e semplicità di vita, tanto che durante un Congresso sulle Tecnologie Aeronautiche svoltosi qualche giorno dopo a Napoli, parlando occasionalmente di Lui, un relatore aveva affermato che: « ... la sua intelligenza era almeno pari alla sua grande modestia ». [...]

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