Fatti di Parma

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Con la definizione Fatti di Parma si intende l'assedio[1] operato dagli squadristi, comandati prima da Roberto Farinacci e successivamente da Italo Balbo, alla città di Parma, in cui si trovavano asserragliati gli Arditi del Popolo e le formazioni di difesa proletaria, all'inizio dell'agosto 1922.

I fatti di Parma rivestono un'importanza particolare in quanto rappresentano l'ultima e la più forte opposizione organizzata nei confronti dello squadrismo[senza fonte].

Indice

[modifica] La storia

[modifica] Premessa

In città erano presenti sostenitori dell'interventismo di sinistra, tra i quali alcuni capi riconosciuti anche a livello nazionale come Alceste De Ambris, ed associazioni e formazioni localmente attive come la Legione Proletaria Filippo Corridoni.

Nel parmense la guerra, tramite le commesse, portò ad un incremento industriale sia nel settore agricolo che della manipolazione dei prodotti della terra. In buona sostanza, però, nonostante i tempi convulsi, la borghesia parmense non mutò il proprio atteggiamento dal periodo precedente al conflitto e non vide di buon occhio, per risolvere i conflitti sociali, il fascismo. Essa continuò perciò a far riferimento alla "politica" ed ai dettami ideologici della potente Associazione Agraria Parmense, che aveva battuto lo sciopero del 1908.

A Parma ci fu quindi un'organizzazione della difesa quasi corale[senza fonte] e la borghesia, in linea di massima, non pose forti ostacoli all'azione degli Arditi del Popolo e delle formazioni di difesa proletaria. Vi era inoltre il ritorno di reduci fortemente delusi, in quanto Parma era stata città fortemente interventista, molti dei quali di sinistra[senza fonte].

[modifica] Sintesi degli avvenimenti

Il 31 luglio 1922 l'Alleanza del Lavoro, unione dei precedenti sindacati di sinistra, indisse lo sciopero legalitario "contro le violenze fasciste" e "l'indifferenza dello Stato verso di esse". La notizia trapelò prima del dovuto[2] e Mussolini poté organizzare una resistenza anticipata inviando a tutte le federazioni del Partito Nazionale Fascista (PNF) una circolare segretissima:

« Se a quarantotto ore dalla proclamazione dello sciopero il Governo non sarà riuscito a stroncarlo i Fascisti provvederanno essi direttamente alla bisogna. I Fascisti debbono, trascorso il suaccennato periodo delle quarantotto ore, e sempre che lo sciopero perduri, puntare sui capoluoghi delle rispettive Province e occuparli »
(Benito Mussolini)

A Parma i lavoratori aderirono allo sciopero in forze. Agli Arditi del Popolo, combatte quasi la locale Legione Proletaria Filippo Corridoni, realizzando un fronte che comprende gli interventisti di sinistra parmigiani, affascinati in un primo momento dal programma dei fasci di combattimento.

I sindacalisti rivoluzionari parmigiani rientrarono perciò nell'orbita di sinistra, mostrando le difficoltà da parte del fascismo nel trovare consensi a Parma, come risulta dai diari di Italo Balbo (Milano 1932)[senza fonte]. Da poco più di un anno erano inoltre presenti le formazioni di difesa proletaria di Guido Picelli, socialista internazionalista, che avevano un serbatoio di reclutamento nel proletariato parmense[senza fonte], incline al socialismo radicale ed all'anarchismo.[senza fonte]

Il reclutamento per i fatti di Parma ebbe luogo anche in altri strati sociali, con la caduta in combattimento di Ulisse Corazza, consigliere del partito popolare. Anche sui giornali di matrice liberale e borghese del periodo ci sono violenti attacchi agli squadristi, individuati come criminali.[senza fonte]

Qui venne organizzata una resistenza armata "di ottima caratura militare" a quanto asserisce lo stesso Italo Balbo[senza fonte] che sostituirà, mandato da Benito Mussolini, Roberto Farinacci[senza fonte].

[modifica] I fatti di Parma

l'erezione delle barricate in via Bixio con i lastroni del selciato

Nei primi giorni di agosto vennero perciò mobilitati dal PNF circa 10.000 uomini per l'occupazione di Parma, giunti dai paesi del parmense e dalle province limitrofe. Dopo un breve comando affidato a Farinacci[senza fonte], le consegne vengono passate ad Italo Balbo. Il numero degli squadristi venne incrementato notevolmente con sopravvenuti rinforzi, proprio a causa della resistenza opposta dalle formazioni di difesa proletaria, che aumentano la loro capacità di rintuzzare gli attacchi[senza fonte].

Tutta la popolazione partecipò attivamente agli scontri, comprese le donne che dettero un apporto fondamentale sia come combattenti che per l'organizzazione delle retrovie, e per questo lodate da Balbo.[senza fonte]

Gli squadristi tentarono di superare le barricate, devastando, nelle zone centrali della città, meno difendibili e difese, il circolo dei ferrovieri, uffici di numerosi professionisti democratici, le sedi del giornale Il Piccolo, dell'Unione del Lavoro e del Partito Popolare.[senza fonte]

Il 6 agosto, su consiglio anche dell'ufficiale militare al comando della locale Scuola di Applicazione militare, Lodomez[3], ma soprattutto resisi conto dell'impossibilità di conquistare la città senza scatenare una vera e propria guerra compiendo una carneficina, i fascisti passarono il controllo dell'ordine pubblico all'esercito, impegnandosi a ritirarsi ...anche e soprattutto poiché a partire dalle ore 24 del 5 agosto era entrato in vigore lo stato d'assedio militare.[4].

Alla fine si conteranno circa 40 morti fra gli squadristi e 5 fra gli Arditi del Popolo. Nell'intero periodo delle barricate d'agosto a Parma non si contò alcun caduto tra i fascisti. Solo in provincia, e pertanto fuori dall'ambito delle barricate cittadine, i fascisti ebbero due caduti nelle persone di Ettore Tanzi, contadino di Collecchio, ucciso sulla strada di Sala Baganza perché non aveva aderito allo sciopero [5], e lo squadrista carpigiano Odoardo Amadei, colpito da un cecchino nella stessa serata mentre Amadei con altri cercava di recuperare il corpo del Tanzi. Quattro caduti fra le fila delle formazioni di difesa proletaria sono Ulisse Corazza, consigliere comunale del Partito Popolare Italiano, Giuseppe Mussini, Mario Tomba ed il giovanissimo Gino Gazzola. Il diciassettenne Carluccio Mora morì colpito da un proiettile vagante mentre giocava a calcio in un campetto della periferia[6].

La popolazione dell'Oltretorrente e dei rioni Naviglio e Saffi si prepara all'aggressione, come ormai da storica abitudine[senza fonte], innalzando barricate e scavando trincee, volendo difendere ad oltranza le sedi delle organizzazioni proletarie, di quelle centriste e le case, conoscendo le devastazioni che i fascisti avevano compiuto in altri paesi, ad esempio nel Ravennate, guidati proprio da Italo Balbo[senza fonte]. Mentre a livello nazionale lo sciopero si esaurisce in un fallimento completo, a Parma l'idea di resistere si radica sempre di più. Nei quartieri popolari i poteri istituzionali passano al direttorio degli Arditi del Popolo comandati da Guido Picelli.

Il rione Naviglio venne occupato dall'esercito (Novara Cavalleria) il giorno 4 agosto a seguito di un accordo fra il prefetto Fusco e Balbo[7]. Lo stato d'assedio militare venne istituito dal Governo a partire dalle ore 24 del 5 agosto in tutte le città nelle quali perduravano ancora disordini a seguito dello sciopero generale proclamato a partire dal 1 agosto e conclusosi ufficialmente il 3 agosto. Le città dichiarate in stato d'assedio, oltre a Parma, furono: Ancona, Livorno, Genova e Roma[8]. Il 6 agosto Lodomez, comandante militare della piazza, assume pieni poteri.

La scritta in dialetto parmigianio "Balbo t'è pasè l'Atlantic ma miga la Pèrma" ("Balbo, hai attraversato l'oceano ma non il Torrente Parma") non è stata tracciata in epoca fascista ma a posteriori, fra gli anni '60 e '70[9]

[modifica] Smentite

La prima poderosa spallata all’epico mito delle vittoriose barricate di Parma dell’agosto 1922 contro il dilagante fascismo, venne assestata a suo tempo da Renzo De Felice nel corso di un convegno da lui organizzato nell’ottobre 1985 a Gardone sul tema: “D’Annunzio politico”.

Una fra le più interessanti novità emerse in quel convegno fu senz’altro la constatazione della non identità o equiparazione fra dannunzianesimo e fascismo.

A margine di tale convegno venne resa pubblica una nota informativa compilata su Picelli dal Questore di Roma e da lui indirizzata in data 23 aprile 1923 alla Direzione Gen. di P.S., nella quale era scritto fra l’altro che…”il Picelli è apparso un esaltato evidentemente inorgoglito di qualche successo parziale a Parma, la quale è stata risparmiata dai fascisti unicamente per rendere un servizio a De Ambris attraverso la raccomandazione di Gabriele D’Annunzio”.

A tale notizia i politici di Parma, sia di destra che di sinistra, si rifugiarono in un assoluto mutismo mentre alcuni storici locali dovettero inevitabilmente prendere una posizione su quel documento.

È il caso di Umberto Sereni, storico del sindacalismo rivoluzionario il quale aveva partecipato personalmente al convegno di Gardone condividendone i risultati e relazionando poi sulla Gazzetta di Parma che effettivamente la singolare epopea delle barricate era stata resa possibile… “ dalla speciale condizione di Parma, posta da De Ambris sotto la protezione di D’Annunzio e quindi inserita in un sistema di equilibri che Mussolini, preoccupato di non irritare il Comandante, non si sentì di rompere. Ed è proprio nel nome di D’Annunzio che i sindacalisti, alla vigilia delle barricate, avevano chiamato i lavoratori alla prova di forza contro i fascisti”.

Dopo questa ulteriore mazzata assestata ai cultori della vulgata sulle barricate social-comuniste, i vari circoli politici cittadini entrarono in fibrillazione non potendo certo ammettere che non solo i fascisti non furono affatto sbaragliati dai barricadieri ma che, anzi, Mussolini sarebbe stato addirittura il protettore occulto delle barricate stesse. Non meno sconcertante il fatto che dietro le barricate di Parma, anziché i social-comunisti, come si è sempre affermato, vi fossero più che altro sindacalisti corridoniani, arditi del popolo oltre a qualche isolato anarchico e che questi si fossero uniti non tanto in nome di Marx, quanto in quello di D’Annunzio. Tanto è vero che lo stesso Sereni concludeva il citato articolo sottolineando che, a Parma nell’agosto 1922, si era pienamente realizzata l’alternativa dannunziana al fascismo mussoliniano.

Che il Poeta sia stato effettivamente in organici rapporti con i barricadieri di Parma è un fatto incontestabile che solamente un certo settarismo fascista prima e antifascista poi ha sempre tentato d’occultare. Del resto, basterebbe prendere visione del “Messaggio del Convalescente agli uomini di pena” datato 21 settembre 1922, integralmente riportato nel più ampio saggio dannunziano “Il libro ascetico della Giovane Italia”, per rendersi conto del diretto rapporto politico fra D’Annunzio e le barricate parmigiane. Con la sua aulica ma anche inequivocabile prosa, D’Annunzio comincia con il paragonare l’invito rivoltogli dai barricadieri di ricongiungersi a loro nelle trincee-barricate d’Oltretorrente, con il precedente ricevuto a Ronchi e a cui aveva prontamente aderito ponendosi a capo della marcia su Fiume. Il Poeta s’interrogava poi se Corridoni non fosse stato pure lui presente, almeno in spirito, sulle barricate di Parma concludendo che sì, non solo c’era, ma l’Arcangelo Sindacalista era persino caduto una seconda volta sulle trincee-barricate parmigiane oltre a quella fatalmente epica “delle Frasche”. Questo gli fu comunicato dall’Ombra stessa di Corridoni presentatasi al suo capezzale :.. “contenendo il suo pianto perché contenessi il mio sotto le palpebre piagate”. Un modo un poco ambiguo per giustificare magari il fatto di aver marcato visita, rispetto agli avvenimenti di Parma, dopo l’accidentale caduta dalla finestra della sua villa che lo aveva effettivamente invalidato per un certo periodo di tempo. Solo che quell’incidente gli era accaduto un paio di settimane dopo la fine delle barricate tanto che giusto il 3 agosto, giornata culminante degli scontri a Parma, D’Annunzio era di passaggio a Milano dove si lasciò imprudentemente coinvolgere nella manifestazione di giubilo fascista che seguì l’estromissione forzata della giunta socialista dal Comune di Milano. In tale circostanza, D’Annunzio fu indotto da Aldo Finzi a parlare alla folla dei fascisti dal balcone di palazzo Marino. Fu un grande equivoco mal orchestrato e anche il Poeta ci mise del suo a non farsi troppo capire dalla folla sottostante, tanto che ci fu qualcuno pronto a giurare di aver inteso D’Annunzio terminare la sua allocuzione inneggiando al fascismo. Non era vero, ma parve verosimile sicché il malinteso si diffuse velocemente. Michele Bianchi si precipitò ad inviare un telegramma al Poeta Soldato per ricambiare calorosamente quel suo presunto grido di “viva il fascismo”. D’Annunzio gli rispose con un altro telegramma, indirizzato anche al Popolo d’Italia che lo pubblicò, col quale egli replicava piuttosto piccato che:.. “Vi è un grido solo da ricambiare oggi fra gli italiani: Viva l’Italia! È il mio! Io non ebbi, io non ho, io non avrò se non questo”.

La più logica spiegazione di questo curioso intreccio venne fornita da Carlo Silvestri in una sua serie di articoli pubblicati nell’“Epoca” di Roma nell’ottobre-novembre del 1945 e proprio sulla base di queste rivelazioni il Tamaro, nel suo “Vent’anni di Storia”, chiarirà che l’intervento dannunziano di Palazzo Marino… “ lo volle Aldo Finzi, poco fidato luogotenente fascista [morirà infatti, alle Fosse Ardeatine n.d.r.] che stimando Mussolini incapace di governare l’Italia, pensò probabilmente d’accordo con altri, di buttargli il Poeta fra i piedi e perciò lo portò d’innanzi all’immensa folla perché fosse esaltato e rimesso in corso”.

Occorre qui ricordare che Aldo Finzi aveva partecipato insieme a D’Annunzio al noto volo su Vienna e che sempre Finzi, come riportato dal Tamaro, prese accordi con D’Annunzio al fine di raggiungerlo a Gardone dove il Poeta l’avrebbe dettagliatamente ragguagliato circa un suo piano personale di conquista del potere da effettuarsi al più presto.

L’8 agosto, Finzi venne ricevuto a Gardone per prendere accordi con D’Annunzio circa la sua nuova impresa. Più che altro doveva trattarsi di dettagli poiché il precedente comportamento di Finzi fa chiaramente intendere che egli già sapesse, in qualche modo, ciò che stava bollendo in pentola e proprio da qui nasce il suo maldestro tentativo di rilanciare D’Annunzio sulla piazza milanese.

Si trattava, nella sostanza, di un recente accordo fra F.S. Nitti – il quale già da tempo tramite il suo giornale “Il Paese” appoggiava apertamente gli Arditi del popolo – e lo stesso D’Annunzio; un patto teso a organizzare una specie di marcia su Roma di reduci, combattenti e mutilati in occasione del 4 novembre e in tale circostanza, forzando la mano al potere, come ci conferma il Tamaro:…[ D’Annunzio] "avrebbe costituito un direttorio dittatoriale a cui avrebbe invitato Mussolini, con la certezza che non avrebbe accettato”. Sempre il Tamaro riporta di seguito un lungo sfogo del Poeta che riprendiamo testualmente:

“In Mussolini era troppo riconoscibile l’ambizione della dittatura perché io gli abbandonassi spiritualmente senza ritegno il domino della cosa pubblica. Il fascismo era diventato presto una degenerazione di tutti quei valori e di tutti quei simboli che io avevo voluto esaltare con l’impresa di Fiume. Il plagio mi irritava e mi offendeva e nell’accennato discorso [del 3 agosto n.d.r.] non l’ho nascosto. Maturò così in me un senso di ribellione all’eventualità non più remota della conquista del potere da parte di Mussolini e decisi di sbarrargli la strada”.

Che questa trama sia stata una trama concreta e non piuttosto campata in aria è riscontrabile dalle memorie scritte dal giornalista Alberto Albertini, fratello di Luigi, all’epoca direttore del Corriere della Sera, il quale nel suo libro edito nel 1945 “Vita di Luigi Albertini” riporta questa ulteriore testimonianza: “Nell’agosto 1922 veniva da me l’on. Aldo Finzi, luogotenente di Mussolini, a preannunciarmi un prossimo colpo di Stato, col quale, revolver alla mano, si sarebbe imposto lo scioglimento delle Camere, il rinvio delle elezioni per un anno o due, e il trapasso del potere a un direttorio presieduto da Gabriele D’Annunzio, e comprendente Mussolini ed uomini politici d’affari privati. Come possibili ministri mi accennò a Giovanni Agnelli, Alberto Pirelli e persino – incredibile a dirsi – F.S.Nitti”.

La notte fra il 3 e 4 agosto, qualche ora dopo l’ambigua allocuzione di D’Annunzio dal balcone dell’espugnato Palazzo Marino, Balbo insieme al suo segretario Caretti e il loro autista, era diretto a Parma per tentare di stirare, col ferro caldo della sua carica di Ispettore generale delle squadre d’azione, una certa mala piega creatasi in quel di Parma dove si era creata una strana situazione nel senso che le barricate, o trincee dannunziane che dir si voglia, oltre che dai regolari barricadieri erano pure tutelate dall’esercito come risulta da documentazione coeva che abbiamo pubblicato a suo tempo nel libro “Parma in camicia nera”. Si tratta, più precisamente, del testo di un telegramma inviato al Ministero dell’Interno dal Prefetto di Parma in cui fra l’altro si cita una disposizione impartita dal Prefetto…”al generale comandante presidio militare [circa] precise istruzioni dal Governo di impedire ogni costo invasione borghi difesi dalle truppe”. Curiose barricate “sovversive” queste: innalzate con placet prefettizio e difese dall’esercito il quale aveva ricevuto l’ordine di sparare sui fascisti qualora fosse ad essi riuscito di penetrarvi. Ed effettivamente Parma era stata circondata da numerosi posti di blocco istituiti al fine d’impedire l’eventuale afflusso di squadristi forestieri.

Lo stesso Balbo fu bloccato a suo dire, da un presidio delle Guardie regie mentre stava imboccando il ponte sul fiume Taro (sic) e dalle stesse guardie rispedito inesorabilmente da dove era venuto.

Questo almeno quanto scritto da Balbo sul suo “Diario 1922” compilato e abbondantemente aggiustato a posteriori. Egli aggiunge, infatti, di essere tornato indietro a Reggio Emilia cosa piuttosto difficoltosa partendo dal ponte sul Taro ma agevolissima da quello posto sul fiume Enza, da Balbo evidentemente scambiato, sempre a posteriori, col fiume Taro.

Sia come sia, Balbo una volta rientrato a Reggio Emilia si reca dal locale Questore al fine di ottenere uno speciale permesso di transito verso Parma, per lui e i suoi accompagnatori, dichiarando che la sua missione consisteva in.. “una ispezione, con l’ordine [da parte del partito n.d.r.] di condurre i fascisti a uno spirito di pace”.

Non è pertanto vero, e lo vedremo anche in seguito, che Balbo si sia recato a Parma per metterla a ferro e fuoco come recitano le solite vulgate che ancor oggi vanno per la maggiore.

Anche perché da come stavano andando le cose a Parma, specie dal punto di vista del confronto armato, la presenza in loco di Balbo non era di certo necessaria. Nel momento in cui Balbo si era messo in viaggio per Parma i fascisti, a differenza dei loro avversari, non avevano avuto fino allora nessun caduto nel corso delle varie sparatorie mantenute sempre a una certa distanza per evitare l’intervento dell’esercito. Gli unici due caduti di parte fascista si ebbero, infatti, allorché Balbo già si trovava a Parma e, in ogni caso, anche questi due unici caduti non c’entravano affatto con le barricate cittadine. Il primo, Ettore Tanzi, non era neppure squadrista ma un semplice contadino il quale non aveva aderito allo sciopero generale e per questa ragione venne raggiunto da una fucilata mentre trasportava un carico di pomodori in località Sala Baganza. A seguito di questo proditorio omicidio venne organizzata una spedizione punitiva contro la cooperativa di Sala Baganza che venne data alle fiamme senza procurare tuttavia altre vittime. Mentre i fascisti stavano per ritirarsi sui loro mezzi, uno di loro, il modenese Odoardo Amadei, che si era attardato presso una fontanella, venne raggiunto al capo da un colpo d’arma da fuoco esploso da una finestra circostante e costui è la seconda e ultima vittima fascista, per altro indiretta, delle cosiddette barricate d’agosto.

Alla data del 3 agosto (ore 14), Balbo aveva scritto, sempre a posteriori, nel suo “Diario”: “La Direzione del Partito mi avverte che la situazione è grave a Parma e mi invita a recarmi in quella provincia per assumere il comando della città. Ricevo anche un disperato appello di Terzaghi. Pare che i comunisti siano padroni di interi quartieri con barricate e conflitti con la forza pubblica”.

Nulla di vero, come si evince da quanto precedentemente illustrato. Infatti, abbiamo già posto in rilievo il fatto che esercito e Guardie regie erano semmai in quel particolare contesto i massimi tutori di quelle singolari barricate e l’accenno poi ai comunisti quali “padroni d’interi quartieri” è veramente cosa addirittura risibile.

Dai documenti pubblicati da G. Bottioni “ La nascita del Pci a Parma 1921-1926” si rileva che proprio nel luglio del 1922, la Sezione comunista di Parma si era autoliquidata, anche perché l’allora segretario federale comunista, Pietro Illari, si era dimesso per passare alla compagine futurista. I comunisti regolarmente tesserati in quel periodo erano circa una ventina sparsi fra la città e la provincia e, un anno dopo, nel luglio del 1923, si erano ulteriormente ridotti ad una decina in tutto. In questa situazione, i pochi comunisti parmensi furono aggregati alla Federazione comunista di Reggio Emilia sicché possiamo concludere che nell’agosto 1922 i comunisti di Parma erano ufficialmente inesistenti. Ma anche quei pochi comunisti locali che a titolo del tutto personale avessero in qualche modo partecipato alle barricate di Parma, avrebbero comunque agito contro le direttive del loro stesso partito che da tempo aveva tassativamente escluso qualsiasi collaborazione o rapporto con gli Arditi del popolo, per non parlare dei corridoniani considerati dei veri e propri avversari sotto tutti i punti di vista.

Lo stesso Picelli era stato, non a caso, espulso dal Psi, di cui era stato da poco eletto deputato, proprio per gli intensi rapporti da lui mantenuti con gli Arditi del popolo e i corridoniani che spesso, almeno a Parma, erano una stessa cosa.

I comunisti di Parma erano, allora, irrilevanti anche perché la popolazione proletaria del rione Oltretorrente era di gran lunga legata al sindacalismo corridoniano. Tanto che, quando nell’estate del ’21, si volle istituire la Legione Proletaria “Filippo Corridoni”, vi aderirono in breve un migliaio di volontari. Nell’agosto del 1922, questa Legione Proletaria si trovava al comando di Vittorio Picelli, fratello di Guido, il deputato ben presto radiato dal Psi. E furono appunto questi, i corridoniani che Vittorio mise a disposizione del fratello deputato nei giorni più caldi delle barricate.

In seguito, Vittorio Picelli aderì pienamente al fascismo: andò volontario nella guerra d’Etiopia e al suo ritorno ricoprì l’ incarico a Roma di sindacalista fascista. Guido, invece, dopo essere entrato molto a stento nel PCdI (la sua domanda d’iscrizione venne respinta più volte), finì esule in URSS da dove poi cercò di filarsela con l’alibi di voler andare a combattere in Spagna, anche perché, era da tempo sospetto, e non certo infondatamente, di deviazionismo ideologico. Grazie anche alle pressioni esercitate in suo favore presso il Kremlino, specie dal gruppo d’ italiani comunisti residenti in Francia facenti parte della redazione di “Stato Operaio”, Picelli ottenne infine il permesso di recarsi in Spagna dove fu eliminato da sicari stalinisti qualche mese dopo il suo arrivo.


Ritorniamo al punto di domanda relativo alle vere ragioni che avevano indotto Balbo a lasciar soli i suoi squadristi nei duri scontri di Ancona, dove il cosiddetto sciopero legalitario proseguiva non meno focosamente che a Parma, per dirigersi in quest’ultima città dove – come abbiamo visto – la situazione non era affatto drammatica come si è invece voluto far credere da ambo le parti per convergenti interessi.

Come già accennato, Balbo ha lasciato scritto nel suo “Diario 22” - pubblicato a posteriori riveduto e corretto pro domo sua - che la situazione era ben più grave a Parma che non ad Ancona e ciò non corrisponde affatto al vero.

Lo scontro, che al suo arrivo durava da ormai tre giorni, non aveva ancora provocato alcun caduto di parte. Questo perché, anche a causa dell’esercito che si era messo di mezzo, ci si limitava a sparacchiarsi da lontano, specie sui tetti da un rione all’altro. I tecnici della locale Scuola di Applicazione Militare calcolarono che erano stati sparati alla fine non meno di 10 000 colpi di arma da fuoco che in definitiva costarono la morte a sei persone, tutte regolarmente acquisite d’ufficio alla causa barricadiera anche se, in realtà, questi presunti caduti in battaglia furono generalmente colpiti accidentalmente o, comunque, per puro caso[1].

Sei morti, più o meno occasionali, nell’incrociarsi di migliaia di pallottole, stanno chiaramente ad indicare che non vi fu mai una vera e propria accesa battaglia, se non nelle speculari vulgate di parte.

Ed è quindi relativamente curioso che lo stesso Balbo elenchi nel suo “Diario”, fantasiose perdite squadriste mai verificatesi:

4 agosto – ore 14…squadre in transito per Via Garibaldi sono state prese d’infilata dal fuoco avversario. Fucilate dalle finestre e dalle porte di Via XX Settembre. Feriti e, pare, qualche morto.. (pag. 121);

4 agosto – ore 23…si va all’assalto delle trincee dei sovversivi coi sistemi di guerra. Molti feriti, tre morti…( pag. 126).

A meno che - per assurdo - Balbo non avesse inteso conteggiare come proprie le stimabili perdite altrui, è difficile trovare giustificazioni storiche e a maggior ragione politiche, di queste sue fallaci annotazioni[2].

Tanto più che alla revisione del suo Diario, prima della sua pubblicazione avvenuta nel 1932, Balbo aveva già a disposizione tutti i dati ufficiali sui caduti fascisti compresi ovviamente quelli di Parma.

In “Pagine eroiche della Rivoluzione Fascista”, pubblicazione edita nel 1925 a cura del Pnf, i caduti di Parma c’erano già tutti, compreso il carpigiano Odoardo Amadei, ferito a morte a Sala Baganza nei termini già accennati, per quanto in questo volume ufficiale del Pnf, egli venga erroneamente indicato come Carpi Amedeo, con l’evidente scambio di generalità col luogo di residenza (Carpi).

In tutti i casi, il già citato Amadei, insieme a Tanzi, vennero uccisi il 5 agosto e anche ben lungi dalle barricate cittadine.

Il 4 agosto, così come nei giorni successivi, non vi fu alcun caduto fascista a Parma e di ciò fa fede il testo ufficiale dedicato ai “Caduti della Rivoluzione Fascista” vol. II° delle Edizioni “Panorami di Realizzazioni del Fascismo",Roma 1942.


Balbo sostiene inoltre di aver ricevuto disposizioni dalla Direzione del Partito di recarsi urgentemente a Parma dove… la situazione è grave.

A sentir citare la Direzione del Partito si è indotti a pensare all’allora Segretario del Pnf, Michele Bianchi, mentre è invece poi lo stesso Balbo a informarci col suo Diario che le disposizioni le avrebbe ricevute direttamente per telefono, il console mantovano Buttafochi, il quale avrebbe riferito a sua volta a Balbo l’ordine ricevuto da Michele Bianchi, di evitare qualsiasi scontro con l’esercito, con l’aggiunta postilla personale di Balbo nel suo Diario .. di non aver mai avuto l’intenzione di provocare l’esercito (pag. 126).

Dobbiamo pertanto escludere che Balbo si sia recato a Parma in esecuzione ad ordini superiori relativi ad un inesistente grave situazione locale dei fascisti ed anche per scongiurare scontri con l’esercito giacché tale superiore disposizione gli venne riferita da Buttafochi quando già si trovava a Parma e tralasciamo, per carità di patria, l’ingenua bufala dei… comunisti padroni d’interi quartieri.

C’è allora qualcosa di vero che si possa desumere dal Diario in questione? Qualcosa c’è, ed è anche piuttosto importante per svelare l’arcano balbiano.

Quasi incidentalmente Balbo annota fra le varie ragioni che lo avrebbero spinto sulla via di Parma, anche..il disperato appello di Terzaghi (pag. 113) immediatamente seguito dal citato passaggio sui comunisti spadroneggianti sulla città così da far apparire ciò direttamente collegamento all’appello.

A nostro parere fra i vari motivi edotti, il più fondato rimane senz’altro il disperato appello di Terzaghi. Michele Terzaghi era un milanese socialista poi interventista eletto, deputato nella lista dei Fasci d’Azione per la circoscrizione di Parma ma, più che fascista, Terzaghi era un fervidissimo massone e, per questo, nel 1925 fu espulso dal partito dall’allora segretario, Farinacci. Si vendicò nell’immediato dopoguerra pubblicando un velenoso libro di memorie “Fascismo e Massoneria”[3] nel quale continuerà a rivendicare orgogliosamente la sua appartenenza massonica.

Parimenti, in tutto il gioco di scatole cinesi in cui si compone e scompone la verità storica e politica delle barricate parmigiane d’agosto, c’è indelebile e chiarissimo il marchio massonico.

Era fresco di adesione alla massoneria il Vate, D’Annunzio, affiliato alla loggia “XXX Ottobre” di Fiume, ardente massone era il suo braccio destro, Alceste De Ambris, capo della C.d.L. corridoniana di Parma. Anche il burattinaio Nitti era sicuramente organico alla massoneria anche se non vi è riscontro documentale alla sua formale adesione a tale fratellanza, ma ciò si spiegherebbe con la sua appartenenza ad una nota loggia coperta di Roma riservata ai politici di più alto rango, ne avrebbe fatto parte perfino Vittorio Emanuele III°, con tessera ad honorem n. 1.

Scrive comunque L. De Poncis che…elle [ la massoneria ] a régné en Italie sous Giolitti et Nitti[4].

Iper-massonico era Giuseppe Balestrazzi < l'organicità di Giuseppe Balestrazzi alla massoneria è fra l'altro documentata da Aldo A. Mola in " Storia della massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni" 1992, pag. 590 >][senza fonte], un potente parmigiano a capo dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra, associazione da lui stesso fondata e da lui dipendente e forte, oltre che di centinaia di migliaia di aderenti sparsi nell’Italia intera, anche di larghe disponibilità economiche maturate con la gestione di tale associazione. Balestrazzi era parte integrante della partita nittian-dannunziana ed era, anzi, proprio la sua associazione che avrebbe dovuto organizzare e finanziare la presenza a Roma il 4 novembre (ma in un primo tempo si era stabilita la data massonica per eccellenza del 20 settembre) <Sulla la data del 20 settembre Cfr. Gianni Vannoni "Massoneria, fascismo e chiesa cattolica" 1980, pag. 74[senza fonte] di decine di migliaia d’invalidi e mutilati di guerra in divisa, a sostegno del previsto colpo di stato.

Naturalmente Balestrazzi sosteneva piuttosto apertamente l'azione dannunzian-barricadiera di Parma, tanto che alla fine sarà proprio lui che firmerà un patto di tregua con Terzaghi, patto che sotto sotto era più che altro un accordo d’intesa e di futura azione fra massoni delle due parti. Non a caso tale accordo non venne riconosciuto né dalla fazione parmigiana composta da farinacciani antimassoni, né dallo stesso Picelli con parte dei suoi seguaci che, essendo fra i tanti protagonisti di quei giorni che non si erano resi affatto conto dei giochi e accordi politici che avvenivano sopra le rispettive teste e, nella convinzione esaltante di essersi dimostrato un grande stratega militare, ci teneva a consolidare la fama che si stava creando.

A livello nazionale erano della partita a favore di D’Annunzio anche i massoni Vittorio Emanuele Orlando e il ministro del governo Facta in carica, Giovanni Amendola[5]. Quest’ultimo può aver verosimilmente indotto il collega ministro degli Interni, Taddei – al pari di Amendola fervente antifascista –a far blindare le barricate di Parma da esercito e polizia.

La funzione delle barricate di Parma non era solamente finalizzata a fare da trampolino di lancio per il potere a D’Annunzio e ai suoi burattinai, ma anche quella di fiaccare e ridimensionare il fascismo-mussoliniano per poi magari imbarcarlo al governo in posizione possibilmente subalterna al fine anche di normalizzare questo ormai ingombrante fenomeno politico. Con tale prassi, Nitti ricalcava pedissequamente la tattica già usata da Giolitti, tesa allora a far abbassare la cresta ai socialisti lasciando impunemente mano libera ai loro avversari fascisti, al fine di poterli poi recuperare al governo mogi ed ossequenti. La funzione antifascista degli Arditi del Popolo era quindi lo strumento nittiano in tutto e per tutto speculare a quello fascista per mano di Giolitti. Non è, infatti, un caso che l’associazione degli A.d.P. si sciolse proprio all’indomani della presa del potere da parte di Mussolini; uno scioglimento volontario dovuto al divenire inconsistente delle ragioni sociali per le quali tale associazione era nata e cresciuta.

Esaurito questo lungo e pur necessario prologo d’ambientazione, passiamo subito al successivo ugualmente fondamentale per svelare l’enigma di Balbo a Parma.

A questa situazione, già abbastanza complessa e articolata, fa da sfondo un’altra faida che s’innesta in modo basilare in questo teatro – poiché di vero e proprio teatro si tratta – delle barricate.

Una settimana prima dell’inizio dello sciopero barricadiero, era terminato al Foro di Parma un processo veramente unico nel suo genere e negli annali dell’avvocatura italiana. Tale processo era nato e si era concluso sulla base di una semplice querela di parte per diffamazione e calunnia.

La parte lesa era rappresentata dall’avv. Luigi Lusignani, accusati erano invece vari giornali tutti d’ispirazione definita allora social-nittiana: “Il Paese”, “L’Idea”, “Il Piccolo”, “L’Epoca" e “Il Secolo”. Altri giornali, locali e nazionali, erano invece a quel tempo schierati con Lusignani: “La Gazzetta di Parma”, “L’Idea Nazionale”, “Il Tempo”, “Il Resto del Carlino” e aggiungiamo anche le cronache processuali inviate dal corrispondente da Parma di “Ordine Nuovo”, Pietro Illari.

Per descrivere il personaggio Lusignani non basta certo un articolo, basta però dire che costui era una specie di Berlusconi ante litteram, almeno per quel che concerne sia gli affari che la politica. Di umili origini, si affermò subito nell’avvocatura, negli affari e nella politica. Durante lo sciopero agrario del 1908, Lusignani era sindaco di Parma e in quel frangente si comportò equamente con le due parti nonostante le sue radici piuttosto liberal-conservatrici. Cadde poi in disgrazia perché inviso ai politicanti locali che mal sopportavano i suoi metodi piuttosto diretti e radicali invece delle normali melense mediazioni. Sceso ai ferri corti con quasi tutto il mondo politico locale, fu indotto a lasciare la politica e perfino la città e ad auto esiliarsi in Liguria da dove compilò e fece stampare un libretto indirizzato ai suoi concittadini, nel quale metteva in piazza i peggiori retroscena politici di sua conoscenza senza escludere alcuni affari di corna dei politici stessi. Poi, pian-piano recuperò terreno e rientrato a Parma se non tornò proprio a fare il sindaco in proprio, resta il fatto che l’allora sindaco di Parma, avv. Passerini, era comunque una sua creatura politica.

Questo ritorno in auge diede non poco fastidio alla cosca politico-massonica, da intendersi nel senso vero della parola, a cui Lusignani contendeva da sempre il potere locale. Nel suo aspro confronto con gli ambienti massonici[6], Lusignani cercò e ottenne solidarietà da Farinacci di cui divenne amico e sostenitore.

Nell’autunno del 1921 circolò la voce, poi confermata, del conferimento a Lusignani del titolo di Conte, per non ben precisati meriti bellici.

Questa fu la goccia che fece traboccare il vaso dell’ostilità da parte dell’articolato fronte degli anti-Lusignani.

Iniziò il giornale nittiano “Il Paese” cercando di ridicolizzare le presunte benemerenze belliche del neo-Conte, alludendo anche in modo assai pesante ad un suo “oscuro passato”. Le accuse del “Paese” furono subito rilanciate dai vari giornali di area nittiana a cominciare da “L’Idea” di Parma.

Lusignani querelò per diffamazione e calunnia tutti coloro che lo avevano accusato ed era così certo delle sue buone ragioni che arrivò a sbilanciarsi nella pubblica e solenne promessa che se uno solo dei fatti a lui attribuiti fosse stato provato, si sarebbe dimesso dall’Albo degli avvocati e si sarebbe ri-esiliato da Parma.

Il processo, iniziato nel febbraio del 1922, continuò ininterrottamente per oltre 80 udienze fino all’ultima settimana di luglio.

La sentenza fu un vero modello d’ipocrisia poiché condannava tutti i calunniatori a 1400 lire d’ammenda, esentandoli tuttavia dalla pena per quanto riguardava la diffamazione, “per aver raggiunto la prova dei fatti”. Condannati cioè per calunnia e assolti, invece, per la diffamazione.

Se il maggior accusato era apparentemente il giovane avvocato Aurelio Candian, si è sempre sostenuto – e il Lusignani ne era certo – che dietro al Candian a muovere le fila contro di lui fossero, in realtà, il noto massone Meuccio Ruini insieme all’alto esponente della massoneria parmense, l’on. Berenini.

Sicché la stessa motivazione della sentenza, opportunamente calibrata affinché Lusignani nel rispetto della parola data si dimettesse dall’avvocatura allontanandosi da Parma, fu interpretata dalla vasta fazione a lui favorevole, come una vera e propria forzatura chiaramente imposta dall’influenza massonica sulla Corte.

La stessa federazione del Pnf di Parma specie nella persona del suo segretario, prof. Paolo Goiudici poi sostituito da Giovanni Botti, era apertamente schierata a favore di Lusignani il quale, da parte sua, aveva recentemente chiesto e ottenuto l’iscrizione al Fascio locale di Collecchio. La qual cosa aveva piuttosto irritato la non trascurabile componente massonica interna al fascismo parmense che faceva capo a Terzaghi ( nel successivo processo d’appello, Terzaghi farà addirittura parte del collegio di difesa di Candian in opposizione a Lusignani).

All’indomani della predetta sentenza gli animi si erano fatti piuttosto caldi, quando poi poco dopo si venne ad aggiungere anche la faccenda delle barricate, considerando che l’intera fazione anti-Lusignani era contemporaneamente favorevole alle barricate e viceversa, di tutti questi vari ingredienti ne nacque inevitabilmente un unico minestrone.

Approfittando pienamente di questo nuovo avvenimento, gli anti massoni fascisti e non, si diedero ad una più facile vendetta contro gli esponenti massonici i quali, vivendo e lavorando generalmente nei quartieri borghesi della città e quindi fuori dall’ombrello protettivo fornito agli altri quartieri popolari dalle barricate, venivano a trovarsi in completa balia dei loro nemici.

Infischiandosene in gran parte di quel che succedeva nei quartieri “sovversivi”, i fascisti antimassoni cominciarono con l’appicar fuoco alla sede e alla tipografia del giornale massonico-nittiano “Il Piccolo”, uno dei più esposti nella campagna anti-Lusignani. Ma vennero anche seriamente minacciati gli avvocati parmigiani - una mezza dozzina - del collegio di difesa di Candian e massimamente in pena erano Candian stesso insieme al suo precettore Berenini.

Da qui nasce l’accorato appello di Terzaghi a Balbo il quale rivestendo la carica d’Ispettore generale delle Squadre d’Azione, ed essendo pure notoriamente massone, era l’unica persona che poteva ostacolare e neutralizzare l’azione squadrista antimassonica ispirata dal duo Lusignani-Farinacci.

Questa comunque resta l’ipotesi minima a giustificazione della venuta e dell’operato a Parma di Balbo. L’ipotesi massima, pur contenendo in sé anche la minima, si estende alla possibilità che Balbo sia andato a Parma sia per tutelare i massoni locali, ma anche, e specie, per entrare direttamente nella combinazione massonico-dannunziana di cui era venuto verosimilmente a conoscenza tramite il tam-tam massonico, o anche per dirette indicazioni da parte di Terzaghi.



[1] Dei sei caduti “antifascisti”: A. Zilioli – commerciante della provincia a Parma per affari, fu colpito dal fuoco incrociato di cecchini mentre tentava di aiutare un ferito, anche lui del tutto estraneo alla contesa in corso (F. Morini "Rivisitazione di un mito" II° parte, in Historica Nuova n. 15 aprile- giugno 2001, pag.8).

Il diciassettenne M. Tomba venne ferito a morte da un proiettile vagante mentre giocava con altri amici a calcetto in un prato della periferia. Di tal Mussini, fu lo stesso giornale “Avanti!” a sollevare degli interrogativi circa la sua morte P. Tomasi "Fra caduti sul campo e campi di calcio" in Gazzetta di Parma del 5 agosto 1992. pag. 5)

Restano altre tre vittime una delle quali, Ulisse Corazza, consigliere comunale del P.P.I. rimediò un colpo mortale esponendosi un po’ troppo da una trincea che stava visitando con presumibile curiosità. Il Ppi di Parma, non solo si era astenuto dallo sciopero, ma deplorò ufficialmente l’iniziativa delle barricate. Dei rimanenti, un ragazzino di 14 anni fu anch’esso colpito a morte da un cecchino mentre era di vedetta ( ? ) sui tetti e l’ultimo, forse, effettivamente caduto mentre si trovava dietro ad una trincea. Salvo l’esponente del P.P.I. per nessuna delle altre varie vittime è stata mai rivendicata una ben specifica appartenenza politica( F. Morini "Rivisitazione di un mito" II° parte pag. 8)

[2] Proprio sulla base di quanto scritto da Balbo nel suo Diario, si è poi agevolmente favoleggiato della clamorosa sconfitta militare fascista che sarebbe costata addirittura 39 morti e 150 feriti (Cfr. G: Picelli La rivolta di Parma in

“Lo Stato Operaio”n.10 dell’ott. 1934, pag. 760).

contro solo 5 Arditi del Popolo fra i quali il valoroso Corazza.. (su Corazza si veda ns nota 1).

[3] A.A.Mola nel suo libro “Storia della Massoneria italiana” Ariccia (RM) 1992, cita Terzaghi, con il suo libro, come autore…gustoso e spesso abilmente impreciso (pag. 513) e questo vale in particolare nei confronti di Farinacci (n.d.a.)

[4] L. De Poncis La F.:. M .:. Ed. Beauchesne et ses Fils – Paris 1934 pag. 267.

[5] Sulla convergenza dannunziana dei massoni Orlando e Amendola v. G. Vannoni Massoneria, Fascismo e Chiesa Cattolica Laterza – Bari 1979, pag. 75.

[6] Lusignani non era tanto ostile alla massoneria quale istituzione in sé, quanto piuttosto ai massoni locali, tanto che nell’arringa a difesa di Candian, l’avv. Enrico Ferri allo scopo di dimostrare una generale ostilità verso il personaggio Lusignani, fece perfino presente alla Corte che la sua domanda di entrare in massoneria fu bloccata per ben 4 anni e poi fatta cadere nel nulla (Cfr. “In difesa di Candian” L’Idea n. 88 spec. Del 21.7.1922.)



Che nell’agosto del 1922, Balbo sia calato su Parma più in funzione di pompiere che non capeggiando una scia di ferro e fuoco come riferito dalla vulgata dominante – peraltro alimentata anche da quanto scritto da lui stesso in “Diario 1922”[1] - è cosa variamente documentata e pertanto agevolmente dimostrabile.

Facendo la tara con inoppugnabili riscontri incrociati alle tarde memorie di Balbo e analizzando in filigrana l’epica a posteriori di certi fantomatici scontri, non è affatto arduo trovare quel bandolo della matassa che una volta dipanata ci conduce dritti alla realtà fattuale.

Giunto a Parma sul far dell’alba del 4 agosto, Balbo si recò al centralissimo Hotel Croce Bianca per impiantarvi il suo quartier generale e qui cominciò col convocare a rapporto di lì a qualche ora i maggiorenti fascisti locali insieme agli altri convenuti dalle vicine provincie, per farsi aggiornare sulla situazione locale.

Il rapporto deve essersi svolto piuttosto concisamente poiché rileviamo che Balbo alle 9 e 45 già si dirigeva in prefettura accompagnato dal suo stato maggiore di fresca nomina.

A riceverlo non solo il prefetto, dott. Fusco, ma anche il capo di gabinetto, il questore, il procuratore del re, il generale Lodomez più svariati rappresentanti sia del Comune che della Provincia di Parma. In questa sede Balbo – che a suo dire aveva fatto circondare il palazzo della prefettura da un cordone di 100 suoi “militi” armati di moschetto – avrebbe esposto le sue condizioni: entro le ore 12 la città doveva riprendere il suo normale aspetto con la riapertura dei negozi e l’abbattimento delle barricate da parte dell’esercito, in caso contrario avrebbero provveduto direttamente i fascisti. Il prefetto riuscì a farsi concedere altre due ore di proroga, del resto subito accordate da Balbo il quale annotò in proposito “.. con questa intesa sono uscito e ho lanciato l’ordine di sospensione delle ostilità fino alle 14” (pag. 122).

Pare che la tregua unilaterale da parte fascista sia stata concordata da Balbo sentito anche il parere di Mussolini, il quale raggiunto telefonicamente dalla prefettura avrebbe espresso la sua approvazione[2].

E’ solo verso sera, circa alle 18, che Balbo fingerà di rendersi conto di essere stato giocato non solo dal prefetto, ma anche dai militari e perfino dai “sovversivi”. Infatti, scriverà nel suo Diario che anziché farsi largo con lacrimogeni e cannoni come previsto (?), i militari furono accolti dai barricadieri con applausi, abbracci, canti e una gigantesca polenta di 15 chili che fu ben presto divorata da popolo e militari tra musiche e balli ( pag. 124). L’arcano è poi spiegato dal fatto che il prefetto avrebbe fatto sapere per vie traverse ai barricadieri che una volta entrato l’esercito nel quartiere Naviglio-Trinità, vi si sarebbe posto di presidio nell’intesa che poi i fascisti avrebbero di conseguenza abbandonato il campo. In effetti, questo quartiere, in quanto suburbio cresciuto ai margini della zona borghese della città, si trovava completamente isolato per cui - a differenza dell’Oltretorrente che se non altro poteva contare sulla linea di difesa naturale del torrente Parma che, di fatto, lo isolava - il Naviglio-Trinità era totalmente accerchiato da forze fasciste che avevano ormai raggiunto il pieno dominio su quella parte di città. Difatti, mentre nel Naviglio-Trinità si festeggiava l’esercito che era venuto a soccorrerli, in Oltretorrente le barricate non vennero per niente rimosse dal ché si deduce che l’accordo, evidentemente limitato al quartiere Trinità, fu solo un escamotage concordato al fine di trarre in salvo i trinceristi rimasti isolati i quali rischiavano non solo d’essere sopraffatti, ma l’alea di un più vasto spargimento di sangue qualora, in seguito ad ipotetici scontri, i fascisti avessero avuto delle perdite.

Fra l’altro, giusto poco prima della riunione in prefettura, si erano contate tre vittime dei cecchini tutte concentrate nel settore Naviglio-Trinità, fra le quali anche il quattordicenne colpito mentre era sui tetti intento a curiosare o a far da vedetta come pretende invece la saga antifascista. E’ perciò evidente che al di là di pur ambigui comportamenti politici, in quel momento ha esercitato un certo peso anche il fattore prevalentemente umanitario in considerazione che, a conti fatti, la semitotalità delle vittime poco o nulla c’entravano con le barricate.

Dopo essersi attivato ad eliminare il pericoloso focolaio nel quartiere Naviglio-Trinità anche a costo di passare da grullo, Balbo torna a calarsi la maschera da implacabile squadrista convocando a “gran rapporto” per le 21 - mentre il tempo passa e la tregua di fatto resta – i vari comandanti per concordare la futura azione che poi sul Diario così descriverà: Questa notte la nostra azione si è sviluppata anche in provincia: a Sala Baganza dove è stato ucciso un fascista, la salma è stata seviziata. La nostra rappresaglia è stata terribile. I fascisti hanno bruciato e distrutto tutte le sedi delle organizzazioni rosse e le case dei caporioni socialisti. Nella lotta accanita abbiamo avuto tre feriti compreso Arrivabene ed è rimasto ucciso un operaio. Al ritorno però un altro fascista è stato ucciso presso il ponte del Taro dove nuclei sovversivi armati volevano impedire il passaggio” (pag. 127).

Mica tanto vero. Intanto c’è da precisare che proprio nel corso della tregua unilaterale proclamata da Balbo, era stato ucciso in provincia - alla periferia di Sala Baganza - l’affittuario colonico Ettore Tanzi di Collecchio il quale, non avendo aderito allo sciopero era diretto nel vicino paese per consegnare un carico di pomodori alla locale fabbrica di conserve. Il Tanzi, inizialmente colpito da arma da fuoco, fu poi finito col cranio fracassato da una pietra mentre si trascinava ferito in cerca di rifugio in un casolare vicino.

Venuti a conoscenza dell’accaduto i fratelli del Tanzi, spalleggiati anche dai fascisti del loro paese, intendevano recarsi al più presto a Sala B. ovviamente armati, per cercare di recuperare almeno il corpo del loro congiunto, ma vennero ostacolati dagli ordini di Balbo che, sempre con il pretesto della tregua in corso, mirava evidentemente a spegnere anche quel nuovo pericoloso focolaio d’incendio scoppiato in provincia.

Solo nella notte fra il 4 e il 5 agosto Balbo autorizzò una colonna di fascisti non locali, in quanto emotivamente meno coinvolti dei fratelli e compaesani del Tanzi, a portarsi in Sala Baganza per rintracciare e riportare a casa il corpo della vittima. Ma imbarcare in piena notte degli estranei ai luoghi d’azione in una operazione che sarebbe stata certamente contrastata ( gli avversari non dubitavano affatto del loro prossimo arrivo e pertanto li attendevano in armi, avvantaggiati sia dall’oscurità – l’azione si svolse fra le 3 e le 4 di notte – che della perfetta conoscenza del terreno) non poteva certo rivelarsi una strategia vincente e, infatti...

La colonna fascista inizialmente autotrasportata, si era poi avvicinata a piedi all’obiettivo e, avendo da prima incontrata la cooperativa corridoniana “La Fratellanza”, la presero inutilmente d’assalto giacché all’interno non trovarono nessuno; in ogni caso prima di proseguire devastarono in parte i locali e tentarono anche d’appiccarvi fuoco che tuttavia rimase abbastanza circoscritto. Quando la colonna si ricompose per proseguire nell’oscurità, venne sorpresa in coda da diversi colpi d’arma da fuoco che ferirono gravemente il carpigiano Odoardo Amadei e più lievemente, secondo Balbo, altri tre squadristi tra i quali anche il capo spedizione, il mantovano Arrivabene. A questo punto i fascisti reagirono sparando all’impazzata contro qualsiasi ombra che all’apparenza si movesse intorno a loro, prendendo anche di mira alcuni curiosi che si erano avventurati a porte o finestre. Alla fine si contarono altri tre feriti più o meno gravi, tutti completamente estranei al conflitto, due dei quali moriranno in seguito alle ferite e fra questi anche il muratore corridoniano, Camoens Rosa I fascisti rientrarono pertanto da questa pasticciata azione notturna senza aver neppure rintracciato le spoglie del Tanzi che vennero, infatti, recuperate da un’altra spedizione organizzata nella stessa mattinata che, in più, si limitò ad incendiare esclusivamente il casolare nei pressi del quale il Tanzi era stato barbaramente trucidato. Questo è quanto. Niente “terribile rappresaglia” con incendi e distruzioni di “tutte le sedi delle organizzazioni rosse e le case dei caporioni socialisti”. Nessun socialista vi andò di mezzo e, vuoi per caso o meno, l’unica sede assaltata fu quella corridoniana così come corridoniano era l’operaio Rosa, vittima incolpevole della confusa azione notturna.

C’è, inoltre, qualcosa in più: a pag 132 il Diario riporta un nota informativa, sempre in data 5 agosto, con la quale si ragguagliava il “Comando Piazza” sul fatto che un fascista di Parma, sorpreso a devastare la casa-studio di un avvocato del collegio di difesa di Candian, era stato personalmente preso a schiaffi dal compilatore della nota. Segue un secco commento di Balbo: Bravo! La disciplina è tanto più necessaria oggi che la battaglia infuria sempre più selvaggiamente. Bilancio della giornata: 5 morti e un centinaio di feriti”[3].

L’avvocato in questione era il noto esponente socialista Gustavo Ghidini per cui si rileva che in realtà, lungi da far assaltare, bruciare, distruggere… tutte le sedi delle organizzazioni rosse e le case dei caporioni socialisti (pag. 127), Balbo aveva addirittura disposto per la loro tutela contro eventuali intemperanze di fascisti che agissero fuori dal suo controllo. Lui stesso, del resto, qualche pagina dopo c’informa d’aver precluso…l’invasione degli studi dell’avv. Candian e del sen. Berenini (pag. 131) ambedue d’area socialista, facendoli presidiare da fascisti di sua fiducia come nel caso del citato schiaffeggiatore.

Nell’impossibilità di poter affrontare gli avversari diretti di Lusignani – Candian e Berenini – il gruppo di squadristi antimassoni volse allora l’attenzione sugli studi dei vari professionisti, avvocati e commercialisti, già componenti del collegio di difesa di Candian, un collegio di difesa che era composta da ben otto avvocati di cui la metà residente in città nella zona borghese controllata dai fascisti e i cui studi vennero presi tutti d’assalto e devastati con l’aggiunta di un paio di altri uffici di onorevoli, pipisti e socialisti, i quali avevano pure loro avuto in passato seri contrasti con Lusignani.

Per tutta risposta, sempre in data 5 agosto il Comando Piazza di Balbo diffuse un drastico comunicato nel quale si assicurava la cittadinanza che i responsabili di quelle devastazioni erano stati espulsi dal partito ( pp. 131–132). In realtà più che di singole espulsioni si trattava di un vero e proprio azzeramento, seguito poi dallo scioglimento formale, di tutta la Federazione di Parma evidentemente colpevole di parteggiare per il duo Lusignani-Farinacci; un azzeramento che, di fatto, precedette le stesse devastazioni e di cui forse fu più la causa che non l’effetto.

Sintomatico che nel Diario di Balbo, per l’intero svolgimento del suo intervento a Parma non venga mai citato un solo esponente della locale Federazione.

Identica prassi sarà poi ripetuta quando, nel 1925, Balbo verrà inviato sempre in veste d’ispettore a Firenze dov’erano scoppiati tumulti fascisti antimassonici. Anche in tal frangente Balbo avviò una larga epurazione all’interno del fascismo locale, compreso il segretario federale, sostituito nella carica da un suo uomo di fiducia specularmente ostile a Farinacci, malgrado quest’ultimo ricoprisse allora la carica di segretario del Pnf.

Riprendiamo adesso dal Diario balbiano dove, alle ore 23 del 5 agosto, leggiamo...che la battaglia infuria sempre più selvaggiamente, con relativa appendice di morti e feriti immaginari ( cfr. nota n. 3 ). In realtà, alla data e all’ora riportata da Balbo, il conflitto si era già esaurito e gran parte degli squadristi forestieri stavano prendendo la via di casa. Vediamo dunque nel dettaglio i fatti del 5 agosto, ultimo giorno di confronto coi trinceristi dopo l’infausta spedizione notturna in quel di Sala Baganza.

In mattinata ( cosa sia davvero accaduto ancora nessuno si è peritato di spiegarlo nei dettagli ) Balbo, scortato da un plotone di squadristi, penetrava bellamente nell’Oltretorrente senza colpo ferire, portandosi addirittura a pochi metri dal portone d’ingresso della Camera del Lavoro corridoniana di borgo delle Grazie. Qui venne alla fine bloccato, ma non dai triceristi più o meno corridoniani, bensì da un piccolo presidio di militari del Novara Cavalleria. Alla sua richiesta di dargli il passo l’ufficiale responsabile avrebbe replicato… che aveva ordini tassativi: sparare senza esitazione. Mi ha mostrato l’ordine scritto. Se avessi insistito avrebbe ordinato il fuoco e si sarebbe poi fatto saltare le cervella (pag. 129). Non abbiamo alcun motivo di dubitare di questo drammatico episodio anche se una testimone indiretta di quei fatti, Dina Marchesi (classe 1908) da noi sentita quando era ancora in vita, ci narrò una versione riduttiva dell'episodio. Dina, allora 14 enne, abitava quasi dirimpetto alla Camera del Lavoro e dalle sue finestre ha potuto assistere all’arrivo di Balbo poi bloccato dai militari. A questo proposito i suoi ricordi non erano affatto drammatici tanto che la sua reminescenza più viva concerneva l'inconfondibile figura di Balbo che si faceva prestare la borraccia da un militare per dissetarsi. Oltre alla sorpresa di aver scorto Balbo insieme ad un imprecisato numero di squadristi giungere fin sotto la sua abitazione, null’altro ha saputo aggiungere, neppure sull’eventuale clima di tensione che pure in quel frangente non doveva certo mancare né da una parte, né dall’altra.

Al di là di questa sorprendente testimonianza, resta assodato il fatto che Balbo insieme a un manipolo di squadristi penetrò con tutta tranquillità - per quanto la vulgata antifascista non voglia ammetterlo – nell’Oltretorrente. Anzi, a questa vulgata popolare si è aggiunta pure un’altra leggenda metropolitana, oggi consolidatissima, secondo la quale dopo che Balbo aveva compiuto la transvolata atlantica, sui muri oltretorrentini che delimitano i bordi del torrente, sarebbe apparsa la scritta cubitale in dialetto parmigiano: “Balbo, t’è passè l’Atlantic, ma miga la Pèrma”. Periodicamente questa leggenda metropolitana, ormai pienamente interiorizzata nella più vasta vulgata barricadiera, si arricchisce sempre più di nuovi e inediti particolari come ad es. il fatto che Balbo venuto a conoscenza di quella scritta abbia preteso, e ottenuto, le dimissioni della dirigenza fascista locale per non aver impedito la beffa[4].

Il fatto che Balbo la Parma l’abbia “passata” e anche in modo fin troppo pacifico, aggiunge un ulteriore tratto al già folto labirinto di apparenti contraddizioni.

Se come riportano fonti coeve, Balbo è transitato dal ponte Bottego[5] oppure dal più centrale ponte Verdi, come sosterrà in un più tardo articolo Guido Picelli[6], in qualunque modo fosse, per portarsi in borgo delle Grazie, Balbo e il suo manipolo avrebbero comunque dovuto superare la trincea situata subito a ridosso del ponte Verdi, in via dei Farnese e, successivamente, transitare allo scoperto allo sbocco in via Tanzi al cui angolo della via, con borgo delle Grazie, era stata piazzata una mitragliatrice a difesa e copertura della C.d.L. corridoniana[7]. Ciò nonostante, mentre Balbo procedeva nell’avvicinamento fino quasi a raggiungere la soglia del suo obbiettivo, non risulta sia stato sparato un solo colpo. Ma c’è soprattutto da chiedersi quali fossero le vere intenzioni di Balbo, visto e considerato che con le poche forze al suo seguito – si trattava di non più di un centinaio di uomini – non poteva certo sperare di conquistare l’Oltretorrente o di spianarvi le barricate. E poi, perché scegliere come obbiettivo primario di un eventuale scontro armato proprio la sede corridoniana per eccellenza e per questo anche la più cara e vicina a D’Annunzio, quando già conosciamo quella relazione inviata alla D.G. di P.S. in data 23 aprile 1923 - riportata integralmente nella prima parte - secondo la quale….Parma è stata risparmiata dai fascisti unicamente per rendere un servizio a De Ambris [ in quel momento a capo della C.d.L. di borgo delle Grazie ] attraverso la raccomandazione di D’Annunzio”?

Sommando tutte queste anomalie, risulta chiaro ed evidente che l’incursione di Balbo in Oltretorrente non era certo finalizzata ad uno scontro o addirittura alla conquista della sede corridoniana quanto, piuttosto, ad un eventuale approccio con i dirigenti corridoniani al fine di appianare gli equivoci e forse anche per tentare di giustificare la disgraziata azione di qualche ora prima a Sala Baganza dove i fascisti inviati da Balbo avevano infierito, probabilmente equivocando, esclusivamente sui corridoniani.

Ci soccorre in questa tesi il particolare che a scortare Balbo verso la C.d.L. corridoniana furono eccezionalmente gli stessi “fascisti di Parma”[8] e, a questo punto, è lecito supporre che quei tali “fascisti di Parma” siano stati proprio i corridoniani fascisti dal momento che oltre ai corridoniani dannunziani a Parma non mancavano affatto corridoniani mussoliniani, i quali avevano perfino una loro squadra d’azione intitolata “ F. Corridoni”. E’ interessante rilevare che questi corridoniani fascisti erano addirittura esentati dal vestire la camicia nera e autorizzati,invece, a indossare quella rossa[9].

Si provi allora a immaginare Balbo che punta sulla sede corridoniana scortato da corridoniani fascisti magari in camicia rossa, in questo nuovo senario la mancata reazione dei corridoniani trinceristi sarebbe una ben più scontata conclusione. In ogni caso, con o senza camicie rosse ( il segno distintivo di tutti i corridoniani non era peraltro il colore della camicia ma, piuttosto, l'elmetto da trincea regolarmente calzato sia dagli uni che dagli altri) i corridoniani sia di parte dannunziana che mussoliniana erano comunque legati non solo dal nome del Tribuno ma, più in generale, dalle loro comuni lotte politiche e sociali unitamente intraprese nel dopoguerra.

Resta il fatto che lo scontro-incontro, comunque lo si voglia intendere, non ebbe seguito a causa dell’imprevedibile interferenza dei militari.

Nel mentre Balbo cercava vanamente di rapportarsi in qualche modo con i corridoniani di borgo delle Grazie, alle dieci di quello stesso mattino si era riunito a Roma il Consiglio dei Ministri per deliberare lo stato d’assedio nelle provincie italiane dove ancora risultavano dei concentramenti squadristi e cioè nelle città di Parma, Ancona, Livorno, Genova e nella stessa Roma. L’inizio dello stato d’assedio militare venne fissato a partire dalle ore 24 del 5 agosto.

Avuta notizia del provvedimento ministeriale, il prefetto di Parma convocò Balbo nel suo ufficio alle ore 11,30 al fine di metterlo al corrente di queste nuove disposizioni governative.

A seguito di questo incontro, il prefetto inviava un telegramma al Ministero dell’Interno datato 5 agosto ore 21,40, col quale comunicava che Balbo, accompagnato dall’on. Corgini gli avevano partecipato…che solo per spirito di devozione all’Esercito col quale assolutamente non intendono venire a conflitto, essi avrebbero ordinato cessazione ogni azione e sgombro città ed infatti oggi stesso alcune centinaia fascisti con numerosi camions sono partiti ed è stato approntato treno per trasporto mille uomini Mantova”.

In effetti, Balbo convocò nel pomeriggio tutte le squadre nell’ampio piazzale della Pilotta e, dopo aver succintamente riferito delle trattative con l’autorità militare che stava subentrando, sciolse le righe invitando tutti gli elementi esterni a rientrare nelle loro città prima della proclamazione dello stato d’assedio.

La paventata “scia di ferro e di fuoco” guidata da Balbo aveva così fine dopo 36 ore dal suo arrivo a Parma, tregua di 15-16 ore compresa.

[1] I. Balbo “ Diario 1922 “ Ed. Mondadori, 1932.

[2] Con telegramma cifrato n. 19513, inviato dalla prefettura di Parma al ministero dell’Interno il 4 agosto 1922 alle ore 7,50, si comunicava fra l’altro, che: “Data gravità situazione, vedrà Ministero opportunità officiare subito codesta Direzione Centrale Fasci perché dia ordine suo delegato Balbo, qui venuto, far allontanare masse fasciste”.F. Morini "Rivisitazione di un mito" III° parte in Historica Nuova n. 16 luglio- sett. 2001, pag.17).

[3] Questa annotazione è datata ore 23 del 5 agosto. Ad essere pignoli, il 5 agosto ancora non si era contato alcun morto né da una parte, né dall’altra. Tanzi era stato ucciso il giorno prima 4 agosto, lo squadrista Amadei decedette in clinica il giorno dopo il ferimento, il corridoniano Rosa l’8 agosto e, l’altro civile ferito a Sala Baganza il 13 agosto. Anche in questo caso l’enumerazione di morti e feriti è solo una tarda elaborazione della fantasia epico-narrativa di Balbo.

[4] Cfr. M. Scipioni “Liberazione, festa tra le barricate” in Gazzetta di Parma del 31.8.2005 a cui replicava F. Morini in Gazzetta di Parma dell’8.9.2005 con “Balbo e la Parma”.

[5] G. Stefanini “Fascismo parmense – Cronistoria” Parma 1923, pag. 57

[6] G. Picelli “La rivolta di Parma” in “Lo Stato operaio” ott. 1934, pag. 755

[7] Cfr. Mappa coeva delle trincee e barricate, riprodotta in “Dietro le barricate” Parma 1983, pp. 384–385

[8] G. Stefanini cit. pag. 58

[9] Dallo statuto del regolamento della squadra d’azione “F.Corridoni”, fondata nel gennaio 1922 da fascisti di Parma: art. 4 – La divisa è così stabilita: camicia di panno rosso scarlatto alla Robespierre, cravatta nera, fascia bleu ai fianchi, pantaloni di panno militare, fasce nere, elmetto. (da “La Fiamma” n. 2 del 28.1.1922).

[modifica] Personaggi correlati

[modifica] Fascisti e Squadristi

  • Alcide Aimi, sindacalista ed attivista fascista.
  • Italo Balbo, politico, militare ed aviatore italiano, successivamente ministro dell'aeronautica e governatore della Libia.
  • Giovanni Botti, segretario del PNF parmense nel periodo considerato.
  • Roberto Farinacci, successivamente segretario del Partito Nazionale Fascista.
  • Davide Fossa, squadrista e fondatore del sindacato fascista a Parma.
  • Remo Ranieri, squadrista, segretario del fascio di Fidenza e successivamente deputato del PNF al parlamento
  • Michele Terzaghi, (Parma, 1896 - 1922), avvocato socialista fino al 1916. Diresse La Difesa, giornale della federazione del PSI che passò poi sotto la direzione di Spartaco Lavagnini, abbandonando il Partito Socialista Italiano a seguito della sua scelta interventista. Aderì al fascismo nel primo dopoguerra con la successiva elezione a deputato del blocco nazionale del 1921.

[modifica] Fronte unito Arditi del Popolo, Legione Proletaria Filippo Corridoni

  • Guido Picelli, comandante in capo del direttorio del Fronte Unito Arditi del Popolo
  • Antonio Cieri, guidò la sortita dal Naviglio.[10]
  • Alceste De Ambris, esponente del sindacalismo rivoluzionario, vicino al fascismo rivoluzionario, poi Ardito del Popolo e uomo simbolo della Lega Proletaria Filippo Corridoni.
  • Giuseppe Balestrazzi, sottotenente nella grande guerra, poi presidente dell'Associazione Mutilati e Invalidi di Guerra di Parma.
  • Umberto Balestrazzi, dirigente dell'Unione Sindacale Parmense, sarto e giornalista, attivista nelle formazioni giovanili socialiste.
  • Amilcare De Ambris, fratello di Alceste De Ambris, sindacalista rivoluzionario, interventista di sinistra, fra i fondatori dei Fasci d'Azione Internazionalista.
  • Ulisse Corazza, consigliere comunale del PPI, fu uno dei cinque caduti degli Arditi del Popolo.
  • Giacomo Ferrari, sindaco di Parma, parlamentare e ministro del Partito Comunista Italiano.
  • Dante Gorreri, ardito del popolo ed in seguito partigiano.
  • Enrico Griffith
  • Giuseppe Isola (Parma, 1881- 1957), antifascista e dirigente dei socialisti internazionalisti "terzini" di Parma.
  • Aroldo Lavagetto (Parma, 1896 - 1981), reduce dalla Grande Guerra. Fu fra i rappresentanti di spicco dell'antifascismo liberale e repubblicano, redattore capo presso il giornale il Piccolo Esponente di Parma, fondato da Tullio Masotti. La sede del Il Piccolo fu devastata dagli squadristi durante l'attacco a Parma, anche se i giornalisti tentarono una difesa armata e la redazione venne spostata presso la tipografia della Camera del Lavoro di borgo delle Grazie, in Oltretorrente. A fascismo affermato Lavagetto dovette fuggire a Milano, riuscendo a trovar lavoro al Corriere della Sera. In seguito si spostò ancora all'ufficio stampa delle Terme di Salsomaggiore ed infine, nel 1935, trovò sistemazione in una società petrolifera appartenente a Nando Peretti. Dopo l'8 settembre del 1943 si stabilì a Roma e nel 1965 tornò a Parma.
  • Tullio Masotti, attivista socialista e sindacalista.
  • Gaetano Perillo, comunista e capo degli Arditi del Popolo di Genova, partigiano, storico. Genova gli ha destinato un fondo per lo studio del movimento operaio genovese; alcuni storiografi che si sono occupati del riordino della vicenda degli Arditi del Popolo lo danno presente anche a Parma in quel periodo.
  • Vittorio Picelli (Parma, 1893 - Roma, 1979), fu fra i difensori di Parma assieme al fratello Guido Picelli.
  • Alberto Simonini, dirigente socialista e segretario della Camera Confederale del Lavoro di Parma.

[modifica] Personaggi istituzionali

  • Agostino Berenini, senatore del Regno d'Italia e rettore dell'università di Parma dal 1919 al 1925.
  • Umberto Beseghi (Parma, 1883 - Bologna, 1958), presidente dellAssociazione Nazionale Combattenti di Parma, cancelliere giudiziario presso la Pretura di Parma, dopo presso il Tribunale di Ravenna e infine presso la Procura generale di Bologna. Allo scioglimento dellAssociazione Nazionale Combattenti, Beseghi fu allontanato da Parma con destinazione Orbetello, di lì in poi si occupò esclusivamente alla letteratura. Durante la prima guerra mondiale si occupò subito di giornalismo e fu corrispondente di giornali politici e direttore del quotidiano locale "Il Presente".
  • Guido Maria Conforti, arcivescovo cattolico, difese le scelte del clero parmense per la cura dei combattenti feriti[11].
  • Felice Corini segretario PPI parmense, collabora coi fascisti fino al 1924, poi rompe e partecipa alla protesta aventiniana.
  • Federico Fusco, prefetto di Parma durante i fatti.
  • Enrico Lodomez, generale e comandante della Scuola di applicazione di fanteria di Parma e comandante di tutti gli organismi di repressione di stato in Parma.
  • Tullio Maestri (Albareto, Parma, 1875 - Borgotaro, Parma, 1940), presidente Amministrazione provinciale di Parma (1920-1922).
  • Amedeo Passerini (Parma, 1870 - 1932), sindaco di Parma. Si laureò in giovane età affermandosi subito nella vita pubblica con incarichi di alto livello nell'amministrazione. Consigliere del Monte di Pietà, ispettore alla Cassa di Risparmio e membro della giunta provinciale amministrativa. Ricoprì anche la carica di prosindaco ed assessore alle Opere Pie nel 1895, nominato presidente della Congregazione Municipale di Carità, assessore al Dazio e alle Finanze, presidente degli Ospizi Civili e dell'Ordine degli avvocati. Gli fu consegnata nel 1924, per la sua capacità digestione della cosa pubblica la tessera ad honorem del PNF. Dopo la Liberazione, a Roma, viene nominato vicepresidente della camera dei deputati, in seguito eletto all'Assemblea Costituente, nel secondo Governo De Gasperi ricopre l'incarico di ministro della Marina.
  • Roberto Simondetti, comandante del presidio militare di Parma.

[modifica] Note

  1. ^ R. J. B. Bosworth, The Oxford handbook of fascism, Oxford University Press, 18 marzo 2009, 105–. ISBN 9780199291311 URL consultato il 24 luglio 2011.
  2. ^ Il lavoro, quotidiano socialista di Genova
  3. ^ Eros Francescangeli, Arditi del Popolo, Roma, Odradek 2000, pp. 106-107.
  4. ^ Mimmo Franzinelli, Squadristi, Oscar Mondadori, Cles (Tn), 2009, pagg. 153-154
  5. ^ C. Bocchi e M. Borra " I tristi eventi del '22 a Sala Baganza" in Numero Unico "Per la Val Baganza 1981", Parma 1981, pag 92-93
  6. ^ P. Tomasi "Fra caduti sul campo e campi da calcio" in Gazzetta di Parma del 5 agosto 1992. pag. 5
  7. ^ Franco Morini "Rivisitazione di un mito" in Historica Nuova n.16 del luglio-dic. 2010, pp. 14-15
  8. ^ fonte F. Morini id. pag. 17
  9. ^ "Racconti d'agosto - Le barricate di Parma del 1922" edito a cura dell'Istoreco di Parma, pag.38
  10. ^ Pino Cacucci "Oltretorrente"
  11. ^ Pino Cacucci Oltretorrente

[modifica] Bibliografia

  • AA.VV., Dietro le barricate, Parma 1922, testi immagini e documenti della mostra (30 aprile - 30 maggio 1983), edizione a cura del Comune e della Provincia di Parma e dell'Istituto storico della Resistenza per la Provincia di Parma
  • AA.VV., Pro Memoria. La città, le barricate, il monumento, scritti in occasione della posa del monumento in ricordo alle barricate del 1922, edizione a cura del Comune di Parma, Parma, 1997
  • Alberghi, Pietro, Il fascismo in Emilia-Romagna: dalle origini alla marcia su Roma, Modena, Mucchi, 1989.
  • Le Barricate a Parma 1/5 agosto 1922, numero monografico di “PR. Parma Realtà”, n. 15, dicembre 1972.
  • Balestrini, Nanni, Parma 1922. Una resistenza antifascista, a cura di Margherita Becchetti, Giovanni Ronchini e Andrea Zini, Roma, DeriveApprodi, 2002.
  • Biacchessi, Daniele.Orazione civile per la Resistenza, Bologna, Promomusic, 2012.
  • Bonardi, Pietro, La violenza del 1922 nel Parmense, Parma, Centro studi della Val Baganza, 1992.
  • Bottioni, Graziano, La nascita del PCI a Parma 1921-1926, Parma, Biblioteca “Umberto Balestrazzi”, 1981.
  • Brunazzi, Luciana, Parma nel primo dopoguerra 1919-1920, Parma, Istituto storico della resistenza per la provincia di Parma, 1981.
  • Campanini, Giorgio, Chiesa e movimento cattolico a Parma fra Ottocento e Novecento: studi e ricerche, Parma, Il Borgo, 1995.
  • Cavalli, don Giuseppe, Le “Cinque giornate” di Parma e Ulisse Corazza, in Il contributo dei Cattolici alla lotta di Liberazione in Emilia-Romagna. Atti del 2º Convegno di studi tenuto nei giorni 1, 2, 3 maggio 1964 a Parma-Salsomaggiore, Parma, Associazione Partigiani Cristiani, 1995, pp. 243–270.
  • Circolo F. Corridoni di Parma (a cura del) "Per l'Italia - I caduti per la causa nazionale 1919-1932" Ed. Campo di Marte - Parma, 2002.
  • De Micheli, Mario, Barricate a Parma, Roma, Editori Riuniti, 1960.
  • Degli Innocenti, Maurizio - Pombeni, Paolo - Roveri Alessandro (a cura di), Il Pnf in Emilia-Romagna durante il ventennio fascista, Milano, Angeli, 1988.
  • Franzinelli Mimmo, Squadristi, Oscar Mondadori, Cles (Tn), 2009.
  • Furlotti, Gianni, Parma libertaria, Pisa, BFS, 2001.
  • Gambetta, William, E le pietre presero un'anima. Le Barricate del 1922, in Roberto Montali (a cura di), Le due città. Parma dal dopoguerra al fascismo (1919-1926), Istituzione Biblioteche del Comune di Parma - Silva, Parma 2009, pp. 73–89.
  • Gambetta William, L'esercito proletario di Guido Picelli (1921-1922), "Storia e documenti", n. 7, 2002, pp. 23–46.
  • Gambetta, William, Giuffredi Massimo (a cura di), Memorie d'agosto. Letture e immagini delle Barricate antifasciste di Parma del 1922, Punto rosso, Milano 2007.
  • Morini Franco "Parma in camicia nera" Edizioni Zara, Parma 1987.
  • Morini Franco "Squadrismo fra squadra e compasso - Dalle barricate di Parma alla marcia su Roma " Ed. La Sfinge, Parma 1991.
  • Palazzino, Mario, “Da prefetto Parma a gabinetto ministro interno”. Le barricate antifasciste del 1922 viste attraverso i dispacci dell'ordine pubblico, Parma, Archivio di Stato di Parma - Silva Editore, 2002.
  • Comunisti a Parma. Atti del convegno tenutosi a Parma il 7 novembre 1981, a cura di Fiorenzo Sicuri, Parma, Istituto Gramsci Emilia-Romagna e Parma - Biblioteca “Umberto Balestrazzi”, 1986.
  • Sicuri, Fiorenzo (a cura di), Guido Picelli, a cura di Fiorenzo Sicuri, con un saggio di Dianella Gagliani, Parma, Centro di documentazione “Remo Polizzi”, 1987.

[modifica] Riviste

  • Morini Franco "Rivisitazione di un mito- parte prima "in "Historica Nuova" rivista del Centro Stud Storia Contemporanea di Asti n.14 gennaio-marzo 2010. pp. 7–11.
  • Morini Franco "Rivisitazione di un mito- parte seconda "in "Historica Nuova" rivista del Centro Studi Storia Contemporanea di Asti n.15 aprile-giugno 2010, pp. 5–8.
  • Morini Franco "Rivisitazione di un mito- parte terza" in "Historica Nuova" rivista del Centro Studi Storia Contemporanea di Asti, n.16 luglio-sett. 2010, pp. 14–17

[modifica] Romanzi

[modifica] Voci correlate

[modifica] Collegamenti esterni

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