Fasci italiani di combattimento

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Fasci italiani di combattimento
Leader Benito Mussolini
Stato Italia Italia
Fondazione 23 marzo 1919
Dissoluzione 10 novembre 1921 (confluisce nel PNF)
Sede Roma
Ideologia Fascismo,
Fascismo rivoluzionario,
Sansepolcrismo
Coalizione Blocchi Nazionali (1921)
Seggi massimi Camera
37 / 535
(1921)
Testata Il Popolo d'Italia
Colori nero
Fasci di combattimento
Fasci italiani di combattimento
Tipo Organizzazione politico-militare
Fondazione 23 marzo 1919
Scioglimento 10 novembre 1921
Scopo Rivoluzione fascista
Sede centrale Italia Roma
Presidente Italia Benito Mussolini
Volontari 312.000 c.ca iscritti
 

I Fasci di combattimento era un movimento politico fondato a Milano da Benito Mussolini il 23 marzo 1919 erede diretto del Fascio d'azione rivoluzionaria del 1914. Il 10 novembre 1921 si trasformò in Partito Nazionale Fascista.

I Fasci di combattimento[modifica | modifica sorgente]

Fasci di combattimento di Lissone.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sansepolcrismo.

Il 23 marzo 1919, nella sala riunioni Circolo dell'alleanza industriale, in piazza San Sepolcro a Milano, furono ufficialmente fondati i Fasci italiani di combattimento.

Il futuro duce prevedeva l'attuazione di uno specifico "Programma di San Sepolcro" (dal nome della piazza in cui fu proclamato). I primi appartenenti ai Fasci si chiamarono appunto sansepolcristi, fregiati di una fascia giallorossa (i colori di Roma); gli squadristi semplici invece erano riconoscibili da una striscia rossa al polso della camicia nera.

I locali della prima sede a Milano furono affittati dall'Associazione lombarda degli industriali, presieduta da Cesare Goldmann, un industriale a cui venne pagato regolare affitto. La sede era caratterizzata da simboli degli arditi, che diverranno comuni nell'iconografia fascista: il pugnale, il gagliardetto degli arditi, il teschio. Il simbolo dell'organizzazione è il fascio littorio, dall'antica Roma, così come molti altri simboli del regime si richiamano alla storia romana.

In breve tempo per tutto il mese di aprile in diverse città aprirono diverse sezioni[1] anche se le adesioni non furono massicce[2]. Accanto ai Fasci di combattimento sorsero affiancate numerose associazioni con lo scopo di reagire ai tentativi insurrezionali del Partito Socialista[1]. Queste ultime erano costituite principalmente da leghe di reduci e associazioni patriottiche e studentesche[3].

Il Manifesto programmatico[modifica | modifica sorgente]

Manifesto dei Fasci italiani di combattimento pubblicato su "Il Popolo d'Italia"

Il Manifesto dei Fasci italiani di combattimento, alla cui stesura aveva collaborato attivamente Alceste De Ambris[4], fu ufficialmente pubblicato su Il Popolo d'Italia tre mesi dopo, il 6 giugno 1919. Qui vengono avanzate numerose proposte di riforma politica e sociale, per far "fronte contro due pericoli: quello misoneista di destra e quello distruttivo di sinistra", rappresentando la "terza via" tra i due opposti poli e sviluppandosi nell'ambito delle teorie moderniste sull'"Uomo nuovo". Solo parte di queste vennero realizzate durante il periodo del regime (1922-1943), e che pur riprese successivamente durante la Repubblica Sociale Italiana come la socializzazione delle imprese e dei mezzi di produzione rimasero sostanzialmente inapplicate a causa degli eventi bellici.

I Fasci riunirono cittadini italiani accomunati dallo scopo di fermare l'attività bolscevica. La maggior parte dei partecipanti della prima ora furono reduci interventisti della prima guerra mondiale. Molti di loro avevano precedentemente militato in formazioni di sinistra (socialisti, repubblicani, sindacalisti rivoluzionari).

Biennio rosso e prime elezioni[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Biennio rosso in Italia e Squadrismo.

A Milano i primi elementi fascisti dei neocostituiti Fasci italiani di combattimento il 15 aprile 1919, facendosi notare per la prima volta a livello nazionale[5] presero parte, dopo una giornata di scontri tra manifestanti del Partito Socialista e contromanifestanti del Partito Nazionalista, futuristi e arditi all'assalto all'Avanti!.

Al tempo dell'Impresa di Fiume, quando nella città giuliana occupata da Gabriele D'Annunzio cominciarono a mancare gli approvvigionamenti, i Fasci italiani di combattimento, supportati anche da organizzazioni femminili patriottiche, si occuparono di sfollare verso città del nord circa quattromila bambini.[6]

Le loro principali azioni, furono rivolte a contrastare l'ondata di scioperi promossi dal partito socialista. Devastarono sedi di giornali, di partito e "case del popolo"; intervennero al fianco delle aziende agricole durante il biennio rosso per fronteggiare i violenti disordini organizzati dai socialisti.[senza fonte]Giovanni Giolitti, come aveva fatto nei suoi due precedenti governi, decise di non reprimere le rivolte, ma cercò di servirsi dei Fasci di combattimento dando loro piena libertà di azione, per riportare alla calma la situazione italiana (questo incoraggiamento sarebbe poi stato determinante per l'ascesa in Italia di Mussolini e del fascismo).

Alle elezioni politiche del maggio 1921 esponenti fascisti si candidarono nelle liste dei Blocchi Nazionali, eleggendo 35 deputati, tra cui lo stesso Mussolini, mentre due furono eletti in liste dei Fasci.

Nel novembre 1921 al terzo congresso di Roma, fu deciso lo scioglimento del movimento che contava già 312 mila iscritti[7], e fu creato il Partito Nazionale Fascista.

Congressi Nazionali[modifica | modifica sorgente]

  • I Congresso Nazionale - Firenze, 9-10 ottobre 1919
  • II Congresso Nazionale - Milano, 24-25 maggio 1920
  • III Congresso Nazionale - Roma, 7-10 novembre 1921

Segretari[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Roberto Vivarelli, Storia delle origini del fascismo, volume I, Il Mulino, 2012, pag 363
  2. ^ Renzo De Felice, Breve storia del fascismo, Mondadori,, Cles, 2009, pag. 11
  3. ^ Roberto Vivarelli, Storia delle origini del fascismo, volume I, Il Mulino, 2012, pag 365
  4. ^ Indro Montanelli, Mario Cervi, L'Italia in Camicia nera, Rizzoli, 1976, pag.82
  5. ^ Giordano Bruno Guerri, "Fascisti", Le Scie Mondadori, Milano, 1995, pag 70
  6. ^ Giordano Bruno Guerri, "D'Annunzio", Oscar Mondadori, 2008 Cles (TN) pag. 248: "Quattromila bambini furono sfollati e mandati in varie città del Nord. Grazie, grazie all'organizzazione dei Fasci di combattimento ed ai gruppi patriottici femminili".
  7. ^ http://www.gdf.it/repository/ContentManagement/information/P1331093562/Marina_di_Massa.pdf?download=1

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]