Eudemonismo
L'eudemonismo è una dottrina morale che identifica il bene con la felicità.
Il nome deriva dal termine greco εὐδαιμονία (eudaimonìa), che letteralmente vuol dire "essere con un buon (eu) demone (daimon)", intendendo quest'ultima parola, non nel significato negativo a cui è spesso associata oggi, ma nel senso di genio, spirito guida, coscienza.
L'eudemonismo presenta vari aspetti a seconda di cosa s'intenda per felicità.
Indice |
[modifica] Storia del concetto
Presso gli antichi greci e latini la parola, nell'uso comune, poteva essere intesa nel senso che si considerava felice chi per fortuna possedeva dovizia di beni materiali (olbios in greco, felix in latino) oppure chi poteva godere di uno stato d'animo, tutto interiore e spirituale, che rendeva sereno chi lo provasse (eudaimon in greco, beatus in latino).
Per i sofisti la seconda condizione di eudaimonia si identificava con la prima, mentre per Socrate la felicità interiore era l'effetto di un comportamento virtuoso.
Per Aristotele la felicità era la conseguenza di un atteggiamento razionale che fosse in grado di distinguere il giusto mezzo tra opposti comportamenti estremi: così ad esempio può dirsi di possedere la virtù del coraggio chi si tiene nel mezzo tra gli estremi della viltà e della temerarietà. Dato che il giusto mezzo si identifica con la virtù anche per Aristotele la vita virtuosa porta alla felicità.
Per i Cirenaici la felicità consisteva invece nell'edonismo, cioè nel conseguimento del piacere attuale, del momento.
Per le scuole di pensiero dei filosofi ellenistici e romani, la felicità si identificava ancora una volta con la serenità, la tranquillità d'animo che si raggiunge con l'atarassia, vale a dire con l'imperturbabilità, l'indifferenza di fronte ai desideri e alle passioni, che per i cinici e gli stoici, che preferiscono parlare di apatia, si ottiene eliminando dal proprio animo qualsiasi desiderio di beni materiali e impostando la propria esistenza sulla pratica della virtù.
Per gli epicurei si può legittimamente godere dei beni sensibili purché l'uomo, con la propria ragione, sappia, ben calcolando quali bisogni debbano essere soddisfatti, non rendersene schiavo.
Per gli scettici infine lo stato di atarassia si raggiunge con quella imperturbabilità che deriva dalla sospensione di ogni giudizio (l'epoché), cioè l'astensione da un determinato giudizio o valutazione, qualora non risultino disponibili sufficienti elementi per formulare il giudizio stesso.
L'epoché come un processo cognitivo, nonché uno stato della mente, particolarmente implicato nella formazione di giudizi etici e morali.
Nella filosofia moderna l'eudemonismo assume il significato della ricerca del benessere sociale per cui si preferisce parlare di utilitarismo, dottrina per la quale è "bene" (o "giusto") ciò che aumenta la felicità degli esseri sensibili. Si definisce perciò utilità la misura della felicità di un essere sensibile.
Contro l'eudemonismo è rivolta l'etica kantiana che lo considera come un elemento estraneo al rigore della morale stessa che non dev'essere condizionata da alcun elemento materiale, né edonistico né eudemonistica, com'accade nelle morali eteronome, ma che, come rigorosa morale autonoma, deve trovare ragione di sè in se stessa. [1]
[modifica] Note
- ^ Cfr. Enciclopedia Treccani alla voce corrispondente
[modifica] Bibliografia
- N. Abbagnano, Dizionario di filosofia, UTET, Torino 1971 (seconda edizione).
- F. Brezzi, Dizionario dei termini e dei concetti filosofici, Newton Compton, Roma 1995.
- Enciclopedia Garzanti di Filosofia, Garzanti, Milano 1981.
- Centro Studi Filosofici di Gallarate, Dizionario dei filosofi, Sansoni, Firenze 1976.
- Centro Studi Filosofici di Gallarate, Dizionario delle idee, Sansoni, Firenze 1976.
- E.P. Lamanna / F. Adorno, Dizionario dei termini filosofici, Le Monnier, Firenze (rist. 1982).
- L. Maiorca, Dizionario di filosofia, Loffredo, Napoli 1999.
- D.D. Runes, Dizionario di filosofia, 2 voll., Mondadori, Milano 1972.
[modifica] Voci correlate
[modifica] Collegamenti esterni
|
|