Esodo istriano
« Ricordo che nel 1946 io ed Edward Kardelj andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana. Si trattava di dimostrare alla commissione alleata che quelle terre erano jugoslave e non italiane: predisponemmo manifestazioni con striscioni e bandiere.
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(Milovan Gilas - Panorama, 21 luglio 1991)
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Con la definizione esodo istriano o esodo giuliano-dalmata la storiografia intende quell'importante fenomeno di diaspora forzata che si verificò a partire dalla seconda guerra mondiale e negli anni ad essa successivi dall'Istria, dal Quarnaro e dalla Dalmazia da parte della maggioranza dei cittadini di etnìa italiana e di coloro che diffidavano del nuovo governo jugoslavo, in seguito all'occupazione di tali regioni da parte dell'Armata Popolare di Liberazione della Jugoslavia del maresciallo Josip Broz Tito.
[modifica] Cause
| Per approfondire, vedi le voci Storia dell'Istria e Storia della Dalmazia. |
Secondo numerosi storici quali, per esempio, Raoul Pupo[1], Gianni Oliva[2], Roberto Spazzali[3] e Guido Rumici[4], un forte impulso all'esodo fu dato dalla sistematica e preordinata politica di pulizia etnica praticata dagli jugoslavi per eliminare la maggioranza italiana (nello specifico tutti coloro che erano potenzialmente ostili all'annessione dell'Istria alla Jugoslavia e al nuovo regime comunista), così come testimoniato dallo stesso Milovan Gilas, insieme a Edvard Kardelj incaricato direttamente da Tito di risolvere il problema "in un modo o nell'altro", e alla conseguente assegnazione di questi territori, in seguito al trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947, alla nuova Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia. Un ruolo in questa dinamica è stato giocato anche dalla politica fascista di italianizzazione, praticata nei confronti della minoranza slava della Venezia Giulia, del Quarnaro e della Dalmazia tra gli anni venti e trenta del Novecento, nonché l'occupazione della Jugoslavia nel 1941: tali elementi, sommati all'acuirsi di consolidati rancori storici, precedettero la politica anti-italiana titoista attuata durante e dopo le ostilità belliche che fu la causa della tragedia dell'esodo.
La popolazione italiana era considerata all'epoca da molti titoisti come ostile allo Stato jugoslavo progettato da Tito, quindi intollerabile. Il regime comunista di Tito procedette, fin dal 1943, ancor prima del termine delle ostilità, ad eliminare inizialmente gli elementi più compromessi con il Fascismo per instaurare successivamente un clima di terrore che coinvolse la massima parte del gruppo etnico italiano, mediante rappresaglie, processi sommari, infoibamenti e altri atti di violenza contro l'incolumità delle persone.
Violenze e sopraffazioni similari avvennero anche in altre zone occupate dalle truppe comandate da Tito. Chi rimaneva senza aderire pienamente al nuovo regime, doveva fare i conti con l'angoscia di restare in territori non più italiani, sotto una forma di governo repressiva, o addirittura di rimanere apolide. Inoltre lo stesso Stato italiano non garantiva protezione contro l'intolleranza o la discriminazione etnica; per questo un numero di persone, che secondo stime autorevoli poteva aggirarsi attorno alle 250.000 o 270.000[5][6], ivi compreso un certo numero di croati e sloveni antititini, fu costretto ad abbandonare i luoghi di residenza e le relative proprietà. Anche la Commissione storico-culturale italo-slovena, formata nel 1993 dai rispettivi governi per chiarire alcune divergenti vedute sui contenziosi storici tra i due popoli, ha fornito, nel suo rapporto finale del 2000, stime simili per l'intera Venezia Giulia passata nel secondo dopoguerra alla Jugoslavia, Fiume e la Dalmazia. Fra gli esuli italiani, quelli provenienti dal Capodistriano (Capodistria, Pirano, Isola d'Istria) oggi appartenente alla Repubblica di Slovenia sono stati, sempre secondo tale Commissione, 27.000 circa, cui andrebbero aggiunte alcune migliaia di sloveni. Si consideri che l'esodo si sviluppò, in massima parte, in un lasso di tempo non breve: compreso tra il 1943 e 1956.[7]
Incerto è il numero delle vittime dei massacri delle foibe che, secondo le stime più accreditate, varia da un minimo di 4.500-5000 a un massimo di 15.000. Il CLN stesso, che secondo taluni non era interessato per ragioni di convivenza politica a proporre stime esagerate, segnalò 12.000 italiani assassinati, mentre le stime dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), contestate anch'esse, sono alquanto superiori, ammontando a circa 20.000 uccisi. Il computo effettuato dall'Associazione si basa, in parte, su un calcolo induttivo, dal momento che risulterebbe impossibile conteggiare i deceduti nelle foibe scoperte dopo il 1945 in territorio jugoslavo, le quali racchiuderebbero la maggior parte dei giuliani soppressi (la massima parte delle foibe si è infatti trovata, dopo il 1945, nel territorio annesso o amministrato dalla Jugoslavia).
Un'ispezione dei siti in tutto il territorio giuliano, e in particolare in Istria, secondo l'ANVGD sarebbe stata pertanto possibile dopo la temporanea riconquista del territorio, soltanto con riferimento alle uccisioni verificatesi nel settembre ed ottobre del 1943, non per quelle prodottesi nel 1945. Queste ultime si potrebbero infatti conteggiare solo parzialmente, dal momento che non è stato mai permesso il libero accesso alle foibe site in territorio controllato dagli jugoslavi e gli stessi siti sono stati talvolta occultati. Gli orrori delle foibe e il conseguente esodo sono stati stigmatizzati dal Presidente della Repubblica Italiana Napolitano che - citando autorevoli storici - ne ha così tratteggiato le caratteristiche:
| « nello scatenarsi della prima ondata di cieca violenza in quelle terre, nell'autunno del 1943, si intrecciarono "giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento" della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia. Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una "pulizia etnica" » | |
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(Giorgio Napolitano, intervento del Presidente della Repubblica in occasione della celebrazione del "Giorno del Ricordo", 10 febbraio 2007[8])
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Molti profughi si stabilirono in territorio rimasto italiano, soprattutto a Trieste e nel Nord-Est. Altri emigrarono in Europa e decine di migliaia nel resto del mondo.
Tra gli esuli, insieme agli italiani, vi furono, come si è già accennato, anche sloveni e croati, che non volevano, o potevano, vivere sottomessi alla dittatura d'ideologia comunista che si stava sviluppando in Jugoslavia. Il loro numero è difficilmente quantificabile dal momento che la gran maggioranza di essi possedeva, al momento dell'esodo, la nazionalità italiana[9].
Dal 2005 ogni 10 febbraio è stato indicato come Giorno del Ricordo dedicato alla commemorazione dei morti e dei profughi italiani, poiché in tale giorno, nel 1947, il trattato di Parigi assegnò l'Istria, Fiume e Zara alla Jugoslavia quindi s'intensificò, coinvolgendo anche le zone precedentemente salvaguardate dalla linea Morgan, l'esodo di massa già iniziato negli anni precedenti.
[modifica] Contesto storico
[modifica] Origine delle parlate italiane e slave in Venezia Giulia e Dalmazia
La comprensione degli eventi che portarono all'esodo istriano è storicamente legata all'origine e all'evoluzione delle etnie italiane e slave nella Venezia Giulia (regione fisica e storica comprensiva del Carso e degli altipiani fino al crinale delle Alpi Giulie, dell'Istria e del Quarnero, con Trieste, Gorizia, Pola e Fiume) e nella Dalmazia.
Sin dai tempi di Augusto, la Venezia Giulia , parte integrante dell'Italia, era accorpata nella X Regio Venetia et Histria, mentre la Dalmatia era compresa nella provincia romana dell'Illiria, dove le preesistenti popolazioni (Carni, Istri e Liburni nella Venezia Giulia; Liburni, Giapidi e Illiri nell'Illiria), furono totalmente latinizzate dal plurisecolare dominio romano.
Risparmiata dalla prima fase delle invasioni barbariche, l'Illiria fu infine devastata dagli Avari nell'VIII secolo. Essi portarono con sé un insieme di popolazioni di ceppo slavo, che avevano assoggettato precedentemente, e che furono lasciate libere di insediarsi nella regione illirica. Ulteriori insediamenti avvennero negli anni successivi, con il consenso dell'Impero bizantino.
Si originò così un miscuglio linguistico, spesso male compreso, a causa della confusione esistente fra i concetti di dialetto, lingua vernacolare, lingua franca e lingua di cultura. In Istria e soprattutto in Dalmazia si verificarono situazioni di diglossia e dilalia fra lingue romanze e slave.
[modifica] Il serbocroato e lo sloveno
Gli slavi di Istria e Dalmazia parlavano dialetti serbocroati (con lo sloveno ristretto agli insediamenti nell'Istria settentrionale e nel Carso).
Nel Carso la presenza slava comparve a partire dal VII secolo[10], nell'Istria interna invece a partire dal IX secolo, soprattutto nelle parti settentrionali della penisola, quando contadini nomadi slavi cacciati dall'espansione tedesca in Carinzia si spostarono a sud verso i territori romanzi del Carso e dell'Istria.
Nella parte meridionale dell'Istria veneta la presenza slava rimase comunque marginale sino al XV secolo, quando guerre e pestilenze uccisero gran parte della popolazione neolatina. Per ripopolare la regione la Repubblica di Venezia vi fece insediare immigranti di origine slava (di varia provenienza), romena, greca e albanese, che col tempo si amalgamarono tra di loro adottando un comune dialetto serbo-croato.
Fu solo nel XIX secolo che da tali dialetti si originarono le diverse lingue sudslave, standardizzate. Prima di tale data il serbocroato non veniva utilizzato in contesti ufficiali, essendo tali lingue prettamente vernacolari.
[modifica] Il Dalmatico
Nel VIII secolo la Dalmazia fu devastata dall'invasione avaro-slava, che spinse le popolazioni latine originarie a rifugiarsi nelle città della costa (Spalato, Ragusa, Zara, Sebenico, Traù, ecc.) che, pur rimanendo formalmente bizantine, si organizzarono in liberi comuni.
La parlata originale di queste città era il dalmatico, discendente dal latino locale. Questa parlata venne gradualmente sostituita dal dialetto slavo (in conseguenza all'afflusso di popolazioni slave dal retroterra) e dal dialetto veneto (in conseguenza alla dominazione veneta nel bacino del Mare Adriatico). A Ragusa, una repubblica indipendente da Venezia, il dalmatico si estinse verso la fine del XV secolo (come attesterebbero gli scritti di Elio Lampridio Cerva), ma sopravvisse più a lungo sulle isole del Quarnero, dove l'ultimo parlante morì nel 1898.
[modifica] Istrioto, istro-veneto e friulano
A Trieste la lingua indigena era un dialetto friulano, il tergestino, e a Muggia un'affine dialetto muglisano, entrambi estinti nel XIX secolo.
Nell'Istria meridionale, sopravvisse il dialetto istrioto.
Nelle città istriane della costa la parlata indigena venne sostituita dalla lingua veneta[11] che andò via via venezianizzandosi ed estendendosi, anche a città non soggette al dominio di Venezia come Trieste e, successivamente, Fiume e Pisino.
Il primo documento scritto in volgare italiano, risalente all'anno 804, è il resoconto di un accordo chiamato “Placito del Risano”, dal nome del fiume omonimo, tra Muggia e Capodistria, sulle cui sponde l'Imperatore convocò i rappresentanti di tutti i comuni istriani che esposero le loro lagnanze contro il duca franco Giovanni, il quale, essendo gli istriani mal disposti a sottomettersi a condizioni di soggezione servile, aveva favorito l'immigrazione slava (dal che il termine veneto-giuliano “s'ciavo”), e lamentando inoltre, gli Istriani, la propensione degli slavi alla razzia e al saccheggio, compresa la distruzione dei vigneti: il duca dovette restituire tutto ciò che aveva tolto e scacciare gli slavi dalle terre che non erano proprie.
[modifica] Il veneziano da lingua franca a Lingua
A partire dal X secolo la Repubblica di Venezia estese il suo dominio su tutta la costa adriatica; il veneziano, nella sua variante "coloniale" (veneto da mar), si impose rapidamente come lingua franca della regione, a prescindere da censo ed etnia. Fu questo un processo dovuto unicamente alla necessità di avere una lingua comune da usare nei commerci e nelle relazioni personali e privo di qualsiasi significato politico.
Col tempo il veneziano cessò di essere solo una lingua franca e, mediante un processo di spontanea sostituzione linguistica, si impose alle locali parlate. Questo processo si ebbe anche in aree non appartenenti alla Serenissima, quali Trieste, Fiume, Pisino e Ragusa. Fu di nuovo un processo graduale e spontaneo, slegato da implicazioni di carattere nazionale. In particolare nella Repubblica di Ragusa si sviluppò un caratteristico dialetto, che pur influenzato dal veneziano, aveva caratteristiche proprie; nella stessa città fu gradualmente introdotto il dialetto serbocroato dell'entroterra. L'uso dell'italiano si mantenne tuttavia vivo fino al XX secolo ed è tuttora parlato da una ristretta minoranza.
Le parlate slave, introdotte nel VIII secolo (a seguito dell'invasione degli avari), si mantennero nell'entroterra. Fu solo a seguito delle grandi migrazioni seguite alle conquiste ottomane, che tali parlate cominciarono a imporsi anche nella città della costa.
[modifica] La distribuzione delle lingue vernacolari alla caduta della Repubblica di Venezia
Alla caduta della Repubblica di Venezia si era pertanto originato, da Trieste fino a Fiume, il dualismo linguistico che vedeva da un lato città prevalentemente italiane e dall'altro campagne (e entroterra) prevalentemente slave. Tale divisione non era comunque netta. Nelle città fin dal medioevo c'era un costante afflusso delle popolazioni slave venute dal retroterra e, anche se queste popolazioni si assimilavano e adottavano la dominante lingua romanza, gli immigranti recenti costituivano una minoranza slava. Per esempio, alcuni documenti risalenti al XIII e XIV secolo attestano la presenza degli slavi a Trieste, sebbene le stime del loro numero variino da 4%[12] a 30%[13]. Dall'altro lato, in alcuni regioni dell'Istria anche le campagne erano abitate da popolazioni di lingua italiana.
Sarebbe un errore pensare che a tale divisione corrispondessero diversi sentimenti nazionali, in quanto tal concetto era ancora al di là da venire. Risulta pertanto sterile attribuire una precisa nazionalità (italiana, slovena, croata o serba) alle persone che erano vissute fino a questo periodo. Nei fatti, anche la divisione etnica era molto sfumata.
[modifica] Lingue di cultura
Sia la Venezia Giulia che la Dalmazia appartenevano alla zona della cultura italiana (essendone periferie). Va la pena ricordare, dal IX Canto della Divina Commedia (Inferno) i versi "... Sì come ad Arli, ove Rodano stagna, sì com' a Pola, presso del Carnaro ch'Italia chiude e suoi termini bagna, ...". Fin dal XV secolo l'italiano era la lingua ufficiale e di cultura dovunque prima lo fosse il latino.
L'adozione dell'italiano ("toscano" o "toscaneggiante") non fu dovuta esclusivamente al dominio veneziano. all'804 risale il già citato "Placito del Risano", al 1214 risale lo Statuto di Curzola (in lingua italiana) e al 1310 quello di Lagosta (in italiano e latino). A Spalato già nel Trecento (un secolo prima della definitiva conquista veneziana) troviamo componimenti in lingua volgare italiana. Lo stesso a Ragusa che, nello stesso periodo, era già una repubblica indipendente e dove l'italiano fu adottato come lingua ufficiale nel 1471, quando il dominio veneziano era già cessato da più di cento anni.
Si può dire che prima del XVIII secolo nella Venezia Giulia solo il latino e l'italiano erano lingue di letteratura. L'uso ufficiale delle lingue slave (e dell'alfabeto glagolitico) era ristretto alla liturgia.
In Dalmazia, invece, molti letterati dalmati scrivevano poesie nei locali dialetti del serbocroato (detto allora "illirico"), come ad es. il celebre Giovanni Gondola (in croato: Ivan Gundulić) di Ragusa. Gli stessi tuttavia non espressero mai il senso di appartenenza ad una "nazione" croata o serba. D'altra canto la scelta generalizzata dei dalmati di usare l'italiano per le loro opere scritte (tecniche, scientifiche, giuridiche, ecc.), non deve essere pure vista come una scelta di nazionalità, in quanto l'illirico, utilizzato alla stregua di un moderno dialetto, non poteva certo essere usato in contesti ufficiali.
Un fenomeno tipico della Dalmazia era che molti letterati dalmati, appartenendo alle classi dominanti, erano bilingui e scrissero le loro opere in due lingue: fino al XVI secolo in latino e serbocroato, fin dal XVI secolo in italiano e serbocroato. Fra gli esempi celebri ci sono: Giovanni Gozze (Ðivo Gučetić in croato, scriveva in latino, greco e croato), Marco Marulo (Marko Marulić, latino e croato), Domenico Ragnina (Dinko Ranjina, italiano e croato) e Savino de Bobali (Sabo Bobaljević Mišetić, italiano e croato)[14].
Significativo che, per la maggior parte dell'Ottocento, perfino i periodici nazionalisti croati erano stampati in italiano.
La cultura dalmata è emblematicamente rappresentata da Pier Alessandro Paravia, Dalmata di Zara, e Niccolò Tommaseo, Dalmata di Sebenico.
[modifica] Il concetto di nazionalità prima del XIX secolo
Prima del XIX secolo non esiste la concezione di stato nazionale, come dimostrato dagli storici e sociologi come Federico Chabod, Benedict Anderson, Ernest Gellner ed Eric Hobsbawm. Pertanto nell'età moderna i sudditi erano legati soltanto alla figura del sovrano e se esisteva un patriottismo, questo era rivolto soltanto alla città d'appartenenza. È quindi privo di significato parlare di nazionalità lungo l'Adriatico orientale prima del XIX secolo. È più corretto parlare di domìni culturali e linguistici dove, sulla base di una forte compenetrazione, prevaleva ora l'elemento latino, ora quello slavo.
I nazionalismi del XIX secolo hanno cercato di attribuire il moderno concetto di nazionalità alle persone nate nella epoche precedenti; cosa che poteva essere plausibile in presenza di un definito "ethnòs" (inteso come comunanza di lingua, cultura, costumi, tradizioni, ecc.). In Dalmazia, tuttavia, l'ethnòs era formato da un'inestricabile stratificazione di elementi romanzi e slavi, cosa che non impedì (e non impedisce) di appiccicare arbitrarie etichette di croato, italiano o serbo agli antichi Dalmati.
[modifica] Il significato di Croazia prima del 1840
È solo con l'avvento del concetto di nazione che il termine "croato" assume il significato che ha oggi, cosa che provoca numerosi equivoci. Il regno medioevale di Croazia fu creato dal leggendario Re Tomislao I di Croazia nel X secolo, ma fu in breve assoggettato dagli ungheresi. Sopravvisse come unità amministrativa del Regno di Ungheria prima e degli Asburgo poi. I suoi confini andavano grossomodo dal Canale di Morlacchia alla Sava, escludendo quindi sia la Dalmazia sia la Slavonia (e ovviamente anche le terre a ovest delle Alpi Giulie, come il Carso e l'Istria, nonché il Quarnaro). Il termine "croato" fu per secoli riferito unicamente al territorio di tale regno e ai suoi abitanti.
La lingua slava della Dalmazia veniva usualmente definita "illirica" (recuperando una denominazione anteriore di almeno un millennio alla comparsa dei primi slavi e riferibile, semmai, agli antenati degli Albanesi) e i suoi abitanti "schiavoni" (termine che però poteva essere applicato anche ai Dalmati latini). Fu solo a partire dal 1840 che, per ragioni politiche, il termine "croato" fu esteso a tutti gli (pseudo-)"Illiri" di religione cattolica.
Da allora in poi il termine fu retroattivamente esteso a tutti i dalmati dai tempi di re Tomislao I di Croazia in avanti (la presenza serba, albanese e italiana in Dalmazia venne negata). Non si vuole, con questo, dire che la nazione croata sia solo un'invenzione del nazionalismo romantico, ma semplicemente rimarcare che essa non fu mai definita con tale aggettivo prima del XIX secolo, e che mai, dentro o fuori della Dalmazia, tale aggettivo fu riferito alla Dalmazia stessa.
[modifica] Periodo Asburgico: la genesi del conflitto nazionale fra italiani e slavi
Nel 1797 in seguito al Trattato di Campoformio, con cui Napoleone Bonaparte dispose arbitrariamente delle terre orientali d'Italia, il territorio della Repubblica di Venezia passò sotto il governo asburgico, la Dalmazia e l'Istria vennero incluse nell'Austria; nel 1807 fu la fine anche della fiorente Repubblica di Ragusa. Il Congresso di Vienna confermò il possesso asburgico dei territori delle ex repubbliche.
Il XIX secolo fu caratterizzato dall'avvento del concetto di nazionalità e Stato nazionale. La coscienza nazionale si risvegliò dapprima negli italiani nell'ambito del Risorgimento e nei serbi; questi ultimi, che avevano appena costituito un loro stato nazionale (indipendente dal 1882), miravano ad unificare tutte le popolazioni di lingua serbocroata in un unico stato nazione. A partire dagli anni quaranta nacquero una coscienza nazionale croata, contrapposta a quella serba e italiana (vedi anche panslavismo), ed una slovena. Si generò così il conflitto con l'irredentismo italiano che puntò, dopo il 1861, ad un'unione con il Regno d'Italia, conflitto che sfociò talvolta anche in episodi di violenza.
La borghesia, soprattutto mercantile, essendo cittadina era fino a quel momento italiana. Specialmente in Dalmazia, dopo il 1866, i ceti rurali delle campagne erano formati, in alcune zone, soprattutto da contadini slavi, che spesso lavoravano la terra appartenente alla stessa borghesia cittadina. In tal modo alla divisione etnica venne a coincidere anche una divisione sociale, con gli italiani delle città generalmente più ricchi e istruiti rispetto al contado slavo. L'apertura delle scuole slave permise agli slavofoni di migliorare il loro livello culturale ed entrare nella borghesia, classe sociale in cui gli ideali nazionalistici avevano maggior presa.
[modifica] La condizione della minoranza italiana nell'Austria asburgica
Dopo la prima guerra di indipendenza italiana, crebbe la diffidenza austriaca verso la componente italiana (minoranza nell'impero ma maggioranza in territorio giuliano, pur se ridotta dalla storiografia slava all'incirca alla stessa consistenza numerica delle componenti slave in territorio giuliano[15]), che costituiva un potenziale pericolo per l'integrità dell'Impero Asburgico. Fu per questo motivo che il governo austriaco favorì, soprattutto dopo l'incorporazione del Lombardo-Veneto all'Italia (1859-1866), il formarsi di una coscienza nazionale slovena e croata, allo scopo di contrastare il nazionalismo italiano. Si voleva allo stesso tempo contrastare l'espansionismo serbo che considerava tutti gli slavi del sud parte di un'unica nazione serba.
Soprattutto dopo le sollevazioni nei domini italiani che, dal 1848, furono parte integrante del Risorgimento nazionale, la Corona Imperiale asburgica adottò una politica sempre più pesantemente filo-slava, confidando nella interessata fedeltà di Sloveni e Croati (questi ultimi non a caso massicciamente utilizzati nelle repressioni nel Lombardo – Veneto) per soffocare l'identità italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia, e tale politica divenne ancora più marcata dopo la sconfitta italiana nelle acque di Lissa, che sembrò privare l'Italia di una forte presenza nell'Adriatico e della possibilità di garantire un sostegno agli Italiani della Venezia Giulia e, più ancora, della remota (per via terra) Dalmazia; la crescente pressione slava provocò gradualmente un primo massiccio spostamento demografico, inducendo in pochi decenni gli Italiani ad abbandonare progressivamente le campagne per concentrarsi nelle città costiere e le isole antistanti e provocando un primo e parziale esodo degli stessi Italiani dalla Dalmazia verso la Venezia Giulia, il Veneto e la costa adriatica della Penisola (nonché la Toscana); gli Austro-ungarici utilizzarono senza scrupoli il clero, principalmente croato, che, seguendo un indirizzo promosso dal Vescovo (di etnia croata) Juraj Dobrila (1812-1882), prese a falsificare sistematicamente i documenti parrocchiali (nascita, morte, matrimonio) slavizzando arbitrariamente i nomi italiani; sulla base di tali dati falsificati, le autorità imperiali poterono così giustificare anche la chiusura di gran parte delle scuole italiane e la proliferazione di quelle slave (slovene e croate). La connivenza tra Corona imperiale Austriaca e l'elemento slavo è dimostrata dai verbali della riunione del Consiglio della Corona in data 12 novembre 1866, quando l'Imperatore Franz Josef diede l'ordine tassativo a tutte le autorità centrali di agire sistematicamente per «opporsi in modo risolutivo all'influsso dell'elemento italiano ancora presente in alcuni Kronlander e di mirare alla germanizzazione o slavizzazione, a seconda delle circostanze, delle zone in questione con tutte le energie e senza alcun riguardo, mediante un adeguato affidamento di incarichi a magistrati politici ed insegnanti, nonché attraverso l'influenza della stampa in Tirolo meridionale, Dalmazia e Litorale adriatico».[16] Nel 1909 la lingua italiana venne vietata in tutti gli edifici pubblici ed i dalmati italiani furono estromessi dalle amministrazioni comunali.[17]
Tuttavia l'impero austro ungarico, durante significativi periodi della sua storia (epoca dell'avanzata turca nei Balcani; epoca dell'Imperatrice Maria Teresa e di suo figlio Giuseppe II), proponeva una certa armonia tra le sue popolazioni, anche se, trattandosi di un impero multietnico, in un'epoca di forte risveglio del nazionalismo fu continuamente travagliato dalle dispute fra gli undici gruppi etnici che lo componevano, anche su spinta dei grandi imperi nazionali (principalmente la Francia) che propagandando una politica nazionalista mal vedevano la crescita di un simile impero multietnico, e, in tale fase, si avvalse con adeguato cinismo della filosofia riassunta nel motto "divide et impera". Malgrado le rivalità etniche, nei suoi cinquant'anni di esistenza esso conobbe una rapida crescita economica e una marcata modernizzazione, oltre a molte riforme liberali. Si ricorda che l'inno era cantato in undici lingue e che comunque ogni etnia poteva utilizzare la propria lingua anche in scuole dedicate.
Con lo svilupparsi dell'idea della nazione croata, e delle conseguenti mire territoriali (peraltro già perseguite fin dal VII secolo con vari tentativi di invasione), si sviluppò una forte ostilità contro gli italiani, autoctoni e discendenti delle popolazioni pre-romane ma presentati, con uno sforzo di fantasia degno di miglior causa, come invasori o "croati rinnegati".[18][19] In particolare il movimento nazionale croato sosteneva infatti l'idea che la Dalmazia fosse integralmente croata (e cosciente di esserlo), fin dall'alto medioevo.
La presenza italiana in Dalmazia cominciò ad essere presentata come la conseguenza di "invasioni straniere" e i Dalmati italiani come croati italianizzati.[20][21]
In contemporanea all'apertura di nuove scuole slave si verificò una sistematica chiusura delle scuole italiane. Inoltre in Dalmazia con l'affermazione dei partiti croati nel giro di pochi decenni la consistenza numerica degli italiani crollò; gli Italiani abbandonarono le campagne e il limitato entroterra per concentrarsi, e quasi "fortificarsi" nelle città (Zara, Sebenico, Traù, Spalato, Ragusa, Curzola, Lesina, Cattaro, Castelnuovo, Perasto ecc.) e nelle isole antistanti.[22] Antonio Bajamonti, che fu il sindaco di Spalato che rappresentó e difese meglio la causa dei Dalmati italiani, ne uscí distrutto economicamente ed amareggiato. Rimane famosa la sua frase, detta nel 1888: A noi Italiani di Dalmazia non resta che soffrire.[23]
[modifica] Prima guerra mondiale e primo dopoguerra
La storia della Venezia Giulia nei primi quindici anni del nuovo secolo fu segnata profondamente dall'eredità di tutto ciò che era maturato nel secolo precedente. La questione ottocentesca degli scontri nazionali era ormai un nodo inestricabile, senza soluzione. I fenomeni irredentistici e la crisi dell'impero asburgico, ormai palesemente incapace di rinnovarsi e costretto a giocare sulla contrapposizione dei popoli per sopravvivere, segnarono il tramonto definitivo dei vecchi equilibri sociali ed economici. Eppure Trieste era viva, attenta ai segni del cambiamento, arricchita da grandi intellettuali europei come James Joyce, e altrettanto vive erano Gorizia, Pola, Fiume, Zara. Fra impegno letterario e dibattito politico vissero e operarono Guido e Scipio Slataper, Carlo e Giani Stuparich, Ruggero (Fauro) Timeus, Umberto Saba e, appartato, Italo Svevo. La comunità slovena del Carso espresse la poesia di Srečko Kosovel mentre quella di lingua tedesca Julius Kugy, il cantore delle Alpi Giulie. Ma questo mosaico, ormai ondulato e dissestato, si frantumò il 24 maggio del 1915, giorno dell'entrata in guerra dell'Italia. Fu allora che Trieste vide bruciare il suo giornale, l'italianissimo "Il Piccolo", come vide cinque anni dopo l'incendio dell'Hotel Balkan, "quartier generale" della comunità slovena ed il caffè Imperiale, storico caffè della borghesia austriaca. Questa conflittualità nazionale provocò l'arruolamento di tanti volontari irredenti ("disertori" nell'ottica austriaca e perciò quasi automaticamente condannati a morte qualora catturati) nell'esercito italiano (basti citare, per tutti, Nazario Sauro, di Capodistria, Fabio Filzi, di Pisino, Francesco Rismondo, di Spalato, e, unico fra questi a scampare alla condanna a morte dopo la cattura, Guido Slataper, di Trieste) ma vide anche le gesta eroiche del pilota austriaco Goffredo de Banfield chiamato "l'aquila di Trieste" e comandante della stazione di idrovolanti al servizio dell'impero austroungarico; gli Italiani arruolati nell'esercito austro-ungarico furono inviati a combattere sul fronte orientale, contro le truppe zariste. Altrettanto, la Venezia Giulia vide la deportazione verso l'Austria e l'Ungheria, e in particolare a Wagna e a Tapiosuly, di decine di migliaia civili italiani, prelevati sia dalla Venezia Giulia Carsica sia dalla Venezia Giulia Istriana sia dall'area di Fiume, considerati evidentemente inaffidabili dalle Autorità austro-ungariche, gran parte dei quali morì di stenti e malattie durante la prigionia (alle vittime della deportazione è dedicata una cappella nel Cimitero Civile di Fogliano di Redipuglia, adiacente il Cimitero Austro-Ungarico, quasi in fronte al Sacrario della III Armata); anche il rimpatrio dei superstiti fu ostacolato dagli sbandati Slavi dell'esercito austroungarico e in particolare dagli Sloveni, che in molte occasioni bloccarono i treni e boicottarono anche i più indispensabili rifornimenti di acqua e cibo. Senza soluzione di continuità dalla guerra al dopoguerra, i conflitti aumentarono e alla contrapposizione nazionale si aggiunse quella ideologica, generata dal neonato bolscevismo russo che spesso venne visto come lo strumento di liberazione del mondo slavo.
L'irredentismo italiano era stata una delle cause che aveva spinto l'Italia a partecipare alla prima guerra mondiale. L'unificazione della popolazione italiana del Trentino, della Venezia Giulia e della Dalmazia fu la spinta verso l'alleanza con Francia ed Inghilterra. Come conseguenza del trattato di Londra l'Italia ricevette appunto il Trentino e l'Alto Adige, la Venezia Giulia, con l'Isonzo, il Carso e l'Istria, corrispondenti alle nuove Provincie di Gorizia, Trieste, Pola, ma non Fiume, mentre la Dalmazia, pur promessa dagli Stati della Triplice Intesa per attirare l'Italia alla loro coalizione, venne inserita nel neocostituito Regno di Jugoslavia, così come, in violazione dei patti sottoscritti, voleva la Francia. Fece eccezione la città di Zara che, con quattro isole adriatiche, venne annessa all'Italia. Tale decisione provocò un secondo esodo di italiani dalla Dalmazia (dove la popolazione di lingua italiana rappresentava, secondo il censimento del 1910, appena il 3% della popolazione complessiva). Questo mancato riconoscimento della regione balcanica, appartenuta per un lungo periodo storico a uno degli antichi Stati italiani, favorì la causa della vittoria mutilata mantenendo agguerrito quel movimento irredentista che, in parte, si sarebbe poi unito al fascismo primitivo. Comunque, specialmente nella città di Spalato, rimase una modesta comunità italiana che continuò a godere di una certa "autonomia culturale" per tutto il periodo interbellico.
A seguito dell'assassinio a Spalato (11 luglio 1920) di due militari italiani disarmati (tenente di vascello Gulli e motorista Rossi, della Regia Marina, nave "Puglia"), fu organizzata una manifestazione di protesta a Trieste nel corso della quale un italiano (Giovanni Nini, di professione cameriere o cuoco) fu accoltellato alla schiena e ucciso da uno Sloveno. Per reazione, la folla si mosse, quindi, contro l'Hotel Balkan (trasformato in "Narodni Dom" o "Casa del Popolo"), sede principale delle organizzazioni slave e sospetto arsenale degli Slavi, e dopo l'esplosione di alcune fucilate e il lancio di alcune bombe a mano dalle finestre del Balkan, l'edificio venne preso d'assalto e incendiato (13 luglio 1920); nei giorni successivi anche il "Narodni Dom" di Pola fu incendiato. Ciò contribuì ad incrinare ulteriormente i già tesi rapporti fra la comunità italiana e quelle slave non solo a Trieste e a Pola, ma in tutta la Venezia Giulia. Il fascismo (che nel 1920 non era ancora al potere) cavalcò tale malessere cercando di strumentalizzare, spesso senza successo, il patriottismo diffuso nella regione appena redenta. La tradizionale mentalità irredentista, troppo autonoma, libera e indipendente, venne in parte repressa dal fascismo. Fu chiusa, ad esempio, la Lega Nazionale.
Le aspettative riposte nel fascismo dai ceti borghesi di Gorizia, Trieste, Pola, Fiume (costituita in Stato Libero, sotto l’egida degli autonomisti di Riccardo Zanella e poi sotto il governatorato del gen. Gaetano Giardino, dopo la spedizione di D’Annunzio e l’intervento delle truppe regie al comando del gen. Enrico Caviglia con il "Natale di Sangue" - 24-29 dicembre 1920 - e la cessazione della “Reggenza del Carnaro” il 3 gennaio 1921, e poi annessa a seguito del Trattato di Roma sottoscritto 27 gennaio 1924), liberate dal dominio straniero e finalmente riunite all'Italia, andarono in gran parte deluse. Durante il ventennio fascista, coincidente con la crisi finanziaria mondiale del 1929 e le sue conseguenze, l'economia giuliana crebbe in modo insoddisfacente e in forma per lo più assistita (ivi compresa la cantieristica). L'annessione della Venezia Giulia all'Italia provocò inoltre un esodo di tedeschi e slavi (in buona parte funzionari dell'Impero austro-ungarico) calcolabile in alcune decine di migliaia di unità.
[modifica] L'italianizzazione fascista
Dopo l'avvento del regime fascista (1922) fu varata un politica di italianizzazione, che andò a colpire tutte le minoranze linguistiche che vivevano in Italia. Tale ingiustificabile politica non fu prerogativa del fascismo italiano: simili politiche di "omogeneizzazione etnica" furono praticate anche da altri stati europei, quali la Francia (con la francesizzazione delle minoranze tedesche in Alsazia e in Lorena o quella degli Italiani del Nizzardo), la Polonia (compressione delle minoranze tedesche della Slesia), la Grecia (guerra con la Turchia e reciproco scambio di minoranze a seguito del Trattato di Losanna) e la stessa Jugoslavia: la minoranza tedesca all'interno dell'attuale Slovenia venne pesantemente snazionalizzata[24]; la stessa creazione della Jugoslavia (nominalmente Regno dei Serbi, Croati e Sloveni) sancì una supremazia serba normalmente mal sopportata dalle altre etnie jugoslave e spesso imposta con metodi estremamente spicci e brutali; contemporaneamente, alcune migliaia di Dalmati Italiani, originari delle zone della Dalmazia entrate a far parte del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, si rifugiarono a Zara, Fiume e in Istria negli anni venti ed alimentarono cosí la reazione del Fascismo contro gli slavi nella Venezia Giulia.
Si stima che fra il 1919 e il 1943 in conseguenza sia della politica del governo italiano, sia della depressione economica che colpì l'intera Europa, e anche la regione giuliana, alcune decine di migliaia di sloveni e croati furono indotti ad abbandonare la Venezia Giulia[25].
Con la riforma scolastica del 1923 (cosiddetta Riforma Gentile), nella Venezia Giulia fu vietato l'insegnamento nelle lingue slovena e croata e progressivamente smantellato il sistema scolastico slavo. Successivamente furono introdotti l'italianizzazione dei cognomi (corrispondente, in parte, al ripristino dei nomi italiani precedentemente slavizzati per iniziativa del clero croato in sintonia con le Autorità austro-ungariche, in parte anche a considerazioni di opportunità spesso valutate motu proprio dai non-Italiani, anche in considerazione di qualche incentivo economico, non imposta per via normativa ma spesso applicata forzando la volontà dei soggetti e subita di malavoglia), l'imposizione di nomi di battesimo italiani ai nati di origine slava, il ripristino dei toponimi italiani (peraltro evidenti, perlopiù, anche dalle carte geografiche asburgiche e soprattutto da quelle militari) e il divieto dell'uso pubblico delle lingue slave. A partire dalla metà degli anni venti, a questi atti si accompagnò una persecuzione politica spesso definita come "brutale". Tale politica di cosiddetta "italianizzazione forzata" e "snazionalizzazione", voluta dal fascismo e fortemente sostenuta da Mussolini stesso, causò un forte risentimento contro gli Italiani da parte delle popolazioni di lingue croata e slovena. Già dalla fine degli anni venti, la resistenza, già in precedenza non necessariamente passiva o pacifica, delle popolazioni slave alla politica del regime sfociò (specialmente tra gli Sloveni del Goriziano e dell'entroterra triestino) in un vero e proprio movimento sovversivo e "irredentista" di tendenza antifascista e fondamentalmente antiitaliana (si pensi all'azione violenta e, ripetutamente, terroristica dell'organizzazione TIGR), sostenuto in alcuni casi dal basso clero locale e finanziato in parte dai servizi segreti del vicino Regno di Jugoslavia. Ciò provocò una ancor più forte repressione da parte del regime, esacerbando il sentimento antiitaliano della popolazione slava (in particolar modo tra gli Sloveni). In generale, le condanne comminate ai terroristi non furono particolarmente pesanti rispetto ai criteri generalmente condivisi all’epoca, limitandosi la pena capitale ai soli responsabili di uccisioni alquanto evidentemente premeditate (nonostante una lunga catena di assassinii, iniziata nel 1927, le Autorità italiane scoprirono l'organizzazione TIGR, nel frattempo specializzatasi anche nel contrabbando di armi dalla Jugoslavia e nell'occultamento di arsenali, solo nel 1930, dopo l'attentato alla redazione del giornale triestino Il Popolo di Trieste, che causò la morte dello stenografo Guido Neri e il ferimento di altre tre persone: gli accusati vennero processati dal Tribunale speciale per la sicurezza dello Stato a Trieste - c.d. "Primo Processo di Trieste", 1-5 settembre 1930 - e furono condannati a morte Ferdo Bidovec, Fran Marušič, Zvonimir Miloš e Alojzij Valenčič, fucilati a Basovizza il 6 settembre 1930, mentre ad altri dodici imputati vennero comminate pene detentive; nel 1941 nove membri dell'organizzazione TIGR vennero accusati di terrorismo e spionaggio in periodo bellico: cinque di loro furono giustiziati a Opicina, sgominandosi definitivamente l'organizzazione); piuttosto, si resero responsabili di eccessi elementi delle squadre dei fasci locali, come quelli che, nel 1936, a Piedimonte, frazione di Gorizia, costrinsero il compositore Lojze Bratuž, reo di aver diretto un coro natalizio che si esibiva in sloveno, ad ingerire olio di ricino (risultato poi essere, invece, lubrificante), causandone la morte alcuni giorni più tardi dopo una terribile agonia.
[modifica] Seconda guerra mondiale e resistenza jugoslava
In seguito all'invasione della Jugoslavia, iniziata il 6 aprile 1941 dalle potenze dell'Asse come reazione al colpo di Stato contro il reggente, principe Paolo Karageorgevic, già alleato dell'Asse, appoggiata da forze interne alla Jugoslavia, come gli Ustascia croati, vennero ridisegnati i confini della zona. Il Regno di Jugoslavia, già fortemente diviso all'interno da conflitti etnici e sociali, fu smembrato. La Croazia, che ottenne la sua autonomia con il nome di Stato Indipendente di Croazia, nonché il Montenegro, che riottenne l'indipendenza, divennero due protettorati italiani, ma la Croazia di fatto era autonoma, pur essendone stata assegnata la Corona al Principe Aimone di Savoia. Gran parte della Dalmazia fu annessa all'Italia. La Slovenia venne divisa tra Italia, Germania e Ungheria.
Già nel 1941 comparvero i primi movimenti di resistenza, fra i quali cominciarono presto profonde divisioni causate dalle differenti etnie e ideologie politiche. Si originarono così feroci guerre civili, tra serbi e croati, tra comunisti e monarchici, ecc., con la creazione di diverse milizie a volte ferocemente rivali (comunisti, cetnici, ustascia, domobranci, belogardisti, ecc.).
| Per approfondire, vedi la voce Resistenza jugoslava. |
Contro l'occupazione italiana fu attivo un movimento guidato in un primo tempo dall'OF sloveno (Fronte di liberazione, di dirigenza comunista) che operò anche nella zona di Trieste; a tale movimento aderirono anche, dopo il 1943, molti antifascisti italiani. La risposta dell'esercito italiano fu la costituzione di un tribunale militare che comminò numerose condanne a morte nonché l'organizzazione di campi d'internamento e di concentramento in cui vennero deportati partigiani e civili slavi. Inoltre si eseguirono operazioni di rappresaglia con incendi di villaggi e fucilazioni sul posto, anche e non solo a seguito di uccisioni di militari italiani. Non va sottaciuto che durante la seconda guerra mondiale vennero compiuti dall'esercito italiano numerosi crimini di guerra ai danni delle popolazioni slave.
[modifica] Armistizio e primi infoibamenti
Come nel resto dell'Italia e nei territori da questa controllati, l'8 settembre 1943, in conseguenza dell'armistizio, l'esercito italiano si trovò allo sbando a causa della mancanza di ordini e di direzione. Una parte dei militari italiani stanziati in Jugoslavia passò tra le file della resistenza dando corpo alle divisioni partigiane Garibaldi e Italia, inquadrate nell'Armata Popolare Jugoslava controllata dal maresciallo Tito, sino al loro scioglimento e al rimpatrio dei pochi superstiti sopravvissuti ai combattimenti e alle successive eliminazioni ad opera dei titini (che usarono le maniere spicce per liberarsi degli scomodi ex-alleati), nel 1945. Il IX Corpus Sloveno, inquadrato nella IV Armata jugoslava e forte di 50.000 uomini, attraversò le Alpi Giulie per dilagare nel Carso e nell'Istria, puntando su Gorizia, Trieste, Pola, Fiume.
A partire da questo momento, mancando un controllo militare, si registrarono i primi casi di rappresaglia nei confronti degli italiani che rappresentavano il potere politico e militare (gerarchi, podestà, membri della polizia, ma anche impiegati civili della Questura) nonché alcuni esponenti della borghesia mercantile e gli operatori commerciali: queste azioni consistevano in omicidi, infoibamenti e altri generi di violenze. Alcuni storici hanno voluto vedere in questi atti, quasi tutti verificatisi nell'Istria meridionale (oggi croata), una sorta di jacquerie, quindi di rivolta spontanea delle popolazioni rurali, in parte slave, come vendetta per i torti subiti durante il periodo fascista; altri, invece, hanno interpretato il fenomeno come un inizio di pulizia etnica[26] nei confronti della popolazione italiana. Comunque queste azioni furono un preludio all'azione svolta in seguito dall'armata jugoslava. Alcuni storici (come il francese Michel Roux) asserirono che vi era una similitudine tra il comportamento contro gli italiani nella Venezia Giulia ed a Zara e quello promosso da Vaso Cubrilovic (che divenne ministro di Tito dopo il 1945) contro gli Albanesi della Jugoslavia. [27]. La riconquista del territorio giuliano fu effettuata dalle truppe germaniche con l'operazione Volkenbruch ("Nubifragio"), impiegando tre divisioni corazzate SS e due divisioni di fanteria (una delle quali turkmena), che respinsero il IX Corpus infliggendogli perdite pari a circa 15.000 effettivi e distruggendo gli abitati utilizzati dagli jugoslavi come basi di appoggio; l'operazione si concluse, con pieno successo, il 15 ottobre 1943, consentendo agli Italiani, nel frattempo in fase di riorganizzazione dopo l'8 settembre, di ispezionare almeno parte dei siti nei quali erano stati infoibati i connazionali.
[modifica] Istria e Dalmazia dopo l'armistizio
Il 23 settembre 1943 si costituì la Repubblica Sociale Italiana e poco dopo i bombardamenti aerei statunitensi-britannici diventarono massicci nonché incessanti sull'intera regione giuliana. La Venezia Tridentina e la provincia di Belluno che costituirono la Zona d'Operazione delle Prealpi; il Friuli con Gorizia, Trieste, l'Istria e Fiume che costituirono la Zona d'Operazione del Litorale Adriatico], divennero, con l'avallo dei collaborazionisti fascisti, parte integrante del "Terzo Reich", quindi non più sottoposte al controllo italiano. Al Gauleiter Friedrich Rainer fu affiancato il Gruppenfuhrer SS Odilo Lothar Globocnik, nato a Trieste da padre sloveno e madre, verosimilmente, ungherese[28], incaricato del rastrellamento degli Ebrei e protettore delle componenti slave (domobranci e ustascia) impegnate nella rivendicazione delle terre giuliane, il cui ruolo si sviluppò a scapito di quello degli Italiani.
I primi episodi del vero e proprio eccidio delle foibe avvennero a Zara. Il 31 ottobre 1944 la città, che nel frattempo era stata distrutta da ben 54 bombardamenti aerei alleati promossi da Tito e che uccisero circa 2.000 persone, superata anche l'estrema resistenza strenuamente opposta dalla compagnia "d'Annunzio" della X MAS, fu occupata dall'armata partigiana jugoslava e nuovamente si ripeterono rappresaglie verso gli italiani considerati occupanti e collaboratori dei tedeschi. Un numero imprecisato di italiani venne arrestato e poi annegato in mare.
Nel frattempo anche i rapporti tra resistenza italiana non comunista e resistenza jugoslava, che sino allora avevano operato contro il nemico comune, si erano deteriorati, influenzando i rapporti anche all'interno della resistenza italiana. Fu in questo contesto che maturò l'eccidio di Porzus, mirato all'eliminazione da parte dei partigiani comunisti italiani dei partigiani "bianchi" della Brigata Osoppo, fieri oppositori del IX Corpus Sloveno non meno che delle truppe tedesche.
In primavera i partigiani jugoslavi puntarono direttamente verso Trieste, Gorizia e Udine per raggiungerle prima degli Alleati, occupando le due città giuliane il 1º maggio; Fiume e Pola furono occupate rispettivamente il 3 maggio e il 5 maggio 1945. L'obiettivo era di vincere la Corsa per Trieste, occupando il maggior territorio possibile onde imporre una situazione di fatto agli Alleati. Infatti, dopo l'occupazione di Trieste, Pola, Fiume, Gorizia e degli altri centri dell'Istria, del Carso e del Quarnaro ebbe inizio una seconda persecuzione (con migliaia di infoibamenti) che mirava a terrorizzare, per indurre i cittadini di sentimento pro-italiano all'esodo, in tal modo favorendo le mire jugoslave per i nuovi confini con l'Italia.
Nel giugno 1945 però Gorizia, Trieste e Pola furono sgomberate dalle forze di Tito e poste sotto il controllo delle truppe angloamericane che avevano varcato l'Isonzo il 3 maggio. Si concluse così la c.d. crisi di Trieste (con denominazione che arbitrariamente ometteva Gorizia e Pola, non meno ferocemente colpite); Fiume, invece, non sarebbe più stata liberata, neppure temporaneamente.
[modifica] L'esodo
[modifica] Le foibe e l'inizio dell'esodo
| Per approfondire, vedi la voce Massacri delle foibe. |
L'arrivo, nella primavera del 1945, delle forze jugoslave preluse a una nuova fase d'infoibamenti che, secondo certi studiosi, questa volta ebbero meno la valenza di pulizia etnica e più quella di pulizia politica.[29] In realtà, furono eliminati, non soltanto militari della RSI, poliziotti, impiegati civili e funzionari statali, ma, in modo almeno apparentemente indiscriminato (e cioè lucidamente terroristico) civili di ogni categoria, e furono uccisi o internati in campi che nulla avevano da invidiare a quelli hitleriani o staliniani tutti coloro che avrebbero potuto opporsi alle rivendicazioni jugoslave sulla Venezia Giulia compresi membri del movimento antifascista italiano. Tali azioni spinsero la maggior parte della popolazione di lingua italiana a lasciare la regione nell'immediato dopoguerra. L'esodo era comunque già iniziato prima della fine della guerra per diversi motivi che andavano dal terrore sistematico provocato dai massacri delle foibe, annegamenti, deportazioni dei civili italiani in campi di sterminio operato dalle forze di occupazione jugoslave, al timore di vivere sottomessi alla dittatura comunista in terre non più italiane. Indubbiamente gli italiani erano esposti a violenze e rappresaglie da parte delle autorità jugoslave ma in quel periodo, ossia subito dopo l'8 settembre 1943, non era chiara quale fosse la priorità per Tito e i suoi seguaci: priorità nazionalistica per una pulizia etnica, priorità politica ossia contro gli oppositori anticomunisti, priorità ideologica ossia contro i reazionari, priorità sociale ossia contro i borghesi. Si consideri che nella prima metà del 1946 il Bollettino Ufficiale jugoslavo pubblicò ordinanze secondo le quali si conferiva al Comitato Popolare locale il diritto di disporre delle case e di cederle ai cittadini croati; si sequestravano tutti i beni del nemico e degli assenti; si considerava nemico e fascista, quindi da epurare, chiunque si opponesse al passaggio dell'Istria alla Jugoslavia.[30]
Lungamente si è discusso sulla volontà epuratrice delle autorità jugoslave: se cioè l'esodo fosse voluto o meno. Gli effetti della politica delle nuove autorità, statali e locali, di fatto condussero inequivocabilmente agli esiti di una pulizia etnica, eppure mancano documenti assolutamente probanti sulla volontà di Tito e dei suoi sodali di espellere gli italiani in quanto tali, cosa che invece esiste con riferimento alle espulsioni dei tedeschi dalla Jugoslavia[31]. Vi è però, quanto meno, una molteplicità di indizi significativi e coincidenti in tal senso, fra i quali il programma di annessione delle terre giuliane formulato da Tito nel 1943 e una celebre autoammissione di responsabilità contenuta all'interno di un'intervista rilasciata da Milovan Gilas (già braccio destro di Tito) al settimanale Panorama del 21 luglio 1991: "Ricordo che nel 1946 io ed Edward Kardelj andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana. Si trattava di dimostrare alla commissione alleata che quelle terre erano jugoslave e non italiane: ci furono manifestazioni con striscioni e bandiere". Ma non era vero? "Certo che non era vero. O meglio lo era solo in parte, perché in realtà gli italiani erano la maggioranza solo nei centri abitati e non nei villaggi. Ma bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni d'ogni tipo. Così fu fatto".
[modifica] Fasi dell'esodo
Come si è già precedentemente accennato, la prima fase dell'esodo si verificò dopo l'armistizio del 1943 poiché molti funzionari e collaboratori del regime fascista, dopo i primi casi di infoibamenti per vendetta, pensarono bene di allontanarsi il più possibile: questo fu il cosiddetto esodo nero, considerando il colore simbolico del fascismo.
Storia a parte fa l'esodo da Zara, ove la maggioranza della popolazione sfollò in Italia per sfuggire ai bombardamenti degli alleati iniziati nell'autunno del 1943 e occupata dai partigiani di Tito nel 1944. Alle uccisioni di rito si accompagnò anni dopo - nel pieno della questione di Trieste nel 1953 - la chiusura dell'ultima scuola italiana e il trasferimento forzato degli studenti nelle scuole croate, che costrinse gli ultimi italiani rimasti a Zara ad esodare o ad assimilarsi con la maggioranza.
Ancor più particolare la storia dell'esodo delle popolazioni italofone dal resto della Dalmazia (Governatorato di Dalmazia) annessa all'Italia nel 1941, ultimi epigoni di una storia millenaria: la comunità italiana di Spalato - la maggiore dopo Zara, con circa 1.000 italiani autoctoni all'inizio della guerra - subì le vendette partigiane: vennero uccisi 134 italiani fra agenti di pubblica sicurezza, carabinieri, guardie carcerarie ma anche civili come Giovanni Soglian, originario di Cittavecchia di Lesina e al tempo Provveditore agli Studi della Dalmazia. Altre famiglie italiane di Spalato scelsero l'esodo e partirono via mare. Fra di essi, il giovane Enzo Bettiza[32].
Il mare fu spesso utilizzato dagli Jugoslavi, specialmente in Dalmazia e nel Quarnaro, come strumento di eliminazione e di occultamento dei cadaveri (è tristemente noto l'esempio dell'assassinio dei Luxardo); in qualche caso, tuttavia, non si trattò dell'eliminazione di singoli o di qualche gruppo famigliare: il 21 maggio 1945, la nave cisterna “Livia Campanella”, con 350 prigionieri Istriani, in viaggio da Pola verso Buccari, colpì una mina e affondò; i prigionieri, in catene, furono lasciati affondare con la nave. A partire dal maggio del 1945 iniziò l'esodo massiccio, spontaneo e disorganizzato degli Italiani d'Istria e di Fiume.
Un caso particolare fu quello di Pola, che dopo essere stata occupata dagli jugoslavi, era stata posta sotto l'amministrazione alleata. Dopo la strage di Vergarolla molti andarono via e il 27 gennaio 1947, quando apparve chiaro che le speranze del ritorno di questa città all'Italia erano vane, iniziò l'esodo di massa: in questo caso l'abbandono della città si svolse in modo organizzato, sotto gli occhi delle autorità anglo-americane e di alcuni emissari dello stesso governo italiano. Da Pola, così come da alcuni centri urbani istriani (Capodistria, Parenzo, Orsera, ecc.) partì oltre il 90% della popolazione etnicamente italiana, da altri (Buje, Umago e Rovigno) si desumono percentuali inferiori ma sempre molto elevate. L'emigrazione coinvolse a Pola tutte le classi sociali, dai professionisti agli impiegati pubblici ai molti artigiani e operai specializzati dell'industria: in conseguenza di ciò si ebbe una profonda crisi economica delle città, svuotata dall'esodo.
Con la firma del trattato di pace di Parigi, 10 febbraio 1947, che prevedeva la definitiva assegnazione dell'Istria alla Jugoslavia s'intensificò l'esodo da questa zona. Il Trattato di Parigi prevedeva per chi volesse mantenere la cittadinanza italiana l'abbandono della propria terra.
In quello stesso giorno (10 febbraio 1947) Maria Pasquinelli uccise il comandante della guarnigione britannica di Pola, per protestare contro l'esodo di massa e le uccisioni degli italiani in Istria e Dalmazia.
Chi emigrava non poteva portare con sé né denaro né beni mobili (gli immobili erano comunque considerati parte delle riparazioni di guerra che l'Italia doveva alla Jugoslavia).
Riferendosi a questo periodo storico il docente universitario e storico Raoul Pupo scrive:
| « essenziale per garantire l'accettazione del gruppo minoritario da parte del regime, risultava... essere fautori dell'appartenenza statuale alla Jugoslavia, di obbedienza comunista, eventualmente di ascendenza slava e comunque nemici dichiarati dell'Italia demonizzata in quanto fascista e imperialista » |
quindi aggiunge:
| « il punto è che in Istria un gruppo nazionale italiano che rispondesse a tali requisiti semplicemente non esisteva. » |
Per questo motivo la Jugoslavia non riconosceva loro la cittadinanza e chi non rientrava in Italia rischiava di rimanere apolide. Proprio su questa condizione si pone un problema nella ridda di cifre relative all'esodo, in quanto si riporta spesso una certa cifra, ma si manca di prendere in considerazione che gli apolidi erano in maggior parte proprio Italiani.
L'ultima fase migratoria ebbe luogo dopo il 1954 allorché il Memorandum di Londra assegnò definitivamente la zona A del Territorio libero di Trieste all'Italia, e la zona B alla Jugoslavia.
L'esodo si concluse solamente intorno al 1960.
A differenza di altri fenomeni analoghi avvenuti altrove mai vi fu l'emissione di un decreto di espulsione degli italiani da parte delle autorità jugoslave e l'esodo fu il risultato di una somma di fattori che andarono dalla paura dell'eliminazione fisica al rifiuto di dover vivere all'interno di un regime di occupazione straniera e di tipo comunista, al timore di ritorsioni per il comportamento verso le popolazioni slave durante il periodo fascista. Anche l'estrema instabilità della situazione internazionale (guerra fredda), con il confronto tra i blocchi e relativi sistemi politici favorì l'instaurarsi di una psicologia dell'esodo.
L'economia dell'Istria risentì per numerosi anni del contraccolpo causato dall'esodo.
Una piccola parte della comunità italiana, soprattutto proletari, scelse, per ragioni ideologiche o per l'impossibilità "fisica" di affrontare l'esilio (per età, salute, vincoli famigliari, ...), di non emigrare e s'integrò nella società jugoslava ottenendo negli anni seguenti il riconoscimento di alcuni diritti, sia pure più formali che sostanziali; alcuni, perfino, non si resero conto che l'autorizzazione all'esilio, rilasciata dalle autorità jugoslave, era soggetta a scadenza, e lasciarono decorrere il termine, magari per prestare le ultime cure ai campi o alle vigne; ad altri Italiani, in generale medici, tecnici, ecc., considerati utili dal regime titoista, fu semplicemente negato il diritto all'opzione e all'esilio; talvolta gli Jugoslavi adottarono l'escamotage di autorizzare la partenza di tutti i membri di una famiglia tranne un figlio o, preferibilmente, una figlia, inducendo così anche gli altri a rinunciare. Oggi vivono nell'Istria slovena intorno a 3000 membri dichiarati della comunità italiana, mentre il loro numero in Croazia - fra l'Istria, Fiume e la Dalmazia - si aggira intorno ai 25.000.
Di tutti coloro che esodarono la maggior parte, dopo aver dimorato per tempi più o meno lunghi in uno dei 109 campi profughi [33] allestiti dal governo italiano, si disperse per l'Italia, mentre si calcola che circa 80.000 emigrarono in altre nazioni. L'esodo istriano-dalmata è inquadrabile in un fenomeno globale di migrazioni più o meno forzose di interi popoli all'indomani della seconda guerra mondiale e che comportò lo spostamento di oltre trenta milioni d'individui di tutte le nazionalità.
[modifica] Stime del numero di esuli
- Ministero degli Esteri italiano: fra i 250.000 circa (secondo i dati di una commissione presieduta da Amedeo Colella e pubblicati nel 1958) e i 270.000 stimati al termine dell'esodo[34]
- Marina Cattaruzza, storica italiana: almeno 250.000 persone[35]
- Raoul Pupo, storico italiano, scrive:
| « Sulle dimensioni complessive dell'esodo vi è nella letteratura ampia discordanza, legata per un verso al fatto che un conteggio esatto non venne compiuto quando ciò era ancora possibile, per l'altro all'utilizzo politico delle stime compiuto sia in Italia che nella ex Iugoslavia: si oscilla così da ipotesi al ribasso di 200.000 unità - che in realtà comprendono solo i profughi censiti in Italia, trascurando i molti, che, soprattutto nei primi anni del dopoguerra emigrarono senza passare per l'Italia e comunque senza procedere ad alcuna forma di registrazione nel nostro Paese - fino ad amplificazioni a 350.00 esodati, difficilmente compatibili con la consistenza della popolazione italiana d'anteguerra nei territori interessati all'esodo. Stime più equilibrate, risalenti alla fine degli anni cinquanta e successivamente riprese, inducono a fissare le dimensioni presunte dell'esodo attorno al quarto di milione di persone." (R. Pupo, L'esodo degli Italiani da Zara, da Fiume e dall'Istria: un quadro fattuale, [in:] Esodi. Trasferimenti forzati di popolazione nel Novecento europeo, Napoli, 2000, p. 205-206, n. 40) » |
- Enrico Miletto ed alcuni storici italiani (come Flaminio Rocchi ed Ermanno Mattioli) quantificano gli esuli in circa 350.000 persone.
- Giampaolo Valdevit, storico italiano, scrive: l'esodo degli italiani dall'Istria - nell'arco di un decennio farà allontanare circa 250 mila persone. (G. Valdevit, Trieste. Storia di una periferia insicura, Milano, 2004, p. 55).
- Vladimir Žerjavić, demografo croato: 191.421 esuli solo dal territorio croato.
- Nevenka Troha, storica slovena: 27.000 italiani dalla sola Istria slovena (1945-1954), più 10.000 - 15.000 italiani residenti nelle altre zone della Venezia Giulia slovena, perlopiù immigrati e impiegati statali, tra il 1943-1945. In 3.000 viene stimato il numero degli sloveni che lasciò la zona dopo il 1945.
- Commissione mista storico-culturale italo-slovena: circa 30.000 esuli, compresi gli sloveni anticomunisti, dall'Istria oggi slovena.
[modifica] L'esodo alla luce dei censimenti
Per valutare l'entità dell'esodo, ossia dello spopolamento degli Italiani nelle province e in alcune importanti città, sono interessanti alcuni dati di censimenti tratti dal libro I censimenti della popolazione dell'Istria, con Fiume e Trieste e di alcune città della Dalmazia tra il 1850 e il 1936 di Guerrino Perselli (Centro di Ricerche Storiche - Rovigno, Unione Italiana - Fiume, università Popolare di Trieste, Trieste-Rovigno, 1993). L'autore della ricerca specifica che tra le materie oggetto d'indagine dei censimenti austriaci fino al 1910 non figurava quella relativa alla nazionalità, in quanto al censito veniva richiesta la dichiarazione circa la lingua parlata d'uso. (p. XXIII).
Comune di Ragusa
- 1890: serbocroata 9028 (92,7%), italiana 356 (3,7%), tedesca 273 (2,8%), altre 79, somma 9736
- 1900: serbocroata 10266 (88,9%), italiana 632 (5,5%), tedesca 347 (3,0%), altre 306, somma 11551
- 1910: serbocroata 10879 (89,2%), italiana 486 (4,0%), tedesca 558 (4,6%), altre 267, somma 12190
Città di Ragusa
- 1890: serbocroata 5198 (88,8%), italiana 331 (5,7%), tedesca 249 (4,3%), altre 73, somma 5851
- 1900: serbocroata 6100 (85,3%), italiana 548 (7,7%), tedesca 254 (3,6%), altre 247, somma 7149
- 1910: serbocroata 6466 (87,7%), italiana 409 (5,5%), tedesca 322 (4,4%), altre 175, somma 7372
Comune di Spalato - La città di Spalato
- 1890: serbocroata 12961 (85,3%), italiana 1971 (13,0%), tedesca 193 (1,3%), altre 63, somma 15186
- 1900: serbocroata 16622 (93,3%), italiana 1049 (5,9%), tedesca 131 (0,7%), altre 107, somma 17819
- 1910: serbocroata 18235 (88,8%), italiana 2082 (10,1%), tedesca 92 (0,4%), altre 127, somma 20536
Comune di Sebenico - La città di Sebenico
- 1890: serbocroata 5881 (85,0%), italiana 1018 (15,7%), tedesca 17, altre 5, somma 6921
- 1900: serbocroata 9031 (90,9%), italiana 858 (8,6%), tedesca 17, altre 28, somma 9934
- 1910: serbocroata 10819 (90,1%), italiana 810 (6,7%), tedesca 249, altre 129, somma 12007
Comune di Zara
- 1890: serbocroata 19096 (69,4%), italiana 7672 (27,9%), tedesca 568, altre 180, somma 27516
- 1900: serbocroata 21753 (68,4%), italiana 9234 (29,0%), tedesca 626, altre 181, somma 31794
- 1910: serbocroata 23651 (65,9%), italiana 11552 (32,2%), tedesca 477, altre 227, somma 35907
La città di Zara
- 1890: serbocroata 2652 (24,6%), italiana 7423 (68,7%), tedesca 561, altre 164, somma 10800
- 1900: serbocroata 2551 (20,7%), italiana 9018 (73,3%), tedesca 582, altre 150, somma 12300
- 1910: serbocroata 3532 (26,3%), italiana 9318 (69,3%), tedesca 397, altre 191, somma 13438
Comune di Veglia
- 1890: italiana 1449 (72,6%), serbocroata 508 (25,4%), tedesca 19, slovena 16, altre 5, somma 1997
- 1900: italiana 1435 (70,2%), serbocroata 558 (27,3%), tedesca 28, slovena 22, somma 2043
- 1910: italiana 1494 (69,2%), serbocroata 630 (29,2%), tedesca 19, slovena 14, altre 2, somma 2159
Comune di Fiume
- 1880: italiana 9076 (43,3%), croata e slovena 7991 (38,0%), slovacca 9, rumena 6, rutena 3, tedesca 895, ungherese 383, altre 2618, somma 20981
- 1890: italiana 13012 (44,1%), croata 10770 (36,5%), slovacca 24, rumena 13, rutena 4, serba 28, tedesca 1495, ungherese 1062, altre 3086, somma 29494
- 1910: italiana 24212 (48,6%), croata 12926 (26,0%), slovacca 192, rumena 137, rutena 11, serba 425, tedesca 2315 (4,6%), ungherese 6493 (13,0%), slovena 2336 (4,7%), altre 759, somma 49806.
Riguardo ai censimenti ungheresi (il territorio di Fiume era infatti corpus separatum, direttamente pertinente alla Corona d'Ungheria), questi non rilevavano la lingua d'uso ma quella materna. Carlo Schiffrer osserva come sia difficile spiegare alcune differenze radicali tra risultati dei censimenti diversi e formula l'ipotesi che a causare queste differenze siano la magiarizzazione e l'irredentismo[36].
Comune di Parenzo
- 1890: italiana 4904 (59,5%), serbocroata 3347 (40,3%), slovena 35, tedesca 17, somma 8303
- 1900: italiana 7308 (72,8%), serbocroata 2650 (26,4%), slovena 65, tedesca 18, somma 10041
- 1910: italiana 8223 (67,4%), serbocroata 3950 (32,4%), slovena 1, tedesca 34, somma 12208
La città di Parenzo
- 1890: italiana 2999 (99,1%), tedesca 17, slovena 10, somma 3026
- 1900: italiana 3390 (98,9%), tedesca 18, slovena 13, altre 5, somma 3426
- 1910: italiana 3962 (99,2%), tedesca 21, serbocroata 9, somma 3992
Ancora due comuni dell'attuale Istria slovena: per rilevare il tipico contrasto fra la città italiana e la campagna slava sono segnalati i dati del principale centro abitato costiero dell'attuale Istria slovena e un comune dell'interno:
Comune di Capodistria
- 1900: italiana 8606 (82,9%), slovena 1542 (14,8%), serbocroata 168, tedesca 68, somma 10384
- 1910: italiana 9340 (78,8%), slovena 2278 (19,2%), serbocroata 154, tedesca 74, altre 3, somma 11849
Comune di Maresego
- 1900: slovena 2765 (98,9%), italiana 31 (1,1%), somma 2796
- 1910: slovena 3126 (99,9%), altre 2 (0,1%), somma 3128
QUADRO COMPLESSIVO DELL'ISTRIA (NB: secondo la lingua d'uso, compreso il castuano e la parte nord della regione)
- 1880: tedesca 4.779 (1,7%), italiana 114.291 (40,2%), slovena 43.004 (15,1%), serbocroata 121.732 (42,8%), altre 348, somma 284.154
- 1890: tedesca 5.904 (1,9%), italiana 118.027 (38,1%), slovena 44.418 (14,3%), serbocroata 140.713 (45,4%), altre 941, somma 310.003
- 1900: tedesca 7.076 (2,1%), italiana 136.191 (40,5%), slovena 47.717 (14,2%), serbocroata 143.057 (42,6%), altre 1.924, somma 335.965
- 1910: tedesca 13.279 (3,4%), italiana 147.416 (38,1%), slovena 55.365 (14,3%), serbocroata 168.116 (43,4%), altre 2.998, somma 387.174
Secondo i censimenti della Dalmazia la lingua italiana era parlata dal 12,5% nel 1865 (NB: questo censimento non venne condotto con rilevazioni sul territorio, ma su base statistica) e dal 3,1% nel 1890.
Secondo i dati del censimento riservato del Governo italiano del 1936, nella provincia istriana vivevano 294.000 cittadini dei quali gli slavofoni costituivano una minoranza non precisamente calcolabile poiché mancano dati ufficiali governativi. In dettaglio le etnie nei distretti della Venezia Giulia:
| Distretto | Italiani | Sloveni | Croati | Tedeschi |
| Trieste | 80% | 20% | - | - |
| Monfalcone (TS) | 98% | 2% | - | - |
| Sesana (TS) | 8% | 92% | - | - |
| Postumia Grotte (TS) | 10% | 90% | - | - |
| Gorizia | 80% | 20% | - | - |
| Gradisca (GO) | 88% | 12% | - | - |
| Tolmino (GO) | 7% | 93% | - | - |
| Idria (GO) | 7% | 93% | - | - |
| Tarvisio* | 22% | 15% | - | 63% |
| Pola | 68% | - | 32% | - |
| Pisino (PO) | 28% | 2% | 70% | - |
| Capodistria (PO) | 50% | 35% | 15% | - |
| Lussino (PO) | 57% | - | 43% | - |
| Parenzo (PO) | 72% | 4% | 24% | - |
| Fiume | 81% | 3% | 16% | - |
| Abbazia (FM) | 24% | 30% | 46% | - |
Secondo il censimento jugoslavo del 1961, nella Regione Istriana vivevano 14.354 cittadini italofoni; per avere un quadro totale della regione geografica dell'Istria bisogna aggiungere i 2.597 italiani del Capodistriano e i 197 di Abbazia, oltre agli italiani di Muggia e del comune di San Dorligo della Valle, unici centri istriani rimasti in Italia. Per un quadro ancor più completo del censimento jugoslavo del 1961, ricorderemo i 213 italiani di Cherso e Lussino e i 3.255 di Fiume[37]
[modifica] Esuli in Italia e altrove
Nel testo di Marino Micich sull'esodo si legge
| « la dislocazione dei profughi in Italia vide su una massa provvisoria di circa 150.000 individui, sistemarsi ben 136.116 nel Centro-Nord e solo 11.175 persone nel Sud e nelle isole. Risulta evidente come il più industrializzato Nord poté assorbire il maggior numero di esuli quindi 11.157 si fermarono in Lombardia, 12.624 in Piemonte, 18.174 nel Veneto e 65.942 nel Friuli-Venezia Giulia. Appare chiaro da queste cifre che i profughi scelsero i nuovi territori di residenza sia per ragioni economiche sia per ragioni di costume e di dialetto, ma molti non si allontanarono dal confine per ragioni sentimentali e forse sperando in un prossimo ritorno che mai avvenne. Un altro dato interessante scaturì da uno studio riguardante circa 85.000 profughi, da cui si deduce che oltre 1/3 scelsero di ricostruirsi una vita nelle grandi città (Trieste, Roma, Genova, Venezia, Napoli, Firenze,ecc.). Opera Profughi, tuttavia, non mancò di appoggiare le comunità che elessero loro domicilio le province meridionali d'Italia. L'esperimento più rilevante si ebbe in Sardegna, nelle località di Fertilia, dove trovarono sistemazione oltre 600 profughi. Il programma alloggiativo dell'Opera Profughi ebbe maggior sviluppo in quelle località dove risultava più consistente l'affluenza dei profughi, come Pescara, Taranto, Sassari, Catania, Messina, Napoli, Brindisi. Gli sforzi dell'ente si concentrarono verso quelle zone che permettevano una reintegrazione più completa possibile del profugo e dove era più gradito il domicilio sia per ragioni economiche sia per ragioni sentimentali e umane. I programmi edilizi più importanti sul territorio nazionale italiano furono varati a Roma (Villaggio Giuliano-Dalmata), Trieste, Brescia, Milano, Torino, Varese e Venezia. A Venezia il programma abitativo dell'Opera arrivò a realizzare circa duemila appartamenti, a Trieste oltre tremila e in provincia di Modena fu realizzato un organizzato Villaggio San Marco a Fossoli di Carpi per accogliere soprattutto i profughi dalla zona B dell'Istria. L'Opera si prodigò molto nell'assistenza degli anziani e soprattutto dei fanciulli appartenenti a famiglie disagiate istituendo diversi istituti scolastici e organizzando soggiorni estivi. Nel caso del collocamento al lavoro l'Opera, dal 1960 al 1964, aveva potuto provvedere alla sistemazione di ben 34.531 disoccupati. Il contributo più grande a questo collocamento fu comunque dato dalle grandi industrie del nord e dalle aziende parastatali comprese nel famoso triangolo industriale tra Torino, Milano e Genova. Considerando i dati e i risultati ottenuti dall'Opera per l'Assistenza ai Profughi Giuliani e Dalmati, si può constatare che, a partire dai primi anni cinquanta, il problema dell'inserimento sociale e lavorativo degli esuli giuliano-dalmati in Italia andò sempre migliorando. Risulta altresì chiaro che la grande prova di civiltà e di spirito di abnegazione dimostrato dal popolo dell'esodo, nonostante le sofferenze, le violenze, i disagi e i torti subiti, resterà una pagina indelebile di storia. » |
Si verificarono episodi che molti hanno definito di "comportamento ignobile contro gli esuli" ma si consideri sempre il contesto storico dell'epoca e le divisioni politico-sociali che laceravano profondamente la società italiana. In diversi libri son ricordati tali episodi: in particolare si fa riferimento a un treno carico di profughi cui a Bologna gli operai impedirono di portare qualsiasi genere di conforto, considerando i giulano-dalmati - poiché fuggivano dalla Jugoslavia comunista - dei fascisti.
In America gli esuli si stabilirono prevalentemente in USA, Canada, Argentina, Venezuela e Brasile; in Australia si concentrarono maggiormente nelle città più grandi, Sydney e Melbourne. Ovunque siano andati, gli esuli hanno organizzato associazioni che si sono dedicate alla conservazione della propria identità culturale, pubblicando numerosi testi sui fatti luttuosi del periodo bellico e post-bellico.
[modifica] Esodo dei cantierini monfalconesi
| Per approfondire, vedi la voce Esodo dei cantierini monfalconesi 1946 - 1948. |
Dopo la fine della guerra circa 2.000 operai comunisti di Monfalcone, ai quali si aggiunse un certo numero di militanti provenienti da altre parti d'Italia, nella speranza di veder realizzati i propri ideali politici e soddisfare il bisogno di manodopera qualificata dei cantieri di Fiume e Pola, emigrarono in Jugoslavia. Pochi mesi dopo il loro arrivo, Tito fu accusato di deviazionismo da Stalin e costoro, iscritti alla federazione di Trieste del Partito Comunista Italiano che aveva firmato la risoluzione antititoista del Cominform, furono considerati nemici e, in gran parte, rinchiusi nel gulag di Goli Otok-Isola Calva o in altre prigioni. Dopo mesi di durissima reclusione, i monfalconesi, una volta liberati, si aggiunsero alla massa degli altri esuli tornando in Italia. Tornati in Italia fu loro ordinato da parte del loro partito di mettersi da parte per non procurare problemi e ubbidirono. Alcuni monfalconesi ancora viventi hanno successivamente raccontato il proprio calvario che recentemente è stato pubblicato in vari testi di storia e di memorie.[38]
[modifica] La questione del risarcimento
La Jugoslavia - nell'ambito della propria politica economica di stampo socialista che prevedeva la nazionalizzazione di tutti i mezzi di produzione - attuò la confisca dei beni degli italiani che avevano abbandonato i territori, giustificando tale atto come risarcitivo: infatti per quanto stabilivano i trattato di pace siglato a Parigi nel 1947 l'Italia doveva alla Jugoslavia la somma di 125 milioni di $ come riparazione per i danni di guerra subiti[39]. L'Italia accondiscese a questa sistemazione, firmando nel tempo una serie di accordi e procedendo alla liquidazione di un indennizzo agli esuli, sulla base di un valore presunto dei beni, molto minore del valore reale.
Il trattato di Osimo del 1975, che concerne la definitiva suddivisione dei confini dell'ex Territorio Libero di Trieste, fa espressamente riferimento ad un accordo per risarcire i beni nazionalizzati dalla Jugoslavia in questa zona, non compresa negli accordi di risarcimento di cui sopra[40].
Negli anni che seguirono l'esodo e soprattutto dopo il 1980, anno della morte di Tito, le associazioni di esuli rinnovarono al governo italiano la richiesta di rivedere le entità di tutti i precedenti risarcimenti e una richiesta di risarcimento fu anche rivolta alla Jugoslavia.
Il 18 febbraio 1983 a Roma fu ratificato l'accordo previsto dal Trattato di Osimo, con il quale la Jugoslavia s'impegnava a pagare 110 milioni di dollari per il risarcimento dei beni nazionalizzati nella ex-Zona B del Territorio Libero di Trieste.[41]
All'atto dello smembramento della repubblica jugoslava solo 18 milioni di dollari erano stati però versati e distribuiti agli esuli; Slovenia e Croazia si accordarono, in seguito, con l'Italia firmando, il 15 gennaio 1992 a Roma, un memorandum sui successivi pagamenti.
Tuttavia un trattato definitivo non venne mai stipulato.
Croazia e Slovenia si accordarono, tra loro, per versare, in percentuale del 62% per la Slovenia e del 38% per la Croazia, la restante parte della somma. La Slovenia depositò circa 56 milioni di dollari presso la filiale lussemburghese della Dresdner Bank, considerando con ciò di aver saldato il debito, ma lo Stato italiano non riconosce la legittimità del modus operandi adottato dal governo sloveno. Per questo motivo agli esuli o ai loro discendenti non sono ancora stati distribuiti questi fondi provenienti dalla Slovenia.
La Croazia non ha ancora versato alcunché, poiché spera di trattare ulteriormente con le autorità italiane. Il capo di governo croato Ivo Sanader annunciò pubblicamente la volontà del suo governo di saldare il debito dopo le elezioni politiche italiane del 2006, onde evitare strumentalizzazioni. Ma la situazione è ancora in fase di stallo.
Ulteriori elementi da prendere in considerazione sono le leggi sulla denazionalizzazione dei beni promulgate sia dalla Slovenia che dalla Croazia, con le quali si è previsto di reintegrare nei loro diritti i proprietari dei beni nazionalizzati. Dopo una prima versione delle leggi con la quale si escludevano dal beneficio i cittadini stranieri, ritenuta discriminatoria dall'Unione Europea e cassata dalle Corti Costituzionali dei due paesi, venne promulgata una seconda versione che escluse i beni già oggetto di accordi internazionali di risarcimento: in questo modo - così affermano i governi sloveno e croato - i beni degli esuli italiani continuano ad essere esclusi dal reintegro o dal risarcimento[42]
[modifica] Esuli famosi
Tra i tanti costretti all'esilio dall'Istria, Quarnaro e Dalmazia ricordiamo:
- Mario Andretti (da Montona), pilota campione mondiale d'automobilismo, emigrato negli Stati Uniti
- Laura Antonelli (da Pola), attrice
- Silvio Ballarin (da Fiume), scienziato
- Nino Benvenuti (da Isola d'Istria), pugile, campione olimpionico di categoria welter nel 1960 e campione mondiale
- Enzo Bettiza (da Spalato), scrittore
- Giovanni Cucelli (da Fiume), tennista, campione internazionale
- Renzo de' Vidovich (da Zara), politico e giornalista
- Luigi Donorà (da Dignano d'Istria), compositore
- Aldo Duro (da Zara), lessicografo
- Sergio Endrigo (da Pola), cantautore
- Mario Gasperini (da Rovigno), pittore
- Ezio Loik (da Fiume), calciatore della nazionale
- Giorgio Luxardo (da Zara), industriale e produttore del maraschino di Zara
- Marisa Madieri (da Fiume), scrittrice
- Bruno Maier (da Capodistria), scrittore e critico letterario
- Ottavio Missoni (da Zara, ma nato a Ragusa), stilista e nazionale azzurro di atletica
- Anna Maria Mori (da Pola), scrittrice
- Enrico Morovich (da Pecine)
- Abdon Pamich (da Fiume), marciatore, campione olimpionico nei 50 km nel 1964
- Pier Antonio Quarantotti Gambini (da Pisino d'Istria), scrittore
- Nicolò Rode (da Lussinpiccolo), velista, campione olimpionico di classe star nel 1952 e campione mondiale
- Orlando Sirola (da Fiume), tennista, campione di livello mondiale nella specialità del doppio
- Agostino Straulino (da Lussinpiccolo), velista, campione olimpionico di classe star nel 1952 e campione mondiale
- Piero Tarticchio (da Gallesano), pittore e scrittore
- Leo Valiani (nato Leo Weiczen a Fiume), politico
- Alida Valli (da Pola), attrice
- Valentino Zeichen (da Fiume), poeta
[modifica] Note
- ^ Raoul Pupo, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l'esilio, Rizzoli, Milano, 2005.
- ^ Gianni Oliva, Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell'Istria, Mondadori, Milano, 2003.
- ^ Roberto Spazzali-Raoul Pupo, Foibe, Bruno Mondadori, Milano, 2003.
- ^ Guido Rumici, Infoibati. I nomi, i luoghi, i testimoni, i documenti, Mursia, Milano, 2002.
- ^ Sono le stime ufficiali del Ministero degli Esteri italiano ed esattamente: 250.000 circa (secondo i dati di una commissione presieduta da Amedeo Colella e pubblicati nel 1958) o 270.000 stimati al termine dell'esodo. Cfr. Raoul Pupo, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l'esilio, Milano, Rizzoli, 2005 (pag. 188 e 189), ISBN 88-17-00562-2
- ^ A tale proposito va sottolineato che non c'è accordo fra gli storici. Sono state infatti avanzate da questi ultimi cifre diverse da quelle del Ministero degli Esteri italiano e comprese tra un minimo di 200.000 e un massimo di 350.000 persone. Cfr. al riguardo la Sintesi di un testo di Ermanno Mattioli e Sintesi di un testo dello storico Enrico Miletto
- ^ I rapporti italo-sloveni 1880-1956. Relazione della commissione storico-culturale italo-slovena, Lubiana, 2001.
- ^ Sito ufficiale della Presidenza della Repubblica
- ^ Per Vladimir Žerijavić ben 25.000 croati abbandonarono gli ex-territori italiani passati alla Croazia. L'informazione è riportata da Guido Rumici, Fratelli d'Istria, Milano, Mursia, 2001 (pag. 24), ISBN 88-425-2802-1
- ^ Milko Kos, Développement historique de la frontière slovène occidentale, l'Institut scientifique, section pur les questions de frontières, Ljubljana 1946
- ^ Lauro Decarli ha argomentato che nella regione dell'Istria che si estende da Capodistria a Cittanova il veneto sia la lingua indigena (Lauro Decarli, Origine del dialetto veneto istriano : con particolare riguardo alla posizione di Capodistria, Mario Cozzi, Trieste, 1976). La sua tesi non è comunque generalmente accettata.
- ^ Claudio Schiffrer, Autour de Trieste, Tasquelle Éditeurs, 1946, p. 38
- ^ Jezikoslovni zapiski, 13/2007, Inštitut za slovenski jezik Frana Ramovša ZRC SAZU, Ljubljana, p. 9
- ^ Enciklopedija Jugoslavije, vol. 8, Jugoslavenski leksikografski zavod, Zagreb, 1971, p. 297-301
- ^ Cfr. Bogdan C. Novak Trieste, 1941-1954, la lotta politica, etnica e ideologica, Milano, Mursia, 1973, pag. 21 traduz. italiana da: Bogdan C. Novak, Trieste, 1941-1954. The ethnic, political and ideological struggle, Chicago-Londra, 1970
- ^ Cfr. Die Protokolle des Österreichischen Ministerrates 1848/1867. V Abteilung: Die Ministerien Rainer und Mensdorff. VI Abteilung: Das Ministerium Belcredi, Vienna, Österreichischer Bundesverlag für Unterricht, Wissenschaft und Kunst 1971; Sezione VI, vol. 2, seduta del 12 novembre 1866, p. 297.
- ^ Cfr. Dizionario Enciclopedico Italiano, Vol. III, pag. 730, Roma, Ed. Istituto dell'Enciclopedia Italiana, fondata da Giovanni Treccani, 1970.
- ^ Luciano Monzali; "Italiani di Dalmazia. Dal risorgimento alla Grande Guerra", ed. "Le lettere"; 2004; ISBN 88-7166-828-6
- ^ Raimondo Dernez; "Alcuni particolari sul martirio della Dalmazia"; Stab. tipografico dell'Ordine; Ancona; 1919
- ^ Giacomo Scotti, La letteratura italiana in Dalmazia: una storia falsificata in «Quaderni Giuliani di storia», 2002 n° 1
- ^ Kristian Knez L'Adriatico orientale e la sterile ricerca della nazionalità
- ^ La scomparsa degli Italiani (Dalmatia.it)
- ^ Alcuni particolari sul martirio della Dalmazia, Ancona, 1919
- ^ Sito in tedesco, sloveno e inglese sui tedeschi di Gottschee: si veda la parte storica, nella quale si raccontano le violente politiche assimilatorie slovene negli anni successivi alla prima guerra mondiale
- ^ "Difficoltà economiche e pesantezza del clima politico favorirono fra le due guerre un robusto flusso migratorio dalla Venezia Giulia: le fonti non ci consentono di quantificare con precisione l'apporto sloveno a tale fenomeno, che coinvolse anche elementi italiani, ma certo esso fu cospicuo, nell'ordine presumibile delle decine di migliaia di unità" in Relazioni italo-slovene 1880-1956
- ^ Silvia Ferreto Clementi. La pulizia etnica e il manuale Cubrilovic
- ^ Le Foibe - 1945/2005
- ^ Joseph Poprzeczny; "Odilo Globocnik, Hitler's man in the East", McFarland; 2004; ISBN 88-7166-828-6
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- ^ Articolo dal Corriere della sera
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- ^ http://www.trattatodiosimo.it/trattato.htm ARTICOLO 4 - I due governi concluderanno, al più presto possibile, un Accordo relativo ad un indennizzo globale e forfettario che sia equo ed accettabile dalle due Parti, dei beni, diritti ed interessi delle persone fisiche e giuridiche italiane, situati nella parte del territorio indicata all'articolo 21 del Trattato di Pace con l'Italia del 10 febbraio 1947, compresa nelle frontiere della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, che hanno fatto oggetto di misure di nazionalizzazione o di esproprio o di altri provvedimenti restrittivi da parte delle Autorità militari, civili o locali jugoslave, a partire dalla data dell'ingresso delle Forze Armate Jugoslave nel suddetto territorio. A tale fine i due governi inizieranno negoziati entro il termine di due mesi a partire dalla data dell'entrata in vigore del presente Trattato. Nel corso di questi negoziati i due governi esamineranno con spirito favorevole la possibilità di lasciare, in un certo numero di casi, gli aventi diritto che faranno domanda entro un termine da stabilire, la libera disponibilità dei beni immobili sopra menzionati, i quali siano già stati affidati in uso o in amministrazione ai membri vicini della famiglia del titolare, o in casi simili.
- ^ Legge 7 novembre 1988 n. 518, allegato A, art.2; testo disponibile sul sito internet della Corte di Cassazione all'indirizzo: http://www.italgiure.giustizia.it/nir/lexs/1988/lexs_304180.html
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[modifica] Bibliografia
[modifica] Saggi storici
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- Jan Bernas Ci chiamavano fascisti, eravamo italiani Mursia, ISBN 9788842544562
[modifica] Romanzi e altre pubblicazioni
- Corrado Belci, Quei giorni di Pola, Goriziana, 2007.
- Enzo Bettiza, Esilio, autobiografia
- Alessandra Fusco, Tornerà l'Imperatore, romanzo storico-autobiografico
- Luigi Lusenti, "La soglia di Gorizia", biografia di Giacomo Scotti, Edizioni Comedit2000, 1998
- Luigi Lusenti, "Una storia silenziosa - gli italiani che scelsero Tito", Edizioni Comedit2000, 2009.
- Marisa Madieri, Verde acqua, Einaudi, Torino 1987
- Anna Maria Mori, Nelida Milani, Bora, romanzo storico-autobiografico
- Carlo Sgorlon, La foiba grande, romanzo storico
- Roberto Stanich, L'imprinting dell'Istria, raccolta di racconti.
- Fulvio Tomizza, La miglior vita, romanzo storico
- Fulvio Tomizza, Materada, romanzo storico-autobiografico
- Stefano Zecchi, Quando ci batteva forte il cuore, Mondadori, 2010.
[modifica] Documenti
- I rapporti italo-sloveni 1880-1956. Relazione della commissione storico-culturale italo-slovena, Lubiana, 2001.
[modifica] Voci correlate
[modifica] Filmografia
- Il cuore nel pozzo, film, RAI (2005)
- Città dolente, film di Mario Bonnard (1949)
[modifica] Varie
[modifica] Collegamenti esterni
- Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata
- Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena
- Marino Micich: l'esodo
- Diego de Castro
- Imprinting dell'Istria