Esarcato d'Italia
| Esarcato d'Italia | |||||
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| Mappa di localizzazione | |||||
| Informazioni generali | |||||
| Nome ufficiale | Exharcatus Italiae | ||||
| Nome completo | Esarcato d'Italia | ||||
| Capoluogo | Ravenna | ||||
| Suddiviso in | Eparchie (580-584): Annonaria Calabria Campania Emilia Urbicaria Esarcato d'Italia e distretti (584-697): Istria Liguria Napoli Pentapoli Roma Venezia Esarcato e ducati (697-751): Calabria Lucania di Napoli Roma Venezia |
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| Amministrazione | |||||
| Esarchi | elenco | ||||
| Evoluzione storica | |||||
| Inizio | 584? | ||||
| Fine | 751 | ||||
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L'Esarcato d'Italia (anche conosciuto come Esarcato di Ravenna) è stato una circoscrizione amministrativa dell'Impero bizantino comprendente, tra il VI e l'VIII secolo, i territori bizantini d'Italia. La sede era Ravenna e il termine Esarcato passò poi a descrivere in particolare il territorio attorno alla capitale, compresa la Pentapoli formata da Ravenna, Forlì, Forlimpopoli, Classe, Cesarea.
[modifica] Storia
[modifica] La prefettura d'Italia da Onorio alla riconquista giustinianea
| Per approfondire, vedi la voce Prefettura del pretorio d'Italia. |
Nel 395 Teodosio I lasciò in eredità il trono dell'Impero romano ai due figli: Arcadio fu imperatore d'Oriente; Onorio divenne imperatore d'Occidente. In seguito l'impero romano non sarebbe mai più ritornato sotto un unico imperatore.
La Prefettura d'Italia subì nel V secolo l'invasione dei popoli barbari: il primo ad attraversare le Alpi fu Alarico, re dei Visigoti. Giunse ad Aquileia nel 401 e da qui si diresse su Milano, che cinse d'assedio (402). Onorio, non sentendosi più al sicuro, si trasferì a Ravenna e vi stabilì la nuova capitale dell'Impero d'Occidente.
Nel 476 Ravenna cadde per un colpo di stato militare del generale Odoacre che, a capo di una milizia di mercenari eruli, sciri, rugi e turcilingi (cioè della componente germanica delle truppe imperiali), spodestò Romolo Augusto e si impadronì della città. Il regno di Odoacre, il primo regno barbarico esistente in Italia, si estese su tutta la Prefettura ma ebbe vita breve: nel 493 Odoacre fu sconfitto dal re degli Ostrogoti, Teodorico, che divenne il nuovo signore d'Italia. Il nuovo regno ostrogoto instaurato da Teodorico continuò a mantenere, come già in precedenza, l'organizzazione provinciale e statale romana.
Attorno alla metà del VI secolo l'imperatore Giustiniano I avviò un'imponente serie di campagne per la riconquista dell'Occidente e in particolare dell'Italia. Nella penisola l'imperatore diede inizio alla lunga e sanguinosa guerra contro gli Ostrogoti. Nel 539 venne riconquistata Ravenna, capitale dei Goti e sede prefettizia, e i Bizantini presero a nominarvi propri prefetti. La lunga campagna ebbe termine solamente nel 552-553 con la spedizione risolutiva del generale Narsete.
Il 13 agosto 554, con la promulgazione a Costantinopoli da parte di Giustiniano di una prammatica sanzione (pro petitione Vigilii) (Prammatica sanzione sulle richieste di papa Vigilio), la Prefettura d'Italia rientrava, sebbene non ancora del tutto pacificata, nel dominio romano.[1]
Narsete rimase ancora in Italia con poteri straordinari e riorganizzò anche l'apparato difensivo, amministrativo e fiscale. A difesa della prefettura furono stanziati quattro comandi militari, uno a Forum Iulii, uno a Trento, uno sulla regione dei Laghi maggiore e di Como e infine uno presso le Alpi Cozie e Graie.[2].
[modifica] Invasione longobarda
Nel 568 Giustino II, in seguito alle proteste dei Romani[3], rimosse dall'incarico di governatore Narsete, sostituendolo con Longino. Il fatto che Longino sia indicato nelle fonti primarie[4] come prefetto indica che governasse l'Italia in qualità di prefetto del pretorio, anche se non si può escludere che fosse anche il generale supremo delle forze italo-bizantine.[5]
Appena nel 568, però, l'Italia venne invasa dai Longobardi di re Alboino; i motivi esatti reali dell'invasione non sono chiari, anche se secondo la leggenda i Longobardi furono invitati per ripicca da Narsete, adirato con l'Imperatore e l'Imperatrice.[6] Tale leggenda viene tuttavia ritenuta inattendibile dalla storiografia moderna.[7] La popolazione barbarica, entrata attraverso le Alpi Giulie, conquistò dapprima Forum Iulii, costringendo il presidio militare bizantino, in numero esiguo rispetto agli invasori, a ripiegare prima su Grado, poi in successione, passando per la Via Postumia, su Treviso, Vicenza e Verona. Nel settembre 569 i Longobardi arrivano a Milano. Bisanzio, già impegnata su altri fronti, non ebbe la forza di reagire all'invasione. Così negli anni settanta del secolo i Longobardi posero la loro capitale a Pavia e dilagarono anche nel centro e nel sud, così che due terzi della penisola caddero in mano longobarda e solo la restante frazione rimase in mano imperiale. Bisanzio tuttavia non rinunciò passivamente all'invasione e una controffensiva si ebbe nel 576 con il generale Baduario che però fallì miseramente.[8]
Intorno al 580, stando alla Descriptio orbis romani di Giorgio Ciprio, sembra che Tiberio II divise in cinque province o eparchie l'Italia bizantina:
- Annonaria, comprendente i residui possedimenti bizantini in Flaminia, Alpi Appennine, Emilia orientale e nella Venezia e Istria.
- Calabria, comprendente i residui possedimenti bizantini in Lucania e in Apulia meridionale.
- Campania, comprendente i residui possedimenti in Campania, in Sannio e nel Nord dell'Apulia.
- Emilia, comprendente i residui possedimenti bizantini nella parte centrale dell'Emilia, a cui si aggiungono l'estremità sud-orientale della Liguria (con Lodi Vecchio) e l'estremità sud-occidentale della Venezia (Cremona e zone limitrofe).
- Urbicaria, comprendente i residui possedimenti bizantini in Liguria, Alpi Cozie, Tuscia, Valeria, Piceno, e l'estremo Nord della Campania.
Tale riforma amministrativa dell'Italia sembra motivata dall'adattare l'amministrazione dell'Italia alle necessità militari del momento, visto che gran parte della Penisola era soggetta alle devastazioni dei Longobardi e ogni tentativo (compresa la spedizione di Baduario) per sloggiarli era fallito; prendendo dunque atto delle conquiste effettuate dai Longobardi, fu introdotto con la riforma il sistema dei tratti limitanei, anticipando la riforma dell'Esarcato, che fu realizzata alcuni anni dopo.[9]
[modifica] La riforma mauriziana: la nascita dell'Esarcato
Per arginare l'invasione longobarda l'imperatore Maurizio prese nuovi provvedimenti nell'Italia bizantina, decidendo di sopprimere la prefettura del pretorio d'Italia, sostituendola con l'esarcato d'Italia, governato dall'esarca, la massima autorità civile e militare della nuova istituzione. La carica di prefetto d'Italia non venne abolita fino ad almeno a metà del VII secolo anche se divenne subordinata all'esarca.[10] I confini dell'Esarcato d'Italia non furono mai definiti dato l'incessante stato di guerra tra bizantini e Longobardi.
Il primo riferimento nelle fonti dell'epoca all'esarcato e all'esarca si ha nel 584 in una lettera di Papa Pelagio II in cui si menziona per la prima volta un esarca (forse il "patrizio Decio" citato nella medesima lettera). Secondo storici moderni l'esarcato, all'epoca della lettera (584), doveva essere stato istituito da poco tempo.[10] Maurizio, nel 584, riformò l'organizzazione dell'esarcato ripartendone i territori in sette distretti, strettamente controllati e governati dall'esarca di Ravenna:
- l'Esarcato propriamente detto;
- la Pentapoli;
- Roma;
- la Liguria;
- la Venezia
- l'Istria;
- Ducato di Napoli (comprendente il Bruzio, la Lucania e l'Apulia).
La popolazione locale fu tenuta a concorrere alla difesa del territorio, che andava ad affiancare i soldati di professione.[11] Veniva così a formarsi un'efficiente macchina difensiva dei territori rimasti, principalmente situati sulle coste, dove maggiori potevano farsi sentire il potere imperiale e la flotta bizantina.
Essendo impegnato in altri fronti contro nemici temibili come Avari e Sasanidi, Maurizio non poté far altro che combattere i Longobardi tramite l'alleanza con i Franchi, che istigò a invadere la Longobardia. Il re dei Franchi Childeberto II invase una prima volta il territorio longobardo nel 584, ma i Longobardi riuscirono ad ottenere il suo ritiro pagando un tributo.[12] Fu proprio a causa di questa incursione che i Longobardi si risolsero a eleggere un nuovo re in Autari dopo dieci anni di interregno e di anarchia («periodo dei Duchi»). Una seconda invasione franca, avvenuta l'anno successivo, non diede frutti a causa della disunione dell'esercito invasore.[13] Contemporaneamente Bisanzio cercava di corrompere alcuni duchi longobardi cercando di portarli dalla propria parte: uno di questi, Droctulfo, riuscì a riconquistare per l'Impero la città di Classe.[14] Nel 585 venne firmata una prima tregua, di durata triennale, tra Longobardi e Bizantini.
Intanto, in materia religiosa, si consumava proprio in quegli anni una profonda crisi dovuta al cosiddetto Scisma dei tre capitoli. Il contrasto era causato dalla condanna, in occasione del Quinto concilio ecumenico, nel 551 da parte dell'Imperatore Giustiniano I, degli scritti di tre teologi orientali, ritenuti dai monofisiti in odor di eresia, poiché accusati di essere vicini al nestorianesimo. Roma si era adeguata al volere imperiale, ma gli arcivescovi di Milano e Aquileia si erano rifiutati di obbedire e si erano dichiarati scismatici. Milano era ritornata, poco dopo, sui suoi passi, ma Aquileia restò ferma nei suoi propositi, proclamandosi Patriarcato e i Longobardi ne approfittarono politicamente spalleggiando politicamente il patriarca aquileiense. Nel 587 la questione esplose quando il Patriarca di Aquileia venne fatto arrestare a Grado, dove aveva la propria sede, insieme ad alcuni vescovi istriani, per ordine dell'esarca Smaragdo, e poi imprigionato a Ravenna per circa un anno, dove fu costretto a rinnegare lo scisma. Una volta liberato e rientrato a Grado, egli tornò però a sposare le tesi scismatiche, fomentando le contestazioni dei vescovi dipendenti del Patriarcato di Aquileia per l'atteggiamento di Smaragdo e l'esarca venne richiamato a Costantinopoli.
Al suo posto si insediò Giuliano che, molto probabilmente, restò in carica per pochi mesi.[15]
[modifica] Il pontificato di Papa Gregorio Magno
Dopo Giuliano, la carica di esarca venne assunta da Romano, il quale si riprese le operazioni belliche contro i Longobardi. Nel 590 venne stretta un'alleanza con i Franchi di Childeberto II, con lo scopo di annientare i Longobardi. Il re franco inviò in Italia un esercito, di cui una parte si diresse verso Verona, mentre i Bizantini, guidati dall'esarca, attaccavano i Longobardi conquistando Altino, Modena e Mantova e ottenendo la sottomissione dei duchi longobardi di Parma, Reggio e Piacenza. Dopo gli iniziali successi, però, proprio quando i Longobardi erano sul punto di cedere, all'improvviso i Franchi fecero volta in patria, per poi non tornare più sul campo di guerra.[16] I Bizantini non furono più in grado di condurre la guerra, così per Bisanzio sfumò l'ultima occasione per scacciare i Longobardi e ricostituire l'unità della penisola. L'esarcato recuperò un po' di terreno, ma dopo questa campagna le condizioni socio-economiche nella penisola erano ulteriormente deteriorate.
Più o meno contemporaneamente, papa Gregorio I chiese più volte aiuto militare all'esarca Romano contro i Longobardi spoletini, che soventemente attaccavano e saccheggiavano il territorio romano. L'esarca, però, poiché aveva una strategia differente, rifiutava regolarmente di portare aiuto a Roma.[17] Gregorio, allora, vista la latitanza del potere imperiale, cercò di negoziare la pace con i Longobardi, in modo da alleviare le sofferenze alla popolazione romana: iniziava così l'attività politica e temporale della chiesa di Roma. Quando infine i Longobardi presero Perugia, interrompendo la via di comunicazione tra il Lazio e Ravenna, il cosiddetto Corridoio Bizantino, l'esarca si mosse, arrivò via mare a Roma e da qui riconquistò la città umbra e alcune piazzeforti del Corridoio, facendo quindi ritorno a Ravenna.[18]
Agilulfo replicò alle conquiste di Romano riconquistando Perugia e assediando Roma (593); il Papa riuscì però a far desistere Agilulfo dalla conquista della Città Eterna con un tributo di 5.000 libbre d'oro.[19] Dopo lo scampato pericolo il Papa cercò in tutti i modi di convincere l'esarca a firmare una tregua con i Longobardi, ma sia l'esarca che l'Imperatore non gli diedero ascolto.[20] Perugia venne nel frattempo riconquistata dalle truppe imperiali (594).
Dopo la morte di Romano (596), divenne esarca Callinico, il quale si mostrò molto più malleabile del predecessore. Con lui, grazie alla mediazione di papa Gregorio, si arrivò nel 598 ad un trattato di pace, seppur "armata", di durata biennale, con il re longobardo Agilulfo.[21] Nel 601 però, l'esarca approfittò della ribellione dei duchi longobardi del Friuli e di Trento, catturando la figlia del re insieme ad altri familiari. I Longobardi reagirono prontamente e conquistarono Mantova, Cremona, Padova e Monselice.[22]
Nel 603 Smaragdo ritornò al governo di Ravenna e appoggiò nuovamente il Papa nella lotta contro gli scismatici. Il nuovo esarca non poté far altro che stringere una tregua contro i Longobardi che venne rinnovata di anno in anno fino alla fine del regno di Agilulfo.[23] Nel frattempo, nel 604, morì Papa Gregorio Magno.
[modifica] Regni di Foca e di Eraclio
Nel 605, scaduta la tregua biennale, i Longobardi occuparono Bagnoregio e Orvieto, dopodiché la tregua fu rinnovata per un anno e, scaduta questa, per altri tre anni.[24]
Nel 606 attraverso l'intervento di Smaragdo fu eletto a Grado un nuovo Patriarca, favorevole a Roma: questo evento provocò un ulteriore frattura nella Chiesa, con l'elezione ad Aquileia di un altro patriarca che sposava ancora le tesi scismatiche, spalleggiato dai Longobardi. Benché lo scisma fosse ricomposto verso la fine del VII secolo, infatti, la separazione tra i due patriarcati delle Venezie sarebbe stata destinata a durare per molti secoli.[25]
Smaragdo rimase in carica fino ad almeno al 608, quando è attestato per l'ultima volta nelle fonti (epigrafe CIL VI, 1200, riguardante la dedica di una statua in onore di Foca a Roma); si ritiene che fu sostituito, sotto Foca o sotto Eraclio, da un certo Fozio, di cui non si sa nulla, a parte che fu esarca.[25] Nel frattempo a Bisanzio Eraclio I, deposto Foca, divenne Imperatore romano. Questi avviò una serie di riforme che cambiarono in modo notevole la fisionomia dello Stato romano-orientale, tanto che nel 629 la stessa titolatura imperiale mutò da Imperator Caesar Augustus - Aυτοκράτωρ Kαîσαρ Aΰγουστος (Imperatore Cesare Augusto) a Bασιλεύς (Re).[26] A Ravenna, sotto il regno di Eraclio, divennero esarchi, in successione, Giovanni I Lemigio, Eleuterio e Isacio. Eleuterio venne inviato in Italia per sedare una rivolta a Ravenna che aveva ucciso il precedente esarca; Eleuterio riuscì a ristabilire l'ordine nella capitale, dopodiché si diresse in direzione di Napoli per ridurre all'obbedienza il duca ribelle Giovanni Consino.[27] Riconquistata Napoli e ristabilita la pace nell'esarcato pagando le truppe (da cui si può dedurre che le rivolte militari fossero dovute a un ritardo del soldo), tentò di attaccare i Longobardi con scarso successo, venendo sconfitto dal duca Sundrarit e costretto a pagare un tributo.[27] Nel 619 l'esarca, vista la difficile situazione in Oriente, dato che Eraclio era impegnato in guerra con i Persiani, cercò di approfittare della situazione per farsi Imperatore d'occidente. Prima chiese all'arcivescovo di Ravenna di farsi incoronare, ma quest'ultimo gli suggerì di andare a farsi incoronare a Roma, poiché era la sede più naturale per un simile evento. Eleuterio partì quindi alla volta di Roma, ma fu assassinato da soldati lealisti presso Luceoli.[27]
A Eleuterio succedette probabilmente Gregorio, un patrizio che, narra Paolo Diacono, si rese reo dell'uccisione dei duchi del Friuli Caco e Tasone, ma che non è certo che fosse anche esarca.[28] Nel 625 divenne esarca Isacio, che resse l'Italia bizantina per diciotto anni, dal 625 al 643.[28] Sotto Isacio si ebbe un nuovo inasprimento delle tensioni con la Chiesa romana: Eraclio, in quegli anni, aveva infatti promulgato l'Ekthesis, cioè un editto con cui l'imperatore interveniva nelle dispute cristologiche sancendo la duplice natura umana e divina del Cristo, ma l'unicità della sua volontà, il Monotelismo. Il provvedimento aveva incontrato gravi resistenze in Occidente e Isacio reagì in materia brutale. Nel 640, sfruttando il malcontento dei soldati per i forti ritardi della paga, il chartularius Maurizio istigò i militari a fare rappresaglia contro il Pontefice, accusato di aver sottratto il compenso dovuto, e quindi, dopo tre giorni di assedio, fu sequestrato il tesoro della Chiesa romana.[29] Poco dopo arrivò anche Isacio da Ravenna, il quale bandì alcuni ecclesiastici, fece l'inventario del tesoro sequestrato e lo inviò in parte a Costantinopoli. Poco tempo dopo, intorno al 642, il già citato Maurizio si rivoltò ad Isacio, ma la rivolta fu rapidamente sedata dal magister militum Dono, che catturò il cartulario ribelle e lo consegnò a Isacio, che ordinò la sua decapitazione nei pressi di Cervia.[30]
Intanto riprendeva l'offensiva dei Longobardi che, guidati dal re Rotari, presero Oderzo, Altino e la Liguria, tentando di attaccare la stessa Ravenna. Isacio morì in battaglia nel 643 nei pressi del fiume Panaro; secondo Paolo Diacono morirono 8.000 Bizantini in quella battaglia, ma la storiografia moderna tende a ridimensionare questa vittoria longobarda sostenendo che in realtà con questa battaglia i Bizantini riuscirono a fermare l'avanzata longobarda verso Ravenna.[31]
[modifica] Il regno di Costante II
Morti Eraclio e i suoi immediati successori e diventato imperatore Costante II, questi emanò in materia religiosa il Typos, con il quale aboliva l'editto eracliano, ma allo stesso tempo vietava le discussioni cristologiche.[32] La Chiesa romana si oppose e papa Martino I condannò il Monotelismo e i due editti imperiali. Costante inviò allora due esarchi con l'incarico di arrestare il papa: dapprima Olimpio, il quale resse l'esarcato per un paio di anni, fallendo la propria missione e morendo a causa di una pestilenza mentre si apprestava ad affrontare gli arabi in Sicilia, in seguito Teodoro Calliopa, il quale marciò su Roma e riuscì ad arrestare il Papa e portarlo a Costantinopoli nel 654.[33] Martino, dopo essere stato incarcerato e aver subito pesanti umiliazioni, venne accusato di alto tradimento dal Senato e fu condannato a morte. La condanna fu però sospesa da Costante II e la pena di morte commutata in esilio perpetuo a Cherson.
Nel 663 lo stesso Costante sbarcò con un esercito a Taranto per muovere guerra contro i longobardi di Benevento, che assediò.[34] Intervenne il re longobardo Grimoaldo, che costrinse Costante a levare l'assedio e a ripiegare verso Napoli; da qui Costante tentò un ultimo tentativo di sottomettere il ducato beneventano inviando il generale Saburro contro il duca di Benevento Romualdo, che riuscì però a infliggere una decisiva sconfitta ai Bizantini a Forino, in seguito alla quale le velleitarie aspirazioni di riconquista di Costante tramontarono.[35] Da Napoli, l'imperatore si diresse quindi verso Roma, dove fu accolto dal nuovo Papa e dai romani - era la prima volta dalla caduta dell'Impero d'Occidente che un Imperatore romano rimetteva piede nell'antica capitale -, fermandovisi una dozzina di giorni prima di tornare a Napoli e infine muovere verso Siracusa, dove pose la sua residenza, con lo scopo di controllare meglio i movimenti degli arabi.[36]
Per il suo governo autoritario e per l'aumento eccessivo delle tasse, oltre ovviamente per la sua politica religiosa ostile alla Chiesa Romana, Costante si attirò l'odio della popolazione e nel 668 venne organizzata una congiura che lo assassinò. I congiurati elessero imperatore l'usurpatore Mecezio; tuttavia Costantino IV, figlio di Costante, secondo almeno le fonti primarie[37], appena seppe della notizia dell'assassinio del padre, decise di vendicare di persona la morte del padre marciando alla testa del suo esercito per deporre l'usurpatore e riprendere il controllo della Sicilia. Una volta sconfitto e giustiziato l'usurpatore e vendicata la morte del padre, Costantino ritornò a Costantinopoli. Secondo gli storici moderni la rivolta di Mecezio sarebbe stata sedata dall'esarca e non da Costantino IV.[38]
[modifica] L'inizio della crisi
Sotto il successore Costantino IV l'Impero bizantino si trovò in una lotta mortale contro gli Arabi e i Bulgari. Nel frattempo i rapporti tra la Chiesa Romana e Costantinopoli, deterioratesi durante il regno di Costante, migliorarono: l'Imperatore infatti revocò tra il 676 e il 678 l'autocefalia (cioè la separazione della Chiesa Ravennate dalla giurisdizione del Papa), stabilita da Costante nel 666 nel tentativo di togliere poteri alla Chiesa, e nel 680 con il Sesto Concilio Ecumenico convocato dall'Imperatore venne condannato il monotelismo.[39] Sempre nel 680 venne sottoscritto un trattato di pace con il regno longobardo con il quale per la prima volta i Bizantini riconoscevano ai Longobardi il possesso dei territori da essi occupati in Italia.[40]
La pace del 680 tuttavia non impedì ai Longobardi di Benevento a espandersi a danno dei Bizantini: nel 687 un esercito longobardo condotto dal duca di Benevento Romualdo I valicò il fiume Bradano, zona di confine tra i due stati, soggiogando parte della Puglia bizantina tra cui Brindisi e Taranto. Dopo tali campagne di conquista il dominio bizantino in Puglia e in Calabria si era ridotto praticamente alla Calabria meridionale e Otranto e Gallipoli.[40]
Con Giustiniano II i rapporti con il Pontefice romano tornarono a deteriorarsi a seguito delle decisioni adottate dal Concilio Trullano in antitesi con il culto occidentale, riguardanti il matrimonio del clero e il digiuno del sabato. Dopo l'opposizione di papa Sergio I, l'imperatore inviò il protospatario Zaccaria per catturarlo e portarlo a Costantinopoli, similmente a quanto successo a Martino I alcuni decenni prima.[41] Alla notizia, gli eserciti italiani si opposero e lo stesso Zaccaria finì per chiedere protezione al Pontefice, nascondendosi addirittura sotto il suo letto.[41] L'esarca sembra che non avesse preso parte a quest'operazione, molto probabilmente perché la carica era al momento vacante.
Deposto Giustiniano, nel 696, durante l'impero di Leonzio, si diede un'ulteriore carattere militare all'organizzazione dell'esarcato, sostituendo ai distretti una serie di governatorati militari, i ducati: di Roma, di Venezia, della Calabria, della Lucania, di Napoli.
Nel 701 divenne esarca Teofilatto, contro cui si rivoltarono gli eserciti italiani, per motivi ignoti, forse per motivazioni di natura economica.[42] In difesa dell'esarca, in quel momento a Roma, si schierò Papa Giovanni VI, che riuscì a calmare i ribelli, permettendo all'esarca di raggiungere Ravenna.[42] Nel frattempo, nel 702, ebbe luogo un'offensiva da parte dei longobardi del duca beneventano Gisulfo che conquistò tre città del Lazio (Sora, Arpino e Arce), minacciando la stessa Roma; il Papa riuscì a spingerlo al ritiro, ma le tre città conquistate rimasero in mano longobarda.[42]
Nel 709 Giustiniano II, ripreso il potere (e divenuto noto come Rinotmeto, naso mozzo, per la mutilazione subita durante la precedente deposizione) nel 705, si inserì nella disputa tra le chiese romana e ravennate dovuta alla volontà della seconda di sottrarsi al predominio della prima, alleandosi con il pontefice romano e ordinando una feroce repressione nei confronti dell'Arcivescovo di Ravenna, con lo scopo di mantenere l'appoggio papale e vendicarsi del ruolo dell'arcivescovo avuto all'epoca di Zaccaria e di Teofilatto. L'Imperatore ordinò a Teodoro, stratego della Sicilia, di raggiungere Ravenna con la flotta, appoggiata anche da navi venetiche e illiriche, per compiere la spedizione punitiva. Costui, una volta approdato, invitò numerosi aristocratici locali in un banchetto in senso di amicizia, ma questi furono arrestati e portati a Costantinopoli, dove vennero tutti uccisi meno l'Arcivescovo. Poco tempo dopo, a Ravenna tra il 710 e il 711, la popolazione insorse e l'esarca Giovanni Rizocopo fu trucidato, ma, nonostante il grave episodio, non ebbe luogo nessuna repressione perché frattanto l'imperatore Giustiniano era stato definitivamente deposto e i successori si mostrarono più concilianti.
Il nuovo esarca, Entichio, affrontò con successo la rivolta scoppiata a Forlì, Forlimpopoli, Cervia e altrove, guidata da un certo Giorgio.
Questi continui episodi di rivolta dimostrano come a partire dalla seconda metà del VII secolo, le tendenze autonomistiche delle aristocrazie locali e il sempre maggior ruolo politico temporale della Chiesa di Roma avessero portato ad un progressivo indebolimento dell'autorità imperiale in Italia.
[modifica] La rivolta iconoclasta e la caduta dell'Esarcato
Nel 726 l'Imperatore Leone III proibì il culto delle immagini sacre, ma questo provvedimento trovò una dura opposizione in Italia e, già in fermento per l'aumento delle tasse, gli eserciti della Venezia marittima, della Pentapoli e dell'Esarcato si ribellarono ed elessero loro capi. Inoltre questi erano sul punto anche di nominare un antimperatore, ma papa Gregorio II, messosi a capo degli insorti, riuscì in parte a frenarli, poiché contava ancora sull'Impero d'Oriente per difendersi dai longobardi. Non riuscì ad evitare però che l'esarca Paolo venisse assassinato dai rivoltosi.[43] Una flotta fu inviata dalla Sicilia per vendicare Paolo, ma venne distrutta dalle milizie ravennati.
Nel 728 diventò esarca Eutichio. L'esarca ricevette dall'Imperatore l'ordine di uccidere il Papa ma il piano non andò a buon fine a causa dell'opposizione dei Romani, che difesero il pontefice catturando i sicari, che non vennero uccisi per intercessione del Santo Padre.[44] Nello stesso anno i Longobardi invasero il ducato romano conquistando Sutri. Il Papa protestò e pretese la restituzione della città. Il re longobardo Liutprando acconsentì, cedendo tuttavia la città non all'Impero ma alla Chiesa Romana.[45] Nel 729 l'esarca si alleò con i Longobardi con l'obiettivo di entrare a Roma: se avesse aiutato Liutprando a ridurre all'obbedienza i ducati di Spoleto e Benevento, il re longobardo lo avrebbe aiutato a riprendere possesso di Roma. Dopo la sottomissione dei due ducati Eutichio riuscì ad entrare a Roma, anche se non nella posizione di forza che avrebbe desiderato, e con l'aiuto delle forze romane riuscì a sedare una rivolta in Tuscia.[45]
Nel 730 l'Iconoclastia divenne dottrina religiosa e gli adoratori delle immagini cominciarono pertanto ad essere perseguitati. Il nuovo pontefice, Gregorio III, condannò la dottrina, con la conseguenza che Leone confiscò alla Chiesa molte proprietà in Calabria e Sicilia.[46] In ogni modo, Eutichio, conscio della propria fragilità e visti tutti i tentativi di arrestare o uccidere il Papa fallire a causa dell'opposizione delle truppe esarcali, decise prudentemente di stabilire buone relazioni con il Papa, facendogli dei doni ed evitando di applicare i decreti iconoclasti.[46] Intanto, approfittando delle dispute religiose tra Impero e Chiesa di Roma, la pressione dei Longobardi sui territori dell'esarcato aumentò notevolmente. Nel 731 la stessa Ravenna venne conquistata per la prima volta da Ildeprando, nipote di Liutprando, e da Peredeo, duca di Vicenza. Eutichio riparò nella laguna veneta e aiutato dalla flotta del duca Orso, riuscì a rientrare a Ravenna: Ildeprando venne catturato e Peredeo ucciso.[46] Incoraggiati dal successo, il duca bizantino di Perugia tentò di riconquistare Bologna ma l'attacco fallì.
In seguito all'alleanza del duca di Spoleto Tresimondo con il Papa, Liutprando nel 739 marciò verso Spoleto, la occupò e sostituì il duca traditore con uno a lui fedele; non soddisfatto, occupò il corridoio che collegava Roma con Ravenna.[47] Nel 742, però, il Papa ottenne la restituzione del corridoio e una pace ventennale con il ducato romano.[48] L'anno successivo Liutprando attaccò di nuovo l'esarcato, impossessandosi di Cesena, ed Eutichio, sentendosi direttamente minacciato, chiese aiuto a Papa Zaccaria, il quale si recò di persona a Pavia per convincere il sovrano a restituire all'esarca i territori conquistati in quell'anno: riuscì nel suo intento.[48]
Liutprando morì nel 744: gli succedettero prima Ildeprando e poi Ratchis. Quest'ultimo interruppe le campagne di conquista dei suoi predecessori e firmò una pace con l'esarcato.[49] Nel 749, tuttavia, invase la Pentapoli e assediò Perugia; il Papa lo convinse a ritirarsi ma al suo ritorno venne deposto dalla fazione longobarda contraria alla pace con Bisanzio, che elessero re Astolfo.[49] Questi avviò una decisa politica espansionistica, conquistando nel 750 l'Istria, Ferrara e Comacchio, e nel 751 Ravenna stessa cadde nelle sue mani: l'Esarcato era caduto.[49]
Dopo la caduta di Ravenna, i domini bizantini in Italia si sgretolarono. Solo la Puglia, la Lucania e la Calabria restarono ancorate in mano imperiale per ancora tre secoli: gli altri territori, come Venezia, Napoli e Gaeta, si sganciarono, poco a poco, dalla dominazione di Costantinopoli mentre la Sicilia fu conquistata dagli Arabi.[50] Il Papato, minacciato dai Longobardi e non potendo contare sull'aiuto dell'Impero d'Oriente, cercò un nuovo alleato contro Astolfo e lo trovò nel re dei Franchi Pipino il Breve. Questi riuscì a sconfiggere in due spedizioni Astolfo (754 e 756) e lo costrinse a cedere l'Esarcato al Papa, nonostante le proteste di due ambasciatori bizantini che pretendevano dal re franco la restituzione all'Impero d'Oriente di Ravenna e delle città circostanti.[51] Nacque così uno Stato della Chiesa indipendente da Bisanzio e protetto dai Franchi.
Tra il 773 e il 774 Carlo Magno scese in Italia e conquistò la capitale del regno longobardo, Pavia. Carlo si fece chiamare da allora Gratia Dei rex Francorum et Langobardorum, realizzando un'unione personale dei due regni, mantenendo le Leges Langobardorum ma riorganizzando il regno sul modello franco, con conti al posto dei duchi[52].
Nell'876 i Bizantini, sconfitti definitivamente i Saraceni, ristabilirono il proprio dominio su Bari. Costituito come Thema di Longobardia, questo territorio fu governato per mezzo di un funzionario a cui venne attribuito inizialmente il titolo di strategos o patrizio, dal 970-976 lo strategos fu posto alle dipendenze di un Catapano (o Catepano, traducibile come "sovrintendente", dal termine greco katapános è derivato poi quello di "capitano") a cui rispondevano anche gli strateghi di Calabria e di Lucania: l'insieme dei territori controllati da questo funzionario divenne dunque noto come Catepanato d'Italia.
[modifica] Cronotassi degli esarchi d'Italia
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Nota: le date sono in molti casi approssimate, non sapendo per alcuni esarchi quando il loro mandato iniziò o finì con esattezza. Tra l'altro si ignora tuttora l'esatto numero degli esarchi che governarono l'Italia dal 584 al 751 (potrebbero essere stati ventiquattro) e di due di essi (Anastasio e Stefano) si ignora addirittura l'epoca del loro mandato, essendo noti unicamente da due sigilli.[53]
[modifica] Ordinamento
[modifica] L'esarca e i suoi sottoposti militari
| Per approfondire, vedi la voce Esarca. |
L'esarcato nacque nel 584 ca., come conseguenza della militarizzazione dei residui territori bizantini in Italia, dovuta all'esigenza di migliorarne le difese, vista la minaccia longobarda; l'autorità civile non venne subito soppressa, ma perse sempre maggiore importanza a vantaggio degli ufficiali militari, che ora accentravano poteri sia civili che militari.[54] La riforma, avvenuta nei primi anni dell'Imperatore Maurizio, prevedeva che a capo dell'esarcato vi fosse un esarca, che aveva piena autorità sia civile che militare, e risiedeva a Ravenna, nel palazzo di Teodorico; nominato direttamente dall'Imperatore, reggeva teoricamente tutta l'Italia ("ad regendam omnem Italiam") ed era spesso un eunuco di provenienza orientale, che deteneva la carica di patrizio.[54]
L'Italia bizantina fu suddivisa in vari ducati, retti da dux o magister militum: la Pentapoli, Istria, Napoli, Roma, Perugia e forse, anche se sono congetture non confermate da fonti dell'epoca, anche in Liguria e nelle regioni del Sud Italia.[55] Nei castelli più importanti e nelle singole città vi erano presidi cittadini retti da tribuni e comites, che avevano ovviamente la funzione di difenderle dai Longobardi e che, insieme ai vescovi, finirono per amministrarle anche in ambito civile.[55] L'esercito fu poi rinforzato da soldati arruolati tra la popolazione italica. L'esercito bizantino era organizzato in numeri, ognuno stanziato nelle principali città: alcuni avevano origine orientale e si erano trasferiti in Italia durante la guerra gotica (es. Persoiustiniani e Cadisiani di Grado) mentre altri vennero creati in Italia (es. Tarvisiani, Veronenses e Mediolanses).[56]
[modifica] Le autorità civili
La concentrazione di autorità civile e militare da parte dei militari non determinò subito la scomparsa delle autorità civili, segno che la formazione dell'esarcato fu un processo graduale, non un cambiamento brusco.[57] Fino ad intorno la metà del VII secolo la carica di prefetto del pretorio continuò a sopravvivere, sebbene come subordinato dell'esarca in ambito civile; residente a Classe (il porto di Ravenna), il prefetto d'Italia si occupava principalmente della gestione delle finanze e aveva come dipendenti, ancora agli inizi del VII secolo, i vicarii di Roma e dell'Italia (quest'ultimo risiedente a Genova dopo la conquista longobarda di Milano); anch'essi si occupavano della gestione delle finanze, e sebbene, in teoria, costituissero la massima autorità civile delle due diocesi in cui era suddivisa l'Italia imperiale, la crescente importanza assunta dai militari e le conquiste dei Longobardi resero la loro effettiva autorità quasi nulla.[58] L'officium del prefetto d'Italia era composto da molti funzionari pubblici detti praefectiani.
Al governo delle province vi erano ancora, fino almeno alla metà del VII secolo, dei governatori civili (Iudices Provinciarum), ma, anche in questi casi, la loro autorità venne minata dalla crescente importanza rivestita dai duces militari al comando degli eserciti regionali. Certo, la carica di Iudex Provinciae (ovvero governatore civile della provincia), come si evince dall'Epistolario Gregoriano, aveva ancora un certo prestigio, come confermano evidenze di versamenti di suffragia (grosse somme di denaro) da parte di alcuni aspiranti governatori per ottenere la carica, segno di quanto fosse importante per loro.[59] Inoltre, sempre nell'Epistolario Gregoriano, vi sono evidenze di governatori civili con autorità finanziaria (si occupavano di riscuotere le tasse) e/o militare/giudiziaria (possedevano ancora l'autorità di punire rivolte militari), segno che la loro autorità non fosse insignificante.[59] Tuttavia testimonianze coeve (sempre l'epistolario di Papa Gregorio Magno) mostrano come spesso e volentieri i duces in determinate circostanze si arrogassero prerogative degli Iudices provinciarum e quindi avessero anche una certa autorità civile: ad esempio il dux Sardiniae Teodoro nel 591 impose esose tasse da pagare alla popolazione isolana, suscitando le proteste di Papa Gregorio Magno.[60] La crescente importanza dei militari portò, alla fine, alla scomparsa degli Iudices Provinciarum verso la metà del VII secolo: questi sono per l'ultima volta attestati dalle Epistole di Papa Onorio I (625-638).
A Roma la carica di praefectus urbi è attestata fino alla fine del VI secolo.
[modifica] Note
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 63.
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 62.
- ^ I Romani chiesero all'Imperatore di rimuovere Narsete dal governo dell'Italia in quanto si stava meglio sotto i Goti che sotto il suo governo, minacciando di consegnare l'Italia e Roma ai barbari. V. P. Diacono, Historia Langobardorum, II, 5 e Ravegnani, op. cit., p. 69.
- ^ P. Diacono, II, 5.
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 70.
- ^ Paolo Diacono, II, 5.
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 71.
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 77.
- ^ Le duché byzantin de Rome. Origine, durée et extension géographique, pp. 49-50..
- ^ a b Ravegnani, op. cit., p. 81.
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 83.
- ^ Paolo Diacono, III, 17.
- ^ Paolo Diacono, III, 22.
- ^ Paolo Diacono, III, 19.
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 88.
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 90.
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 94.
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 97.
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 98.
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 99.
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 101.
- ^ Ravegnani, op. cit., pp. 101-102.
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 102.
- ^ Ravegnani, op. cit., pp. 103-104.
- ^ a b Ravegnani, op. cit., p. 104.
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 103.
- ^ a b c Ravegnani, op. cit., p. 105.
- ^ a b Ravegnani, op. cit., p. 106.
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 108.
- ^ Ravegnani, op. cit., pp. 108-109.
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 109.
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 149.
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 112.
- ^ Paolo Diacono, V, 7.
- ^ Paolo Diacono, V, 10.
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 116.
- ^ Teofane, Cronaca, AD 668.
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 115.
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 117.
- ^ a b Ravegnani, op. cit., p. 118.
- ^ a b Ravegnani, op. cit., p. 120.
- ^ a b c Ravegnani, op. cit., p. 121.
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 127.
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 129.
- ^ a b Ravegnani, op. cit., p. 130.
- ^ a b c Ravegnani, op. cit., p. 132.
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 133.
- ^ a b Ravegnani, op. cit., p. 134.
- ^ a b c Ravegnani, op. cit., p. 135.
- ^ Ravegnani, op. cit., pp. 139-155.
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 138.
- ^ Jörg Jarnut, Storia dei Longobardi, pp. 123-127.
- ^ Ravegnani, op. cit., p. 82.
- ^ a b Ravegnani, op. cit., pp. 81-82.
- ^ a b Ravegnani, op. cit., pp. 82-83.
- ^ Ravegnani, op. cit., pp. 83-84.
- ^ Cfr. Diehl, Exarchat, p. 162.
- ^ Cfr. Diehl, Exarchat, pp. 161-162.
- ^ a b Borri, op. cit., p. 8.
- ^ Borri, op. cit., p. 9.
[modifica] Bibliografia
- Giorgio Ravegnani, I bizantini in Italia, Il Mulino, Bologna, 2004.
- André Guillou, Filippo Bulgarella, L'Italia Bizantina. Dall'esarcato di Ravenna al tema di Sicilia, UTET Libreria, Torino, 1988, ISBN 88-7750-126-X
- Borri, Duces e magistri militum nell'Italia esarcale (VI-VIII secolo)
[modifica] Voci correlate
[modifica] Collegamenti esterni
- Storia dell'Esarcato d'Italia
- Atti del convegno Società, diritto e istituzioni nei papiri ravennati (V-VIII secolo), 14-15 maggio 2010.