Economia d'Italia

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Il PIL italiano del quarto trimestre 2010 suddiviso tra le principali attività economiche. Dati Istat.

A partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, l'Italia ha conosciuto profondi cambiamenti economici, che da Paese ancora per molti versi arretrato, con un reddito pro-capite pari solo al 36% di quello statunitense[1] ed il 42,2% della popolazione impiegata nell'agricoltura ancora nel 1951[2], l'hanno portata a diventare una delle maggiori potenze industriali.

Il progressivo ridimensionamento del settore primario (agricoltura, allevamento e pesca) a vantaggio di quello industriale e terziario (in particolare, nel periodo del boom economico) si è accompagnato a massicce migrazioni interne, dal Meridione del Paese verso le aree industriali del centro-nord, ed oggi anche dall'estero. La fase di industrializzazione è arrivata a compimento negli anni ottanta, quando è cominciata la terziarizzazione dell'economia italiana, con lo sviluppo dei servizi bancari, assicurativi, commerciali, finanziari e della comunicazione.

Indice

[modifica] Struttura economica

L'economia italiana è una delle maggiori al mondo per volume, settima per prodotto interno lordo nominale e decima a parità di potere d'acquisto[3]. L'Italia è classificata come Paese industrializzato, sebbene presenti caratteristiche sue proprie che la rendono diversa dalla media degli altri Paesi del G8, dell'Unione Europea e dell'OCSE. È inoltre un Paese fortemente orientato al commercio estero, essendo sesta al mondo per valore delle esportazioni e settima per valore delle importazioni[4][5].

L'industria italiana è dominata da piccole e medie imprese (PMI), per lo più di tipo manifatturiero, mentre le grandi imprese sono molto poche. Si tratta del cosiddetto dualismo industriale. Di recente, le PMI sono state messe sotto pressione dalla crescente concorrenza proveniente dai Paesi emergenti, soprattutto quelli dell'Asia orientale (Cina, Vietnam, Thailandia), che proprio sul settore manifatturiero hanno puntato per il loro sviluppo, grazie al basso costo del lavoro. Le imprese italiane hanno reagito in parte esternalizzando la produzione o delocalizzandola in Paesi in via di sviluppo, in parte puntando su produzione di qualità.

Inoltre il sistema economico italiano soffre di alcuni problemi che ne limitano la competitività e lo sviluppo. Tra questi l'elevata pressione fiscale, l'enorme debito pubblico, la corruzione politica e la diffusa criminalità organizzata (che colpisce principalmente le regioni del sud). A partire dalla fine degli anni '90 l'Italia ha cominciato ad introdurre norme per deregolare il mercato del lavoro, rendendolo particolarmente flessibile[6][7].

[modifica] Settore primario: agricoltura, allevamento, pesca, estrazione

La parte settentrionale d'Italia produce principalmente grano, riso, mais, barbabietola da zucchero, soia, carne, latticini, mentre il sud è specializzato nella produzione di frutta, vegetali, olio d'oliva, vino, e frumento duro[senza fonte].

Anche se con la prevalenza di terreno montuoso non adatto per l'agricoltura, l'Italia ha una grande forza lavoro (1,4 milioni) impiegata nell'agricoltura. La maggior parte delle aziende agricole sono piccole, con in media 7 ettari per azienda.

L'Italia ha scarse risorse minerarie, ed è anche un forte importatore di energia. Non ci sono importanti giacimenti di ferro, carbone e petrolio. L'estrazione di gas naturale, soprattutto nella valle del Po e al largo del mar Adriatico, è recentemente aumentata e costituisce la principale risorsa estrattiva del Paese.

[modifica] Settore secondario: industria, edilizia, artigianato

La forza dell'industria italiana consiste nella lavorazione e produzione di manufatti, principalmente in aziende medio-piccole di proprietà familiare. Le industrie meccaniche (auto, moto, macchine utensili, elettrodomestici), della difesa (elicotteri, sistemi di difesa, armi leggere, blindati), chimiche (petrolio, gomma, farmaceutica), elettroniche, della moda, del tessile, del cuoio, del mobile, delle costruzioni navali, metallurgiche ed agroalimentari sono quelle più rilevanti per l'economia italiana. Le maggiori produzioni industriali sono situate nelle regioni Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna.

Il Nord, e in particolare il Nord-Ovest, hanno tradizionalmente costituito il nucleo dell'industria italiana. I benefici chiave includono: la facilità degli scambi commerciali con il resto d'Europa, la produzione di energia idroelettrica grazie alla presenza delle Alpi, ed ampio terreno pianeggiante. Per esempio una delle più grandi industrie italiane, la FIAT, si trova a Torino. A partire dall'ultimo decennio del 1900 sono sorte attività industriali che hanno visto protagoniste prevalentemente imprese di media e piccola dimensione costituite in distretti industriali nel Nord-Est del Paese; tale modello industriale ha visto una consistente diffusione lungo la dorsale adriatica, al punto da costituire una delle caratteristiche peculiari dell'economia italiana.

L'industria pesa poco più del 32%; ma se da questa si escludono le attività legate alle costruzioni, la percentuale scende a circa il 28%. Attualmente l'industria italiana è fortemente orientata al settore motoristico (auto, moto, ricambi e accessori), cantieristico navale (con imprese come Fincantieri (uno dei leader mondiali nella sua categoria), Isotta Fraschini Motori, C.R.D.A.), chimico, della gomma (Pirelli), metallurgico (Riva, TenarisDalmine, Acciaierie di Terni), farmaceutico (Menarini, Artsana, Farmitalia), energetico (Enel, Terna, Sorgenia), della difesa (Finmeccanica, AgustaWestland, MBDA, OTO Melara, Fabbrica d'Armi Pietro Beretta) e agroalimentare. Importante è anche l'industria petrolchimica, dominata dall'ENI.

L'Italia è uno dei paesi leader nella produzione e nel design di automobili e ciclomotori con imprese automobilistiche come il Gruppo Fiat, che include Alfa Romeo, Lancia, Fiat, Ferrari, Maserati ed Iveco, quest'ultimo uno dei leader mondiali nella produzione di camion e tir. Il gruppo Fiat controlla anche le aziende CNH Global, Zastava, Tofaş, Sevel e Abarth. Da non dimenticare gruppi come Lamborghini (controllata dalla Volkswagen) e Pagani. L'industria italiana produce anche motociclette e scooter, grazie ad aziende come Piaggio, Aprilia, Ducati, Italjet, Cagiva, Garelli. Non meno rilevante è il settore degli elettrodomestici, con grandi gruppi di livello internazionale come Candy ed Indesit Company, ed altre piccole e medie imprese del settore (Argoclima, Bompani, Glem Gas, Polti, Smeg). Il Paese è leader mondiale nella produzione di macchine utensili ed industriali, realizzata in gran parte da piccole e medie aziende.

L'industria elettronica è rappresentata da STMicroelectronics (italofrancese, produce semiconduttori) e da alcune piccole aziende produttrici di computer (Olidata, Olivetti) e di elettronica di consumo (Hantarex, Mivar, Sèleco, Videocolor, Brondi).

L'Italia è rinomata in tutto il mondo per i suoi prodotti di lusso nel campo della moda. I marchi più famosi sono Gucci, Prada, D&G, Armani, Versace per l'abbigliamento; Ferragammo, Paciotti, Tod's per le calzature; Luxottica, Safilo per gli occhiali, ma la produzione è ricca anche nei campi della gioielleria e degli accessori di moda.

In ogni caso l'Italia soffre la concorrenza delle industrie delle economie emergenti che, grazie al basso costo della manodopera, riescono ad essere molto competitive. Infatti, nonostante le grandi punte di eccellenza dell'economia italiana, questa è costituita in gran parte da una produzione che non richiede grande capitale umano né ha una grande spesa in ricerca e sviluppo, e quindi soffre più di altre la concorrenza del basso costo asiatico. Imprese che al contrario sarebbero quasi immuni a tale concorrenza sono le imprese Hi-tech e informatiche, non molto presenti in Italia. Bisogna dire inoltre che l'alto livello di tassazione e il frazionamento dell'attività produttive in imprese medio-piccole, che fanno fatica a fare ricerca, oltre a vari problemi come la penuria di infrastrutture e la macchinosa burocrazia, non aiutano le aziende a competere.

[modifica] Settore terziario: servizi, finanza, turismo

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Turismo in Italia.
Facciata della sede della Borsa di Milano

In Italia i servizi rappresentano il settore più importante dell'economia, sia per numero di occupati (il 67% del totale) che per valore aggiunto (il 71%).[8] Il settore è, inoltre, di gran lunga il più dinamico: oltre il 51% degli oltre 5.000.000 di imprese operanti oggi in Italia appartiene al settore dei servizi, e il 45,8% all’area Confcommercio; ed in questo settore nascono oltre il 67% delle nuove imprese.

Importantissime attività in Italia sono il turismo, il commercio, i servizi alle persone e alle imprese (terziario avanzato). Quest'ultima attività è maggiormente sviluppata nelle grandi città e nelle regioni economicamente più avanzate. I principali dati settoriali nel 2006: per il commercio vi sono 1.600.000 imprese, pari al 26% del tessuto imprenditoriale italiano, e oltre 3.500.000 unità di lavoro. Trasporti, comunicazioni, turismo e consumi fuori casa, oltre 582.000 imprese, pari al 9,5% del tessuto imprenditoriale, quasi 3.500.000 di unità di lavoro. Servizi alle imprese: 630.000 imprese registrate, pari al 10,3% del tessuto imprenditoriale, oltre 2.800.000 unità di lavoro.[9]

Il settore bancario ha conosciuto, nel primo decennio del 2000, una diminuzione del numero degli occupati, soprattutto per la diffusione delle nuove tecnologie informatiche. Il settore finanziario conserva, comunque, un ruolo centrale nel capitalismo italiano in quanto, spesso, i gruppi bancari sono proprietari di importanti industrie, società di assicurazioni, beni immobili e gruppi editoriali. Il settore finanziario è da alcuni anni protagonista di una forte tendenza alla concentrazione tra le banche e le assicurazioni.[10]

[modifica] La bilancia dei pagamenti

Saldo del conto delle partite correnti italiano in percentuale sul PIL (1980-2010, con previsioni fino al 2016) - DATI FMI

Come si può osservare nel grafico, l’Italia, dopo aver goduto di surplus del conto corrente per gran parte degli anni novanta, a partire dal 2000 ha registrato disavanzi, con un andamento irregolare, ma tendente al peggioramento. In particolare, nel 2010, il deficit del conto corrente ha raggiunto il 3,29% del PIL, il peggior dato dall'inizio delle serie storiche, nel 1980[11].

Scomponendo il disavanzo delle partite correnti italiano nelle sue quattro sezioni si nota che:

  • Il saldo delle merci (differenza tra esportazioni ed importazioni di merci), intorno al pareggio nei primi anni ’90, ha fatto registrare ampi surplus tra il 3 ed il 4% del PIL negli anni 1993-1998, per poi iniziare una netta discesa che lo ha portato ad azzerarsi nel 2005 (-0,04%) e, infine, ad oscillare intorno alla parità fino al 2010, quando è diventato decisamente negativo (-1,19%).
  • Il saldo dei servizi (differenza tra esportazioni ed importazioni di servizi, includendo anche i trasporti e i proventi derivanti dal turismo), leggermente positivo per tutti gli anni ’90, ha oscillato intorno alla parità tra il 2000 ed il 2006, per poi iniziare un deterioramento fino a toccare -0,58% nel 2010.
  • Il saldo dei trasferimenti unilaterali (comprendente principalmente le rimesse degli immigrati, gli aiuti umanitari e i trasferimenti dello Stato alle istituzioni internazionali ma anche, in positivo, i fondi dell'Unione europea destinati all'Italia) è rimasto sostanzialmente invariato nel tempo, tra -0,5% e -1%. Si può però osservare un aumento nel tempo dell’incidenza delle rimesse degli immigrati stranieri verso i Paesi d’origine e dei trasferimenti verso le istituzioni europee.
  • Il saldo dei redditi (la differenza tra i redditi da lavoro e da capitale ricevuti dall'estero quelli pagati all'estero) è, tra tutte le componenti, la più negativa. Esso, dopo essere sceso fino al -1,74% nel 1992, è risalito nel corso del decennio fino a toccare -0,94 nel 1997, mantenendosi poi nei dieci anni successivi intorno al punto percentuale di deficit. Tuttavia, nel 2007 e nel 2008 il conto dei redditi è peggiorato rapidamente raggiungendo (-1,27% e -1,23% rispettivamente), peggioramento rapidamente rientrato nel biennio successivo. Nel 2010 il conto dei redditi è risultato negativo solo per lo 0,51%.

Dunque, se da un lato si può affermare che l’esaurirsi dei surplus correnti degli anni 1993-1999 è dovuto alla decisa riduzione del saldo della bilancia commerciale, riduzione arrestatasi, intorno all’equilibrio, solo a partire dal 2007, dall’altro lato si può notare come il conto dei redditi sia responsabile di oltre la metà del deficit delle partite correnti a partire dal 2005. Per questo aspetto, l’Italia si differenzia notevolmente da Francia e Gran Bretagna, che presentano un disavanzo corrente di simili dimensioni ma strutturato in maniera diversa, con una bilancia dei servizi ed un conto dei redditi attivi a compensare parte del deficit della bilancia commerciale.

[modifica] La posizione netta sull'estero

Per quanto riguarda la posizione netta sull’estero del Paese, ovvero la differenza tra le attività finanziare detenute dagli italiani all'estero e quelle detenute dagli stranieri in Italia, nel 2010 essa si è attestata al -24,3%, in netto peggioramento rispetto al -9,85% del 1997, ma in leggero miglioramento rispetto al -25,3% del 2009[12]. Osservando tale dato maggiormente in dettaglio, si può osservare che gran parte di questo bilancio negativo è attribuibile all’amministrazione pubblica (sostanzialmente i titoli di Stato posseduti da investitori esteri) e alle Istituzioni Finanziarie Monetarie (con l’esclusione della Banca centrale). In particolare, la posizione debitoria netta con l’estero dell’amministrazione pubblica è del 42,94%. Tale dato è coerente con il fatto che oltre il 40% del debito pubblico italiano è detenuto da operatori esteri.

[modifica] Commercio estero

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Made in Italy.

L'Italia ha un'economia fortemente orientata al commercio estero. Nel 2008, infatti, risulta il sesto Paese esportatore ed il settimo importatore nel mondo; detiene il 7,9% dei flussi di esportazioni intra-Ue e l’11,6% delle esportazioni di paesi Ue verso il resto del mondo[13]. Nello stesso anno, secondo dati del Fondo Monetario Internazionale, il saldo del conto delle partite correnti, è risultato negativo per 78,812 miliardi di dollari americani, pari al 3,41% del PIL[14]. Nel 2007 le esportazioni contribuivano al 29,24% del Prodotto interno lordo, valori leggermente più alti di Francia e Regno Unito (intorno al 26%), ma considerevolmente più basso del 47,21% della Germania. Le importazioni, invece, valgono il 29,48% del PIL, valore molto simile a quelli britannici e francesi, ma notevolmente più basso di quello tedesco (40,01%)[15].

Tra il 2005 ed il 2008 le esportazioni italiane sono aumentate del 16,6% in valore medio unitario e del 5,5% in volume. Le importazioni, invece, pur essendo aumentante soltanto dello 0,5% in volume sono cresciute del 22,9% in valore medio unitario, in gran parte a causa dell'aumento dei prezzi delle materie prime. Nel 2009, anno di crisi, mentre il valore medio unitario dell'import-export è rimasto quasi stabile, in leggera flessione, si è avuto un forte crollo dei volumi commerciali scambiati con l'estero, in particolare per quanto riguarda le esportazioni[16].

[modifica] Esportazioni

Le esportazioni si rivolgono principalmente ai Paesi dell'Unione europea, tra cui Germania (12,8%), Francia (11,2%), Spagna (6,6%) e Regno Unito (5,3%). La quota di esportazioni verso gli Stati Uniti è del 6,3%. Le principali esportazioni italiane riguardano macchinari ed apparecchi (19,425% delle esportazioni italiane nel 2009), prodotti tessili, abbigliamento, pelli e accessori (11,66%), metalli di base e prodotti in metallo (11,36%), mezzi di trasporto (10,42%) e prodotti alimentari, bevande e tabacco (7,05%)[16].

Molti sono i prodotti italiani famosi nel mondo, formando quello che viene comunemente indicato come Made in Italy. Nel settore alimentare, il Paese eccelle per i vini, la pizza, i formaggi ed i salumi. Molti di questi prodotti di qualità in cui l'Italia si è specializzata sono spesso classificati come DOC. Questo certificato DOC, che viene attribuito dall'Unione europea, assicura che il luogo di tutto il processo produttivo sia riconosciuto. Questa certificazione è considerata importante da parte dei produttori e dei consumatori, al fine di evitare confusione con prodotti di bassa qualità prodotti in serie, ad esempio la Cambozola, in Germania l'imitazione della Gorgonzola.

L'Italia è conosciuta anche per le sue case di moda; Versace, Valentino, Fendi, Gucci, Prada, Cavalli, Sergio Rossi, Dolce & Gabbana, Benetton, Armani e altri.

Ferrari, Maserati Lamborghini, ma anche Alfa Romeo sono tutti nomi associati con il massimo della tecnologia nella produzione di auto. Il principale produttore italiano di automobili, la FIAT, ha una buona reputazione in Italia e all'estero[senza fonte]. Nel campo degli armamenti l'Italia è l'ottavo paese per export di sistemi di difesa e armi e secondo per armi leggere) con multinazionali come finmeccanica, AgustaWestland (uno dei leader mondiali nella produzione di elicotteri), OTO Melara, Fabbrica d'Armi Pietro Beretta. Anche nel campo della cantieristica navale l'Italia ha il suo peso, con Imprese come Fincantieri (uno dei leader mondiali nella sua categoria), Isotta Fraschini Motori, C.R.D.A., ecc. L'export Italiano però opera anche in altri settori come la produzione di componentistica per auto e casa,uno dei leader mondiali nella produzione e esportazione di ciclomotori con imprese come Piaggio, Aprilia, Ducati, italjet, Cagiva, Garelli, ecc. L'Italia è anche uno dei maggiori produttori nel campo della siderurgia, nel Tarantino ad esempio è presente il più grande impianto siderurgico d'Europa. Attualmente l'impresa Riva è la 14a impresa a livello mondiale nella produzione di acciaio. L'export italiano copre anche settori come elettrodomestici per la casa con marche come Rex, Smeg, Indesit, Ariete e San Giorgio o nel campo dell'elettronica con imprese come ST Microelectronics.

[modifica] Importazioni

Le importazioni riguardano in particolare i mezzi di trasporto (12,24%), sostanze e prodotti chimici (8,98%), metalli di base e prodotti in metallo (8,65%), il petrolio greggio (8,50%), e computer, apparecchi elettronici e ottici (7,89%). Vi sono anche consistenti importazioni nel settore tessile (7,65%) ed alimentare (7,88%)[16]. Il 16% delle importazioni proviene dalla Germania, seguita dalla Francia (8,6%), dalla Cina (6,2%), dai Paesi Bassi (5,3%), dalla Libia (4,6%) e dalla Russia (4,3%), queste ultime due a causa delle importazioni di gas e petrolio, di cui l'Italia è quasi del tutto priva.

[modifica] Finanza pubblica

In Italia, lo Stato ha un ruolo rilevante nell'economia, con un bilancio di quasi la metà del Prodotto interno lordo. Infatti, nel quadriennio 2006-2009 le entrate totali dello Stato sono state pari a circa 47% del PIL, in gran parte grazie alle entrate fiscali (la pressione fiscale media è stata il 43% del PIL). Le uscite, d'altra parte, sono state maggiori, pari, in media, al 50% del PIL, generando così un continuo deficit pubblico[17].

Secondo l'ISTAT, nel 2011 il debito pubblico italiano era pari ad oltre 1.897 miliardi, corrispondenti all 120,1% del PIL, valore più alto dal 1995 ed in crescita per il quarto anno consecutivo[18], ponendo l'Italia all'ottavo posto al mondo nella classifica dell'indebitamento in rapporto al PIL e al quarto posto per valore del debito in termini assoluti, dietro a Stati Uniti, Giappone e Germania[19]. Nello stesso periodo la spesa per interessi, anch'essa in aumento, superava i 78 miliardi, ovvero il 4,9% del Prodotto interno lordo, più o meno in linea con gli anni precedenti[18].

Anche il deficit pubblico, che nel 2007-2008 si era mantenuto su valori inferiori al 3% fissato dal patto di stabilità europeo, è tornato a crescere in corrispondenza della crisi economica. Il deficit, infatti, è salito gradualmente dall'1,6% del 2007 al 2,7% del 2008, fino al 5,4% del 2009, pur rimanendo a partire dal 2008 tra i più contenuti nei Paesi occidentali[20]. Nei due anni successivi, il deficit si è in parte ridotto, attestandosi al 3,9% del 2011[18].

[modifica] Origine ed evoluzione del debito pubblico

Andamento del debito pubblico italiano in rapporto al PIL dopo il 1960. È evidenziato il limite del 60% fissato dal patto di stabilità. Dati: FMI.

Le origini dell'alto ammontare del debito dello Stato italiano vanno ricercate nella politica economica seguita tra la fine degli anni sessanta ed i primi anni ottanta, periodo che coincise prima con il rallentamento della crescita economica al termine del boom economico e poi con i periodi di recessione legati alle crisi petrolifere degli anni settanta.

Infatti, se nel 1963 il debito pubblico italiano tocca il livello minimo dal dopoguerra (32,6% del PIL), da quel momento comincia a crescere ininterrottamente fino ai primi anni novanta. Da un lato, si assiste ad un continuo aumento della spesa pubblica, che passa dal 29% del PIL del 1960 al 53,5% del 1990[21]. Tale maggiore spesa segue alla graduale istituzione, negli anni '60, di un esteso e costoso (la spesa in prestazioni sociali in rapporto al Prodotto interno lordo raddoppia in trent'anni[21]) sistema di welfare state per venire incontro alle richieste dei lavoratori[22], ed alla messa in atto di ricette keynesiane di espansione della spesa pubblica per sostenere la produzione e dunque la crescita. Dall'altro lato, però, non si assiste ad un altrettanto rapido aumento della pressione fiscale che, dal 25,7% del 1960[21], ancora nel 1985 è pari al 34,6% del PIL, contro il 41% della media europea e il 45% della Francia[23].

Conseguenza di questa asimmetria tra entrate ed uscite nel bilancio dello Stato è un elevato deficit pubblico, che passa da una media inferiore al 2% negli anni '60 ad una media rispettivamente del 5% e del 9% nella prima e nella seconda metà del decennio successivo, per mantenersi intorno al 10-11% negli anni '80[21].

Tuttavia, durante tutti gli anni settanta il peso del debito fu mitigato dalla forte inflazione, mentre la Banca d'Italia emetteva moneta per acquistare i titoli di stato non collocati sul mercato, alimentando ulteriore inflazione. Infatti, nel 1980, l'incidenza del debito pubblico sul PIL era solo del 56,9%, sebbene tale valore fosse già notevolmente maggiore di quello delle principali economie europee[24].

La situazione cambiò nel decennio successivo. Nel 1981, con il cosiddetto divorzio tra Ministero del Tesoro e Banca d'Italia, quest'ultima non fu più obbligata a pagare il debito attraverso l'emissione di moneta. Da questo momento in poi, senza né inflazione né emissione di moneta da parte della banca centrale, il debito crebbe senza controllo, poiché né si diminuì la spesa pubblica, né ci fu un aumento delle tasse. Il culmine fu raggiunto nella prima metà degli anni novanta. Nel 1994, infatti, fu raggiunto il record di un indebitamento pubblico al 121,8% del PIL, mentre quelli di Francia, Germania e Regno Unito si attestavano rispettivamente al 49,4%, 47,7% e 43%[24]. A questo punto la riduzione del debito non era più prorogabile, soprattutto se l'Italia voleva entrare nella nascente Unione Monetaria Europea. Infatti secondo il Trattato di Maastricht, il rapporto deficit/PIL doveva essere sotto il 3%, e il rapporto debito/PIL sotto il 60%; e nel caso questi parametri non fossero rispettati, bisognava dimostrarsi in grado di avvicinarcisi il più velocemente possibile. Fu così che a partire dal 1992 la politica economica del Paese si concentrò principalmente sulla riduzione del disavanzo del bilancio delle amministrazioni pubbliche e sulla conseguente riduzione del debito nazionale.

I governi italiani che si succedettero negli anni novanta si orientarono così su tagli alla spesa e sull'adozione di nuove misure per aumentare le entrate. Dal 1991 al 2008 l'Italia godette di un avanzo primario di bilancio, al netto dei pagamenti di interessi. Il disavanzo complessivo della pubblica amministrazione, comprendente gli interessi, scese allo 0,6% del PIL nel 2000, da valori in media di oltre il 10% a cavallo tra gli anni ottanta e novanta.[25]. L'Italia venne così ammessa all'Unione economica e monetaria dell'Unione europea (UEM) nel maggio 1998.

Parallelamente, il debito pubblico, dai massimi del 1994 (121,8%) scese costantemente fino al 103,8% del PIL nel 2004, ma da allora ha iniziato lentamente a risalire, con un'accelerazione nel 2009 (quest'ultimo aumento in parte a causa della maggiore spesa pubblica effettuata dal Governo per contenere la crisi, ma anche per la diminuzione del PIL). Il rapporto debito/PIL è salito ancora nel 2010 e nel 2011, ma ad un ritmo molto più lento che nel 2009.

[modifica] La struttura del debito pubblico

L'enorme debito pubblico italiano, pari a 1.843.015 milioni di euro nel 2010, è composto per oltre tre quarti da passività a medio lungo termine (1.418.737 milioni), quasi completamente a tasso fisso. La vita residua media del debito pubblico italiano è di 7,8 anni. Inoltre, il 46,15% del debito pubblico è detenuto dalla Banca d'Italia o da istituzioni finanziarie italiane. Il 9,58% è posseduto da altri residenti, mentre il restante 44,27% è allocato all'estero[26].

[modifica] Inflazione

Tasso annuo di inflazione in Italia dal 1970. E' evidenziato il limite del 2% definito dalla BCE Dati: FMI

Durante gli anni settanta, l'inflazione salì a livelli molto elevati in quasi tutti i Paesi industrializzati, compresa l'Italia, dove raggiunse cifre più alte che altrove, superando in alcuni anni il 20%. Ancora nel 1981 il tasso d'inflazione era del 21,8%. Nel corso della prima metà del decennio i Governi si impegnarono per ricondurre il tasso d'inflazione entro valori accettabili attuando politiche restrittive. Nel 1987, infatti, l'inflazione fu del 4,7%. Un'ulteriore stretta fu data nella seconda metà degli anni novanta, con l'obiettivo di rispettare i vincoli stabiliti dal trattato di Maastricht. Da allora, l'Italia ha mantenuto un tasso intorno al 2%, perfettamente in linea con i parametri di Maastricht e con i grandi Paesi europei. A tal proposito, è necessario ricordare che dal 1999 l'Italia non svolge più una politica monetaria autonoma, in quanto questa è di competenza della Banca centrale europea, la quale ha per statuto il mantenimento di un tasso di inflazione inferiore al 2% annuo.

Nel 2008 i grandi aumenti dei prezzi delle materie prime, dei prodotti alimentari e dell'energia hanno fatto salire l'inflazione in tutto il mondo ed in Italia essa è arrivata al 3,3%, per poi crollare drasticamente allo 0,8% l'anno successivo a causa della crisi mondiale[27]. Dal 2010 l'inflazione è tornata a salire raggiungendo il 2,8% nel 2011, contro l'1,5% dell'anno precedente.[28].

[modifica] Occupazione

L'Italia e la sua economia possono contare su una forza lavoro di oltre 25 milioni di persone, la ventunesima al mondo. Secondo dati del 2010, il 3,9% della forza lavoro è occupata nell'agricoltura, il 28,5% nell'industria ed il 67,6% nei servizi[29]. Rispetto al 1995 (valori pari a 6%, 30,9% e 63,1% rispettivamente) si registra una diminuzione della quota di occupati nei settori primario e secondario a favore del settore terziario, tendenza questa comune a tutti i Paesi industrializzati. Inoltre, il 23,4% degli occupati risulta lavoratore autonomo, contro appena il 15,5% della media europea[30].

Evoluzione del tasso di disoccupazione in Italia tra il 1960 ed il 2010. Fonte: AMECO database

Il tasso di occupazione si attesta nel 2010 al 56,9%, ai minimi dal 2002, quando era pari al 56,7%[29]. La crisi cominciata nel 2009 ha infatti interrotto un lungo trend di crescita del tasso di occupazione passato dal 51% del 1995 al 58,7% del 2008. Il dato italiano rimane comunque molto inferiore alla media europea, che è del 64,1%, e superiore solo a quello di Ungheria e Malta[31]. Analogamente, l'occupazione femminile è passata dal 35,4% del 1995 al 46,4% del 2009, ma comunque al di sotto del valore UE (58,6%)[32].

La disoccupazione, che in passato aveva raggiunto anche valori elevati, è scesa costantemente fino a toccare il minimo del 6,1% nel 2007. A partire dal 2008 la disoccupazione ha ricominciato a salire per effetto della crisi economica, giungendo all'8,4% nel 2010[29], ai massimi dal 2003. Il valore medio italiano è comunque inferiore alla media dell'Unione Europea del periodo corrispondente (9,7%) e a quella francese (9,8%) o spagnola (20,1%), ma superiore a quella tedesca (7,1%) e inglese (7,8%)[33]. Tuttavia, il tasso di disoccupazione, se scomposto a livello regionale, segnala valori relativamente bassi al Nord, mentre aumenta notevolmente nel Mezzogiorno, dove in tutte le regioni tranne (Abruzzo e Molise) supera il 10% ed in molti casi supera il 14%[34].

[modifica] Le associazioni di categoria

I lavoratori possono affidare la rappresentanza delle loro posizioni ai sindacati, la cui esistenza e libertà d'azione è tutelata dall'articolo 39 della Costituzione italiana.

La maggior parte dei sindacati italiani sono raggruppati in tre grandi confederazioni: la Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL), la Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori (CISL) e l'Unione Italiana del Lavoro (UIL), che insieme comprendono il 35% della forza lavoro. Queste confederazioni in passato erano collegate a importanti partiti politici (rispettivamente il Partito comunista italiano, la Democrazia Cristiana ed il Partito Socialista Italiano), ma hanno formalmente chiuso tali legami. A livello europeo, CGIL, CISL e UIL fanno parte della Confederazione Europea dei Sindacati (CES o, in inglese, ETUC), mentre a livello internazionale sono affiliati alla International Trade Unions Confederation (ITUC-CSI).

Secondo dati della Confederazione Internazionale dei Sindacati (ITUC-CSI) del 2009, la CGIL conta 5.542.667 iscritti, la CISL 4.507.349 e la UIL 2.116.299, per un totale di oltre 12 milioni di iscritti[35].

Oggi, questi tre sindacati spesso coordinano le loro posizioni prima di affrontare le trattative con il Governo e le associazioni industriali, per meglio far pesare la loro posizione, secondo la dottrina dell'unità sindacale. Ciò fa sì che le tre principali confederazioni, anche in considerazione dell'alto numero di lavoratori che rappresentano, abbiano un importante ruolo consultivo a livello nazionale nelle questioni sociali ed economiche. I principali accordi che hanno firmato sono: un patto riguardante la moderazione salariale concluso nel 1993, una riforma del sistema pensionistico nel 1995 ed un patto per l'occupazione e l'introduzione di misure per la flessibilità del mercato del lavoro in zone economicamente depresse nel 1996.

Dal lato delle imprese, esse sono rappresentate dalla Confindustria, nata nel 1910 ed oggi la principale organizzazione rappresentativa delle imprese manifatturiere e di servizi in Italia, raggruppando ben 116.000 imprese. A livello internazionale, essa è affiliata all'IOE, International Organization of Employers. Le piccole e medie imprese sono rappresentate dalla Confapi, "Confederazione Italiana della Piccola e Media Industria privata" che, nata nel 1947 rappresenta oggi gli interessi di 120.000 imprese manifatturiere con 2,3 milioni di dipendenti.

[modifica] Economia sommersa

L'ISTAT ha stimato che nel 2008 il valore dell'economia sommersa si è attestato tra i 255 ed i 275 miliardi di euro, ovvero tra il 16,3 ed il 17,5% del PIL, un valore elevato ma in flessione rispetto al 19,7% del 2001. In gran parte il sommerso è costituito da sottodichiarazione del fatturato e da rigonfiamento dei costi e si concentra in particolare nei settori dell'agricoltura e dei servizi[36].

[modifica] Crimine organizzato

In Italia più che in altri Paesi dell'Unione Europea il crimine organizzato è economicamente sviluppato[37], con attività nell'usura, estorsione, narcotraffico, traffico di armi e prostituzione. Il giro d'affari di questa economia sotterranea criminale (che non fa parte dell'economia sommersa) è stato stimato pari al 7% del PIL[38][39].

[modifica] Note

  1. ^ Vera Zamagni, Dalla rivoluzione industriale all'integrazione europea: breve storia economica dell'Europa contemporanea, Il Mulino
  2. ^ Paul Ginsborg, Storia d'Italia dal dopoguerra ad oggi, Einaudi, 1989
  3. ^ IMF World Economic Outlook - April 2009
  4. ^ CIA - The World Factbook - Country Comparison :: Imports
  5. ^ CIA - The World Factbook - Country Comparison :: Exports
  6. ^ Repubblica, 05 gennaio 2012 - http://www.repubblica.it/economia/2012/01/05/news/licenziamenti_possibili-27610617/
  7. ^ Ocse (strictness of employment protection) - http://stats.oecd.org/Index.aspx?DataSetCode=EPL_OV
  8. ^ I numeri dei Terziario - Confocomemrcio - Anno 2008. URL consultato il 16-2-2010.
  9. ^ Il vero “motore” dell’economia è il settore terziario. URL consultato il 10-2-2010.
  10. ^ «Intesa Sanpaolo: i numeri della prima banca italiana». Il Sole 24 Ore. URL consultato in data 10-2-2010.
  11. ^ Eurostat
  12. ^ Banca d'Italia - Bilancia dei pagamenti e posizione patrimoniale sull'estero
  13. ^ ISTAT: Noi Italia - Macroeconomia
  14. ^ Report for Selected Countries and Subjects
  15. ^ IMF Data Mapper
  16. ^ a b c Istat, Commercio estero - Febbraio 2010
  17. ^ Istat -Conti economici nazionali del 2009
  18. ^ a b c ISTAT - PIL e indebitamento AP per il 2011
  19. ^ CIA - The World Factbook - Country Comparison :: Public debt
  20. ^ IMF World Economic Outlook - April 2010
  21. ^ a b c d Università Cattolica del Sacro Cuore, La spesa pubblica in Italia: articolazioni, dinamica e un confronto con gli altri Paesi
  22. ^ Privilegia Ne Irroganto
  23. ^ Istat - Conti ed aggregati economici della Amministrazioni pubbliche, anni 1980-2009
  24. ^ a b IMF World Economic Outlook - October 2009
  25. ^ IMF World Economic Outlook - April 2010
  26. ^ Banca d'Italia, Finanza pubblica, fabbisogno e debito - Maggio 2011
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  28. ^ ISTAT - Prezzi al consumo
  29. ^ a b c Istat.it - Lavoro
  30. ^ Eurostat
  31. ^ Eurostat
  32. ^ Eurostat
  33. ^ Eurostat
  34. ^ Eurostat - Data Explorer
  35. ^ International Trade Unions Confederation - List of affiliates
  36. ^ Corriere della Sera, In Italia sommerso tra 255 e i 275 miliardi, 13 luglio 2010
  37. ^ European Union - Seized mafia assets put to good use
  38. ^ New York Times - Mafia crime is 7% of GDP in Italy, group reports
  39. ^ Confesercenti - Le mani della criminalità sulle imprese

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