Eccidio di Porzûs
| Eccidio di Porzûs | |
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I partigiani della Osoppo a Topli Uork (inverno 1944-1945) |
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| Luogo | Gruppo di malghe in località Topli Uork, in seguito dette "malghe di Porzûs", Faedis, provincia di Udine |
| Obiettivo | Partigiani della Brigata Osoppo |
| Data | 7-18 febbraio 1945 |
| Tipo | Esecuzione |
| Morti | 17 o 18 |
| Responsabili | Partigiani comunisti guidati da Mario Toffanin "Giacca" |
| Motivazione | Secondo la Corte d'Assise di Lucca, strage senza giustificazione se non odio politico |
| Questa voce è parte della serie Storia del Friuli |
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Voci principali
Storia delle città
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L'eccidio di Porzûs consistette nell'uccisione, fra il 7 e il 18 febbraio 1945, di sedici o diciassette partigiani (più una loro ex prigioniera) della Brigata Osoppo, formazione di orientamento cattolico e laico-socialista, da parte di un gruppo di partigiani - in prevalenza gappisti - appartenenti al Partito Comunista Italiano. È uno degli episodi più tragici e controversi della storia della Resistenza italiana, che ha causato varie ondate di polemiche in ordine ai mandanti dell'eccidio e alle sue motivazioni.
[modifica] Contesto storico
| Pier Paolo Pasolini "Vittoria" (...) |
Nella storia della guerra di liberazione, la situazione nelle estreme propaggini nord-orientali dell'allora territorio italiano presenta delle caratteristiche del tutto peculiari. Abitata in parte da popolazioni slovene - ampiamente maggioritarie in varie zone - comprende al proprio interno anche una regione denominata Slavia veneta (in sloveno Benečija) appartenuta per secoli alla Repubblica di Venezia e incorporata al Regno d'Italia fin dal 1866. In questo contesto geografico operarono contemporaneamente tre tipologie di formazioni partigiane: gli sloveni del IX Korpus, fortemente organizzati ed inseriti all'interno dell'Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia (EPLJ), alcune Brigate Garibaldi, fra le quali in particolare quelle inserite nella Divisione Garibaldi Natisone, di osservanza comunista, e le Brigate Osoppo, di varia ispirazione: laica, azionista, liberale, socialista e cattolica. Tutte le terre ad oriente del fiume Isonzo - e comunque ovunque vivesse una componente etnica slovena, compresa quindi la Slavia veneta - vennero reclamate dalla nascente Jugoslavia di Tito fin dalla fine del 1941[1], e dichiarate ufficialmente annesse alla Jugoslavia nel settembre del 1943[2]. Nell'ambito di tali territori, gli jugoslavi pretesero di avere il comando di tutte le operazioni militari, sottoponendo all'EPLJ qualsiasi altra formazione combattente, nel rispetto di quanto aveva stabilito a seguito di precisa richiesta di Tito il segretario del Komintern Georgi Dimitrov in una lettera del 3 agosto 1942, che aveva sancito per tutta la Venezia Giulia la sottomissione delle strutture del PCI al Partito Comunista Sloveno (PCS), e di tutte le strutture combattenti in zona al Fronte di Liberazione Sloveno[3]. L'obiettivo dei partigiani jugoslavi fu quindi quello di creare una serie di fatti compiuti per sostanziare le proprie rivendicazioni territoriali, eliminando ancora nel corso delle operazioni belliche ogni opposizione - reale o potenziale - a tale disegno. Lo sloveno Edvard Kardelj - uno dei più importanti collaboratori di Tito - in questo senso fu categorico: in una lettera a Vincenzo Bianco - prescelto personalmente da Togliatti come delegato del PCI presso il Fronte di Liberazione Sloveno - del 9 settembre 1944 scrisse che all'interno delle formazioni partigiane italiane occorreva "fare un repulisti di tutti gli elementi imperialisti e fascisti". Con riferimento alle zone di operazioni del IX Korpus, così proseguiva: "Non possiamo lasciare su questi territori nemmeno un'unità nella quale lo spirito imperialistico italiano potrebbe essere camuffato da falsi democratici"[4], ed auspicò il passaggio dell'intera regione alla nuova Jugoslavia: "Gli italiani saranno incomparabilmente più favoriti nei loro diritti e nelle condizioni di progresso di quel che sarebbero in un'Italia rappresentata da Sforza"[5]. Rispetto alla Osoppo, rilevava che fosse "sotto una forte influenza di diversi ufficiali badogliani e politicamente guidata dai seguaci del Partito d'Azione"[6].
La Divisione Garibaldi Natisone obbedì quindi all'ordine di entrare nell'EPLJ, inoltrato il 19 ottobre 1944 da Togliatti a Bianco, col quale si comandava altresì di "favorire in tutti i modi l'occupazione della regione giuliana da parte delle truppe del maresciallo Tito"[7]. Togliatti scrisse anche di proprio pugno il testo dell'ordine del giorno che i garibaldini avrebbero dovuto adottare:
| « I partigiani italiani riuniti il 7 novembre in occasione dell’anniversario della Grande Rivoluzione[8] accettano entusiasticamente di dipendere operativamente dal IX Corpus sloveno, consapevoli che ciò potrà rafforzare la lotta contro i nazifascisti, accelerare la liberazione del Paese e instaurare anche in Italia, come già in Jugoslavia, il potere del popolo[9]. » |
Pur senza mai fare esplicitamente il nome delle Brigate Osoppo, Togliatti dispose altresì che:
| « (...) i comunisti devono prendere posizione contro tutti quegli elementi italiani che si mantengono sul terreno e agiscono in nome dell'imperialismo e nazionalismo italiano e contro tutti coloro che contribuiscono in qualsiasi modo a creare discordia tra i due popoli[10] » |
Di conseguenza, dagli ultimi mesi del 1944 la divisione Garibaldi Natisone si sottomise al comando del IX Korpus: ma invece di rimanere a combattere nel territorio nazionale, a fine anno venne trasferita all'interno della Slovenia, ritornando in Italia solo alla fine di maggio del 1945. I comandi della Osoppo invece rifiutarono, affermando di voler fare riferimento sempre ed unicamente alle strutture direttive del Comitato di Liberazione Nazionale italiano. Questa situazione portò a una spaccatura all'interno delle forze partigiane italiane nella regione, che via via assunse sempre più le forme di una radicale disputa ideologico-politica.
Tale disputa aveva conosciuto uno dei suoi momenti di culmine ancora ad agosto del 1944, con la destituzione dei comandi della Osoppo operata dal CLN udinese e dal Comitato Regionale Veneto e dalla loro sostituzione col seguente organigramma: al comando l'azionista Lucio Manzin "Abba", suo vice il comunista Lino Zocchi "Ninci" - già comandante della brigata Garibaldi Friuli - commissario politico il comunista Mario Lizzero "Andrea" - già commissario politico delle brigate Garibaldi Friuli - vicecommissario l'azionista Carlo Commessatti "Spartaco". Le formazioni della Osoppo reagirono con molta decisione, destituendo a loro volta i comandanti designati e rimettendo al loro posto i precedenti: Candido Grassi "Verdi" e il sacerdote Ascanio De Luca "Aurelio"[11].
[modifica] Le pressioni slovene
Nella seconda metà del 1944 si moltiplicarono le pressioni slovene sui comandi osovani, contestualmente ad una serie di accuse - sia da parte slovena che garibaldina - di cointeressenze della Osoppo con nazisti e fascisti, con i quali sarebbero stati presi accordi in funzione antipartigiana, di inserimento nelle proprie file di ex fascisti, di protezione di spie, furti di materiale e addirittura di collaborazione nell'omicidio di partigiani garibaldini[12]. A queste accuse, il comando della Osoppo replicò con una lunga serie di relazioni scritte, nelle quali si denunciava il fortissimo contrasto che contrapponeva i propri reparti ai garibaldini e agli sloveni del IX Korpus, una serie di incidenti a scapito degli osovani e le forti pressioni che continuavano ad esser esercitate per il passaggio della Osoppo alle dipendenze dei comandi sloveni, sia da parte di questi ultimi che da parte del comando della Garibaldi Natisone, pressioni accompagnate da varie minacce[13]. Nello stesso periodo diversi esponenti comunisti triestini di sentimenti filoitaliani, che allo stesso modo avevano espresso dubbi sulla futura appartenenza della città alla Jugoslavia, vennero arrestati dai tedeschi, probabilmente in seguito a delazioni[14]. A dicembre gli sloveni fecero pressioni sulla Garibaldi Natisone - senza esito - perché agisse contro il comando osovano di Porzûs[15].
Un membro della missione inglese del SOE (Special Operations Executive) - Michael (o Nicolas) Trent - che nello stesso periodo aveva deciso di tentare una mediazione con i comandi del IX Korpus, fu ucciso in circostanze non chiare[16]. Il 1 gennaio 1945, venne organizzato un incontro nella località di Uccea (comune di Resia) fra Romano Zoffo "Livio" - già comandante della II Brigata Osoppo, in quell'epoca impegnato nell'organizzazione della VI Brigata Osoppo e in particolare del Battaglione Resia - e il commissario politico sloveno del Battaglione Rezianska, accompagnato da due ufficiali. In tale occasione, gli sloveni affermarono che:
| « la nostra presenza in Val Resia è dovuta puramente a ragioni politiche. Indubbiamente il destino di questa striscia di territorio sarà deciso da un plebiscito che sarà tenuto in presenza delle nostre forze armate, per cui il risultato può essere considerato certo. (...) Non possiamo permettere la presenza di partigiani italiani in Val Resia finché il nostro Alto Comando non ci dà il permesso. La presenza di partigiani italiani danneggerebbe la nostra propaganda. Possiamo risolvere i nostri problemi di confine con un accordo reciproco. D'altro canto, non è impossibile che un giorno ci giunga l'ordine di disarmare le formazioni Osoppo nei dintorni della Val Resia. Per evitare una crisi tra noi, le formazioni Osoppo dovrebbero seguire l'esempio dei garibaldini e venire sotto di noi. La Gran Bretagna, nella quale riponete tanta fiducia non vi aiuterà certamente in futuro. (...) La Gran Bretagna sarà il nemico del domani e il suo sistema capitalista deve sparire. Sull'esempio della Grecia, le formazioni garibaldine che hanno accettato di dipendere dagli sloveni rappresenteranno la Elas dell'Italia.[17] » |
[modifica] L'eccidio
Il 7 febbraio 1945 un gruppo di partigiani comunisti forte di circa cento unità appartenenti ai battaglioni GAP "Ardito", "Giotto", "Amor" e "Tremenda"[18] capeggiati da Mario Toffanin "Giacca", raggiunse il comando del Gruppo delle Brigate Est della Divisione partigiana Osoppo, situato presso alcune malghe in località Topli Uork (in seguito la zona divenne più nota con il toponimo di Porzûs, dal nome della vicina frazione dove viveva il proprietario delle malghe stesse), nel comune di Faedis nel Friuli orientale. L'ordine ai gappisti era pervenuto dal vicesegretario della federazione del PCI di Udine - Alfio Tambosso "Ultra" - il 28 gennaio 1945 in questi termini:
| « Cari compagni, vi trasmetto, per l'esecuzione, l'ordine pervenuto dal superiore comando generale. Preparate 140-150 uomini, completamente armati ed equipaggiati, con viveri a secco per tre quattro giorni, da porre alle dipendenze della divisione "Garibaldi Natisone" operante agli ordini del Maresciallo Tito. Vi raccomando la precisa esecuzione del presente ordine, che ha carattere di estrema importanza per il prossimo avvenire. Non appena gli uomini saranno pronti, mi avvertirete immediatamente. Provvedete ad eseguire rapidamente e cospirativamente. Gli uomini dovranno sapere solo quando saranno in viaggio. Quando verrò da voi, e cioè fra qualche giorno, spiegherò meglio ogni cosa. Ricordate che ne va del buon nome dei GAP e che essa è della massima importanza. L'armata rossa gloriosa avanza e i tempi stringono[19]. » |
Successivamente alcuni gappisti testimonieranno di non aver compreso il motivo della missione fino agli istanti precedenti l'eccidio.
La Brigata Osoppo ospitava Elda Turchetti "Livia", una giovane donna che Radio Londra aveva indicato come spia[20], dopo che alcuni informatori inglesi avevano avuto segnalazioni su una sua presunta amicizia con soldati tedeschi. Secondo alcune ricostruzioni, la Turchetti si era consegnata spontaneamente alla Osoppo per farsi giudicare[21], ma altri affermano che la ragazza - avendo appreso delle accuse che le erano state rivolte - si fosse rivolta al suo conoscente partigiano garibaldino Fortunato Pagnutti "Dinamite", che l'aveva condotta dallo stesso Toffanin, il quale a sua volta l'aveva consegnata al capo della polizia interna della Osoppo - Tullio Bonitti - che alla fine la condusse alle malghe di Topli Uork[22]. Qui, dopo alcuni mesi di custodia, era stata ritenuta innocente in un processo tenutosi il 1º febbraio 1945[23]. Il rifugio dato a Elda Turchetti fu in seguito indicato - nelle varie e spesso contraddittorie ricostruzioni di Toffanin - come casus belli per l'azione dei partigiani garibaldini[24]. Successivamente all'eccidio, Toffanin accusò inoltre la Osoppo di aver osteggiato la politica di collaborazione con i partigiani jugoslavi, di non aver redistribuito agli altri gruppi partigiani delle armi che venivano fornite alla Osoppo dagli angloamericani e di aver collaborato con elementi della Xª Flottiglia MAS e del Reggimento alpini "Tagliamento", appartenenti alla RSI. Secondo le direttive del Comando generale del Corpo volontari della libertà del Nord Italia, emanate nell'ottobre 1944, ogni forma di collaborazione con i soldati della RSI e con le forze germaniche era da considerare come tradimento da punire con la condanna a morte, ma dalle ricostruzioni del dopoguerra risultò che era sempre stata la Xª Flottiglia MAS a cercare degli accordi con la Osoppo per opporsi alle mire jugoslave sui territori orientali italiani, ottenendone però sempre un rifiuto.[25]
La ricostruzione dettagliata dello svolgimento dell'operazione gappista è stata fornita nel corso dei processi e poi ripresa in alcune pubblicazioni[26]: la colonna raggiunse l'abitato di Porzûs e poi si divise in gruppi, che raggiunsero le malghe di Topli Uork in momenti diversi. Per superare i posti di guardia osovani senza creare scompiglio, affermarono d'essere partigiani sbandati a seguito di un rastrellamento, e in parte dei civili fuggiti da un treno che li portava in Germania, attaccato dall'aviazione alleata. Un gruppo di garibaldini si spacciò per osovano. Il messaggero del gruppo agli ordini di Toffanin fu lo stesso Pagnutti "Dinamite" che aveva portato Elda Turchetti da Toffanin: un partigiano del quale sia i garibaldini che gli osovani si fidavano, avendo già svolto incarico di staffetta fra i due reparti. Un osovano di guardia venne spedito a Topli Uork ad informare Francesco De Gregori "Bolla"[27] - comandante del Gruppo delle Brigate Est della Divisione partigiana Osoppo - che inviò sul luogo il commissario politico del reparto - appartenente al Partito d'Azione - Gastone Valente "Enea". Questi ordinò di separare i presunti osovani dai garibaldini, volendo inviare i secondi al vicino reparto garibaldino di Canebola (una frazione di Faedis). Durante quest'operazione si palesò "Giacca", che fece immediatamente arrestare tutti gli osovani presenti e mandò poi un suo uomo a chiamare "Bolla", che stava in una baita ad una certa distanza. Al suo arrivo venne immediatamente arrestato. A questo punto, "Giacca" fece rastrellare la zona, catturando un altro gruppo di osovani in una malga vicina. Nel contempo, un reparto al comando di Vittorio Juri "Marco" si occupò di raccogliere tutto il materiale presente a Topli Uork.
Francesco De Gregori "Bolla" venne subito ucciso, insieme a Gastone Valente "Enea", al giovane partigiano Giovanni Comin "Gruaro", che si trovava in zona perché voleva arruolarsi nella brigata[28], e a Elda Turchetti. Dalle risultanze processuali, risultò che De Gregori venne ucciso all'arma bianca con lo sfondamento del cranio, probabilmente per evitare il rumore delle armi da fuoco[29]. Aldo Bricco "Centina", futuro comandante designato della formazione e a Topli Uork per il passaggio delle consegne con De Gregori, riuscì rocambolescamente a fuggire: apertosi un varco a forza fra i gappisti, si lanciò di corsa dal costone del monte innevato; ferito da sei colpi di arma da fuoco venne ritenuto morto, ma riuscì a trascinarsi fino al vicino paese di Robedischis, dove si fece medicare da alcuni partigiani sloveni, avendo loro raccontato d'esser stato ferito in uno scontro con i fascisti[30]. Tredici o quattordici altri partigiani furono imprigionati e fucilati nei giorni successivi dopo processi sommari, nelle località limitrofe di Bosco Romagno, Ronchi di Spessa, Restocina e Rocca Bernarda (Prepotto): tra questi Guidalberto (Guido) Pasolini "Ermes", fratello di Pier Paolo. Ne vennero risparmiati due - Leo Patussi "Tin" e Gaetano Valente "Cassino" - che passarono nei GAP. Questi ultimi, assieme al Bricco, furono dopo la guerra fra i principali accusatori di Toffanin e compagni nei vari processi che si svolsero fra Udine, Venezia, Brescia, Lucca e Firenze.
Altri tre osovani - Antonio Turlon "Make" (in altre fonti "Macche" o "Macché"), Annunziato Rizzo "Rinato" e Mario Gaudino "Vandalo" - erano invece stati fatti prigionieri il 16 gennaio 1945 da una pattuglia del IX Korpus sloveno in località Platischis (comune di Taipana, provincia di Udine), e fucilati successivamente (forse ad aprile del 1945) nella località di Spessa nel comune di Cividale: il nome di battaglia di tutti e tre appare nella lapide in memoria dei trucidati murata a Topli Uork, mentre il nome dei soli Turlon e Rizzo appare nel cippo "Ai Martiri della Osoppo" di Bosco Romagno (Cividale)[31]. Secondo alcune ricostruzioni, un partigiano sfuggito all'eccidio sarebbe stato Erasmo Sparacino "Flavio", catturato però in seguito dai tedeschi e fucilato a Cividale il 12 febbraio 1945: il suo nome appare comunque in entrambi i memoriali di cui sopra.
[modifica] Le vittime
Si riporta l'elenco completo degli osovani sicuramente trucidati dai partigiani di Mario Toffanin "Giacca", comprendendo fra questi anche Elda Turchetti ed Erasmo Sparacino, probabilmente sfuggito all'eccidio[32].
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[modifica] Le prime notizie dell'eccidio e le reazioni
Nei primi giorni dopo la strage, le notizie si accavallarono confuse: la direzione della federazione del PCI di Udine fece circolare la voce secondo la quale l'eccidio fosse opera di forze tedesche o fasciste[33]. Qualche giorno dopo l'eccidio, la "Gioventù antifascista italiana e slovena" - un'organizzazione politica che propugnava l'annessione della zona alla Jugoslavia - organizzò a Circhina una conferenza cui parteciparono alcuni garibaldini della Natisone, nel corso della quale venne annunciata la soppressione del comando osovano senza peraltro specificare chi fosse stato l'esecutore dell'azione: ci furono applausi e grida di entusiasmo, giacché fra i garibaldini era opinione diffusa che gli osovani fossero dei reazionari in combutta con i fascisti[34].
[modifica] La relazione di Toffanin, Plaino e Juri
Il 10 febbraio Mario Toffanin e i suoi sottoposti, Aldo Plaino "Valerio" e Vittorio Juri "Marco", stilarono una relazione indirizzata alla federazione comunista di Udine e al comando del IX Korpus Sloveno, in cui sostenevano che l'esecuzione aveva avuto "pieno consenso della Federazione del partito", accusando i partigiani della Osoppo di essere dei traditori venduti a fascisti e tedeschi, i cui comandanti in punto di morte avrebbero inneggiato al fascismo. I tre comandanti gappisti scrissero degli osovani che "esaminati attentamente uno a uno, abbiamo notato che essi non erano altro che figli di papà, delicati attendisti che se la passavano comodamente in montagna"[35].
[modifica] Le inchieste partigiane
Lo stesso giorno in cui Toffanin inviò la sua relazione, il comando della Osoppo affidò l'incarico di compiere una prima indagine ad Agostino Benetti[36], che in pochi giorni appuntò i propri sospetti sui garibaldini. Informati i superiori, questi interessarono il CLN provinciale, che in una riunione del 21 febbraio - in assenza del rappresentante comunista - incaricò un rappresentante del Partito d'Azione e un rappresentante della Democrazia Cristiana di svolgere ulteriori accertamenti. Fu avvisato il Comitato Regionale Veneto (CRV), il quale avocò a sé l'inchiesta: il 5 marzo successivo il CLN provinciale sospese quindi la propria indagine. Il CRV istituì una nuova commissione, formata da un rappresentante del Partito d'Azione (Luciano Commessatti "Gigi"), uno della DC e un terzo del PCI. Il 12 marzo Commessatti s'incontrò con i garibaldini Ostelio Modesti "Franco" - segretario della federazione del PCI di Udine - e Alfio Tambosso "Ultra" - vicesegretario: quest'ultimo affermò che l'azione delle malghe di Topli Uork era stata "un colpo di testa di Giacca"[37]. Organizzato un successivo incontro con i capi garibaldini aperto anche ai comandanti osovani, Commessatti si poté incontrare solo con i primi, giacché i dirigenti osovani erano stati tutti arrestati dai tedeschi nel corso di una riunione indetta per organizzare l'incontro con i garibaldini. A seguito di quell'arresto di massa, i partigiani sloveni diffusero un volantino nella bassa friulana, nel quale scrissero che
| « I resti di quella che era la Brigata Osoppo, che si è lasciata annientare dal tiranno nazifascista pur di non cercare aiuto in una quanto mai opportuna fusione con le forze di liberazione comuniste del generale Tito sono ormai senza capi. Essi non sono più combattenti per la libertà, ma falliti politici (...), essi non sono più partigiani! perché non hanno voluto sottostare agli ordini del Maresciallo Tito Comandante in Capo delle Forze di Liberazione, sono stati abbandonati alla loro sorte e sono stati logicamente sconfitti. I superstiti che ancora vagano per le campagne non sono autorizzati da alcuna autorità competente. Coloro che non dimostrano di essere regolarmente inquadrati nelle Osvobodilne Brigate non devono ricevere nessun aiuto dalla popolazione. La popolazione che lo farà imparerà a conoscere la potenza di Tito (...)[38] » |
L'incontro fra la commissione e i capi garibaldini Lino Zocchi "Ninci" (comandante del gruppo Divisioni Garibaldi del Friuli), Mario Lizzero "Andrea" (commissario politico delle brigate Garibaldi in Friuli), Modesti e Valerio Stella "Ferruccio" (comandante della Brigata Garibaldi Friuli) si svolse in un clima molto teso. La tesi che venne nuovamente formulata dai garibaldini a Commessatti fu quella del colpo di testa di "Giacca", ma i capi comunisti impedirono alla commissione di interrogare Toffanin, rassicurando che avrebbero provveduto loro alla "giusta punizione"[39]. La commissione si trovò quindi ad un punto morto: mancando la relazione della Osoppo a causa dell'arresto dei suoi capi, i garibaldini si rifiutarono di mettere per iscritto le loro informazioni, e a questo punto l'unico documento in mano ai commissari fu una relazione degli osovani Alfredo Berzanti "Paolo" (già commissario politico delle Brigate Osoppo dell'Est, all'epoca vicecommissario del Gruppo Divisioni Osoppo Friuli, in seguito diventerà deputato democristiano) ed Eusebio Palumbo "Olmo", ma il membro comunista della commissione si rifiutò di accettarla perché "di parte"[40]. Il 31 marzo il CLN invitò i comandi osovani e garibaldini a nominare un'altra commissione paritetica d'inchiesta, nella speranza non solo di chiarire l'episodio di Topli Uork, ma anche di conoscere la sorte - ancora ignota - degli altri osovani portati via da "Giacca" e dai suoi. Il 3 aprile si ritrovarono per la Osoppo Candido Grassi "Verdi" e Giovanni Battista Carron "Vico" assieme a Ostelio Modesti per i garibaldini, che cambiò radicalmente la versione precedentemente sostenuta da Tambosso, affermando che l'attacco alle malghe era stata opera di fascisti camuffati da partigiani, così com'era stato annunciato dalla radio - che però aveva in quei giorni fatto riferimento ad un episodio avvenuto nella zona del Collio, distante da Porzûs[41]. In rapida successione, Modesti passò all'attacco, accusando gli osovani di non essersi adoperati con le popolazioni friulane per propagandare la figura di Tito, del quale si aspettava l'entrata da liberatore a Udine[42]. Alla fine, si decise di nominare l'ennesima commissione formata da un osovano, un garibaldino e un rappresentante del CLN come presidente. Per questi incarichi vennero designati rispettivamente Alfredo Berzanti "Paolo", Valeriano Rossitti "Pietro" e il liberale Manlio Gardi "Bruto". Per vari motivi - però - quest'ultima commissione non s'insediò mai, e mentre gli osovani chiesero a varie riprese di andare a fondo della questione, i garibaldini misero in campo una serie di atteggiamenti dilatori. La successiva insurrezione di aprile/maggio 1945 fece passare in secondo piano l'indagine.
In tutto questo periodo, all'interno delle forze partigiane comuniste s'era sviluppata però una reazione all'azione di Toffanin e dei suoi. Mario Lizzero, venuto a sapere dell'eccidio, propose in un primo tempo la condanna a morte per Toffanin e i suoi uomini, ma questi in un primo tempo non ricevettero alcuna sanzione, venendo solo destituiti dalle loro posizioni di comando nei GAP ad aprile del 1945[43]. Secondo la ricostruzione di Giovanni Padoan "Vanni" (all'epoca dei fatti commissario politico della Brigata Garibaldi Natisone), Lizzero sarebbe stato invece il grande artefice della strategia difensiva del partito comunista, tendente a colpevolizzare il solo Toffanin per impedire che si arrivassero a scoprire i veri mandanti dell'eccidio, e cioè il IX Korpus sloveno che aveva ordinato l'operazione alla federazione del PCI di Udine: fatto arrestare Toffanin il 20 febbraio 1945 e condannatolo alla fucilazione, Lizzero a seguito di un incontro a quattr'occhi inaspettatamente lo liberò, rifiutandosi poi di rivelare il contenuto del loro colloquio. Contestualmente, secondo Padoan Lizzero sviò le indagini subito ordinate dal Comitato Regionale Veneto, impedendo a Luciano Commessatti "Gigi" di interrogare Toffanin, tanto che - ritornato a Padova - Commessatti denunciò la non collaborazione di Lizzero e di Lino Zocchi "Ninci"[44]. I dirigenti della federazione del PCI di Udine Modesti e Tambosso, sia all'epoca che successivamente sosterranno che la responsabilità dell'azione fosse da imputarsi interamente a Toffanin, che non avrebbe interpretato correttamente gli ordini.
[modifica] I processi
I primi a denunciare data e dinamica dell'eccidio furono subito dopo la liberazione gli ex comandanti osovani Candido Grassi "Verdi" (all'epoca socialista, in seguito deputato del PSDI) e Alfredo Berzanti "Paolo". Questi accusarono i garibaldini di aver ucciso i propri compagni di lotta "sol perché si erano resi colpevoli di non aver voluto combattere i tedeschi sotto la bandiera jugoslava"[45]. Il 26 giugno 1945 - dopo la scoperta dei corpi dei trucidati di Bosco Romagno, ad opera dei parenti[46] - Grassi e Berzanti presentarono una denuncia al Procuratore del Regno di Udine, a nome di un gruppo di reduci che in seguito fonderà l'Associazione Partigiani Osoppo[47].
Nei giorni precedenti, i due avevano ripetutamente chiesto a Zocchi e Lizzero di associarsi nella denuncia, ottenendone però sempre un rifiuto[48]. Passando i mesi senza novità alcuna ed esasperati per l'attesa, i partigiani della Osoppo pubblicarono nel 1947 un numero unico stampato a Udine, riproducendo tutti i documenti accusatori "contro tutte le omertà che vietano il libero corso della giustizia"[49].
[modifica] Il processo di primo grado
Il processo venne in un primo tempo istruito dalla procura di Udine, che però dopo poco inviò l'incartamento al tribunale militare di Verona. Da questo le carte passarono a Venezia, la cui procura rinviò a giudizio gli imputati davanti alla corte d'assise di Udine. Per legittima suspicione, la Corte di Cassazione trasferì il procedimento a Brescia, dove a gennaio del 1950 iniziò il dibattimento[50]. Il processo venne trasferito un'ultima volta presso la Corte d'Assise di Lucca, dove ricominciò la fase dibattimentale a settembre del 1951[51]. Alcuni dei maggiori imputati erano da tempo fuggiti in Jugoslavia[52]. Il 6 aprile 1952 vi fu la prima sentenza: Mario Toffanin "Giacca", Vittorio Juri "Marco" (uno dei due luogotenenti di "Giacca", assieme a Plaino) e Alfio Tambosso "Ultra", vennero condannati all'ergastolo; Aldo Plaino "Valerio" e Ostelio Modesti "Franco" a trent'anni di reclusione ciascuno. Nel complesso, vennero irrogati 704 anni di reclusione a quarantuno imputati, ridotti però a 289 per l'applicazione di una serie di condoni previsti da norme entrate in vigore negli anni: Toffanin, Juri e Tambosso si videro quindi ridotta la pena a trent'anni, Modesti a nove e Plaino a dieci. Undici imputati vennero assolti: fra di essi Lino Zocchi "Ninci", Mario Fantini "Sasso" (già comandante della Brigata Garibaldi Natisone), Valerio Stella "Ferruccio" (già comandante della Brigata Garibaldi Friuli) e Giovanni Padoan "Vanni". Tutti gli imputati vennero assolti dal reato di tradimento per attentato all'integrità dello Stato[53]. Alla lettura della sentenza, Modesti si rivolse ai giudici con queste parole: "Signori, la vostra sentenza ha avuto il potere di serrare dinanzi a noi le sbarre di questa gabbia, ma noi siamo più forti di voi!", al che gli altri imputati gridarono: "Viva la Resistenza!"[54].
[modifica] L'appello
Il processo in secondo grado si svolse presso la Corte d'assise d'appello di Firenze, cui si erano appellate le parti per motivi opposti: la pubblica accusa per un inasprimento generale delle pene e per il riconoscimento del reato di tradimento, le difese per chiedere l'assoluzione piena. La sentenza del 30 aprile 1954 riconobbe che "la strage (...) fu un atto tendente a porre una parte del territorio italiano sotto la sovranità jugoslava", ma assolse gli imputati per il reato di tradimento poiché "l'azione degli imputati non è stata determinante perché l'occupazione jugoslava sarebbe avvenuta ugualmente"[55]. Vennero confermate le pene precedentemente inflitte dalla Corte d'Assise di Lucca per i reati principali ed inasprite le pene per i reati di sequestro di persona e saccheggio. Giovanni Padoan "Vanni" - precedentemente assolto per insufficienza di prove - fu condannato alla pena di trent'anni di reclusione, ridotti a due per effetto delle varie amnistie e condoni. A causa di tali provvedimenti legislativi, nessuno dei condannati presenti al processo finì in prigione, mentre una parte di essi continuava la latitanza all'estero[56]. Tre giorni dopo, in seconda pagina su l'Unità apparve un articolo dell'inviato speciale Ferdinando Mautino "Carlino", già capo di stato maggiore delle Divisioni Garibaldi del Friuli, che stigmatizzò "la speculazione democristiana sui fatti di Porzûs, fra le tante porcherie commesse da questi nostri dirigenti e nemmeno fra le più rimarchevoli"[57]. Il procuratore generale di Firenze impugnò la sentenza presso la Cassazione, chiedendo l'annullamento della sentenza di assoluzione per il reato di tradimento per aver attentato all'integrità dello stato nei confronti di Juri, Modesti, Padoan, Paino, Tambosso, Toffanin, Zocchi e Fantini. Nei confronti degli ultimi due, venne chiesto anche l'annullamento della sentenza di assoluzione per insufficienza di prove per il reato di omicidio, sequestro di persona e rapina[58]. Allo stesso modo, impugnarono la sentenza gli imputati per chiedere nuovamente l'assoluzione.
[modifica] Il processo in Cassazione
Il 18 giugno 1957 s'iniziò la discussione dell'impugnazione della sentenza di secondo grado presso la Corte di Cassazione: il Procuratore Generale - in linea con le richieste della procura di Firenze - chiese il rigetto del ricorso degli imputati e un nuovo processo per il reato di tradimento[59]. Il giorno successivo la Corte accolse in toto le tesi dell'accusa, confermando le sentenze per la strage e reati minori connessi, ma stabilendo l'istruzione di un nuovo processo presso la Corte d'assise d'appello di Perugia per il reato di tradimento per attentato contro l'integrità dello stato per tutti gli imputati più importanti, nonché per il reato di omicidio, rapina e sequestro di persona per Zocchi e Fantini.
[modifica] Il nuovo processo a Perugia
Fra la sentenza della Cassazione e l'apertura del procedimento a Perugia, venne emesso un ulteriore provvedimento di amnistia e indulto (DPR 11 luglio 1959 n. 460), che coprì anche i reati di natura politica, intendendo con ciò anche ogni delitto comune determinato - in tutto o in parte - da motivi politici[60]. Pervenuti quindi gli atti nel capoluogo umbro, il procuratore generale di Perugia chiuse la fase istruttoria rilevando l'estinzione del reato per sopraggiunta amnistia per tutti gli imputati (11 marzo 1960). Questo fu l'ultimo della lunga catena di atti processuali relativi alle vicende legate alla strage di Porzûs.
[modifica] La sorte dei condannati e la medaglia d'oro a De Gregori
Nessuno dei condannati scontò la pena in prigione, salvo il periodo della detenzione in attesa della conclusione del processo, che in alcuni casi si protrasse per qualche anno. Mario Toffanin - condannato in contumacia - dopo l'ultima amnistia del 1975 non tornerà in Italia, dovendo ancora scontare altri trent'anni di prigione per furti, rapine, estorsioni e omicidi - anche ai danni di una compagna di lotta[61] - che non erano stati amnistiati, ma non vi tornerà neppure nel luglio del 1978, quando sarà graziato dal Presidente Sandro Pertini da poco insediatosi al Quirinale. Morirà a Sesana (Slovenia) il 22 gennaio 1999. Toffanin, negli anni successivi alla fuga, si dichiarerà sempre certo del tradimento della Osoppo: ribadirà più volte la correttezza delle sue azioni e continuerà ad accusare gli uomini della Osoppo, tra le altre cose, di aver inglobato al proprio interno molti uomini appartenenti a gruppi fascisti, di aver collaborato attivamente con gli uomini della RSI e di aver spesso trattenuto le forniture di armi e attrezzature inglesi che secondo gli accordi spettavano ai garibaldini[62].
A De Gregori nel 1945 fu riconosciuta la medaglia d'oro al valor militare alla memoria, con una motivazione contenente la seguente frase:
| « Cadeva vittima della tragica situazione creata dal fascismo ed alimentata dall’oppressore tedesco in quel martoriato lembo d’Italia dove il comune spirito patriottico non sempre riusciva a fondere in un sol blocco le forze della Resistenza."[63] » |
che non facendo alcun riferimento all'eccidio e ai suoi esecutori venne molti anni dopo considerata "ineffabile", "reticente"[64] o indice di "contorsionismo"[65]. All'interno del sito ufficiale dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia (ANPI) si afferma che De Gregori sarebbe morto "in uno scontro tra partigiani"[66].
[modifica] La memoria dell'eccidio e le polemiche politiche e storiografiche
Le responsabilità politiche e materiali dell'eccidio di Porzûs sono state al centro di un infuocato dibattito politico e storiografico, intersecatosi fino agli anni '60 del '900 con i processi ai quali furono sottoposti esecutori e presunti mandanti della strage. Gli eventi legati a Porzûs hanno acquisito un valore paradigmatico: per gli uni del tentativo di delegittimare la Resistenza proiettando sull'intero movimento partigiano un episodio ritenuto marginale, per gli altri della vera natura totalitaria e antidemocratica del Partito Comunista Italiano[67].
[modifica] Dal processo al 1960
Durante il lungo periodo in cui si susseguirono le vicende processuali, il PCI organizzò una campagna di stampa contro i reparti partigiani della Osoppo: in vari articoli de l'Unità vennero rimarcate tutte le accuse di connivenza con fascisti e nazisti che erano state avanzate all'epoca dei fatti. Allo stesso tempo, si stigmatizzò ancora una volta la figura della Turchetti, nuovamente descritta come "spia dei tedeschi, abbondantemente pagata"[68]. Fu respinta con sdegno l'infamante accusa di tradimento che aveva coinvolto in pratica tutti i vertici politico-militari del partito operanti in Friuli-Venezia Giulia nell'ultimo periodo bellico. Il PCI considerò tutto il processo una volgare montatura costituita da un castello di menzogne, da inserirsi nell'ampio filone processuale di natura reazionaria e neofascista di "messa sotto accusa" della Resistenza, operata dalle classi borghesi e capitaliste con ampi appoggi politici nel governo italiano, e segnatamente nella Democrazia Cristiana. Nel collegio di difesa degli accusati vi furono - fra gli altri - gli avvocati e parlamentari comunisti Umberto Terracini - già presidente dell'Assemblea Costituente[69] - Fausto Gullo - già Ministro di Grazia e Giustizia - e Aldo Buzzelli, nonché i parlamentari socialisti Giuseppe Ferrandi e Leonetto Amadei, in anni successivi Presidente della Corte Costituzionale[70]. Il 25 aprile 1950 una delegazione di cinque parlamentari comunisti capeggiata da Luigi Longo e Gian Carlo Pajetta fece visita ai detenuti accusati dell'eccidio, arrestati poco prima su ordine degli inquirenti[71]. Alle due sentenze di Lucca e Firenze, la stampa comunistà rimarcò il fatto che era stato escluso il reato di tradimento, scandalizzandosi per la riapertura del caso a seguito della sentenza della Cassazione. Della chiusura della vicenda per intervenuta amnistia non venne data notizia. Per quindici anni sulla vicenda cadde il silenzio, rotto solo dalle annuali rievocazioni a cura dei reduci della Osoppo.
[modifica] Gli anni '70
Nel 1975 uscì il primo studio specificamente dedicato all'eccidio, Porzûs, due volti della Resistenza di Marco Cesselli, ricercatore dell'Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, edito da una piccola casa editrice dell'area della Sinistra e pubblicizzato anche nelle pagine de l'Unità[72], nel quale si espressero per la prima volta - sia pure con qualche cautela - delle aperture verso una revisione della precedente interpretazione dell'eccidio.
[modifica] Gli anni '80
Dopo il libro di Cesselli, sulla vicenda di Porzûs cadde nuovamente l'oblio: nel corso degli anni '80 la questione non suscitò quasi nessun interesse da parte degli storici accademici: all'inizio del decennio "il solo nominarla veniva considerato come un tentativo di screditare il movimento partigiano"[73].
[modifica] Le polemiche degli anni '90
A maggio del 1990, per la prima volta due esponenti locali del PCI salirono alle malghe di Topli Uork per rendere omaggio ai partigiani della Osoppo: a quell'epoca la tesi espressa fu quella del "tragico errore" nel quale erano caduti i partigiani comunisti[74]. Si elevarono varie proteste nel partito, ritenendo quella visita un grave passo falso, e fra i reduci partigiani comunisti e quelli della Osoppo si aprì nuovamente un'aspra polemica, con accuse e controaccuse. Intervenne su l'Unità come vicepresidente dell'Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione lo stesso Mario Lizzero "Andrea", che come commissario politico delle Brigate Garibaldi in Friuli già a ridosso dell'eccidio aveva chiesto la condanna a morte per Toffanin e i suoi, ribadendo il suo punto di vista: "Dopo tanti anni si dice parli chi sa, si dica quel che c'è da dire, come se non si sapesse che sui fatti di Porzûs ci sono stati tre processi (...). [Si è trattato] di un orrendo crimine senza alcuna possibile giustificazione"[75].
In un libro autobiografico apparso postumo nel 1995[76], Lizzero tornerà ancora una volta sulla questione:
| « un centinanio di gappisti garibaldini, senza divise (...) convintisi, senza avere prove concrete, che la ventina di partigiani osovari avessero rapporti con il nemico, appena giunti passarono per le armi il comandante "Bolla", il Commissario "Enea", una donna indicata come spia da Radio Londra, e un quarto uomo. Arrestarono poi gli altri che passarono per le armi in modo feroce, uno dopo l'altro, senza processo alcuno: 19 osovari assassinati! (...) Quella non è stata giustizia partigiana, ma un vero e proprio eccidio (...). Ritengo che l'eccidio di Porzus sia all'origine della grande perdita di prestigio e di forza della Resistenza garibaldina ed anche del PCI. Purtroppo su quella formazione GAP di "Giacca" il Comando del Gruppo Divisioni Garibaldi "Friuli" di cui ero commissario politico non ha mai avuto alcuna influenza, essendo quella formazione (che dopo Porzus pressoché sciogliemmo) legata, e questo è assai grave, alla direzione della Federazione Comunista friulana dell'epoca[77]. » |
[modifica] Porzûs e Gladio
All'epoca della pubblicazione del libro di Lizzero, la polemica sull'eccidio di Porzûs e più generalmente sul ruolo delle Brigate Osoppo era già nuovamente esplosa due volte: una prima a partire dal 1990, a causa della rivelazione pubblica dell'esistenza di Gladio, un'organizzazione paramilitare segreta sorta in ambito NATO per contrastare un eventuale attacco delle forze del Patto di Varsavia ai paesi dell'Europa occidentale, alla quale aderì un numero tuttora imprecisato - probabilmente dell'ordine di alcune centinaia - di ex partigiani della Osoppo[78]. La polemica raggiunse il suo acme quando l'allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga nel corso di una visita in Friuli fra il 7 e il 9 febbraio del 1992 incontrò pubblicamente un gruppo di appartenenti a "Gladio", accusando i partigiani comunisti di aver combattuto anche per l'instaurazione di una dittatura, contro gli interessi nazionali dell'Italia. Riguardo all'eccidio, Cossiga dichiarò:
| « Onore alla memoria dei partigiani della brigata Osoppo, trucidati per odio politico e tradimento della Patria allo straniero da gappisti che avevano usurpato il nome di partigiani, infangato il nome di Garibaldi e della terra sacra del Natisone con cui si chiamava la loro divisione, agli ordini del nefasto IX Corpo jugoslavo di cui ricordiamo le vittime infoibate a Trieste e le centinaia di persone scomparse a Gorizia. (Dopo aver letto i nomi dei trucidati) Io avrei voluto che questi nomi fossero le pietre per seppellire il passato. Questi nomi sono pietre che lapidano chi offende ancora questi valorosi combattenti per la libertà[79]. » |
Il 16 febbraio dello stesso anno, Cossiga fu il primo Presidente della Repubblica Italiana a recarsi in visita - sia pur privatamente - alle malghe di Topli Uork[80].
[modifica] Le polemiche successive
La seconda volta in cui si assistette ad un nuovo rinfocolarsi di polemiche sull'eccidio di Porzûs si ebbe nell'ambito di un più ampio dibattito sulla revisione storiografica degli anni del fascismo e della Resistenza, notevolmente aumentato nel momento in cui il Movimento Sociale Italiano, nato esplicitamente come erede politico del fascismo, andò al governo in Italia nel 1994. Il tema principale del dibattito rimase lo stesso degli anni '50: i mandanti dell'eccidio e il ruolo del PCI, visto però nell'ottica più ampia dei massacri delle foibe, dell'esodo giuliano-dalmata successivo alla seconda guerra mondiale e della perdita di gran parte della Venezia Giulia a seguito del Trattato di pace del 1947[81]. Il rinnovato interesse per queste tematiche - alcune delle quali precedentemente quasi mai trattate dalla storiografia accademica - si accompagnò a varie polemiche storico-politiche, riprese e ancor più ingigantite da una serie di articoli di stampa. Vennero pubblicati diversi saggi, che a loro volta causarono ulteriori polemiche, anche a causa della nascita e dello sviluppo di svariate ipotesi - le più diverse - sui mandanti effettivi dell'eccidio.
[modifica] Il film sull'eccidio (1997)
La notizia che alla 54ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia sarebbe stato presentato un film sull'eccidio - Porzûs, di Renzo Martinelli - causò ulteriori polemiche. L'allora ministro dei Beni culturali Walter Veltroni affermò di aver ricevuto delle pressioni per bloccarne l'uscita o perlomeno la partecipazione alla Mostra del Cinema[82]. Le polemiche si trasformarono in critiche in seguito alla visione del film, da alcuni ritenuto "una spettacolarizzazione urlata, qua e là addirittura volgare", di bassa obiettività storica[83]. Il più importante quotidiano sloveno - Delo - accusò gli "ex comunisti in Italia" (PDS) di utilizzare un film sul "più celebre falso storico organizzato dai servizi segreti italiani" come strumento "per condurre una guerra di propaganda contro Slovenia e Croazia"[84].
[modifica] I mandanti e le motivazioni dell'eccidio
Nei decenni, varie ipotesi sono state avanzate sui mandanti dell'eccidio e sulle sue motivazioni, spesso in corrispondenza con la scoperta di nuovi documenti o con l'apertura di nuovi filoni giudiziari. Tali ipotesi arrivano a divergere radicalmente, proponendo letture totalmente antitetiche. Alcuni fra gli stessi protagonisti dei fatti, col passare del tempo hanno modificato - anche in maniera notevole - le proprie precedenti dichiarazioni, rendendo il quadro ancor più difficile da interpretare.
[modifica] La versione di Toffanin
Mario Toffanin "Giacca" - il principale responsabile materiale dell'eccidio di Porzûs - rilasciò una serie di interviste negli anni '90, nelle quali ribadì sempre la stessa versione: la Osoppo era responsabile di aver intrattenuto rapporti con la Decima Mas e con i tedeschi e stava organizzando l'eliminazione del comando GAP; l'organizzazione della missione alle malghe di Topli Uork era stata solo sua; l'eccidio fu un legittimo atto di guerra, giustificato dal tradimento degli osovani e causato dall'impeto rabbioso derivante dall'aver visto la spia Elda Turchetti presso il comando partigiano: un'azione che Toffanin avrebbe sempre rifatto tale e quale, senza alcun ripensamento; il processo fu una manovra, ordita dai democristiani[85]. In tali interviste Toffanin cambiò completamente la propria versione rispetto a quanto aveva dichiarato nella relazione scritta a ridosso del fatto: le strutture del PCI non risultavano più coinvolte in nessuna fase dell'evento, venendo disconosciuta l'esistenza di un qualsiasi ordine superiore relativamente alla missione e ai suoi scopi. Interrogato sulla discrepanza fra le due versioni, Toffanin affermò che la relazione del 1945 era in realtà un falso[86], ma nel 1975 lo stesso Toffanin aveva rilasciato la seguente dichiarazione autografa per il libro di Cesselli:
| « Il 28.1.1945, a Orsaria, eravamo presenti io, Ultra (Tambosso), Franco (Modesti), Zoly (Iulita), Stella, Valerio (Plaino), Gobbo (Basso), in casa di Gobbo. Ultra e Modesti danno l'ordine di andare a Porzus per liquidare gli osovani. L'ordine è stato consegnato a Jolly che lo ha conservato. Poi si è parlato per le carceri di Udine, da svolgere da Valerio e da Mancino. Sotto il mio comando abbiamo fucilato sei osovani. Siamo ritornati alla base e tre giorni dopo venne Franco (Modesti). Abbiamo avuto una riunione e si è parlato degli osovani rimasti. Anche Franco era d'accordo di farli fuori. Presente era il comando GAP, i compagni Giacca, Marco (Juri) e Valerio.[87] » |
[modifica] L'ipotesi slovena
L'ipotesi più logica e storicamente più valida attribuisce però la motivazione dell'eccidio ad una sorta di "pulizia preventiva" contro i futuri probabili oppositori di un regime comunista di stampo jugoslavo che avrebbe dovuto,secondo i disegni espansionistici di Tito (appoggiato da parte del PCI e da alcune frange di partigiani italiani di fede comunista) occupare e governare i territori friulani prossimi al confine comprendenti anche la città di Trieste. Tesi questa avvalorata anche dal massacro delle foibe nelle quali furono eliminati centinaia di italiani considerati contrari all'annessione jugoslava e cioè per le stesse ragioni per cui fu decisa l'eliminazione dell'Osoppo da parte di quei comunisti italiani favorevoli al nuovo ordine titino.Una metodologia questa della "pulizia preventiva" che ricorda molto l'azione praticata dalle truppe sovietiche nella Polonia occupata insieme ai tedeschi all'inizio della guerra e culminata con il famoso massacro di KatyńGiovanni Padoan, detto "Vanni", commissario politico della divisione Garibaldi-Natisone, a proposito della strage dichiarerà:
| « L'eccidio di Porzus e del Bosco Romagno, dove furono trucidati 20 partigiani osovani, è stato un crimine di guerra che esclude ogni giustificazione.
E la Corte d'Assise di Lucca ha fatto giustizia condannando gli autori di tale misfatto. Benché il mandante di tale eccidio sia stato il Comando sloveno del IX Corpus, gli esecutori, però, erano gappisti dipendenti anche militarmente dalla Federazione del PCI di Udine, i cui dirigenti si resero complici del barbaro misfatto e siccome i GAP erano formazioni garibaldine, quale dirigente comunista d'allora e ultimo membro vivente del Comando Raggruppamento divisioni "Garibaldi-Friuli", assumo la responsabilità oggettiva a nome mio personale e di tutti coloro che concordano con questa posizione. E chiedo formalmente scusa e perdono agli eredi delle vittime del barbaro eccidio. Come affermò a suo tempo lo storico Marco Cesselli, questa dichiarazione l'avrebbe dovuta fare il Comando Raggruppamento divisioni "Garibaldi-Friuli" quando era in corso il processo di Lucca. Purtroppo, la situazione politica da guerra fredda non lo rese possibile. » |
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(dichiarazioni di Giovanni Padoan già commissario politico della divisione Garibaldi-Natisone[88])
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[modifica] L'ipotesi del complotto dei servizi segreti inglesi
A proposito delle motivazioni dell'eccidio, monsignor Aldo Moretti (il partigiano "Lino", Medaglia d'oro al valor militare, uno dei fondatori delle Divisioni Osoppo e colui che ritroverà nel giugno 1945 i corpi dei partigiani uccisi) espresse nel 1997 in un’intervista Famiglia Cristiana la seguente opinione. Secondo Moretti gli Alleati, pensando già al dopoguerra, temevano la collaborazione tra i partigiani cattolici e partigiani comunisti e quindi cercavano di dividere questo fronte, arrivando a sacrificare la Osoppo per screditare le formazioni comuniste:
| « lavorare per dividerci, anzi di sacrificarci per gettare l’ombra del discredito sulle formazioni comuniste, alle dipendenze di un esercito, quello jugoslavo, che ormai era visto come conquistatore e non più come alleato. Insomma gli Alleati erano preoccupati del loro futuro governo nella zona » | |
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(Dichiarazioni di monsignor Aldo Moretti a Famiglia Cristiana[89])
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Le stesse denunce di Radio Londra contro Elda Turchetti rientrerebbero in questa strategia, atta alla creazione di attriti tra le formazioni comuniste e quelle cattoliche. Aldo Moretti sostenne inoltre che già nell'autunno del 1944 vi erano stati attriti tra i partigiani che facevano riferimento al PCI e che erano incorporati dal IX Corpus jugoslavo di Tito e quelli che avevano rifiutato sia di mettersi agli ordini dei titini sia di lasciare la zona. Questi attriti e la ricerca di una politica meno rigida da seguire nell'effettuare la lotta partigiana avevano dato, secondo Moretti, il via a voci di collaborazione tra il gruppo Osoppo e le forze nazifasciste:
| « Qualche intesa umanitaria, nessun tradimento. Tentavamo solo di anticipare la pace in un angolo del fronte » | |
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(Dichiarazioni di monsignor Aldo Moretti a Famiglia Cristiana[89])
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In questa atmosfera di sospetto due proposte di alleanza contro le formazioni comuniste arrivarono alla Osoppo da parte del federale fascista di Udine, per conto del tenente colonnello delle SS Von Hallesleben, ma vengono respinte subito da Moretti con due lettere, datate 28 dicembre 1944 e 10 gennaio 1945, fatte pervenire al federale di Udine tramite l'arcivescovo Giuseppe Nogara[90].
Le voci tuttavia divennero insistenti quando un partigiano della Osoppo, Cino Boccazzi, preso prigioniero dalla Xª Flottiglia MAS, venne effettivamente mandato a Udine (secondo la ricostruzione data da Moretti, sotto la minaccia di veder uccisa la propria moglie e i propri figli se si fosse rifiutato) per cercare un contatto per una possibile collaborazione nella difesa del confine orientale. Borghese, sempre secondo Moretti, voleva difendere il confine e scongiurare una possibile annessione da parte della Jugoslavia e crearsi un’immagine da patriota in vista della prossima e prevedibile fine della guerra. L’ufficiale britannico Rowort (conosciuto come "Nikolson") presente in incognito a Udine, a cui era stata riferita la proposta, attese prima di consultarsi con il comando a Londra (che rispose poi negativamente all'offerta), attesa che rese ancora più forti e credibili le voci di una possibile trattativa tra la Osoppo e la Decima Mas.[89]
[modifica] Teorie del complotto sull'eccidio
In un libro apparso nel 1995[91], la ricercatrice Alessandra Kersevan sottopose ad una radicale analisi gran parte dei documenti e delle testimonianze all'epoca apparsi, il tutto presentato in maniera discorsiva come se si trattasse di un lungo colloquio fra due ricercatori. Alla luce di una serie di fatti contemporanei e successivi all'eccidio, Kersevan arrivò ad ipotizzare che nella vicenda di Porzûs vi fosse stato un massiccio intervento manipolatorio degli angloamericani, in un quadro di doppi e tripli giochi che coinvolsero il PCI, l'ignaro Toffanin - che quindi fu strumento inconsapevole dell'imperialismo americano - la Decima Mas di Junio Valerio Borghese e i servizi segreti militari italiani, britannici e americani. Nelle estreme terre nordorientali italiane si sarebbe quindi giocato fin dal 1944-1945 un prodromo della guerra fredda postbellica, con fortissime infiltrazioni fasciste repubblicane all'interno del movimento partigiano friulano. Il tutto per impedire il saldarsi dei movimenti comunisti sloveni e italiani in un ipotetico moto rivoluzionario esteso al Nord Italia, gettando il discredito sui partigiani jugoslavi anche con altre contestuali campagne di disinformazione e manipolazione, come quella dei massacri delle foibe. In questo quadro, il IX Korpus sloveno sarebbe quindi stato contemporaneamente spettatore e vittima, mentre si insinua che i comandi della Osoppo fossero in realtà conniventi con la Decima Mas, in funzione anticomunista e antislava. Questa gigantesca operazione revisionistica sarebbe poi continuata col processo - considerato una montatura - e con le attività di Gladio, con varie connessioni con la mafia, la P2 e lo stragismo.
Una simile linea interpretativa è stata proposta anche dallo storico triestino dell'Università del Litorale di Capodistria Gorazd Bajc[92]: eccidio di Porzûs e massacri delle foibe sarebbero delle enormi montature propagandistiche montate ad arte o "incoraggiate" dai servizi segreti statunitensi, per spezzare l'intesa fra comunisti itlaiani e sloveni, come ipotizzato ancora nel 1997 dal giudice istruttore Carlo Mastelloni nell'ambito della sua inchiesta su Argo 16, peraltro conclusasi senza alcuna conferma giudiziaria e senza alcuna condanna[93]. In tale contesto, anche la stessa figura di Mario Toffanin sarebbe da riconsiderare, alla luce di alcune ipotesi che lo vedrebbero addirittura come agente dei tedeschi[94].
[modifica] La Malga di Porzûs come bene culturale
Il 18 gennaio 2010 la Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici del Friuli Venezia Giulia emetteva un decreto che rendeva di "interesse culturale" il "bene denominato Malghe di Porzûs".
Il 9 maggio 2010, durante una conferenza stampa, l'onorevole Carlo Giovanardi[95] contesta la correttezza della "Relazione storica" allegata al decreto, affermando anche che alcuni dei contenuti della stessa sembravano ripresi da Wikipedia.
Il 25 maggio 2010 anche il quotidiano cattolico Avvenire[96], attraverso un editoriale delle storico Paolo Simoncelli, denuncia come erronea la versione dei fatti fornita dal decreto. Secondo Simoncelli la ricostruzione non rende giustizia di quanto storicamente accaduto e successivamente condannato dai tribunali, a questo articolo fanno seguito diversi interventi sui quotidiani nazionali, tra cui il Corriere della Sera[95] e Libero. Il ministro in carica Sandro Bondi, citando esplicitamente l'interesse avuto dai media per la questione, decide per la revoca del provvedimento della direzione generale del Friuli Venezia Giulia.[97]
[modifica] Note
- ^ Patrick Karlsen, Il PCI, il confine orientale e il contesto internazionale 1941-1955, tesi di dottorato presso l'Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2007-2008, p. 13. La tesi venne poi pubblicata col titolo Frontiera rossa. Il PCI, il confine orientale e il contesto internazionale 1941-1955, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2010.
- ^ Nei giorni immediatamente successivi all'armistizio dell'8 settembre, le strutture direttive dei movimenti di liberazione sloveni e croati promulgarono due distinte dichiarazioni, con le quali proclamarono annesse alla Jugoslavia l'Istria (suddivisa fra Slovenia e Croazia) e la Venezia Giulia (alla Slovenia). Le dichiarazioni vennero confermate il 30 novembre 1943 a Jaice dal massimo organo federale, la Presidenza del Consiglio Antifascista di Liberazione Jugoslavo. Sul punto si veda Egidio Ivetic (cur.), Istria nel tempo. Manuale di storia regionale dell'Istria con riferimenti alla città di Fiume, Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, Unione Italiana di Fiume, Università Popolare di Trieste, Rovigno 2006, p. 566.
- ^ Patrick Karlsen, op. cit., pp. 16-17.
- ^ Il virgolettato è tratto da Elena Aga Rossi, Antonio Carioti, I prodromi dell'eccidio di Porzûs, in Ventunesimo Secolo, 16, giugno 2008, pp. 84-85.
- ^ Sergio Gervasutti, Il giorno nero di Porzûs. La stagione della Osoppo, Marsilio, Venezia 1997, p. 138.
- ^ Il virgolettato in Patrick Karlsen, op. cit., p. 32.
- ^ Si vedano in merito le riflessioni di Marina Cattaruzza, L'Italia ed il confine orientale, Il Mulino, Bologna 2007, pp. 270 ss.. Il testo della lettera è stato pubblicato varie volte, citato per primo - in stralci - da Paolo Spriano, Storia del Partito Comunista Italiano. V. La Resistenza. Togliatti e il partito nuovo, Einaudi, Torino 1975, pp. 436-438.
- ^ Si fa riferimento alla Rivoluzione Russa.
- ^ Paolo Deotto, Strage di Porzûs. Un'ombra cupa sulla Resistenza, dal sito dell'Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale.
- ^ Marina Cattaruzza, L'Italia e il confine orientale, cit. p. 271.
- ^ La questione è riassunta fra gli altri da Giovanni Gozzer, Porzûs: una Yalta giuliana (dal sito del Centro Studi della Resistenza, l'articolo originariamente era apparso sul Corriere del Ticino, 17 novembre 1997) e da Roberto Roggero, Oneri e onori: le verità militari e politiche della guerra di liberazione in Italia, Greco & Greco Editori, 2006, ISBN 9788879804172, pp. 430-431, ma entrambi appaiono abbastanza lacunosi, sbagliando perfino il nome di Zocchi "Ninci" - chiamato "Bocchi". Molto più approfondita la ricostruzione di Sergio Gervasutti, op. cit., pp. 79-88.
- ^ Elena Aga Rossi, Antonio Carioti, I prodromi (...) cit., p. 85.
- ^ Si vedano in estratto alcune relazioni del comandante della Osoppo Francesco De Gregori "Bolla" in Primo Cresta, Gorizia e la sua lotta di liberazione, in I cattolici isontini nel XX secolo. III. Il goriziano fra guerra e ripresa democratica (1940-1947), Istituto di Storia Sociale e Religiosa, Gorizia 1987, pp. 231-257.
- ^ Elena Aga Rossi, Antonio Carioti, I prodromi (...), cit. p. 85.
- ^ Alberto Buvoli, Le formazioni Osoppo Friuli. Documenti 1944-45, Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione, Udine 2003, p. 101; sul punto anche Elena Aga Rossi, Antonio Carioti, I prodromi (...), cit. p. 85.
- ^ Secondo la relazione del maggiore MacPherson del SOE, il battaglione partigiano sloveno "Rezianska" annunciò alla popolazione che Trent era stato portato "davanti alla giustizia" delle loro brigate, mentre tre osovani che gli facevano da scorta affermarono che era stato ucciso in uno scontro con i tedeschi. Si ipotizza che Trent fosse caduto in un tranello tesogli dagli sloveni e consegnato ai tedeschi. Così concludono Elena Aga Rossi, Antonio Carioti, I prodromi (...), cit., p. 86.
- ^ L'intera relazione in Elena Aga Rossi, Antonio Carioti, I prodromi (...), cit. pp. 86-87.
- ^ Fondo: Processo Porzûs. Documenti in copia da archivi di Tribunali, dall'Archivio dell'Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione. Secondo Gianni Oliva (La Resistenza: 8 settembre 1943-25 aprile 1945, Giunti, Milano 2003, p. 65), i gappisti facevano parte della Brigata "13 martiri di Feletto", ma la sua ricostruzione appare errata in molti particolari.
- ^ Testo in Senza titolo, in Corriere della Sera, 13 luglio 1996, p. 35.
- ^ Giovanni Di Capua, Resistenzialismo versus Resistenza, Rubbettino Editore srl, 2005, ISBN 9788849811971, pag 110
- ^ Questa è la ricostruzione in Ercole Moggi, La dolente sfilata delle madri dei trucidati, in La Stampa, 15 gennaio 1950, p. 5.
- ^ Alberto Bobbio, La strage di Porzus, la verità del partigiano Lino dal sito "resistenzaitaliana.it". L'articolo originale è apparso su "Famiglia Cristiana"]
- ^ Gianni Oliva, Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell'Istria, Mondadori, Milano 2002, p. 195.
- ^ Roberto Roggero, Oneri e onori: le verità militari e politiche della guerra di liberazione in Italia, Greco & Greco Editori, 2006, ISBN 9788879804172, pag 433
- ^ A cura di Mario Bordogna, Junio Valerio Borghese e la X Flottiglia MAS, Mursia, Milano 1995, ISBN 88-425-1950-2, pag. 158.
- ^ Si riportano qui le ricostruzioni della stampa dell'epoca e l'ampio riassunto contenuto in Primo Cresta, Un partigiano dell'Osoppo al confine orientale, Del Bianco Editore, Udine 1969, pp. 123-125.
- ^ Zio dell'omonimo cantautore romano Francesco De Gregori
- ^ Secondo altre ricostruzioni, Comin invece sarebbe stato un partigiano comunista fuggito da un treno che lo stava conducendo in un lager tedesco, che aveva raggiunto le malghe di Topli Uork perché erano il covo partigiano più vicino. Brunello Mantelli, Porzus, la lezione non è il nazionalismo, in l'Unità, 23 febbraio 2003, p. 23.
- ^ I responsabili del massacro nella morsa delle accuse, in La Stampa, 17 gennaio 1950, p. 4.
- ^ L'eccidio di Porzus nel racconto di un superstite, in La Stampa, 6 ottobre 1951, p. 5.
- ^ Dalla pagina dedicata a Francesco De Gregori "Bolla" nel sito dell'Istituto Mazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in italia.
- ^ La data della morte e le brevi note biografiche sono tratte da Sergio Gervasutti, op. cit., pp. 213 ss.
- ^ Ercole Moggi, Nega e non ricorda il principale imputato, in La Stampa, 11 gennaio 1950, p. 4.
- ^ Sergio Gervasutti, op. cit., p. 172.
- ^ Stralci della relazione in Alberto Buvoli, L'eccidio di Porzûs: ipotesi interpretative, in Storia contemporanea in Friuli, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Anno XXXI - Numero 32, Udine 2001; il virgolettato è citato anche in Gian Antonio Stella, Strage di Porzus: non si pente il fucilatore "rosso", in Corriere della Sera, 31 gennaio 1992, p. 2.
- ^ Tutto il racconto sulle inchieste partigiane è tratto per riassunto da Sergio Gervasutti, op. cit., pp. 172-176.
- ^ Sergio Gervasutti, op. cit., p. 173.
- ^ Sergio Gervasutti, op. cit., p. 186.
- ^ Sergio Gervasutti, op. cit., p. 173.
- ^ Sergio Gervasutti, op. cit., p. 174.
- ^ Sergio Gervasutti, op. cit., p. 174.
- ^ Sergio Gervasutti, op. cit., pp. 174-175.
- ^ Strage di partigiani, arriva il film tabu, articolo de Il Corriere della Sera, del 30 luglio 1997; sulla tempistica della destituzione di Toffanin, si veda Sergio Gervasutti, op. cit., p. 173.
- ^ Giovanni Padoan "Vanni", La regia dei fatti di Porzûs, estratto da Id., Porzûs: strumentalizzazione e realtà storica, Edizioni della Laguna, 2000. Dal sito www.carnialibera1944.it, a cura dell'Associazione promotrice del Museo della Carnia Libera 1944.
- ^ Non tutti gli imputati siederanno tra le sbarre, in La Stampa, 23 dicembre 1949.
- ^ I responsabili del massacro nella morsa delle accuse, in La Stampa, 17 gennaio 1950, p. 4
- ^ L'incartamento contenente la denuncia è conservato oggi presso l'Archivio dell'Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione.
- ^ Sergio Gervasutti, op. cit., p. 176.
- ^ Ercole Moggi, Il processo per la strage dei partigiani della "Osoppo", in La Stampa, 10 gennaio 1950, p. 8.
- ^ Il 26 settembre 1951 Pier Paolo Pasolini testimoniò in aula in quanto parte lesa. Fernando Bandini, Laura Betti (cur.), Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte, Garzanti, Milano 1977, p. 226.
- ^ Il percorso processuale è ricostruito in Sergio Gervasutti, op. cit., p. 177.
- ^ Per la precisione, su 51 imputati risultavano latitanti Mario Toffanin "Giacca", Felice Angelini "Fuga", Bruno Gion "Falchetto", Vittorio Iuri "Marco", Leonida Mazzaroli "Silvestro", Fortunato Pagnutti "Dinamite", Bruno Pizzo "Cunine", Antonio Mondini "Boris" e Adriano Cernotto "Ciclone". L'elenco completo in Sergio Gervasutti, op. cit., pp. 177-178.
- ^ Ferdinando Mautino, La sentenza per i fatti di Porzus ha stroncato l'infame accusa di tradimento, in l'Unità, 7 aprile 1952, p. 1; Quarantun condanne per la strage di Porzus, in La Stampa, 7-8 aprile 1952, p. 1.
- ^ Ferdinando Mautino, La sentenza per i fatti di Porzus (...), cit.
- ^ Il virgolettato è tratto da Si rifarà il processo per la strage di Porzus?, in La Stampa, 12 agosto 1955, p. 4.
- ^ I garibaldini della "Natisone" assolti dall'accusa di tradimento, in l'Unità, 1 maggio 1954, p. 7.
- ^ Ferdinando Mautino, La sentenza di Firenze, in l'Unità, 4 maggio 1954, p. 2.
- ^ Si rifarà il processo (...), cit.
- ^ Chiesto un nuovo processo per il massacro di Porzus, in La Stampa, 19 giugno 1957, p. 4.
- ^ Questa era la previsione normativa, ai sensi dell'art. 1 del DPR. Si veda in merito Pietro Pomanti, I provvedimenti di clemenza. Amnistia, indulto e grazia, Giuffrè, Milano 2008, p. 76.
- ^ Toffanin, Pertini lo graziò ma la Procura non voleva, in Corriere della Sera, 20 settembre 1997, p.13.
- ^ Paolo Deotto, op. cit..
- ^ Motivazioni della medaglia d'oro al valor militare a Francesco De Gregori, sul sito del Quirinale
- ^ Paolo Simoncelli, Sulla strage di Porzûs strane ipocrisie, in L'Avvenire, 27 maggio 2010.
- ^ Alfio Caruso, Tutti vivi all'assalto, Longanesi, Milano 2003, p. 358.
- ^ Francesco De Gregori, biografia dal sito dell'ANPI.
- ^ Tommaso Piffer, Introduzione, in Tommaso Piffer (cur.), Porzûs. Violenza e Resistenza sul confine orientale, Il Mulino, Bologna 2012, pp. 7 ss.
- ^ Per un riassunto generale di queste accuse si veda Ferdinando Mautino, La "Osoppo" strinse patti con la "X mas", in l'Unità, 6 ottobre 1951, p. 5.
- ^ Ferdinando Mautino, Terracini smantella l'accusa di tradimento mossa a carico dei partigiani garibaldini, in l'Unità, 28 marzo 1952, p. 5.
- ^ F.M. (Ferdinando Mautino), Il processo a Lucca per i fatti di Porzus, in l'Unità, 27 settembre 1951, p. 3.
- ^ La celebrazione ufficiale a Roma. Reggio Emilia decorata con la medaglia d'oro, in l'Unità, 25 aprile 1950, p. 1.
- ^ l'Unità, 21 marzo 1975, p. 5.
- ^ Il virgolettato è tratto da una breve intervista alla storica Elena Aga Rossi, da Dario Fertilio, Malga Porzus, il risveglio della sinistra, in Il Corriere della Sera, 13 agosto 1997, p. 25.
- ^ Esponenti del PCI di Udine ricordano partigiani uccisi dai garibaldini, in l'Unità, 23 maggio 1990, p. 4.
- ^ "La Osoppo una tragedia per tutti", in l'Unità, 25 maggio 1990, p. 4.
- ^ Mario Lizzerò morì a Udine l'11 dicembre 1994.
- ^ Mario Lizzero “Andrea”. Il suo impegno civile, politico e sociale, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Udine 1995, p. 24.
- ^ Sul tema Cesare Bermani, Il nemico interno: guerra civile e lotte di classe in Italia, 1943-1976, Odreadek 2003.
- ^ Pasquale Cascella, Partigiani? No, volevano la dittatura, in l'Unità, 9 febbraio 1992, p. 3.
- ^ Cossiga oggi visita Porzus e Cargnacco, in l'Unità, 16 febbraio 1992.
- ^ Sul tema si veda Glenda Sluga, The problem of Trieste and the Italo-Yugoslav border: Difference, Identity, and Sovereignity in Twentieth-Century Europe, State University of New York Press, 2002; con maggior intento divulgativo Philip D. Morgan, The fall of Mussolini: Italy, the Italians, and the Second World War, Oxford University Press, 2008. La connessione fra l'eccidio di Porzûs, i massacri delle foibe, l'esodo giuliano-dalmata e la perdita della Venezia Giulia - il tutto inquadrato per lo meno dal punto di vista cronologico - fa oramai parte di una vasta letteratura. A puro titolo di esempio si citano (in ordine alfabetico) Elena Aga Rossi, Il PCI tra identità comunista e interesse nazionale, in Marina Cattaruzza (cur.), La nazione in rosso: socialismo, comunismo e interesse nazionale 1889-1953, Rubbettino 2005; Gianni Oliva, Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell'Istria, Mondadori, Milano 2003; Giovanni Sale, Il Novecento fra genocidi, paure e speranze, Jaca Book, Milano 2006
- ^ Alberto Crespi, "Pressioni per bloccare Porzus", in l'Unità due, 5 settembre 1997, p. 1.
- ^ Alberto Crespi, Partigiani da western, in l'Unità, 1 settembre 1997, p. 3.
- ^ Porzus? Un falso antisloveno alimentato dal PDS, in Corriere della Sera, 21 agosto 1997, p. 27; Caso "Porzûs". Giacca ricorre agli avvocati, in l'Unità due, 22 agosto 1997, p. 8.
- ^ Gian Antonio Stella, Strage di Porzus: non si pente il fucilatore "rosso", in Corriere della Sera, 31 gennaio 1992, p. 2; Roberto Morelli, Io, pensionato delle Foibe, non mi pento, in Corriere della Sera, 30 agosto 1996, p. 15; Danilo De Marco, Nubi sulla Resistenza, in l'Unità due, 12 agosto 1997, p. 3; Massimo Nava, A Porzus fu giusto sparare: o noi o loro, in Corriere della Sera, 19 agosto 1997, p. 27.
- ^ Gian Antonio Stella, Strage di Porzus: non si pente il fucilatore "rosso", in Corriere della Sera, 31 gennaio 1992, p. 2.
- ^ La dichiarazione è ripresa interamente in Sergio Gervasutti, op.cit., p. 167.
- ^ dichiarazioni di Giovanni Padoan già commissario politico della divisione Garibaldi-Natisone
- ^ a b c Intervista su Famiglia Cristiana di monsignor Aldo Moretti, uno dei fondatori delle Brigate Osoppo
- ^ Paolo Deotto, op. cit.
- ^ Alessandra Kersevan, Porzûs: dialoghi sopra un processo da rifare, Edizioni Kappa Vu, Udine 1995.
- ^ Gorazd Bajc, Operacija Julijska Krajina. Severovzhodna meja Italije in zavezniške obveščevalne službe, 1943-1945, Univerza na Primorskem - Znanstveno-raziskovalno središče, Zal. Annales, Koper 2006.
- ^ Luciano Ferraro, Argo 16, tutti assolti: «Non fu un sabotaggio del Mossad», in Corriere della Sera, 17 dicembre 1999, p. 17.
- ^ Sull'inchiesta di Mastelloni e le ipotesi su Toffanin, Gian Antonio Stella, Porzus. La grande trappola, in Corriere della Sera, 27 agosto 1997, p. 27.
- ^ a b Il pasticcio ministeriale sull'eccidio di Porzus, articolo de Il Corriere della Sera, del 27 maggio 2010 - visto 28 maggio 2010
- ^ Sulla strage di Porzûs strane ipocrisie, articolo di Avvenire, del 26 maggio 2010 - visto 28 maggio 2010
- ^ Porzûs, il ministero cambia rotta, articolo di Avvenire, del 28 maggio 2010 - visto 28 maggio 2010
[modifica] Bibliografia
- Roberto Battaglia, La storia della Resistenza Italiana, Einaudi, Torino 1964
- Alberto Buvoli, Le formazioni Osoppo Friuli. Documenti 1944-45, Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione, Udine 2003
- Marina Cattaruzza, L'Italia e il confine orientale, Il Mulino, Bologna 2007
- Marco Cesselli, Porzûs due volti della Resistenza, La Pietra, Milano 1975
- Primo Cresta, Un partigiano dell'Osoppo al confine orientale, Del Bianco Editore, Udine 1969
- Daiana Franceschini, Porzûs. La Resistenza lacerata, Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione del Friuli-Venezia Giulia, Trieste 1998
- Sergio Gervasutti, Il giorno nero di Porzus, la stagione della Osoppo, Marsilio, Venezia 1997
- Alessandra Kersevan, Porzûs, Dialoghi sopra un processo da rifare, Edizioni Kappa Vu, Udine 1995
- Antonio Lenoci, Porzûs. La Resistenza tradita, Laterza, Bari 1998
- Giovanni Padoan "Vanni", Porzûs. Strumentalizzazione e verità storica, Edizioni della Laguna, Mariano del Friuli 2000
- Tommaso Piffer (cur.), Porzûs. Violenza e Resistenza sul confine orientale, Il Mulino, Bologna 2012
- Il Processo di Porzus. Testo della sentenza del 30 aprile 1954 della Corte d'Assise d'Appello sull'eccidio di Porzus, La Nuova Base editrice, Udine 1997