Ditirambo

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Il ditirambo (in greco διθύραμβος) era, nell'antica Grecia, un canto corale in onore del dio Dioniso.

Il termine διθύραμβος[1] compare per la prima volta nel frammento 77 di Archiloco che lo indica come quel "canto a Dioniso" che viene intonato sotto l'ispirazione del vino.

Nel VII secolo a.C. Arione di Metimna lo dispone secondo un preciso schema facendolo intonare da un coro[2].

Laso di Ermione[3] lo trasferisce da Corinto ad Atene facendolo entrare negli agoni in onore di Dioniso, dove sembrerebbe attestato[4] che il primo vincitore fosse Ipodico di Calcide.

A partire dal VI secolo a.C., tale componimento religioso fu quindi seguito da importanti poeti come Simonide, Pindaro e Bacchilide.

Ha una rilevante importanza concettuale poiché è una "forma-lancio", se così la possiamo definire, che prepara,o meglio genera, a quelle che saranno la tragedia e la commedia. Infatti verrà eseguito in senso "scenico", ad Atene, per la prima volta ad opera di un poeta "girovago" greco, Tespi; ma solo in seguito, quando cioè Eschilo (nell'età "Aurea"), lo adatterà maggiormente al teatro con dialogo e azione (aggiungendo "attori" e "scene") nascerà la tragedia greca vera e propria.

Si trattava di una composizione poetica corale, dove poesia, musica e danza erano fusi insieme e tutti e tre indispensabili in ugual misura. Il ditirambo era una danza collettiva eseguita in circolo da cinquanta danzatori incoronati da ghirlande. Era una danza drammatica e rapida, nella quale il solista rappresentava lo stesso Dioniso, mentre i coreuti lo accompagnavano con lamentazioni e canti di giubilo. Il Ditirambo accompagnava anche i cortei (pompè) di cittadini mascherati che, in stato d'ebbrezza, inneggiavano a Dioniso suonando flauti e tamburi. Il ditirambo infatti era costituito da cori accompagnati dal suono di questi strumenti; un suono cupo, poco melodico, ma di profonda potenza, furente, che accompagnava alla perfezione il corteo barcollante di uomini mascherati: alcune feste a Dioniso infatti presupponevano il totale mascheramento, con pelli di animali e grandi falli; le Menadi, seguaci dirette del Dio, portavano il Tirso, un bastone con in cima o un ricciolo di vite o una pesante pigna.

Aristotele, nella Poetica, afferma che esso diede origine alla tragedia. Secondo la tradizione il ditirambo venne inventato nella città di Corinto da Arione di Metimna (c. 625 - c. 585 a.C.), e da Corinto si diffuse in tutto il mondo greco insieme alla diffusione del culto di Dioniso. Il ditirambo attrasse poeti di valore come Pindaro, Simonide e Bacchilide, e dal VI secolo a.C. divenne oggetto di competizioni nell'ambito delle feste dedicate a Dioniso.

Nella letteratura italiana il ditirambo è un componimento giocoso sul tema del vino e dell'allegrezza conviviale. Il più celebre componimento ditirambico italiano è il Bacco in Toscana di Francesco Redi. Friedrich Nietzsche utilizzò il ditirambo come strumento filosofico: gran parte della sue poesie ed anche alcune sue opere posseggono la forma metrica ditirambica, proprio in onore al dio (o filosofo, come lui lo chiama) Dioniso. Esemplare in tal senso è l'opera maggiore di Nietzsche, Così parlò Zarathustra.

[modifica] Note

  1. ^ Il termine è quasi certamente di origine non greca, cfr. il suffisso.
  2. ^ Cfr. Erodoto. Storie, I, 23. Che non fosse lui l'inventore del "ditirambo" ma solo il perfezionatore, cfr., tra gli altri, Luigi Annibaletto nella nota critica 4 a pag.25 di Erodoto. Storie, vol.I. Milano, Mondadori, 2007. Ma anche, come fonte primaria, l'iscrizione inerente alla vita di Archiloco in Kondoleon "Arch. Eph." 1952, 58 s. A III 1.16 dove sembrerebbe venga attestato che Archiloco abbia composto un "ditirambo" in onore di Dioniso, culto da lui introdotto a Paro.
  3. ^ Cfr. Suda, Λάσος
  4. ^ Cfr. Marmor Parium 46
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