Dialetto spezzino
| Dialetto spezzino (spezìn) | |
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| Parlato in | |
| Parlato in | |
| Classifica | Non in top 100 |
| Filogenesi | Indoeuropee Italiche Romanze Italo-occidentali Occidentali Galloiberiche Galloromanze Galloitaliche Lingua ligure Dialetto spezzino |
| Statuto ufficiale | |
| Nazioni | - |
| Regolato da | nessuna regolazione ufficiale |
| Codici di classificazione | |
| ISO 639-2 | roa |
Lo spezzino (spezìn, con la "z" pronunciata "s" sonora o dolce) è un dialetto della lingua ligure appartenente al gruppo gallo-italico.
Questo termine indica il dialetto in uso su tutto il territorio comunale spezzino. Presso alcune frazioni, come Marola, Cadimare, si usano termini più specifici: marolino, cadamoto; ma le differenze tra le parlate sono minimamente percettibili. Pochissime, e trascurabili le variazioni anche negli altri paesi del Golfo della Spezia. Il termine è usato anche per indicare altri dialetti della provincia.
Si distingue sia dai dialetti della limitrofa Lunigiana, coi quali ha comunque importanti punti di contatto, sia dal genovese. Non sarebbe esatto definirlo come dialetto intermedio, che segna il passaggio tra Liguria e Toscana con alcune influenze lessicali e fonetiche emiliane, anche perchè i dialetti dell'intera provincia di Massa Carrara non hanno praticamente nulla di toscano; lo spezzino è un idioma autoctono e autonomo, con una propria cantilena, o cocina e una propria fonologia, né apuana né tipicamente ligure e neppure eufonicamente intermedia tra le due.
Sono numerose le parole di origine straniera; soprattutto dal francese, dallo spagnolo, dal portoghese.
Indice |
[modifica] Diffusione
L'area del dialetto spezzino comprende gran parte dell'area urbana della città e del suo territorio comunale (ad esclusione della frazione di Pitelli, che ha un proprio dialetto fortemente influenzato dalla parlata arcolana) e i comuni del settore interno del Golfo della Spezia, dove presenta significative, ma non essenziali, varianti di tipo fonetico e lessicale.
Considerando invece l'intero territorio della Provincia della Spezia si nota come lo spezzino lasci spazio gradualmente a varianti specifiche da comune a comune e talvolta anche da frazione a frazione.
Nelle parti più esterne della provincia i dialetti non appartengono più alla tipologia dello spezzino, ma rientrano o in quella genovese (ad esempio il "genovese" parlato a Deiva Marina, Framura, Varese Ligure, Maissana e Carro) o addirittura si collocano ai margini della dialettologia ligure, assumendo caratteri sintattici e ortofonetici che li avvicinano maggiormente ai dialetti emiliani; tra queste parlate di tipo lunigianese, che vanno cioè a raccordarsi con quelle della Lunigiana si possono citare quelle di Ortonovo,Castelnuovo, Sarzana[1], Ameglia, Arcola, Lerici, Santo Stefano Magra, Bolano, Follo, Calice al Cornoviglio[2] che, seppure diverse tra loro, presentano sia influenze lessicali liguri e toscane, sia un forte sostrato fonetico e grammaticale di tipo emiliano-lunigianese; conformemente alla sua posizione di "cerniera" tra la Val di Magra e il Golfo, il dialetto di Vezzano Ligure si pone invece in posizione intermedia tra il dialetto spezzino (ligure) e quelli lunigianesi.
Va infine citata anche l'area che dalle Cinque Terre giunge a Levanto e Bonassola, nella quale le parlate locali presentano alcune affinità con quelle dell'area del Tigullio orientale (e quindi con quelle di tipo "genovesizzante" parlate a Lavagna e Chiavari) ma presentano forti elementi conservativi di tipo "non genovese" dal punto di vista lessicale e fonetico (p. es. levantese e bonassolese veciu, spezzino vecio, genovese, da Framura, veg(g)iu). Caratteristiche simili a quest'area ha pure la Val di Vara in cui si osserva un sempre maggior stadio di "genovesizzazione" man mano che si risale il fiume.
Per via della notevole immigrazione tra fine Ottocento e inizio Novecento e dell'insegnamento nel dopoguerra dell'italiano con metodi che di fatto mortificavano il dialetto, oggi lo spezzino è parlato pochissimo. Sopravvivono in modo diffuso solo alcune espressioni di uso quotidiano.
Scriveva Ubaldo Mazzini già nel 1889: "[...] in pochi anni la popolazione della Spezia si è più che triplicata per elementi nuovi venuti da ogni parte d'Italia, tal che si è fatta una confusione di linguaggio incredibile, e il dialetto antico va man mano modificandosi, finché un giorno si perderà del tutto."
Negli anni che seguirono il faticoso periodo della ricostruzione, quando Spezia poté dedicarsi nuovamente allo studio e alla divulgazione del proprio dialetto, affinché non andasse perduta una tradizione radicata e sentita, furono organizzati concorsi e premi letterari di poesia in vernacolo, denominati " Béla Speza" o " Vécia Speza" che, con la costante presenza di illustri cittadini, quali Augusto Ambrosi, Ferruccio Battolini, Franco Marmori, Bruno Ferdeghini, e molti altri, rivestirono un grande significato socio-culturale, grazie alla tenace ed infaticabile opera di Eugenio Giovando e del suo inseparabile collaboratore, il colto studioso Piergiorgio Cavallini. Tra i poeti dialettali che parteciparono a questi concorsi di poesia in vernacolo possiamo qui ricordare Tino Barsotti, Livio Sisti, Maria Trenta, Sergio Rezzaghi, Teofilo di Rosa, Alberto Vaccarezza e Amedeo Ricco, filologo attento ed ultimo grande classico della poesia dialettale spezzina, vincitore di uno tra i primi prestigiosi concorsi sul tema " Dàa Fòze ".
[modifica] Caratteristiche
ln spezzino le consonanti sono sempre scempie. La doppia "m" dell'italiano corrisponde in spezzino a "nm", come in enmaginae (immaginare), o a "rm" come in armiralio (ammiraglio). Il nesso italiano "bi" corrisponde in spezzino a "gi" come in gianco (bianco). A sua volta il nesso "bb" corrisponde a "g" come in gàgia (gabbia). Il nesso "pi" ha spesso corrispondenza in "ci" come in "ciù" (più) o "ciassa" (piazza). I nessi "mb" e "mp" corrispondono a "nb" e "np", come in canpana (campana). Il nesso latino "pi", diventa "c" dolce, come in cian (piano), cén (pieno). La "r" cade quando compresa tra due vocali come in amoe (amore) o in Caraa (Carrara); presenta inoltre il fenomeno della metatesi come in drento (dentro) o in presempio (per esempio). Simile il discorso per la "l" che cade tra vocali, come in aa (ala) soela (sorella).
[modifica] Ortografia e pronuncia
L'ortografia dello spezzino non è mai stata ufficialmente determinata e possono esserci variazioni a seconda del periodo, a seconda dell'autore e della zona del Golfo. La tradizione ci lascia comunque dei punti di riferimento.
Non ci sono doppie, unica eccezione: la "s", che appare scritta in parole come assassin (assassino), nissoe (lucciole), colisse (rotaie), per sottolineare la pronuncia sibilante. Manca del tutto il suono della "z" come nell'italiano "balzo" o "Firenze". Al suo posto si usa la "s" di "sole"; ad es. pasiensa per "pazienza", esistensa per "esistenza". La "s" dolce può esser scritta con z o con s. È quasi sempre indifferente: gese o geze per "chiesa", ma si usa z in Speza, Lerze, Riomazoe per "Spezia", "Lerici", "Riomaggiore". Il suono italiano del gruppo "sci", "sce" non esiste e viene pronunciato disgiunto e scritto s-c o sc-c come in mes-ciüa (o mesc-ciüa). La "o" può avere suono aperto, chiuso o turbato. In quest'ultimo caso ha una pronuncia intermedia tra la "o" e la "u". In aggiunta lo spezzino ha il suono e il carattere ü come in francese o in tedesco. Tutti i rimanenti suoni si pronunciano e si scrivono come quelli italiani.
[modifica] Articolo
[modifica] Determinativo
L'articolo determinativo femminile è "a". L'articolo determinativo maschile "er" si usa di fronte a parole che iniziano per b, c (velare), f, g (velare), m, p, q, v. Per sostantivi maschili comincianti per vocale si usa "lo" apocopato. In tutti i casi che rimangono si usa "o".
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[modifica] Indeterminativo
L'articolo indeterminativo singolare per i nomi che iniziano per consonante è "ün" (spesso modificato in "én") al maschile e "üna" (spesso modificato in "na") al femminile. Per i nomi che iniziano per vocale l'articolo indeterminativo è sempre "'n'" indipendentemente dal genere. Per il plurale si usano invece le forme partitive "de" e "di".
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[modifica] Favole e Poesie
Esistono alcune favole tipiche in spezzino. Iniziano spesso con la formula
Dunca, cos'a a voré 'n veità, na vota la gh'ea...
(Dunque, che volete [che vi dica] in verità, una volta c'era...) e si chiudono a volte con
Foa 'n sa, foa 'n là,
A me foa la se n'è andà.
(Favola in qua, favola in là,/ la mia favola se n'è andata.)
Dopo il lieto fine, invece, la formula di chiusura è diversa:
I feno 'n beo pranso grande e grosso,
Me a eo sotto a toa e i m'han cacià n' osso
Ch'i m'è arestà zü per er canoosso.
Toca un po' chi com'a gh'ho grosso!
(Fecero un pranzo grande e grosso/io ero sotto la tavola e mi hanno tirato un osso/ che mi è rimasto giù per la gola/ tocca un po' qui come è grosso!) Finita l'ultima frase il narratore spinge la lingua contro la guancia in modo da creare un rigonfiamento e il bambino che ascolta fa per toccarlo, come la mano è abbastanza vicina il narratore finge di mangiargli le dita e dice "ham!"
[modifica] A veceta e a bereta
"La vecchietta e il berretto" è una storiella, impostata come un esercizio mnemonico, che ripercorre tutti gli elementi necessari per fare il pane. Il Mazzini la definisce come la più tipica e originale del repertorio spezzino.
Una vecchietta prende il berretto del narratore/protagonista e dice "A te dago a bereta, se te me dè de pan." (ti do il berretto se mi dai del pane). Ma il forno non ha pane e si percorrono a ritroso tutti i passaggi della produzione: prima in cerca della pasta, poi della faìna (farina), il gran (grano), a grassina (concime), le giande (ghiande), o sèro (cerro), il vento, er mae (mare). E poi, ottenuto il vento dal mare, di nuovo tutti i passaggi sino al forno. Finisce con lo scambio: il pane alla veceta e il berretto al proprietario.
[modifica] A foa dee trei gainete
"La favola delle tre gallinette" ricorda nella sua seconda parte quella dei tre porcellini, con varianti piuttosto "pulp".
Tre gallinette (Giancheta, Rosseta, Negreta) assaggiano troppo spesso il riso che stanno cucinando sino a mangiarlo tutto. Preoccupate della reazione del padre decidono di lasciargli una zuppa e di andare in giro per il mondo. Dopo un'estenuante camminata vengono sorprese dalla pioggia e si mettono a piangere. Ma ecco che arriva un gallo, che decide di aiutarle costruendo per loro una casa. Ma Giancheta entra per vedere come ci si sta e si trova così bene che non apre più alle sorelle. Di nuovo pianti. Ma arriva un altro gallo che fa una nuova casa. Questa volta è Rosseta che lascia fuori l'ultima sorella. Ancora pianti e ancora un gallo che costruisce la terza casa, più solida, e anche Negreta è sistemata. Ecco che passa o luvo (il lupo), si ferma dalla prima casa, bussa e si presenta come il padre. Ma la gallina capisce subito l'inganno e non apre. O luvo minaccia di demolire la casa con un peto; la gallina è incredula "Mah, se t'ei bon falo!" (Se sei capace, fallo!). E il lupo lo fa e se la mangia. Stessa sorte per la seconda gaineta. Alla terza, come o luvo minaccia la distruzione della casetta col suo originale metodo, la gallina Negreta mette un chiodo bello lungo ad arroventare sul fuoco e prende tempo "Spèta 'n momento che t'arèvo" (Aspetta un momento che ti apro). Poi si avvicina alla porta e trova il lupo che ha sovrapposto il suo orifizio al buco della serratura. Allora ci infila il chiodo e lo ammazza, poi esce, apre il lupo, ne estrae le due sorelle e le accoglie a vivere con sé.
I feno 'n beo pranso grande e grosso... ecc.
Delusion ( poesia in vernacolo composta dal Cav. Rag. Amedeo Ricco nel 1961)
A me ricordo quando a èo ‘n fantèto
e a sentivo parlàe dea Lopasìna (*)
a pensavo a na bèla sitadìna
co’e se’ casete ao sòco de ‘n montèto.
E Rimòsi (*) a me ‘r favo ‘n paesèto,
ch’i fa bèo vede ‘n sima a na colìna
come na cosa bèla ‘nt’a vedrina,
o na tèa de valòe ‘nt’o se’ quadrèto.
Poi, quando a me son fato ciù grandèto
e a roba la vegnìva pecenìna,
ho scovèrto che a prima l’ea ‘n sorchèto,
onde ghe còra l àigoa sèa e matìna,
e l’àotro i nascondeva ‘nte ‘n cantèto
na cà, dòa piane e muci de grassìna.
(*) piccole località situate nella zona collinare di Marinasco, costa di Santa Lucia
Quando s’ea fanti noi *
Ai tempi nostri, quando se metéva
soto ar camìn, pe’ a note dea Befana,
‘na càossa dee ciù lùnghe che s’avéva,
de còton o de lana;
quando a Natale e lùse s’assendéva
pe’ iluminàe a Madona co’r Bambin,
o e balete che l’ea tacà ai raméti
de zenebro o de pin;
quando o giorno d’i Santi,
secondo a tradissiòn
con en po’ d’ambissiòn, se comedàva
entorno ar còlo a rèsta de baléti;
quando de primavéa, co’i aotri fanti,
s’andava pe’ i sorchéti
en sérca de vièe;
quando per San Giusèpe ‘nt’i banchéti
a sernévimo a rèsta de nissèe;
che fervòe, che entusiasmo, che emossiòn !
Quanta gioia ‘nte’r chèe
i metévo ‘ste usànse, ‘sti retorni
de date, de memòie, de bèi giorni
fati de pògo ma che se spetàva
come l’aveniménto ciu’ emportante.
Tùto la deventava interessante
en drénto ae nostre ca, ‘nte quelo ambiente
onde a festa l’éa festa e a contentessa
la vegnìva dao gnente.
Quei tempi i en come ‘n somio che i ha perso
Tropo d’o sé colòe,
come a ciu’ bèla rima, o ciu’ beo verso,
i ha perso o sé cantòe.
E parlando de afèti, sentimenti,
de cose tanto cae da custodìe,
d’i pecenìn de anchè se podeài dìe,
ch’i gh’hano tùto e i n’éno mai contenti.
- di Amedeo Ricco – 1975
(Presentata fuori concorso al 1º Premio di poesia in vernacolo spezzino, indetto ed organizzato dal Circolo Artistico Musicale e Ricreativo “ Citta’ della Spezia “ – 1º Premio assegnato al poeta Tino Barsotti, con “ Pescadoi “.)
[modifica] Scioglilingua
- Aiei i ea eio, aoa i è oo (Ieri era olio, oggi è oro - Nota: la frase non contiene neanche una consonante)
- A tò ito oto èti in totaneti, tuti tagià a tocheti (Ti ho detto otto etti di totanetti, tutti tagliati a pezzetti)
- Bonaséa, séa. La m'ha dito a séa s'a ghe 'npresté en po' de séa che la passeà staséa a redarve a séa. Bonaséa, séa. (Buonasera, zia. Mi ha detto la zia se le prestate un po' di cera, che ripasserà stasera a ridarvi la cera. Buonasera, zia).
- Pia 'n po' 'n pan! (Prendi un po' una pagnotta!)
- Te chini chì o te chini ciü 'n là? (Scendi qui o scendi più avanti?) Me a chino chì cò da catae i ciuciain (Scendo qui perché devo comprare i cucchiaini)
[modifica] Proverbi
- Ai cativi mainài tüti i venti i en contrai (Per i cattivi marinai, tutti i venti sono contrari)
- Ai cuiosi se ghe strina 'r cüo. (Ad esser curiosi ci si può scottare il culo)
- A tüto gh'è remedio, fea che a l'osso der colo (A tutto c'è rimedio, tranne all'osso del collo, alla morte)
- Beati i ürtimi se i primi i han discression. (Beati gli ultimi... se i primi sono educati)
- Bela come er cüo dea padela (Bella come il cul della padella)
- Chi pè pè, chi ne pè va a pé (chi può può chi non può si arrangia)
- En po' pe' ün i ne fa mao a nissün (Un po' per uno non fa male a nessuno)
- Er merlo ch'i disa ar corvo: -come tei negro!- (Il merlo che dice al corvo:-come sei nero!-)
- Er porco i dà der porco ai autri perché i l'è lü. (Chi ha la coscienza sporca accusa gli altri)
- Fin che i sassi i van a fondo, a ghe saàn de semi ar mondo (finché i sassi vanno a fondo, ci saranno scemi al mondo)
- L'è come picae ün che caga (è come picchiare uno che sta facendo i suoi bisogni)
- Morto 'n papa se fa 'n papa e 'n cardinale. (Morto un papa, si fa un papa... e un cardinale)
- 'Na pissada sensa peto, l'è come 'n violin sensa archeto (una pisciata senza peto, è come un violino senza archetto)
- 'Nta padela i zimi de bochi i paen torta (lett.: Nella padella le cime dei rovi sembrano torta.)
- S'a ne ghe n'è a ne se 'n spenda (se non ce n'è non se ne spende: si dice dell'intelligenza)
- Da n'pin ne ghe nassa en castagno (da un pino non nasce un castagno)
[modifica] Note
- ^ Giorgio Masetti, Antologia etimologica del dialetto Sarzanese, Agorà, 2000
- ^ Vedi P. Maffei Bellucci, Profilo dei dialetti italiani - Lunigiana, Pisa, Pacini, 1977; per Follo R. Bruni, Vocabolario del dialetto di Bastremoli, La Spezia 1996.
[modifica] Bibliografia
- Ubaldo Mazzini, Saggio di folclore spezzino , La Spezia, Amministrazione provinciale della Spezia, 1979.
- Ubaldo Mazzini, Poesie in vernacolo , La Spezia, Editori Laterza - Cassa di Risparmio della Spezia, 1989.
- Mario Niccolò Conti e Amedeo Ricco, Dizionario spezzino, La Spezia, Accademia Lunigianese di Scienze Giovanni Capellini, 1975.
- Franco Lena, Nuovo dizionario del dialetto spezzino , La Spezia, Accademia Lunigianese di Scienze Giovanni Capellini, 1993.
- Franco Lena, Introduzione alla grammatica del dialetto spezzino , Genova - La Spezia, Stabilimento Tipografico Fabiani, 1995.