Dialetto barese

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Riconoscendo l'arbitrarietà delle definizioni, nella nomenclatura delle voci viene usato il termine lingua se riconosciute tali nelle norme ISO 639-1, 639-2 o 639-3. Per gli altri idiomi viene usato il termine dialetto.

Dialetto barese (dialètte barése/baríse)
Creato da {{{creatore}}}
Contesto {{{contesto}}}
Parlato in bandiera Italia
Regioni Stemma Puglia
Stemma Basilicata
Periodo {{{periodo}}}
Persone circa 2.102.023
Classifica non in top 100
Scrittura {{{scrittura}}}
Tipo
Filogenesi Indoeuropee
 Italiche
  Romanze
   dialetti meridionali italiani
    Barese
Suddivisioni {{{sub1}}}
Statuto ufficiale
Nazioni -
Regolato da non ufficialmente dal Dialetto di Bari, grammatica, scrittura, lettura di Alfredo e Felice Giovine e dal Corso di Lingua Barese a cura di Felice Giovine e Gigi De Santis
Codici di classificazione
ISO 639-1
ISO 639-2
ISO 639-3 {{{iso3}}}  (EN)
ISO 639-5 {{{iso5}}}
SIL   (EN)
SIL
Estratto in lingua
Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo - Art.1
Dichiarazzióne univèrsále de le deritte d'u Omene - Art.1

Tutte le crestiáne nascene libbere e cche le stésse deritte. Tènene cervidde e cchescènze e ss'onne á operá ll'une che ll'alde che nnu spirete de fratellánze.

Traslitterazione
{{{traslitterazione}}}
Barese language situation map.2(the right map)..jpg
Distribuzione geografica del barese
Il dialetto barese (IIIc) nel sistema dei meridionali intermedi
dialetto barese: estensione geografica

Il dialetto barese (nome nativo dialètte barése IPA: ['ba:resə], baríse o barése) è la varietà linguistica romanza parlata nella città di Bari e in generale nell'area centrale della Puglia e in parte della Basilicata, da 2.102.023 persone circa, caratterizzato da variazioni percettibili negli accenti anche fra gli stessi quartieri della città. Si tratta di un idioma sviluppatosi gradualmente su di una base latino-volgare e modificatosi via via nel tempo anche grazie agli apporti linguistici ricevuti dalle popolazioni straniere che si sono avvicendate nell'area geografica interessata: Svevi, Spagnoli, Francesi, Arabi e Greci che hanno contribuito a caratterizzarne l'inflessione per molti incomprensibile, soprattutto in relazione al livello fonetico dell'analisi linguistica.

Indice

[modifica] Estratti

Il Padre Nostro

Attàne Nèste,
ca sta 'ngile,
sandificàte jè u nome tuje,
venghe à nú u Régne tuje,
sèmbe che lla volondà tuje,
come 'ngile acchessí 'ndèrre.
Annúscece josce u pane nèste de tutte le di,
e llívece à nnú le díbete nèste,
come nú le levàme à ll'alde,
e nnon z'inducénne à nnú 'ntendazióne,
ma líbberace d'o' male,
Amen.

L'Ave Maria

Ave Maríe,
chine de gràzzie,
u Segnore jè cche tté.
Tu ssi benedétte 'nmènze à lle fémmene,
e benedétte jè u frutte
d'u vèndre tuje, Gesú.
Sanda Maríe, madre de Ddie,
prighe pe' nnú peccatóre,
josce e 'nd'à ll'ore de la morta nèste,
Amen.

Il Salve regina

Salve o' Reggine
matre de misericòrdie vita, dulgézze, spirànze nostre
salve, à tté recurràme, figghie d'Èva
à tté sospiriàme, chiangénne,
'nd'à 'sta valle de lacreme, alló avvocàte
nostre chiamínde à nnú cche ll'ècchie tuje
misericordióse,
e ffamme vide dope 'stu esílie, Gesú,
u frutte bènedétte d'u séne tuje.
O clèmènde, bone
o dulge Vérgene Maríe.

L'Angelo custode

Àngele de Ddie
ca si u custòde mije,
allucíneme, custodísceme, tineme é
gguvèrneme
ca te venibbe date da lla piètà celèste,
Amen.

[modifica] Zone in cui viene parlato

Il barese è parlato in tutta la provincia di Bari in quella di Barletta-Andria-Trani e in alcuni paesi del brindisino (Fasano e Cisternino) confinanti con la provincia barese. A nord ha zone d'influenza nella provincia di Foggia. A ovest si diffonde anche nella provincia di Matera il cui dialetto non presenta evidentissime differenze con quello barese, soprattutto nella cadenza melodica, quindi a sud arriva in prossimità della soglia messapica (una linea ideale che va da Taranto ad Ostuni passando per Villa Castelli e Ceglie Messapica), al di sotto della quale si parla il salentino, comprendendo, pertanto, tutti i centri della Valle d'Itria. Influenze del barese sono avvertibili anche nella zona settentrionale della provincia di Potenza, precisamente in alcuni comuni del Vulture (Venosa, Rionero in Vulture, Atella, Melfi) e in quelli della zona ofantina (Lavello, Montemilone).

Diffusione del barese nella provincia di Bari:

██ Dialetto barese orientale

██ Dialetto barese occidentale

██ Dialetto barese (fascia di transizione)

[modifica] Come scrivere in dialetto barese

Per scrivere correttamente il dialetto barese si tiene conto di alcune regole fondamentali. In barese c'è l'abitudine di sfumare notevolmente la vocale finale che diviene unica e indistinta. Questa vocale si scrive sempre ed è un errore grave non scriverla, perché sonorizza la consonante cui si accompagna. Per esempio Bar (bar) e Bare (Bari) o Ce ssi ffatte? (cosa hai fatto?). La "e" invece va pronunciata quando è tonica e va sempre accentata. Per esempio "Méne ca me n'i á sscí!" (Forza che me ne devo andare!).

[modifica] Geminazione

In barese esiste anche la geminazione, meglio nota come raddoppiamento che consiste nella ripetizione di una lettera all'inizio di una parola. Esso avviene su tutti i vocaboli preceduti da un monosillabo tonico o non (solo per alcuni). Esempio: Ce ssi ffatte? (cosa hai fatto?) Ce sst'à ddisce? (che stai dicendo?)

[modifica] Gli accenti

In barese è d'obbligo l'uso degli accenti:

  • accento acuto, usato quando la vocale ha un suono chiuso: é, í, ó, ú;
  • accento grave, usato quando la vocale ha un suono aperto: à, è, ò;

I monosillabi non vanno mai accentati, eccetto alcuni eccezioni: á (a, preposizione semplice), é (e, congiunzione coordinativa), mè (mai, avverbio di tempo), ecc.

Esempi:

  • Mo me n'i à scí! - Ora me ne devo andare!;
  • Quànte si sscéme - Quanto sei scemo;
  • ! - Ciao!;
  • Ce ssi tè-tè! - Sei scemo, uno che parla sempre!
  • Ce ttremóne! - Che trimone, sinonimo del pirla in milanese.

Gli accenti, inoltre, servono anche per distinguere parole scritte nello stesso modo, che però presentano pronunce diverse. Esempio:

  • (me: pronome personale complemento, forma atona) e (mai: avverbio di tempo);
  • nu (uno: articolo indeterminativo, maschile, singolare) e (noi, pronome personale, soggetto);
  • pésce (pesce) e pèsce (peggio);
  • (ciao) e (vuoi).

[modifica] Alfabeto e fonetica

L'alfabeto barese si compone delle seguenti 22 lettere:
A B C D E F G H I J K L M N O P Q R S T U V Z

Le regole di fonetica sono le seguenti:

  • la “a” si pronuncia come in italiano;
  • la "à" con accento grave è aperta come in italiano;
  • la “b” si pronuncia come in italiano;
  • la “c” come in italiano rappresenta due suoni: il suono di casa davanti ad “a, o, u” e il suono di ciliegia davanti a “e, i”;
  • la “d” è a volte leggermente desonorizzata, soprattutto dopo la l e prima della e e della r, ma viene indicata comunque come d per etimologia;
  • la “e” non accentata è semimuta come in francese;
  • la “è” con accento grave è aperta come in italiano;
  • la “é” con accento acuto è chiusa come in italiano;
  • la “f” si pronuncia come in italiano;
  • la “g” rappresenta due suoni: il suono gatto davanti a “a, o, u” e il suono girasole davanti a “e, i”;
  • la “h” è muta come in italiano;
  • la “i” si pronuncia come in italiano. Quando il suono semiconsonantico compare tra due vocali o in principio di parola, si scrive "j";
  • la "í" con accento acuto è chiusa (esempio nella parola "vino") come in italiano;
  • la “j” indica il suono i di noia in principio di parola o tra due vocali;
  • la "k" si pronuncia come in italiano e si usa solo ed esclusivamente nei suoni come quello della parola "scketázze" (/shktazz/).
  • la “l” si pronuncia come in italiano;
  • la “m” si pronuncia come in italiano;
  • la “n” si pronuncia come in italiano;
  • la “o” si pronuncia come in italiano;
  • la "ò" con accento grave è aperta come in italiano;
  • la "ó" con accento acuto è chiusa (esempio nella parola "brontolo")
  • la “p” si pronuncia come in italiano;
  • la “q” è sempre presente seguita da “u” come in italiano;
  • la “r” si pronuncia come in italiano;
  • la “s” ha sempre un suono sordo come in italiano sasso. digramma sc si legge come in italiano sceriffo davanti a “e, i”;
  • la “t” si pronuncia come in italiano;
  • la “u” può indicare il suono italiano di uomo e di tuo;
  • la "ú" con accento acuto è chiusa (esempio nella parola "puro") come in italiano;
  • la “v” si pronuncia come in italiano;
  • la “z” si pronuncia o come la z di zanzara o come la z di pazzo.

[modifica] Dal latino al barese

Vediamo le principali evoluzioni dal latino volgare al barese. Per le vocali si possono a grandi linee ritenere valide le seguenti:

  • ă > a (es.: ămylum > àmele, "contenitore di terracotta") a volte è (es.: mănus > mène o mane, "mano");
  • ā > á o é (es.: (ad)lixāre > allesciá o allescé, "rendere bello", ma anche "coccolare", "accarezzare");
  • ĕ > è (es.: dĕcem > dèsce, "dieci") a volte i (es.: mĕdicus > mìdeche o mèdeche, "medico");
  • ē > ai > é (es.: sēro > sére, "sera");
  • ĭ > i (es.: ĭmbricem > ìrgeme, "tegola");
  • ī > í (es.: īre > scí, "andare");
  • ŏ > (es.: fŏcus > fuèche, "fuoco"), meno di frequente o (es.: nŏvem > nove, "nove");
  • ō > au > ó (es.: carbōnem > carvóne, "carbone");
  • ŭ > ù (es.: mŭstaceus > mustazzélle, "dolce tipico preparato con mosto")
  • ū > ú (es.: ' > mus, trille, "trappola per topi").
  • ae / oe > gli esiti dimostrano che questi dittonghi vennero recepiti come ĕ (es.: coelum > cile o gile, "cielo");
  • au > tende a chiudersi in o (es.: aurum > ore, "oro");

I risultati riportati riguardano la maggior parte degli esiti, ma non sono comprensivi di eccezioni. Questi cambiamenti devono essere interpretati come occorrenti solo in sillabe toniche e non tengono conto degli svariati cambiamenti prodotti in quelle atone, che possono però riassumersi essenzialmente così:

  • tutte le vocali (compresi i dittonghi) diventano nella maggior parte dei casi un'indistinta e IPA: [ə] soprattutto in fine di parola;
  • la ŏ tende ad u (es.: cŏndiare > cunzá o cunzé, "condire");
  • la ŭ tende a scomparire (es.: cicercŭla > *cicercla > cecèrchie, "tipo di legume");

L'evoluzione delle consonanti e dei nessi consonantici è più articolata e in alcuni casi, che saranno indicati, continuano tendenze già tipiche del latino. Per facilità i nessi saranno trattati a parte:

  • b > resta b quando seguita da consonante o semiconsonante (es.: blancus > biánghe o viánghe, "bianco");
  • c > davanti ai suoni /a/, /o/ ed /u/ e consonantici resta c (es.: casa > chése, "casa"); davanti ai suoni /e/, /i/ ed /ə/ si palatalizza con esiti diversi tra c e sc (es.: macinula > macélene; lucem > lusce, "luce");
  • d > di solito resta d indipendentemente da cosa segua (es.: *diaboliculus > diaulìcchie, "peperoncino"), mentre tende ad assimilarsi in n quando preceduta da un'altra n (es.: quando > quanne, "quando"). Solitamente dopo la consonante l e prima di una e muta o di una consonante r si pronuncia desonorizzata (es.: solidus > solde, "soldo"), ma nella scrittura non si differenzia questa variazione di suono;
  • f > resta f in tutte le posizioni (es.: frixorium > fresóle, "padella");
  • g > a differenza di moltri altri suoni consonantici, i risultati nel dialetto della lettera g vengono per lo più dalla lingua italiana, per il latino possiamo sottolineare il nesso gl seguito da a che si trasforma in gn (es.: *glandula > gnàgnele, "ghianda");
  • h > si perde completamente (es.: hora > ore, "ora");
  • j > laddove in latino compariva una i semiconsonantica (j in latino volgare) abbiamo in barese una g o sc (es.: jovis dies > giovedì, "giovedì"), ma la questione è controversa, perché il fatto che spesso tale evoluzione riguarda anche la ī vocalica (es.: ītus > sciúte, "andato") potrebbe essere indice del fatto che in realtà nel dialetto ci si sia rifatti a espressioni italiane anche volgari come giovedì e gito;
  • l > è una delle consonanti più instabili nel passaggio, i suoi esiti sono tre e tutti estremamente diversi tra loro: l (es.: lingua > lènghe/lèngue, "lingua"), d (es.: caballus > cavádde, "cavallo"). Resta l se iniziale o assieme ad altre consonanti, quando doppia ed intervocalica, soprattutto nei suffissi -allus, -ellus, -illus, -ollus ed -ullus, tende a d nel singolare e a r nel plurale (es.: *anillus > anìdde, "anello");
  • m > non subisce particolari variazioni (es.: moribundus > marabbónne, "campana che suona durante la celebrazione di un funerale");
  • n > come per la m, non subisce alterazioni consistenti, ma nei nessi consonantici genera trasformazioni varie;
  • p > resta di solito p (es.: patiens > pacce, "pazzo"); in alcuni casi passa a b (es.: supra > sope, "sopra");
  • q > non subisce particolari trasformazioni;
  • r > resta praticamente invariata (es.: rex > , "re");
  • s > di solito rimane s (es.: sartaginem > sartàscene, "padella", nei dialetti della zona murgiana), la s finale cade (es.: cras > crè, "domani");
  • t > resta tale nel passaggio all'altamurano, ma spesso muta la sua pronuncia sonorizzandosi, questo avviene soprattutto dopo la l (es.: Altus Murus > Jaltamúre, "Altamura"); segue l'italiano nella trasformazione in precise condizioni in z (es.: amicitia > amecìzzie, "amicizia");
  • v > gli esiti più evidenti sono v e f.

[modifica] Dall'italiano al barese

In genere le parole che passano dall'italiano al barese tendono a semplificare la loro pronuncia. Questa semplificazione passa anche attraverso l'utilizzo di un suono introduttivo che è quasi sempre j (es.: erba > jèrve) e che si usa in moltissime parole che iniziano per vocale. Questa semivocale cade nel momento in cui la parola viene preceduta da un articolo (es.: l'erba > l'èrve) e le parole che cominciano per i non subiscono il fenomeno (es.: imbricem > ìrgeme). In alcuni casi, comunque solo se la parola comincia per vocale, può capitare che non venga preceduta da j e che trasformi la sua vocale iniziale in a.

Segue un breve elenco delle maggiori trasformazioni dall'italiano all'altamurano, escludendo come per il paragrafo precedente eccezioni e casi particolari:

  • aio/aia > ère (es.: notaio > nutère), in realtà è stato l'italiano a perdere la r originaria latina;
  • cce/cci > zze (es.: salsiccia > salzìzze);
  • g > quando iniziale diviene spesso j (es.: gamba > jamme). Davanti ai dittonghi ua e ue cade (es.: guerra > wèrre), ma questo può essere anche effetto della provenienza germanica di queste parole (si confronti guerra con war inglese e uèrre barese). Spesso g(g) diventa sc (es.: leggere > lésce). Il gruppo gli diventa gghie (es.: aglio > jàgghie);
  • i > tende a cadere quando iniziale (es.: imparare > 'mbará o 'mbaré; innamorato > 'nnammuráte o 'nnamuréte);
  • p > spesso invariata, si sonorizza dopo nasale (es.: impossibile > 'mbossìbbele).

[modifica] I nessi consonantici in barese

I nessi consonantici che vengono affrontati in questo paragrafo sono considerati indipendentemente dalla loro provenienza latina o italiana.

  • il nesso cl > chi (es.: *cicercla > cecérchie);
  • i nessi nb e np > mb (es.: in braccio > 'nbrazze o 'nvrazze; in piedi > 'nbite);
  • il nesso nd > nn (es.: quando > quanne);
  • i nessi ng e nq > ng(u) (es.: in cielo > 'ngile; in corpo > 'nguèrpe);
  • i nessi nf e nv > nb (es.: inferno > 'nbirne; invece > 'nbésce);
  • il nesso nm > mm (es.: in mezzo > 'nmènze);
  • il nesso ns > nz (es.: *in sursum > 'nzuse);
  • il nesso nt > nd (es.: quanto > quande);
  • il nesso pl (latino) / pi (italiano) > chi (es.: pluvere / piovere > chiòve);
  • il nesso tl > cl.

[modifica] Grammatica

[modifica] Gli articoli determinativi e indeterminativi

Gli articoli: determinativi e indeterminativi
Maschile singolare Femminile singolare Plurale
determinativi u la le
indeterminativi nu (n') na (n')

n' viene usato quando la parola che seguente inizia per vocale.

[modifica] Il plurale e il femminile

Molti aggettivi e sostantivi sono invariabili: cambia solo l'articolo.

  • u cane [il cane] - le cane [i cani];
  • u uàrvere [l'albero] - l'arvere [gli alberi];
  • la cerase [la ciliegia] - le cerase [le ciliegie];
  • u paíse [il paese] - le paíse [i paesi].

Ci sono anche alcuni plurali metafonetici:

  • u peccióne [il piccione] - le peccióne/le pecciúne [i piccioni];
  • u capélle [il capello] - le capídde [i capelli].

Per il femminile è la stessa cosa: molti, quasi tutti, aggettivi e sostantivi rimangono invariati.

[modifica] I pronomi

I pronomi dimostrativi sono i seguenti indicati nella tabella sottostante:

I dimostrativi: aggettivi e pronomi
Maschile singolare Femminile singolare Plurale
Questo/a/i/e cusse chésse/chéssa chisse
Quello/a/i/e cudde chédde/chédda chidde

I pronomi personali soggetto sono:

pronomi personali soggetto
Persona Soggetto
1a persona singolare ji
2a persona singolare tu
3a persona singolare maschile jidde
3a persona singolare femminile jédde
1a persona plurale
2a persona plurale
3a persona plurale lore

Come forma di cortesia, per esempio quando ci si trova di fronte a una persona più anziana alla quale bisogna dare rispetto, si utilizza il sostantivo u mèste/mè' (signore) se ci riferiamo ad un uomo o la signó/la signóre/la segnó se ci riferiamo ad una donna. Alcune volte anche utilizzato in tono scherzoso.

I pronomi relativi sono:

  • ce [chi];
  • ca [il quale, la quale, i quali, le quali, di cui, a cui].

Per esempio:

  • Ce ssi ttu? [chi sei?];
  • La segnore ca so acchiàte ajíre [la signora che ho visto ieri];
  • Le libbre ca tu me si parlàte [i libri di cui mi hai parlato].

[modifica] I possessivi

Gli aggettivi possessivi e i pronomi possessivi sono questi elencati nella seguente tabella:

Possessivi
Persona Maschile singolare Femminile singolare Plurale indistinto Forma enclitica
1a singolare mije/mi méje/mé mije/mi -me
2a singolare tuje/to toje/to tuje, toje/to -te
3a singolare suje/sú soje/só suje, soje/sú, só -se
1a plurale nèste nostre nèste -
2a plurale vèste vostre vèste -
3a plurale lore lore lore -se

In dialetto barese l'aggettivo possessivo va sempre dopo il nome al quale si riferisce.

  • la maghene méje [la mia automobile].

Altra caratteristica di questo dialetto è anche la forma enclitica del possessivo tramite suffissi, che però è limitata solamente alle persone:

  • uattàneme [mio padre];
  • mamete [tua madre];
  • sòrese [sua sorella].

[modifica] Preposizioni

Le preposizioni semplici sono:

  • de [di];
  • à [a];
  • da [da];
  • jinde ('nde; 'n) [in];
  • che [con];
  • suse/sope [su];
  • pe' [per];
  • 'nmènze, 'ndra [tra, fra].

Possono fare anche da preposizioni:

  • sotte [sotto];
  • abbàsce/sotte [sotto, giù].

Le preposizioni articolate sono:

Preposizioni articolate
u la le
de d'u de la de le
á o' à lla à lle
da d'u da lla da lle
jinde junde u/'nd'u jinde la/'nd'à lla jinde le/jinde à lle/'nd'à lle/'nde le
che c'u che lla che lle
suse suse u/sus'u suse á/sus'á suse le
pe' p'u pe' lla pe' lle

Le principali locuzioni prepositive sono:

  • da ddo, da ddè > di qua, di là;
  • 'nzime che, 'nzime à > insieme a;
  • fine à > fino a;
  • sènze > senza (anche se non è una locuzione);
  • pe' ccolpe de > a causa di.

[modifica] Ca e Che

Ca (lat. quia) può avere valore di:

  • preposizione realtiva: vogghe/voche à accàtte u prime ca jàcchie. [comprerò il primo che trovo];
  • congiunzione:
    • nella proposizione dichiarativa: u sacce ca jè nu buène uagnóne. [so che è un bravo ragazzo];
    • nella preposizione consecutiva: tène nu sacche de libbre ca la case soje pare na bibbliotèche. [ha tanti libri che la sua casa sembra una biblioteca];
  • introdurre il secondo termine di paragone: jève chiú la fodde ca u rèste. [era più la folla che il resto].

Che (lat. quod) può avere valore di:

  • preposizione: tagghià c'u chertídde. [tagliare col coltello];
  • congiunzione [con];
  • per formare il congiuntivo presente: che vènghe ddo' [che venga qui];
  • nella forma avversativa: che tutte ca [con tutto che];
  • nelle proposizioni finali: veléve che jève chiú jirte [avrei voluto essere più alto];
  • nelle proposizioni concessive: avàste che paghe [basta che paghi];

Il partitivo in barese non esiste, e per tradurlo vengono adoperate due forme:

  • nu picche [un poco];
  • à mmuzze [a mucchi, un po'/poco];
  • do [due].

[modifica] Congiunzioni, negazioni ed affermazioni

Segue l'elenco delle principali congiunzioni del barese:

  • e, "e(d)";
  • o, "o(ppure)";
  • ma, "ma";
  • pérò, "però";
  • ca, "che";
  • ce/si, "se";
  • percé/peccé, "perché";
  • come/accóme, "come";
  • acchessí, "così";
  • abbàste ca po', "purché";
  • abbàste ca nan, "purché non";
  • tande ... ca ..., "tanto ... che ...".

Qui troviamo le principali negazioni e affermazioni:

  • none, "no";
  • nan/non, "non" (la n finale modifica in alcuni casi l'iniziale della parola successiva per un fenomeno di sandhi, es.: nan pozze > nan bozze);
  • mè/mà, "mai";
  • sí/sine, "sì";
  • cèrte, "certo";
  • securaménde, "sicuramente";
  • sènze méne, "certamente".

[modifica] Comparativo di maggioranza, minoranza e uguaglianza

  • Comparativo di maggioranza: Soggetto + verbo essere + chiù + aggettivo + de + ...

Es.: Tu si cchiú attíve de cudde. (Tu sei più schietto di quello).

  • Comparativo di minoranza: Soggetto + verbo essere + méne + aggettivo + de + ...

Es.: Maríe jè mméne grèsse d'Antoniètte. (Maria è meno grossa di Antonietta).

  • Comparativo di ugualianza: Soggetto + verbo essere + aggettivo + come + ...

Es.: Ziànete jè bbèlle come la mije. (Tua zia è bella come la mia).

[modifica] Mesi e Giorni

In barese esiste solo l'estate (la staggióne) e l'inverno (u 'nvirne), ma molte volte si utilizza specificare così:

Gennaio Gennàre

Febbraio Frevàre

Marzo Marze

Aprile Abbríle

Maggio Màggie

Giugno Giúgne

Luglio Luje

Agosto Aúste

Settembre Sèttèmbre

Ottobre Ottóvre

Novembre Nuvèmbre

Dicembre Dicèmbre

Giorni della settimana:

Lunedí lunedì

Martedí martedì

Mèrcoledí mercoledì

Giovedí giovedì

Venerdí venerdì

Sàbate sabato

Duméneche domenica

[modifica] Numeri ordinali e cardinali

Cardinali:

  • june (uno)
  • du/do (due)
  • tré (tre)
  • quatte (quattro)
  • cìnghe (cinque)
  • sèi (sei)
  • sètte (sette)
  • uètte (otto)
  • nove (nove)
  • desce (dieci)
  • júndece (undici)
  • dúdece (dodici)
  • trídece (tredici)
  • quattúrdece (quattordici)
  • quíndece (quindici)
  • sídece (sedici)
  • desce à ssètte (diciassette)
  • desceòtte/uètte (diciotto)
  • dece à nnove (diciannove)
  • vínde/vénde (venti)
  • poi si continua aggiungendo al nome della decina il nome dell'unità (Es.:uèttànde (Ottanta) + é + nnove (nove)).
  • trénde (trenta)
  • quarànde (quaranta)
  • cinguànde (cinquanta)
  • sessànte (sessanta)
  • settànde (settanta)
  • uèttànde (ottanta)
  • novànde (novanta)
  • cínde (cento)

Ordinali:

  • prime (primo)
  • sécónde/secónde (secondo)
  • tèrze (terzo)
  • quàrte (quarto)
  • quínde (quinto)
  • sèste (sesto)
  • sètteme (settimo)
  • ottàve (ottavo)
  • none (nono)
  • dèceme (decimo)
  • poi si continua aggiungendo al nome del numero cardinale la desinenza -seme e l'ultima vocale si accenta (Es.: desce à ssètte (diciassette) + -seme (esimo) → desce à ssèttéseme).

[modifica] Verbi

Prima coniugazione
mangià (mangiare)
presente imperfetto futuro
ji mange mangiàve i/àgghie à mmangià
tu mange mangiàve ad'à mmangià
jidde/jédde mange mangiàve av'à mmangià
mangiàme mangiavàme avíme à mmangià
mangiàte mangiavàte avíte à mmangià
lore mangene mangàvene onne/àvene à mmangià
Seconda coniugazione
canòsce (conoscere)
presente imperfetto futuro
ji canòsce canesc/canoscéve i/àgghie à ccanòsce
tu canòsce canesc/canoscéve ad'à ccanòsce
jidde/jédde canòsce canesc/canoscéve av'á ccanòsce
canesc/canoscíme canesc/canoscèmme avíme à ccanòsce
canesc/canoscíte canesc/canoscíve avíte à ccanòsce
lore canòscene canesc/canoscèvene onne/àvene à ccanòsce

In barese i verbi si differenziano in due coniugazioni: ed -e. Nella zona murgiana, però, i verbi di prima coniugazione escono spesso in .

[modifica] Verbi principali

  • Essere "(j)èsse": so, si, jè, sìme, sìte, sonde/so'
  • Avere "avé": àgghie, ave/a, ave/a, avíme, avíte, àvene/onne
  • Stare "stà/sté": stogghe/stoche, sta/sté, sta/sté, stàme/stéme, stàte/stéte, stonne
  • Andare "scí": vogghe/voche, va/vé, va/vé, sciàme, sciàte, vonne
  • Tenere "tène": tènghe, tine, tène, teníme, teníte, tènene
  • Fare "fà": fazze, fasce/fèsce, fasce/fèsce, facíme, facíte, fàscene/féscene

[modifica] Modo indicativo

Le desinenze per formare l'indicativo presente sono:

  • prima coniugazione: -e, -e, -e, àme/éme, -àte/éte, -ene;
  • seconda coniugazione: -e, -e, -e, -íme, -íte, -ene.

Il presente continuato in barese si forma con l'indicativo presente del verbo stare + à + indicativo presente del verbo.

  • stogghe à ffazze - sto facendo

Nelle zone interne della provincia di bari e nell'interland si utilizza anche il costrutto: verbo stare + verbo all'infinito.

  • sté studie - sta studiando (soprattutto nell'interno e nell'interland barese)

A Bari, invece, è più usato il primo costrutto anche per la seconda e la terza persona singolare.

  • st'à studie - sta studiando

Nell'imperfetto troviamo le seguenti desinenze:

  • prima coniugazione: -àve, -àve, -àve, -àme, -àte, -àvene
  • seconda coniugazione: -éve, -éve, -éve, -èmme, -íve, -èvene

Il passato prossimo presenta la formazione seguente: ausiliare èsse/avé al presente + participio passato del verbo.

  • accattá/é (comprare): ji so/àgghie accattàte, tu si/a accattàte, jidde/jédde a accattàte, nú sime/avíme accattàte, vú site/avíte accattàte, lore so'/sonde/onne accattàte.

Lo stesso accade per trapassato prossimo e trapassato remoto. Esempio:

  • ji avéve/jève acchiàte - avevo trovato
  • ji avíbbe/fuéve 'mbregghiáte - ebbi imbrogliato

Per il tempo perfetto le desinenze sono:

  • prima coniugazione: -éve, -àste, -ò, -àmme, -àste, -àrene;
  • seconda coniugazione: -íve, -íste, -í, -èmme, -íste, -érene.

Per formare il futuro bisogna ricorrere all'ausiliare avé (avere, dovere) al futuro. Verbo avé al futuro + à + verbo all'infinito.

  • canòsce (conoscere): ji àgghie/i à ccanósce, tu ad'à ccanósce, jidde/jédde av'à ccanòsce, nú avíme à ccanósce, vú avíte à ccanósce, lore àvene/onne à ccanósce.

[modifica] Modo congiuntivo

Il congiuntivo imperfetto ha delle desinenze proprie:

  • prima coniugazione: -àsse, -àsse, -àsse, -àmme, -àste, -àssere;
  • seconda coniugazione: -èsse, -èsse, -èsse, -èmme, -íste, -èssere.

[modifica] Modo condizionale

Il modo condizionale, inesistente, viene sostituito con l'uso dellimperfetto indicativo o dellimperfetto congiuntivo.

  • Veléve scí o' cineme - Vorrei andare al cinema;
  • Velésse vène pure ji - Vorrei venire anche io.

[modifica] Modo imperativo

L'imperativo è formato semplicemente con l'aggiunta della desinenza -e per la seconda persona singolare, -àme o -íme per la prima persona plurale, e -àte o -íte per la seconda persona plurale davanti all'infinito del verbo:

  • chiamínde! - guarda!
  • sciàme! - andiamo! (viene molte volte usato anche sciamanínne)
  • venite! - venite!

[modifica] Modo gerundio

Il gerundio si ottiene dall'aggiunta della desinenza -ànne per i verbi del primo gruppo e -ènne per i verbi del secondo davanti alla forma infinita del verbo:

  • 'ndripiquànne - cadendo
  • fuscènne - correndo

[modifica] Modo participio

Il participio passato è formato con l'aggiunta del suffisso -àte per i verbi appartenenti al primo gruppo e del suffisso -úte per i verbi appartenenti al secondo. Tuttavia vi sono anche participi passati uscenti in -ste:

  • viste - visto
  • remàste - rimasto
  • sciúte - andato

[modifica] Forma interrogativa

In dialetto barese la forma interrogativa si forma in due modi:

  • Soggetto + verbo + ...

Es.: Tu te n'ad'à sscí dè? (Tu te ne devi andare lì?)

  • Verbo + soggetto + ...

Es.: Ad'à sscí ttu ddè? (Tu devi andare lì?)

[modifica] Letteratura

In particolare in ambito poetico ci sono autori che hanno prodotto opere di pregio in dialetto barese; tra questi spiccano Francesco Saverio Abbrescia, Antonio Nitti, Davide Lopez e, più recentemente, Vito Maurogiovanni.[1]

[modifica] Varianti locali

In provincia esistono numerose varianti locali che, pur essendo molto simili al dialetto barese, rispetto a quest'ultimo cambiano cadenza e vocale. Eccone alcuni esempi.

Chi è?

Che vuoi?

Come te lo devo dire?

Hai comprato la frutta?

Ce ne andiamo in villa?

  • Barese: 'Nge n'amm'à sscí à lla ville?
  • Coratino e Turese: N'amm'à sscí à lla ville?
  • Altamurano: N'amm'à sscí 'nmènze à lla ville?
  • Andriese: N'amm'à sciò à lla vélle?
  • Barlettano: 'Nge n'amm'à sscí à vville?
  • Biscegliese: N'èmm'à scé à la vìlle (palazzìne)?
  • Bitettese: N'amm'à ssciàje à lla ville?
  • Bitontino: N'amm'à ssciòjie 'nd'à lla ville?
  • Canosino: N'amm'à sscí 'nd'à lla ville?
  • Conversanese: 'Nge n'am'à sscí 'nd'à lla ville?
  • Coratino: N'amm'à sscí 'nd'à lla ville?
  • Giovinazzese: N'amm'à sscé 'nville?
  • Gravinese: N'amm'à sscí 'nmènze à lla ville?
  • Grumese: N'amm'à sscí 'nville?
  • Minervinese: N'imm'à scéje à lla ville? (ma a Minervino Murge non si utilizza il termine villa, bensì Faro, da cui: N'imm'à sscéje o' fare?)
  • Molese: N'amm'à sscé à lla vélle?
  • Molfettese: N'amm'è sciàje à lla ville?
  • Palese: N'amm'à sciòje à lla ville?
  • Polignanese:N'amm'à sciú 'nminze 'a cchiazze?
  • Rutiglianese: 'Ma scí sotte 'a ville?
  • Ruvese: Ne ssciòme à lla ville?
  • Sammichelino: N'amm'à sscí 'nd'à vville?/N'amm'à sscí 'nville?
  • Terlizzese: N'amm'à sscéje 'nmènze à vvélle?
  • Tranese: 'Nge n'amm'à sscé 'nd'à lla ville?

Non si vede il treno

C'è solamente una padella

[modifica] Parole fondamentali

Quelli che seguono nei paragrafi successivi sono alcuni avverbi e locuzioni avverbiali.

[modifica] Avverbi di luogo

  • do', "qui"
  • , "là";
  • addóve / addó, "dove";
  • abbàsce / 'ndèrre, "giù";
  • sotte, "sotto";
  • fòre, "fuori" (ma anche "in campagna");
  • 'nnanze, "davanti";
  • de rembètte, "di fronte";
  • de fronde, "di fronte";
  • 'mbacce, "di fronte";
  • apprísse, "appresso";
  • ('n)drète, "(in)dietro";
  • vecíne, "vicino";
  • lendéne, "lontano";
  • attúrne, "attorno".

[modifica] Avverbi di tempo

  • josce, "oggi";
  • ajìre, "ieri";
  • crà, "domani";
  • pescrà, "dopo domani";
  • pescridde, "due giorni dopo domani";
  • de matíne, "di mattina";
  • de di, "di giorno";
  • de sére, "di sera";
  • de notte, "di notte";
  • sèmbe, "sempre";
  • mo, "ora, adesso";
  • po', "poi";
  • mo próprie, "proprio ora";
  • subete, "subito";
  • tarde, "tardi";
  • angóre, "ancora";
  • tanne, "allora, all'epoca";
  • appríme, "prima".

[modifica] Avverbi di quantità

  • assà/assè, "molto";
  • chiú, "più";
  • méne, "meno";
  • troppe, "troppo";
  • picche, "poco";
  • nudde, "niente";
  • pe nnudda nudde, "nient'affatto".

[modifica] Locuzioni avverbiali

  • da sope, "per giunta";
  • à ttutte vanne, "dovunque";
  • come à nna sajétte, "velocemente";
  • o' scure, "senza luce, al buio";
  • nan/ 'n zia mè/mà, "non sia mai";
  • mo mo, "or ora";
  • à mmane à mmane, "man mano";
  • bèlle bèlle, "pian piano";
  • fescénne fescénne, "in fretta e furia";
  • à ccurte à ccurte, "per la via più breve".

[modifica] Altre parole di uso comune

  • accendere: appeccià
  • acchiappare/prendere: auandà
  • spegnere: stetà
  • alto: jirte
  • basso: vasce
  • alzare: azà/alzà
  • appunto/apposta/perciò: pedénne
  • albero: (u)arvere
  • albicocca: vermecocche
  • andare: scí
  • anello: anídde
  • bacio/baciare: bèce/basce
  • battesimo: battéseme
  • cresima: crèseme
  • bagnare: bagnà
  • braccio: vrazze
  • bocca: vocche
  • buttare, lanciare: menà/ammenà
  • cadere: 'ndrepequà
  • calze: cazítte/calzítte
  • calzoni/pantaloni: cazúne
  • cambiare: cangià
  • camminare: cammenà
  • capelli: capídde
  • capitare: capetà
  • cavallo: cavàdde
  • chiesa: chise
  • cocomero: melone
  • colore: chelore
  • coltello: chertídde
  • comprare: accattà
  • coprire: acchemógghie
  • cucchiaio: checchiàre
  • cazzuola: cazzàule
  • cugino: cheggíne
  • cuocere/cotto: cusce/cotte
  • dente: dènde
  • dito: discete
  • fave: féve
  • femmina: fémmene
  • foglia: fògghie
  • forchetta e forcella (da capelli): fercíne
  • fuoco: fuche
  • fretta: fodde
  • gamba: gamme/jamme
  • grandine: grandene
  • grosso: grèsse
  • magro: mazze
  • guardare: (a)chiamendà
  • ieri: ajíre
  • inciampare: 'ndrapequà/'ndrepequà
  • innaffiare: annaqquà
  • legna/o: legnéme,
  • ceppo di legno da ardere: zippe
  • lingua: lèngue/lènghe
  • lucertola (di campagna): lacèrte
  • macelleria: vecciaríe
  • maestro (professionista): mèste
  • maschio: maschele/masckele
  • melanzana: malanzàne
  • monte: mendagne
  • moglie: megghière
  • negozio: negòzzie
  • no: no/none
  • occhio: ècchie
  • olio: ègghie
  • orecchio: récchie
  • paese: paíse
  • pancia: vèndre
  • patata: paténe
  • perché: percé/peccé
  • piazza: chiàzze
  • piede: pète
  • piovere: chiòve
  • porto: purte
  • potare (trasportare): pertà
  • portare (da lì fino a qui): annúsce
  • prendere: pegghià
  • presepe: presèpe/presèbbie
  • pulire: pelezzà
  • qualcuno/a: qualchediúne/qualchéjúne
  • raccogliere/raccolto (part.pass): (a)cògghie
  • ragazzo (generico): uagnóne
  • ragazza (generico): uagnédde
  • fidanzata: zite
  • risparmiare: sparagnà
  • ruota: rote
  • salire: sale/salí (raro)
  • scendere: scénne
  • saltare: zembà/zumbé
  • sì: sí/sine
  • bara: tavúte
  • sporco (offesa): 'nzevuse
  • sposarsi, sposato/a: spesà/zetà (o zità), soprattutto per indicare "fidanzarsi"
  • stanchezza: fiàcche
  • stendere: stènne
  • strada: strade
  • suonare: sone
  • tagliare: tagghià
  • testa: cape
  • travasare: travasà
  • trovare: acchià
  • uscire: assí
  • uovo: ove/uève
  • uva: uve
  • velleità/capriccio: picce
  • vino: mire (cfr. lat. vinum merum = vino genuino)

[modifica] Etimologia

[modifica] Vocaboli di origine turca

  • attàne > ata [padre], ma anche dal gotico atta.

[modifica] Vocaboli di origine araba

  • tavúte > نعش (taut) [bara], ma anche dal greco θάπτω (thapto) [seppellire];
  • marànge > naranja [arancia].

[modifica] Vocaboli di origine greca

  • cèndre > κέντρον (kèntron) [chiodo];
  • cerase > κεράσιον (keròsion) [ciliegia];

[modifica] Vocaboli di origine latina

  • scí > latino ire, italiano volgare gire
  • amínue > amygdala [mandorla];
  • cícere > cicer [cece];
  • crà > cras [domani];
  • díscete > digitus [dito];
  • discetà > oscitare [svegliare];
  • mo > mox [adesso, subito];
  • biscrà/pescrà > post cras [dopodomani];
  • pedresíne > petroselinum [prezzemolo], anche dal greco petroselinon;
  • prèvete > presbyter [prete];
  • fasúle > phaseolus [fagiolo].

[modifica] Vocaboli di origine francese

  • mestàzze/mustàzze > moustache [baffi];
  • accattà/é > acheter [comprare];
  • palde/palte > poche [tasca];
  • litte > lit [letto].

[modifica] Vocaboli - Espressioni di origine spagnola

  • suste > susto [angoscia];
  • strepiàte > estropeado [rotto, danneggiato];
  • sparadràppe > esparadrapo [cerotto];
  • "stogghe de fèste" > estar de fiesta [in entrambi in casi vuol dire festività importante,in paese o in famiglia]
  • "s'a fatte prèvete" > "se hizo..." [in entrambi i casi l' espressione " si fece + sostantivo" indica un cambio]
  • ajíre > ayer [ieri]

[modifica] Lemmi

Barese Italiano Provenienza Lingua d'origine
Abbàsce giù abajo / a baix (pron. a bash) / abaixo spagnolo / catalano / portoghese
muíne lecchinaggi amoïnar catalano
À ppète a piedi a pé portoghese
uacídde uccello avicellum latino
ajíre ieri ayer spagnolo
Buàtte barattolo boîte francese
cape de zio Vingènze nullatenente caput sine census latino
Papàle Papàle camminata lenta ραρελε ραρελε (papel papel=un passo dopo l'altro) Greco antico
Cazítte calza chaussette francese
Cerase ciliegia cerasum latino
Cucchiàre cucchiaio cuchara spagnolo
Fenèste finestra fenestra latino
Lassà lasciare laxare latino
Lèngue/lènghe lingua lengua spagnolo
Mammà mamma mamá spagnolo
Mesale tovaglia da tavolo mesa spagnolo
Muzze mucchio, gran numero morra spagnolo
Mestazze baffi moustache francese
Pedresíne prezzemolo petroselinum latino
Arlògge orologio reloj / rellotge spagnolo / catalano
Seméne settimana semaine (pron. seméne) francese
Sèggie sedia sella spagnolo
Sparatràppe cerotto esparadrapo
sparadrap
esparadrap
spagnolo
francese
catalano
Sparàgne risparmio épargne francese
Tavúte bara taut/θάπτω = seppellire greco
arabo
Tirabbuscióne cavatappi tire-bouchon francese
Zíngare zingaro zinegaro spagnolo

[modifica] Proverbi e modi di dire

  • La fésse de mamete (La vulva di tua madre)
  • Fortúne e ccazze 'ngule biàte à cce ll'ave (Tradotto letteralmente: Fortuna e cazzo in culo beato a chi ce l'ha, cioè, essenzialmente, vuol dire Beato a chi ha fortuna in tutto)
  • O chiòve o amméne u vinde, à nnú 'nge ne fréche nudde/ninde (O piove o tira vento, non ce n'importa niente; cioè Andiamo avanti senza pensare a tutte le difficoltà)
  • Stippe ca truve (Conserva che così trovi)
  • La carna triste non la vòle né u diàue e mmanghe Criste (La "carne triste" (ossia la cattiva gente) non l'accetta ne il Diavolo e nemmeno Cristo)
  • Ce bbèlle uè pare u uèsse pezzídde t'av'à ddue (Se bello vuoi apparire, l'osso sacro ti deve dolere)
  • Sanda Tarèse pagò pe' ssènde e jji sèndeche nudde (letteralmente: "Santa Teresa pagò per sentire e io sento gratis"; ossia: è meglio che taci poiché dici fesserie)
  • u tavúte non dène le palde ("La bara non ha tasche"; ovvero: una volta morto i soldi non servono)
  • Nu tuffe do, nu tuffe dè, finghé à lla fine 'nge l'am'à ffà (Riusciremo con calma)
  • Ce 'nge n'am'à sscí, sciamanínne, ce non 'nge n'am'à sscí, non 'nge ne sime scénne! ("Se ce ne dobbiamo andare andiamocene, se non ce ne dobbiamo andare non ce ne andiamo"; scioglilingua per provare la "baresità" di un soggetto)
  • u pulpe se cosce jinde à ll'acqua soje (Il polpo si cucina nella sua acqua)
  • Dalle e ddalle, se chièche u firre (letteralmente: "Dai e dai, anche il ferro si piega", chi la dura la vince)
  • Si ffatte la fegure toje! (Hai fatto la tua figura)
  • Facíme la fine de le scarciòffe (Facciamo la fine dei carciofi)
  • Avíme fatte trénde, facíme tréndúne (Abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno)
  • Si ccadúte da sope/suse o' litte (Sei caduto da sopra il (lett. "al") letto)
  • Passàte u sande passàte la fèste! (Ogni cosa a suo tempo)
  • Amandíneme ca t'amandénghe! (Mantienimi che ti mantengo)
  • Stame sotte o' cile! (Siamo sotto il -lett. "al"- cielo;)
  • E jjune!... disse cudde ca cecabbe l'ècchie á lla megghière (E uno!... disse quello che ciecò un occhio alla moglie)
  • Mazze/Mazzáte é ppanèdde fáscene le fìgghie bèdde/bèlle; panèdde sènze mazze fáscene le fìgghie pazze/stanghe (Bastone e pane fanno i figli garbati, pane senza bastone rende i figli sgarbati/stanchi)
  • u Attàn'ètèrne da u pane à cci non dène le dinde! (Il padreterno dà il pane a chi non ha i denti)
  • Ci ttène pane non tène dinde, ci ttène dinde non tène pane ("Chi ha il pane non ha i denti, chi ha i denti non ha il pane"; cioè: ad ognuno manca qualcosa che ha l'altro)
  • Ci scecúte 'ngile 'nbacce te vène (Non sputare in cielo, poiché ti tornerà in faccia)
  • La cére se strúsce e lla breggessióne non gamíne ("La cera (delle candele) si consuma e la processione non va avanti"; cioè: Le risorse si consumano, ma il risultato non si vede)
  • Sciàme à scettà u remmate (Andiamo a buttare l'immondizia)
Nota
in frasi rette dai verbi scí á = "andare a" e st'á = "stare a" non si usa l'infinito ma l'indicativo (vedi grammatica del Giovine)
  • L'acque jè ppicche é lla pàbbere non gallégge ("L'acqua è poca e la papera non galleggia"; usato per indicare una qualsiasi intenzione che non può andare avanti per mancanza di possibilità)
  • Jè bbèlle la pulizzìje, disse cudde ca se 'mbelò le metánde á ll'ammèrse!!! (È un sollievo essere puliti, disse colui che indossò le mutande al contrario)
  • u vove disce chernúte o' ciùcce!!! (Il bue dice cornuto all'asino)
  • V'á ppígghie á scecáffe le marànge pe' falle devendá russe!!! (Va' a prendere a schiaffi le arance per farle diventare rosse)
  • Si scangiáte cazze pe' fecàzze é chegghiúne pe' llambasciúne!!! ("Hai scambiato cazzi per focacce e coglioni per lampascioni"; ossia: hai preso fischi per fiaschi)
  • L'òmene da lla tèrre vène é á lla tèrre se ne va/vé (L’uomo dalla terra viene e alla terra va)
  • Ognúne tire acque á lla via soje (Ognuno tira l'acqua al suo mulino)
  • Arreváte á lla quarandíne lasse la fémmene pe' lla candíne (Arrivato ai quarant’anni lascia la compagnia delle donne e frequenta quella degli amici)
  • Le díscete de lla mane non soje tutte uále (Le dita della mano non sono tutte uguali)
  • á ll'òmene sènze varve é á lle fémmene sènze fìgghie, non zi scénne né ppe' ppiacére né ppe' cchenzìje ("A giovani imberbi e a donne senza figli non andare né per piacere né per chiedere consigli"; non hanno esperienza)
  • Na porte s'achiúte é ccinde se jjàbbrene (Una porta si chiude e cento se ne aprono)
  • u cemmerúte che lle gamme settíle, non jè òmene pe' ffá le fìgghie (Il gobbo con gambe sottili non è uomo idoneo per fare figli)
  • Nesciúne zèppe jè dritte ("Nessuno zoppo è dritto"; ossia: chi ha difetti fisici ha difetti nell'animo)
  • òmene pelúse òmene ferzúse (Uomo peloso uomo forte)
  • u lénghe jè bbuène á ccògghie fiche, é u curte pe' mmaríte (L'uomo alto è buono per cogliere fichi, il basso è buono come marito)
  • u muèrte jè mmuèrte, penzáme á lle vive (Il morto è morto, ora pensiamo ai vivi)
  • Ci tratte s'mbratte (Chi tratta si sporca)
  • Nesciúne nasce 'mbaráte (Nessuno nasce istruito)
  • Ce non vole fá nu chelòmetre ne fasce du (Chi non vuole fare un chilometro ne percorre due)
  • u sàzie non gréde o' desciúne (Il sazio non crede all'affamato)
  • Non ze scecúte jind'o' piátte addó si strafequáte ("Non sputare nel piatto dove hai mangiato a sazietà"; usato per chi parla male di qualcosa che gli ha permesso di vivere, ad es. un vecchio posto di lavoro)
  • Ce Criste vole: arròste l'ove ("Se Cristo vuole arrostisce le uova"; ovvero: se Dio vuole può tutto, perfino arrostire le uova, cosa decisamente impossibile)
  • Na paròle jè picche é ddo so' assà ("Una parola è poca e due sono troppe"; usato per dire a chi parla troppo, di stare zitto)
  • Japre l'ècchie, c'á achiùderle non 'nge vòle nudde! ("Tieni gli occhi aperti, perché a chiuderli non ci vuol niente"; ovvero: sta' in guardia ché ti può succedere una disgrazia)
  • Mègghie nu quindále 'nguédde ca nu quinde 'ngule (Meglio un quintale sulle spalle che un quinto (=200g) nel deretano)
  • Na paròle de méne retírte á ccaste ("Una parola di meno e tornatene a casa"; corrisponderebbe all'italiano "La parola è d'argento ma il silenzio è d'oro")
  • L'àcque ca non a fatte, 'ngile stá ("La pioggia che non è caduta è ancora in cielo"; ovvero: quello che ci si aspetta possa succedere, probabilmente succederà)
  • Ci sparte, jave la mègghia parte (Chi ripartisce qualcosa tra molti, tiene la parte migliore per sé)
  • La fìgghia mute la mamme la 'ndènde (La madre capisce la figlia anche quando questa è muta)
  • Sande Necóle jè amánde de le frastìre ("San Nicola è amante dei forestieri"; ovvero: Bari città aperta a tutti)
  • La sembatì jè pparènde á lla gocce (Così come la goccia (di pioggia, rugiada etc.) cade dove vuole, così l'affinità si genera senza la necessità di obbedire a leggi di causa ed effetto)
  • Onne fernúte le timbe de le còppue longhe ("I tempi dei berretti calati sugli occhi, sono finiti"; frase utilizzata per indicare il cambiamento dei tempi)
  • u curte non arríve é u frascke non ammandène ("Ciò che è corto non arriva e ciò che è marcio non regge"; espressione per stigmatizzare atteggiamenti di irresolutezza)
  • La gocce á lla rocce: «Timbe 'nge vòle, ma te fàzzeche u bbuche» (letteralmente: "La goccia dice alla roccia: «Ci vuole tempo, ma il buco te lo faccio»"; evidente resa dialettale della locuzione latina gutta cavat lapidem)
  • Ce uè frecá u vecíne t'ad'á alzá sùbete la matíne (letteralmente: "Se vuoi fregare il tuo vicino devi alzarti presto al mattino")
  • Á llavá la cape d'u ciùcce se pèrde (j)àcque é sapóne (letteralmente: "A lavare la testa dell'asino perdi acqua e sapone")
  • u firre se batte á quanne jè ccalde (letteralmente: "Il ferro va battuto caldo"; ovvero: è meglio rimediare all'inconveniente in tempi brevi)

[modifica] Espressioni tipiche

  • Capo! = Ehi, ragazzo!
  • U mèste! = Maestro!
  • Ce uè? = Che vuoi? (Ciábbe uè?/Ce rabbe uè?, utilizzata soprattutto nella zona di Modugno)
  • Ci jjè? = Che c'è?
  • Se volde é ddisce... = Si volta (nel senso di 'interviene') e dice...
  • St'á pparle o st'á mmùve le récchie? = Stai parlando o muovendo le orecchie? (Stai dicendo sul serio?)
  • Á cci?! = A chi?!!
  • Ca ci! = "E che ti credi!" come dire: "e che pensavi?"
  • Statte citte! = Sta' zitto!
  • Ce ne sacce" = Che ne so!, boh!
  • Ma vattínne, va! = Va' via! (anche per indicare dissenso o incredulità:"Ma dai!")
  • Madó! = Madonna! Esclamazione molto usata per qualsiasi espressione di sorpresa, positiva o negativa.
  • Moh = (da non confondersi con mo=adesso). Usato come intercalare per qualsiasi espressione di sorpresa, positiva o negativa. Più probabile che derivi dal troncamento di mocche, mmocche: "in bocca", esclamazione sgarbata usata per altro spesso a significare "accidenti a ...". Per esempio mocche a màmmete, mocche á lla razza toje, ecc.
  • Mè/Émmè? = Embè? (Ebbene?)
  • Mè/Émmè! = E dai!, suvvia!
  • Ce jjore so'? = Che ore sono?
  • Mocche á cchi t'è bive! = letteralmente: "mannaggia a chi ti è vivo!" (espressione usata nei più vari contesti per sottolineare un'azione o una frase notevole)
  • Mocche á chi t'è murte! = letteralmente: "mannaggia a chi ti è morto!" (usata nei momenti di rabbia contro qualcuno o nei più vari contesti per sottolineare un'azione o una frase notevole di taluno). Spesso ridotta al solo Chi t'è mmurte!.
  • Auánde!/Auánde á Peppíne! = letteralmente: "agguanta!(acchiappa)/agguanta Peppino!" (frase usata nello stesso senso dell'espressione italiana "attento!")
  • Sanda Lecì! = letteralmente: "Santa Lucia!" (si utilizza quando un oggetto che si sta cercando e non si riesce a trovare lo si ha davanti agli occhi)
  • Ou! = intercalare caratteristico di chi vuole attirare l'attenzione altrui ("Ehi!").
  • Nah!!, Iih!! = espressioni di sorpresa, incredulità o meraviglia.
  • Uè remmáte!!! = italianizzato "ehi rimmato", ossia "immondizia, rifiuto". Qui è usato come insulto.
  • Mamma méje!!! = Mamma mia!!!
  • Si ttaráte! = Sei tarato!
  • Si pròpie d'u jjune! = Sei proprio "dell'uno", cioè "tarato", "cretino". Derivante dall'idea che i ragazzi nati nel 1901 fossero troppo giovani per essere arruolati nella prima guerra mondiale e troppo vecchi essere soldati nella seconda, e quindi buoni a niente.
  • Aué!!... = esclamazione sguaiata usata tipicamente per attirare l'attenzione in modo sgarbato
  • T'i á da le scecáffe á ddu á ddu fine á quanne non devèndene dìspere!!! = "Ti tiro i ceffoni a due alla volta fino a che non diventano dispari"
  • "Ce se disce?" "Ca le sarde se mángene l'alísce!" = "Cosa mi racconti?" "Che le sarde si mangiano le alici!" (in altri termini "Nulla di particolare"). L'efficacia della risposta risiede nella rima, presente nella versione originale.
  • T'i á uanná = Ti prenderò
  • Va á sscazze le rizze c'u cule = "Va' a schiacciare i ricci di mare col sedere" (taci che stai dicendo stupidaggini)
  • Oh, ce? Te st'á ffasce brutte? = Che c'è? ti stai arrabbiando? (diventando brutto, faccia cattiva)
  • Aué Toníne, ma se pote sapé ce ccose st'á fasce? = Antonio, si può sapere cosa stai facendo?
  • Mechèle, ma addó te jàcchie? = Michele... ma dove ti trovi?
  • Mechèle jè ccome á Catácchie: mo t'u vide é mmo non u jjàcchie = Michele è come Catacchio (cognome barese): in un momento ce l'hai davanti, un momento dopo non lo trovi più. Esprime la personalità sfuggente di Michele.
  • Giuánne si ppròpie nu puèrche = Giovanni sei proprio un maiale
  • Ué, facce de du novèmbre/nuvèmbre!! (letteralmente: "faccia da due novembre", ovvero faccia estremamente triste o brutta)
  • Mo seggnoríne, stá chine u autobùsse! (letteralmente: "accidenti signorina, sta pieno l'autobus", ovvero "il tuo seno prosperoso!")
  • Mo uagnùne stogghe á ttrémíle!! (letteralmente: "ragazzi, sono a tremila!!", ovvero: "amici, sono al massimo dell'euforia!")
  • " Ad'á ffá 'ngule!" "Devi lavorare!"
  • Recchióne = dispregiativo per omosessuale.
  • Ma vaffangúle (ma vaffanculo)
  • 'ndo sta/sté l'aragóste? / pombe la pomb/pomb u nosce'? (letteralmente:indurisce l'aragosta? ovvero:sei sessulamente attivo?)
  • aggírete de facce percé de cule già te sacce (mostra il tuo viso perché il tuo sedere già lo conosciamo)
  • Tremó/Tremóne= trimone (espressione particolarmente volgare che indica la masturbazione maschile. Equivale alla parola pirla in Dialetto milanese o alla parola bischero in Dialetto fiorentino)
  • Aué u fìgghie de Giuánne. = Ciao figlio di Giovanni.

[modifica] Influenze arabe

Nel famoso scioglilingua Ce 'nge n'am'á sscí, sciamanínne, ce non 'nge n'am'á sscí, non 'nge ne sime scénne (Se ce ne dobbiamo andare andiamocene, se non ce ne dobbiamo andare, non ce ne andiamo), è messo in risalto il verbo andare, la cui traduzione in barese proviene direttamente da influenze latine. Andare, infatti, proviene dal latino ire, che in italiano volgare diventa gire, con affievolimento della g in sc, e quindi scì. È probabile che derivi anche dal verbo arabo نمشي(namsci).

[modifica] Influenze greche

In dialetto molfettese, il termine focaccia viene indicato come cucle che deriva dal greco "κύκλος" che significa cerchio. In dialetto gravinese, il termine chiocciola viene indicato come cazzavuffl, che deriva dal greco "κάτω" che significa "giù", e quindi il mollusco terreno, e dall'italiano volgare "buffa", ovvero che rilascia una sostanza vischiosa.

[modifica] Influenze latine

Essendo il barese una lingua neo-latina in esso sono presenti alcuni termini presenti in latino come: Cras (domani) e Cerasum (ciliegia): Crà/Crè n'am'á sscí á ppigghiá le ceráse? (Domani dobbiamo andare a prendere le ciliegie?).

[modifica] Note

  1. ^ Giacinto Spagnoletti. La Puglia e i suoi poeti dialettali. URL consultato il 14 agosto 2011.

[modifica] Bibliografia

  • Michele Loporcaro, Grammatica storica del dialetto di Altamura, Pisa, Ist. Editoriali e Poligrafici, 1988.
  • Bari fra dialetto e poesia, Caratù Pasquale, Daniele M. Pegorari, Rubano Anna, Palomar, 2008.
  • Vocabolario dialettale barese, Barracano Vito, Adda, 2000.
  • D'Amaro, Sergio. "Apulia"

[modifica] Voci correlate

[modifica] Collegamenti esterni

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