Decolonizzazione

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La decolonizzazione è il processo politico, raramente pacifico, spesso conflittuale, attraverso il quale una nazione, precedentemente sottoposta a un regime coloniale europeo, ottiene la propria indipendenza.

La decolonizzazione politica ebbe inizio nel secondo dopoguerra, con l'indipendenza dell'India nel 1947 e si concluse nel 1997, con la restituzione di Hong Kong alla Cina.

La nascita dei nazionalismi indigeni[modifica | modifica sorgente]

Nelle colonie, ossia nei territori occupati o controllati da uno stato straniero, si sviluppa sempre un'opposizione, una resistenza nei confronti dei colonizzatori e, questo porta normalmente nel corso del tempo da un lato a reazioni violente della popolazione indigena a cui il dominatore risponde spesso con azioni repressive.[1]

Gli anni tra le due guerre mondiali ebbero un ruolo cruciale nel rapporto tra colonizzatori e colonizzati, questo periodo rappresenta infatti, l'apogeo del colonialismo, in quanto in seguito alla Prima guerra mondiale e al conseguente Trattato di Versailles, i possedimenti ottomani e tedeschi vennero ridistribuiti sotto forma di mandati a Gran Bretagna, Francia, Belgio e Sudafrica. Questo ampliamento delle colonie, accompagnato da un sempre maggiore sostegno e scambio economico con esse, a favore delle madripartie, si consolidò con la Crisi del 1929 in quanto fu grazie alle attività estrattive e alle coltivazioni intensive delle colonie, che le potenze coloniali poterono affrontare la crisi. Oltre all'importanza economica, le colonie svolsero un ruolo fondamentale, già durante la Prima Guerra Mondiale, in quanto esse diedero un importante sostegno allo sforzo bellico delle madripatrie, che contribuì alla vittoria alleata. Furono queste le motivazioni che spiegano il particolare attaccamento dei governi e dell'opinione pubblica al mantenimento del sistema coloniale.[2]

Durante la Grande Guerra, in cambio del contributo allo sforzo bellico, le potenze coloniali avevano fatto alle colonie, promesse di riforma, che tuttavia si guardarono bene dal mantenere nel dopoguerra, scatenando una prima ondata di proteste. Da queste nacque in molte località, una prima forma di coscienza nazionalista indigena.[3] Le potenze coloniali, giustificavano il loro operato su uno scambio che loro consideravano “alla pari”: oltre a mantenere la pace interna ed esterna alle colonie, esse avevano il compito di portare alle popolazioni indigene la civiltà e il progresso che stavano alla base della cultura europea; in cambio le colonie contribuivano con lo sfruttamento delle proprie risorse a favore dei bisogni materiali del mondo moderno. Questa reciprocità fu a dir poco imparziale. Anche se in molti casi effettivamente, le potenze coloniali si occuparono di creare nelle colonie un sistema sanitario, molte infrastrutture e un sistema di scolarizzazione, è altrettanto vero che gli Europei si preoccuparono per lo più di indirizzare la coltura delle terre verso il loro esclusivo interesse, con un conseguente sfruttamento delle popolazioni locali e un'ampia appropriazione del territorio, la costituzione di entità capitalistiche (banche, società minerarie e commerciali) e il controllo sulla manodopera indigena. Tutta questa situazione portò innanzitutto a un incremento demografico senza precedenti, causato, appunto, dalla pacificazione e dall'istituzione di sistemi sanitari, ma anche un conseguente impoverimento della popolazione indigena, causata dallo sviluppo delle coltivazioni speculative, a discapito delle colture alimentari e dell'allevamento del bestiame. La crisi del 1929 aggravò ulteriormente la situazione, smentendo l'affermazione delle potenze coloniali di assicurare il progresso e il benessere dei colonizzati. Masse di contadini e minoranze operaie si opposero al potere coloniale, ma furono tuttavia le categorie più agiate o almeno istruite, a concepire i termini e gli strumenti della “(ri)conquista dell'indipendenza”. Di fatti dal progresso economico, dell'istruzione e dell'urbanizzazione nacquero le cosiddette “borghesie indigene” che, ruppero progressivamente o brutalmente i legami iniziali con il sistema coloniale per assumere la guida del movimento nazionalista. Avendo avuto accesso all'insegnamento occidentale, queste élite locali utilizzarono le armi intellettuali e ideologiche che avevano ricevuto per reclamare la propria indipendenza. Ad eccezione dell'Africa nera, dove la coscienza nazionale, tardò ad affermarsi, la crisi degli anni Trenta fu decisiva nello sviluppo dei nazionalismi; quest'ultima permise a una generazione di leader istruiti dall'Occidente di ritorcere contro le potenze coloniali, i principi democratici che avevano da loro appreso e di aizzare le masse popolari al fine di rivendicare la propria indipendenza.[4].

I popoli colonizzati, privati della propria storia, della propria cultura; trovarono, nel nazionalismo le vie della riappropriazione della loro identità, che furono essenzialmente tre:[5]

  • la prima, d'ispirazione religiosa, valorizzò l'appartenenza nazionale, attraverso la fedeltà alla religione tradizionale. Sostenuta dalla credulità delle masse o guidata da personalità d'eccezione, questa corrente tradizionalista dimostrò grandi potenzialità emancipatrici, anche perché non ripudiava l'apporto della modernità.
  • La seconda via, generata dalla modernizzazione economica e dalla promozione di una classe media e più elevata, era il frutto della cultura dell'Occidente che formò un élite borghese liberale, che in molti casi fu, se non coordinatrice della decolonizzazione, almeno protagonista decisiva e principale beneficiaria.
  • La terza via proveniva dal comunismo di Lenin, che condannava l'imperialismo, da lui considerato come una fase suprema del capitalismo. Fu soprattutto nelle colonie dell'Asia che il comunismo si affermò maggiormente fino a raggiungere, in alcuni casi, una simbiosi con il nazionalismo.

Davanti alla nascita dei nazionalismi, le potenze coloniali, si mostrarono intimidite. Tuttavia contemporaneamente erano rassicurate dalla lealtà che le colonie avevano dimostrato, nel sostegno bellico alle madripatrie durante il Primo conflitto mondiale e, dalla convinzione che l'opinione pubblica fosse pienamente convinta dei benefici del sistema coloniale. Le potenze coloniali erano convinte della loro missione civilizzatrice e della legittimità del proprio dominio. Le potenze europee si preoccuparono quindi soltanto di denunciare i leader nazionalisti, facendoli passare come un pugno di agitatori e di reprimere le manifestazioni di protesta. Molti furono i mezzi repressivi utilizzati, dall'interdizione (giornali, riunioni, associazioni, partiti...) alle multe, dalla prigione all'esilio. I leader nazionalisti, furono trattati duramente, ma la brutalità delle repressioni ebbe tuttavia i suoi limiti, in quanto aveva per contro di conferire alle vittime l'aura di martiri, e risultava inoltre essere in eccessiva contraddizione con i principi democratici, tanto pubblicizzati dalle madripatrie.

Dopo il 1935, con la ripresa economica, unita ad alcuni gesti di distensione politica, si ebbe un freno alle rivolte nazionaliste, così che le potenze coloniali poterono confrontarsi con un sentimento di sicurezza che venne smentito di lì a poco. La crisi aveva ormai contribuito alla formazione di basi solide ai nazionalismi, determinando in modo pressoché definitivo i termini di rivendicazione, ma soprattutto, le personalità di spicco e le basi sociali.

La Seconda Guerra Mondiale[modifica | modifica sorgente]

La Seconda guerra mondiale, ebbe un ruolo fondamentale nel processo di decolonizzazione in quanto, rappresentò la scintilla che portò all'indipendenza della maggior parte delle colonie.

Ciò che rese la Seconda Guerra Mondiale un evento importante per la decolonizzazione fu innanzitutto il fatto che le potenze coloniali sfruttarono nuovamente risorse umane e materiali delle colonie, al fine di sostenere il proprio sforzo bellico; ciò comportò in molti casi feroci ribellioni da parte dei coloni, che si videro nuovamente costretti a combattere una guerra non loro, senza avere niente in cambio. Inoltre nella Seconda Guerra Mondiale il conflitto si estese anche nei continenti africano e asiatico, facendo sì che le colonie diventassero una posta in gioco strategica e politica molto importante, facendone oggetto di campagne di occupazione e di propaganda straniere che costringevano le potenze coloniali a una posizione di difesa. A questo proposito la guerra favorì l'affermazione dei nazionalismi e con la radicalizzazione delle loro rivendicazioni, a cui troppo spesso le madripatrie non seppero offrire altro che risposte vaghe.[6]

All'indomani della guerra, nelle colonie, il ritorno allo “status quo” era pressoché impossibile; quelle che una volta, erano considerate le potenze europee, si trovarono indebolite dalla guerra, in preda ai problemi di ricostruzione e dipendenti dagli aiuti americani. Dal nuovo panorama mondiale, configuratosi dopo la guerra, emersero due realtà principali: la bipolarità tra Stati Uniti d'America e Unione Sovietica; dove entrambe le potenze erano favorevoli alla fine degli imperi coloniali, la prima per motivi di tradizione storica e la seconda per convinzione ideologica. In secondo luogo, l'avvio di un'internazionalizzazione nel quadro della Carta delle Nazioni Unite; che in modo congiunto o separato alla prima porterà alla dissoluzione degli imperi coloniali.[7]

L'ONU[modifica | modifica sorgente]

L'ONU svolse un ruolo fondamentale nella storia della decolonizzazione, che può essere considerato sproporzionato rispetto alle clausole dello Statuto delle Nazioni Unite, adottato a San Francisco il 26 giugno del 1945, i cui principi in materia coloniale erano molto moderati e restrittivi.[8] La Carta del 1945, riconosceva l'esistenza di territori “non-self-governing” (non autonomi). Gli ex-mandati divennero territori sotto “tutela” (concetto simile a quello del “mandato”) attribuendo ai governi coloniali il carattere di amministratori fiduciari temporanei; la novità stava nel fatto che il Consiglio di tutela dell'ONU, aveva il diritto di ispezione, per accertare i progressi compiuti verso l'indipendenza.[9] La Libia e la Somalia italiane, furono poste sotto questo statuto, mentre gli ex possedimenti giapponesi e specialmente la Corea, rappresentarono un caso a parte. Per quanto riguarda i territori “non-self-governing”, la Carta delle Nazioni Unite, obbligava le potenze coloniali a “promuovere il progresso delle loro popolazioni” e a tenere aggiornata l'ONU. La Francia, ottenne inoltre che fosse vietato all'ONU “ogni intervento negli affari di esclusiva competenza nazionale degli stati”: si trattava del famoso “articolo 2, paragrafo 7” della Carta, di cui la Francia avrebbe fatto largo uso (e che era già presente nel patto della Società delle Nazioni).[10]

Il ruolo dell'ONU nel processo di decolonizzazione fu inizialmente marginale, soprattutto per quanto riguarda la prima ondata di decolonizzazioni; ma dal momento in cui le ex-colonie divennero un numero sempre maggiore all'interno dell'ONU, con un a conseguente influenza sempre maggiore nelle decisioni dell'Organizzazione, in quanto da 23 membri afroasiatici del 1955 divennero 46 nel 1960 e 70 (più della metà) alla fine del 1971. Le ex-colonie poterono esprimersi, ancor prima di diventare la maggioranza, il 14 dicembre del 1960 quando, con il sostegno dei paesi dell'Est, fu adottata una dichiarazione sulla concessione dell'indipendenza ai popoli e ai paesi coloniali.[11] Questa dichiarazione (risoluzione 1514 - XV del 14 dicembre 1960), conosciuta come la Dichiarazione sulla decolonizzazione, proclamò che il colonialismo doveva essere portato a termine rapidamente e incondizionatamente. La Dichiarazione, che inizialmente era solo una risoluzione dell'Assemblea Generale, diventò un Comitato, composto da 17 membri (24, nel 1962). Nacque così il Comitato di decolonizzazione dell'ONU[12] con il compito di monitorare l'attuazione della Dichiarazione e formulare raccomandazioni sulla sua applicazione. Il testo della Dichiarazione, afferma che la sottomissione dei popoli, il loro dominio e il loro sfruttamento costituisce una negazione dei diritti umani fondamentali in contrasto con la Carta delle Nazioni Unite e impedisce la promozione della pace nel mondo e la cooperazione. Il Comitato di decolonizzazione dell'ONU, è un organo non previsto dalla Carta delle Nazioni Unite, ma dotato di una struttura permanente, con sottocomitati, una segreteria e missioni con relazioni “ad hoc”[13].

Le ex colonie si sono “servite” del sistema ONU, creando strutture nuove attente ai loro problemi. Tra le creazioni più importanti volute dai paesi decolonizzati, oltre al comitato per la decolonizzazione, troviamo infatti l'UNCTAD (congresso delle nazioni unite sul commercio e lo sviluppo), l'UNDP (programma delle nazioni unite per lo sviluppo) e l'UNIDO (l'organizzazione delle nazioni unite per lo sviluppo industriale). I paesi decolonizzati, inoltre, dominarono i dibattiti dell'assemblea generale e il voto delle risoluzioni e si accaparrarono alcuni organi specializzati come l'ILO e l'UNESCO, dai quali, nel 1984, Gran Bretagna e Stati Uniti si sono ritirati, stanchi delle rituali diatribe contro le malefatte dell'imperialismo occidentale.[14]

La decolonizzazione del terzo mondo[modifica | modifica sorgente]

La decolonizzazione, può essere suddivisa in tre fasi principali: la prima, ebbe inizio negli anni Quaranta e vide la decolonizzazione di gran parte del Sud-Est asiatico; la seconda fase è identificabile negli anni Cinquanta, quando l'indipendenza fu conquistata dagli stati dell'Africa settentrionale; la terza e ultima fase ebbe inizio negli anni Sessanta quando la decolonizzazione si verificò con particolare rapidità e intensità, nell'Africa subsahariana.

La prima fase[modifica | modifica sorgente]

Il primo paese asiatico a raggiungere l'indipendenza nel secondo dopoguerra fu quello delle Filippine, proclamate repubblica nel 1946. Durante la guerra, insieme alla Birmania e all'Indonesia, le Filippine avevano ottenuto da Tokyo la promessa di una piena sovranità e difficilmente la restaurazione della tutela americana avrebbe potuto non tenerne conto, ma Washington vi mantenne basi aeree e navali.

L'India conquistò l'indipendenza il 15 agosto del 1947[15], con lei anche il Pakistan che andò a costituire uno stato a parte dopo un lungo contrasto tra induisti e musulmani. Negli anni tra le due guerre mondiali, Mahatma Gandhi, leader spirituale del paese attraverso le teorie del satyagraha, cioè la disobbedienza civile e la nonviolenza, era riuscito a fare clamorose proteste, come la famosa Marcia del sale, e ad avere l'appoggio popolare degli indiani. L'India durante la seconda guerra mondiale aveva proposto di unirsi agli Alleati in cambio della totale indipendenza, ma non venne totalmente accettata. Le continue proteste iniziarono a dare i frutti e la Gran Bretagna promise l'indipendenza a l'India nel 1946 e la concesse nel 1947. Con l'indipendenza dell'India iniziò il declino dell'impero Britannico. Gli induisti, capeggiati dal Mahatma Gandhi, lottavano per un'indipendenza che aveva come obiettivo la costituzione di un unico stato a maggioranza induista. La minoranza musulmana, che aveva costituito una propria organizzazione - la Lega musulmana con a capo Jinnah - rivendicava invece la creazione di una nazione separata. La divisione fu accompagnata da esodi di popolazione di proporzioni bibliche e da violenze a carattere religioso che fecero pare due milioni di vittime. Gandhi venne poi assassinato il 30 gennaio 1948 da un fanatico Indù.[16]

Dopo l'indipendenza dell'India, la Gran Bretagna, si preoccupò di rendere indipendenti anche gli stati satelliti; Birmania e Ceylon ebbero accesso all'indipendenza senza particolari problemi rispettivamente il 2 gennaio e il 14 febbraio del 1948, dopo una graduale serie di concessioni. L'Indonesia olandese, dovette invece, affrontare un periodo di guerre e trattative che videro entrare in campo prima la Gran Bretagna, poi gli Stati Uniti e L'ONU; prima di conquistare l'indipendenza nel 1949 sotto il nome di Stati Uniti d'Indonesia, anche se unita alla corona olandese. Tuttavia, a causa dei problemi soprattutto religiosi interni (Paese Mussulmano ma con minoranze Cristiane e Buddista), non si fece pensieri a disfarsi dei vincoli olandesi nel 1950, per poi diventare il sessantesimo stato delle Nazioni Unite lo stesso anno.

La seconda fase[modifica | modifica sorgente]

La Libia ottenne l'indipendenza nel 1951, dopo una serie di trattative tra l'Italia e l'ONU, che andarono a buon fine per l'Italia, ma che videro l'ascesa di Mohammed Idris, che nel 1949 rivendicò l'indipendenza libica sotto la propria sovranità. Dopo il consenso dell'ONU nel dicembre 1949 con la risoluzione 289 che stabiliva la proclamazione d'indipendenza entro il 1º gennaio 1952. La Libia proclamò la propria l'indipendenza il 24 dicembre 1951.

Nel 1954 fu la volta di Vietnam, Cambogia e Laos (tutti paesi che facevano parte dell'Indocina francese), che conquistarono l'indipendenza, dopo una lunga e sanguinosa guerra che in parte era già iniziata nel 1941 quando il Giappone invase l'Indocina allora colonia francese. Alla sconfitta del Sol Levante nel 1945, il leader indipendentista vietnamita Ho Chi Min dichiarò l'indipendenza del Vietnam, ma i Francesi risposero e inviarono un corpo di spedizione.Nel 1946 venne bombardato il porto di Haipong (bombardamento che fece migliaia di vittime) Così scoppiò la Guerra d'Indocina che durò per ben otto anni, la Legione Straniera francese si scontrò per lungo tempo con i Vietminh, guerriglieri indipendentisti vietnamiti d'ispirazione comunista. Gli Stati Uniti d'America appoggiarono economicamente la Francia in modo cospicuo.Visto che però i Francesi non riuscivano a domare la guerriglia i Francesi si asserragliarono nel campo di Dien Bien Phu. I francesi furono però duramente sconfitti nella battaglia di Dien Bien Phu dai Vietnamiti comandati dal generale Giap. La Francia si ritirò dall'Indocina e concesse l'indipendenza al Vietnam, Laos e Cambogia. La successiva Conferenza di Ginevra divise il Vietnam in due parti: al Nord, il governo comunista di Ho Chi Min, e a Sud il paese venne lasciato alla guida dell'Imperatore Bao Dai, poi detronizzato dal capo di governo Ngô Đình Diệm nel 1955. La guerra dopo una prima, breve tregua, sfociò poi nella successiva Guerra del Vietnam.

I protettorati francesi (Tunisia e Marocco), raggiunsero l'indipendenza in seguito ad una crisi esasperata, in cui la negoziazione ebbe la meglio sul ricorso alla violenza armata. Il Marocco fu di fatto dichiarato indipendente nel 1956; Per l'Algeria va fatto, invece, un altro discorso: Colonia francese praticamente dal 1830, i primi movimenti indipendentisti erano già sorti dopo il Primo Conflitto Mondiale, ma nel 1954 e varie organizzazione ribelli locali decisero di passare alle armi formando il Fronte di Liberazione Popolare. L'insurrezione divampò il 1º novembre 1954 e dilagò in tutto il paese. Non essendo ancora molto grande il FLN basò le proprie azioni soprattutto sulla guerriglia ed il terrorismo, (come d'altra parte fecero anche i Francesi in altre occasioni). L'Algeria per i Francesi era una colonia molto importante perché vivevano all'interno circa un milione di coloni francesi. Pian piano gran parte dei leader indipendendisti vennero assassinati o catturati dalla polizia, e nel 1957 i Fancesi fecero un'azione di polizia ad Algeri per riprenderne il controllo. L'azione passò alla storia come la battaglia d'Algeri. Finita in ottobre,la battaglia fu una relativa vittoria. La resistenza tuttavia continuò sulle montagne, e attirò soprattutto le simpatie internazionali. La crisi di governo in Francia, il richiamo di Charles De Gaulle ed il passaggio dalla IV alla V republica aprì un nuovo capitolo: De Gaulle propose all'Algeria una pace, rifiutata, e poi riconobbe il diritto dell'Algeria all'autogoverno, provocando la protesta dei coloni locali. Ciò venne anche deciso in un referendum in cui i Francesi riconobbero l'Indipendenza dell'Algeria. Un cessate il fuoco venne firmato il 19 marzo del 1962 in cui venne legalizzato l'FNL. Centomila algerini francesi lasciarono il paese in maggio.Poi, con un referendum con esito positivo, il 3 luglio l'Algeria venne finalmente dichiarata indipendente. L'Egitto divenne indipendente dal 1952 in seguito della presa del potere da parte dei generali di Neghib e Nasser che rovesciarono il re (anche se dal 1922 aveva già una monarchia autonoma) mentre la Tunisia fu dichiarata indipendente nel 1957.

La Malesia, diede parecchio da fare alla Gran Bretagna, la quale le concesse l'indipendenza il 31 agosto del 1957. Singapore che ottenne l'autonomia nel 1959, chiese il suo inserimento nella Federazione malese, che non fu affatto entusiasta della richiesta ma, fu grazie alle pressioni inglesi che venne creata la Grande Malesia o Malaysia, formata dalla Malesia e dalle tre ex-colonie di Singapore, nel 1963.

La terza fase[modifica | modifica sorgente]

La decolonizzazione dell'Africa nera ebbe inizio nel 1957, con l'indipendenza del Costa d'Oro (Ghana), ottenuta sotto la guida di Kwame Nkrumah, il 6 marzo del 1957.Dopo che la popolazione della Costa d'Oro chiese maggiore libertà e partecipazione alla vita pubblica,il governo coloniale promulgò nuove costituzioni, che spesso non vennero accettate dai Ghanesi, provocando anche da disordini e scioperi. Alla fine, nel 1956 il Parlamento inglese accettò le condizioni di Nkrumah(capo del CPP, uno dei maggiori partiti indipendentisti) e si disse disponibile ad accordare un'indipendenza alla Costa d'Oro. Il 7 febbraio 1957, il Ghana Indipendent Act, ratificato dalla regina, diede l'indipendenza al Ghana, il successivo 6 marzo. Questa prima indipendenza diede il primo segnale di emancipazione dell'Africa nera, la cui decolonizzazione fu rapida e può essere suddivisa in tre fasi distinte:

  • la prima, dal 1957 al 1960, vide la proclamazione d'indipendenza di Costa d'Oro (1957) e Guinea (nel 1958), che aprì la strada alla decolonizzazione dei possedimenti francesi. Terminò nel 1960 con l'indipendenza di dodici ex-colonie (compreso il Madagascar) e dei due territori sotto tutela del Togo e del Camerun. Questa prima fase della decolonizzazione africana, fece ben sperare in quanto oltre a riguardare molti paesi, fu per lo più negoziata e di carattere pacifico.
  • La seconda fase, dal 1960 al 1965, vide la decolonizzazione dei possedimenti britannici dell'Africa Occidentale (Nigeria e Sierra Leone), Orientale (Tanganica, Kenya, Uganda) e Centrale (Nyasaland e Rhodesia).
  • Nel 1965 si aprì la terza fase, più lunga e conflittuale, alla quale diede inizio la proclamazione unilaterale d'indipendenza della minoranza bianca della Rhodesia Meridionale. Il Portogallo era restio a cedere l'indipendenza alle proprie colonie, Angola e Mozambico, tanto che solo dopo lunghe e sanguinose guerre, con la Rivoluzione dei garofani a Lisbona nel 1974, venne messa una provvisoria fine alle guerre e concessa l'indipendenza un anno più tardi.

I casi irrisolti[modifica | modifica sorgente]

La decolonizzazione formalmente durò una trentina d'anni, dall'immediato dopoguerra (1945) all'indipendenza delle colonie portoghesi (1974). Tuttavia durante gli anni '70 e '80 ci furono ancora molte altre dichiarazioni d'indipendenza, che passarono per lo più inosservate e che non è agevole considerare facenti parte del processo di decolonizzazione. In molti casi, infatti, si trattò dei cosiddetti “coriandoli d'impero”, divenuti microstati, che non avevano una vera e propria indipendenza e che finirono per integrarsi in sistemi più ampi. Si possono individuare tre zone distinte che videro sviluppare questo fenomeno: i Caraibi, l'Oceano Indiano e il Pacifico meridionale.[17]

La riscoperta delle culture caraibiche, con la conseguente rinascita di una coscienza nazionalista, ha portato gli ex possedimenti caraibici olandesi e inglesi (Guyane e Antille) a reclamare la propria indipendenza. I possedimenti britannici più numerosi andavano dall'America centrale (Belize) a quella meridionale (Guyana): la prima divenne indipendente nel 1981 mentre l'altra nel 1962. Gli anni successivi videro diverse indipendenze: Barbados (1966), Bahamas (1973), Grenada (1974), Dominica (1978), Santa Lucia (1979), Saint Vincent (1980), Antigua e Barbuda (1981), Saint Kitts e Nevis (1983).[18]

I possedimenti dell'Oceano Indiano videro l'indipendenza a partire del 1968, quando furono decolonizzate l'isola di Maurizio e le Maldive, nel 1975 fu la volta dell'arcipelago delle Comore (tranne Mayotte) e le Seychelles nel 1976.[19]

L'Oceania, oggi Pacifico meridionale, era stato sottoposto alla colonizzazione europea, americana e giapponese. La Gran Bretagna fece il primo passo rendendo indipendenti le Figi e di Tonga nel 1975, quelle di Tuvalu (ex isole Ellice) nel 1978, di Kiribati (ex isole Gilbert) e delle isole Salomone. Nel 1980 venne abolito i condomino franco-britannico delle Nuove Ebridi, dando vita a Vanuatu. L'Australia rese indipendente l'isola si Nauru nel 1968 e Papua Nuova Guinea nel 1975; mentre la Nuova Zelanda proclamò indipendenti le Samoa occidentali nel 1976. La Francia e gli Stati Uniti rinviano ancora oggi la concessione di qualsiasi indipendenza completa.[20]

Il processo di decolonizzazione, tuttavia non può ancora essere ritenuto completato. L'ONU, continua a segnalare ancora qualche decina di isole e territori rimasti sotto la sovranità straniera. Oltre al caso dei Dipartimento d'oltremare e dei Territori d'oltremare francesi (DOM-TOM), e a quello delle Antille Olandesi, la Gran Bretagna fa ancora sventolare la Union Jack su una quindicina di stati dipendenti dal Regno Unito, tra le Bermuda, Anguilla, Gibilterra, Sant'Elena, le isole della Georgia del Sud, mentre per quanto rigarda i possedimenti francesi, vi è da tener presente un referendum per l'indipendenza della Nuova Caledonia previsto per il 2014. Tra i possedimenti americani, oltre a quelli sul pacifico (che nel 1959 videro l'annessione delle isole Hawaii come cinquantesimo stato dell'Unione) lo statuto di Portorico.[21]

Le conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Dopo aver conquistato l'indipendenza e dopo aver smaltito l'euforia per averla ritrovata o appena ottenuta, rimaneva in molte ex-colonie la necessità di costruire uno stato, ossia di definire una strategia di sviluppo e di acquisizione di legittimità internazionale. Tutto ciò risultava più facile a tutti quei paesi che avevano già alle spalle una storia nazionale; tutti gli altri, soprattutto i giovani stati africani, finirono spesso per essere influenzati dall'ex potenza coloniale.[22]Quello che non mancava a nessun paese, però, erano i simboli fondatori della sovranità: all'indomani dell'indipendenza ogni stato aveva una propria bandiera, un inno nazionale, un motto, delle giornate commemorative e una lingua nazionale (quest'ultima risultò essere in molti casi una decisione delicata). Vennero inoltre nella maggior parte dei casi rivisti anche i toponimi, non solo riguardanti i nomi degli stati, ma anche quelli delle città, delle vie e delle piazze; con l'obiettivo di creare una nuova identità, totalmente differente (almeno in apparenza) da quella di colonia.[23]

Questo sfoggio dei simboli di rottura fu attenuato dall'adesione ufficiale ai valori democratici, che aveva implicato la lotta per l'indipendenza. Salvo eccezioni, la pluralità delle opinioni e dei partiti, il suffragio universale e la separazione dei poteri vennero garantiti da costituzioni ispirate dall'ex potenza coloniale: di tipo parlamentare per gli ex possedimenti britannici e, semi-presidenziale per le ex colonie francesi. Sfortunatamente, tranne qualche raro caso (tra cui l'India), i regimi costituzionali generati dalla decolonizzazione ripiegarono sull'autocrazia, senza nessuna garanzia di stabilità politica. Questa situazione fu causata da diversi fattori, alcuni ereditati dall'epoca coloniale, altri legati alle strutture etniche e sociali dei paesi in questione: il sentimento nazionale non era accompagnato da una tradizione statale preesistente, l'arbitrarietà dei confini (tracciati dai colonizzatori) portò a una debole coesione degli stati multietnici o multi-religiosi, la scarsa alfabetizzazione delle masse rurali e urbane erano controllate da una borghesia avida di potere.[24] Tra i nuovi leader, pochi furono quelli che riuscirono ad affrontare nel modo giusto, i problemi imposti dall'indipendenza. Nonostante quelle che potevano essere le buone intenzioni e le loro esperienze di ciascuno dei nuovi leader, essi si trovarono ad affrontare enormi difficoltà, tra cui quella di creare un sentimento di unità nazionale e assicurare un miglioramento economico del paese. Questi compiti erano spesso al di sopra della loro portata, così che i risultati furono spesso deludenti e al di sotto delle aspettative dei diversi segmenti di popolazione.

Il risultato di un'indipendenza frettolosa e in molti casi immatura portò alla maggior parte dei paesi decolonizzati: disordini, oppressioni, colpi di stato e dittature militari; con il conseguente l'aumento della povertà e della disoccupazione urbana. Nei nuovi stati le economie risultarono deludenti, con la conseguente rovina delle infrastrutture. Ci furono ovviamente, delle eccezioni come l'India, dove la democrazia (ma non certamente l'economia) risultò ottima, mentre Singapore, Taiwan, Hong Kong e Corea del Sud, furono la prova di economie che funzionavano in modo eccellente a discapito però, della politica.[25] I problemi economici nelle ex colonie, erano spesso dovuti alla precedente trasformazione della loro economia, quando ancora colonie, la madrepatria impose loro la produzione di materie prime (agricole o minerarie) ad essa necessarie a discapito dei prodotti di prima necessità. All'indomani della decolonizzazione il risultato fu che la crescita economica veniva anteposta allo sviluppo economico e nell'intento di generare nuove risorse finanziarie per lo stato, s'incoraggiava l'aumento della produzione “coloniale”, anziché la diversificazione economica o, cosa ancora più urgente, la garanzia di raccolti sufficienti a soddisfare le esigenze del consumo interno.[26] L'esportazione dei loro prodotti a basso costo e l'importazione dei prodotti di prima necessità a prezzi molto alti, fece sì che il debito pubblico di questi paesi lievitasse, e diventassero sempre più dipendenti dal resto del mondo.

Tra le varie ipotesi per spiegare il mancato miglioramento dei risultati economici dopo l'indipendenza c'è il neocolonialismo[27] che vede il capitale straniero che viene utilizzato per lo sfruttamento, anziché per il progresso, delle parti meno sviluppate del mondo. Il neocolonialismo è meno palese e più sottile del colonialismo, il che lo rende ben più dannoso. Il neocolonialismo incatena gli ex territori coloniali nella posizione di stati clienti delle principali potenze industrial-capitalistiche. Secondo questa visione, gli Stati Uniti sono la vera e propria roccaforte del neocolonialismo, la cui posizione dominante si mantiene grazie ai prestiti di capitali, al predominio sui mercati mondiali e agli aiuti internazionali.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Raymond F. Betts, La decolonizzazione, p.26
  2. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.1
  3. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.1
  4. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, pp.6-7
  5. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, pp.22/24
  6. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.47
  7. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.47
  8. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.77
  9. ^ Detti e Gozzini, Storia contemporanea: il Novecento, p.246
  10. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.78
  11. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.80
  12. ^ Sito ufficiale del Comitato di decolonizzazione
  13. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.80
  14. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.249
  15. ^ Indian Indipendence act, 1947
  16. ^ Detti e Gozzini, Storia contemporanea: il Novecento, p.248-249
  17. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.232
  18. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.232
  19. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.233
  20. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.233-234
  21. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.234
  22. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.245
  23. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.252
  24. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.252-253
  25. ^ Ryamond F. Betts, La decolonizzazione, p.88
  26. ^ Ryamond F. Betts, La decolonizzazione, p.95
  27. ^ Raymond F. Betts, La decolonizzazione, p.101

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, Milano, Bruno Mondadori, 2007
  • Raymond F. Betts, La decolonizzazione, Bologna, Il mulino, 2007

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