Corriere della Sera

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Corriere della Sera
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Logo di Corriere della SeraCorriere.itCorriere TV
Stato Italia Italia
Lingua italiano
Periodicità quotidiano
Genere stampa nazionale
Formato Broadsheet a 7 colonne
Fondatore Eugenio Torelli Viollier
Fondazione 5 marzo 1876
Inserti e allegati
  • Sette (venerdì)
  • Io Donna (sabato)
  • Corriere della Sera Style (mensile)
  • ViviMilano (mercoledì, solo nella zona milanese)
  • CorrierEconomia (lunedì)
  • La Lettura (domenica)
Sede Via San Marco 21 - 20121 Milano
Editore Rcs Quotidiani S.p.A.
Capitale sociale 40 000 000,00 €
Tiratura 464 265 (100%)[1] (dicembre 2013)
Diffusione cartacea 358 617 (77%)[1] (dicembre 2013)
Diffusione digitale 99 145[1] (dicembre 2013)
Resa 104 655 (23%)[1] (dicembre 2013)
Direttore Ferruccio de Bortoli
Condirettore Luciano Fontana
Vicedirettore Giangiacomo Schiavi, Daniele Manca
Redattore capo Venanzio Postiglione[2]
ISSN 1120-4982
Distribuzione
cartacea
Edizione cartacea singola copia/
abbonamento
multimediale
Edizione digitale digitaledition.corriere.it
Sito web corriere.it
Canale TV Corriere tv
Tablet PC su abbonamento
Ultima versione: 2.0. Peso: 17,6 MB
Smartphone su abbonamento
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Il Corriere della Sera è uno storico quotidiano italiano, fondato a Milano nel 1876. Pubblicato da RCS MediaGroup, è il primo quotidiano italiano per diffusione[3] e il secondo per lettorato.[4]

Storia[modifica | modifica sorgente]

Prima pagina del Corriere della Sera del 5 marzo 1876

Un giornale con la denominazione Corriere della Sera, fondato dal ventitreenne Giuseppe Rovelli, fu pubblicato a Torino nel 1866, ma dopo solo due numeri (1º agosto e 2 agosto) il quotidiano cessò le pubblicazioni per mancanza di fondi[5].

Dalle origini al 1900[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Eugenio Torelli Viollier.

Il Corriere della Sera nacque nel febbraio del 1876 quando Eugenio Torelli Viollier, direttore de La Lombardia, e Riccardo Pavesi, editore della medesima, decisero di fondare un nuovo giornale.[6]

Il primo numero venne annunciato dagli strilloni in piazza della Scala domenica 5 marzo 1876, con la data del 5-6 marzo. Per il lancio venne scelta la prima domenica di Quaresima (tradizionalmente quel giorno i giornali milanesi non uscivano). Il Corriere sfruttò quindi l'assenza di concorrenza; però, per non inimicarsi l'ambiente, devolvette in beneficenza il ricavato del primo numero.

La foliazione era di quattro pagine, stampate in 15 000 copie. Come sede del nuovo giornale fu scelto un luogo di prestigio, la centralissima Galleria Vittorio Emanuele[7]. Tutto il giornale era raccolto in due stanze ed era fatto da tre redattori (oltre al direttore) e da quattro operai. I tre collaboratori di Torelli Viollier erano suoi amici:

  • Raffaello Barbiera, veneto, che aveva rinunciato al suo impiego al Comune di Venezia per inseguire le sue velleità letterarie. Aveva conosciuto Torelli casualmente ad un pranzo pochi mesi prima della fondazione del giornale.
  • Ettore Teodori Buini originario di Livorno, colto, amico personale di Eugenio da dieci anni, poliglotta, definito "personaggio salgariano", era il caporedattore.
  • Giacomo Raimondi, l'unico nato nella città dove si pubblicava il giornale, dal passato tumultuoso di volontario nel corso delle guerre risorgimentali. Di idee vagamente socialiste, già collaboratore del Sole, fondatore de l'Economista, collaboratore del Gazzettino Rosa, l'aveva lasciato quando il periodico aveva deciso di aderire all'Internazionale marxista. I quattro anni precedenti il suo approdo al Corriere erano stati di vera e propria indigenza.

Collaboravano al giornale anche la moglie del Buini, Vittoria Bonacina, che traduceva alcuni dei romanzi pubblicati sulle pagine del Corriere, e la stessa moglie di Torelli, Maria Antonietta Torriani, scrittrice di romanzi d'appendice con lo pseudonimo "marchesa Colombi". Per le indispensabili corrispondenze da Roma si era offerto di collaborare gratuitamente Vincenzo Labanca, vecchio amico di Torelli Viollier. Per l'estero c'erano accordi con l'Agenzia Stefani e l'Havas.

L'amministratore del giornale era il fratello di Eugenio, Titta Torelli. Il giornale veniva fatto stampare da una tipografia esterna, che possedeva uno stanzone nei sotterranei della Galleria Vittorio Emanuele[8].

Dall'articolo di fondo del nº 1 del «Corriere della Sera»: Al Pubblico

"Pubblico, vogliamo parlarci chiaro. In diciassette anni di regime libero tu hai imparato di molte cose. Oramai non ti lasci gabbare dalle frasi. Sai leggere fra le righe e conosci il valore delle gonfie dichiarazioni e delle declamazioni solenni d'altri tempi. La tua educazione politica è matura. L'arguzia, l'esprit ti affascina ancora, ma l'enfasi ti lascia freddo e la violenza ti dà fastidio. Vuoi che si dica pane al pane e non si faccia un trave d'una fessura. Sai che un fatto è un fatto ed una parola non è che una parola, e sai che in politica, più che nelle altre cose di questo mondo, dalla parola al fatto, come dice il proverbio, v'ha un gran tratto. Noi dunque lasciamo da parte la rettorica [sic] e veniamo a parlarti chiaro.
Non siamo conservatori. Un tempo non sarebbe stato politico, per un giornale, principiar così. Il Pungolo non osava confessarsi conservatore. Esprimeva il concetto chiuso in questa parola con una perifrasi. Ora dice apertamente: "Siamo moderati, siamo conservatori". Anche noi siamo conservatori e moderati. Conservatori prima, moderati poi. Vogliamo conservare la Dinastia e lo Statuto; perché hanno dato all'Italia l'indipendenza, l'unità, la libertà, l'ordine. In grazia loro si è veduto questo gran fatto: Roma emancipata da' papi che la tennero durante undici secoli. [...]
Siamo moderati, apparteniamo cioè al partito ch'ebbe per suo organizzatore il conte di Cavour e che ha avuto finora le preferenze degli elettori, e - per conseguenza - il potere.[...] L'Italia unificata, il potere temporale de' papi abbattuto, l'esercito riorganizzato, le finanze prossime al pareggio: ecco l'opera del partito moderato.
Siamo moderati, il che non vuol dire che battiamo le mani a tutto ciò che fa il Governo. Signori radicali, venite tra noi, entrate ne' nostri crocchi, ascoltate le nostre conversazioni. Che udite? Assai più censure che lodi. Non c'è occhi più acuti degli occhi degli amici nostri nel discernere i difetti della nostra macchina politica ed amministrativa; non c'è lingue [sic] più aspre, quando ci si mettono, nel deplorarli. [...] Gli è che il partito moderato non è un partito immobile, non è un partito di sazi e dormienti. È un partito di movimento e di progresso.
Sennonché, tenendo l'occhio alla teoria, non vogliamo perdere di vista la pratica e non vogliamo pascerci di parole, e sdegniamo i pregiudizii liberaleschi. E però ci accade di non voler decretare l'istruzione obbligatoria quando mancano le scuole ed i maestri; di non voler proscrivere l'insegnamento religioso se tale abolizione deve spopolare le scuole governative; di non voler il suffragio universale, se l'estensione del suffragio deve porci in balia delle plebi fanatiche delle campagne o delle plebi voltabili [sic] e nervose delle città. [...]
[Conclusione] A' giornali dello scandalo e della calunnia sostituiamo i giornali della discussione pacata ed arguta, della verità fedelmente esposta, degli studi geniali, delle grazie decenti, rialziamo i cuori e le menti, non ci accasciamo in un'inerte sonnolenza, manteniamoci svegli col pungolo dell'emulazione, e non ne dubitiamo, il Corriere della sera potrà farsi posto senza che della sua nascita abbiano a dolersi altri che gli avversari comuni".

Nei giorni successivi le vendite del quotidiano si assestarono sulle 3 000 copie. Il prezzo di un numero era di 5 centesimi (un soldo) a Milano, 7 fuori città. Il giornale era così composto: la prima pagina ospitava l'articolo di fondo, la cronaca del fatto più rilevante e i commenti al fatto. La seconda era dedicata alla cronaca politica italiana e straniera. La terza pagina ospitava la cronaca milanese e le notizie telegrafiche. La quarta pagina era dedicata alla pubblicità. I caratteri venivano stampati in corpo 10. Il Corriere andava in macchina alle 14 per essere distribuito circa due ore dopo, e usciva con una doppia datazione (5-6 marzo, per esempio), poiché la lentezza dei trasporti faceva sì che spesso giungesse nelle altre regioni l'indomani. La doppia datazione sarebbe perdurata fino al 1902.

Il 18 marzo 1876, tredici giorni dopo l'uscita del primo numero, avvenne una svolta nella storia del giornale: Riccardo Pavesi fu eletto al Parlamento. Nonostante appartenesse al partito dei moderati, decise di spostarsi a sinistra, cioè dalla parte che aveva vinto a livello nazionale. Quindi cambiò l'indirizzo politico de La Lombardia e cercò di persuadere Torelli Viollier a fare altrettanto al Corriere, ma gli venne opposto un netto rifiuto. Pavesi allora uscì dal Corriere; il direttore decise di continuare con i tre redattori e i quattro operai.

La fattura del Corriere, come di quasi tutti i giornali dell'epoca, era artigianale: la scrittura degli articoli, tranne che per le corrispondenze da Roma, era "fatta in casa", non essendoci cronisti (li aveva solo Il Secolo). La maggior parte del lavoro era affidata alla penna ed alle forbici (per i dispacci "adattati") di Torelli Viollier, con un ritmo d'aggiornamento di 2/3 giorni per le notizie interne e di 10/15 per l'informazione proveniente dall'estero[9]. Il giornale non aveva una tipografia propria (con i conseguenti problemi di gestione dell'autonomia del giornale) e limitava al massimo la pubblicazione di disegni ed incisioni, che invece erano frequenti sul concorrente Secolo.

La tiratura cominciò a salire decisamente nel 1878. Al principio dell'anno re Vittorio Emanuele II fu colto da un'improvvisa malattia che lo portò alla morte. Tutti i giornali italiani diedero ampio spazio all'avvenimento, ma dopo la sua morte tornarono a pubblicare le solite notizie. Torelli Viollier invece continuò a trattare la notizia della morte del re per un'ulteriore settimana. Ciò fece aumentare le vendite da 3000 a 5600 copie; le vendite salirono nel resto dell'anno fino a sfondare a dicembre quota 7000 copie giornaliere.

Nel consueto articolo di fine anno, che Torelli Viollier pubblicava prima delle festività natalizie, il direttore del Corriere ringraziò i lettori e confermò il suo impegno a trattarli non come avventori [...], ma come amici e soci in un'impresa comune, giacché come tali li consideriamo, e tali sono"[10].

Dagli anni ottanta Milano iniziò ad essere investita da una rapida trasformazione economica e sociale. Un nuovo ceto di commercianti e industriali (di origine né patrizia né liberale) si affermò come nuova forza emergente. Il Corriere seppe intercettare questo nuovo pubblico e in pochi anni riuscì ad attirare la sua attenzione.

Nel 1881 la diffusione raggiunse stabilmente le 10 000 copie giornaliere. Nell'articolo di fine anno (Programma per l'anno 1882), Torelli annunciò il potenziamento dell'uso del telegrafo per la trasmissione dei pezzi dei corrispondenti, che fino ad allora si erano avvalsi prevalentemente del servizio postale. Il direttore voleva che anche le notizie dall'estero giungessero in tempi rapidi: nel 1882 inviò i primi corrispondenti all'estero del Corriere, nelle città di Parigi, Londra e Vienna. Nel Programma per l'anno 1883 Torelli annunciò che non avrebbe più utilizzato i rendiconti dell'agenzia Stefani per quanto riguarda i lavori del Parlamento, ma avrebbe raccolto le notizie in proprio.

Nel 1883, grazie alla nuova rotativa (König & Bauer) capace di produrre 12 000 copie l'ora, il Corriere cominciò a stampare due edizioni al giorno. Il giornale uscì con un'edizione nel primo pomeriggio e una seconda in serata. Alla fine del 1885 il Corriere produceva quasi esclusivamente notizie in proprio. Torelli Viollier poteva affermare che ben di rado il Corriere stampa notizie ritagliate da altri fogli e le forbici della redazione, che sono il redattore capo di molti giornali, arrugginiscono[11].

Dal 1883 al dicembre 1885 le vendite passarono da 14 000 a 30 000. Il Corriere vendeva il 58% delle copie in Lombardia, il 20% tra Piemonte ed Emilia (seguendo le direttrici delle linee ferroviarie), il resto era distribuito in Veneto, Liguria, Toscana e in alcune città delle Marche e dell'Umbria. Nella città di Milano, il Corriere era il secondo quotidiano, davanti a La Perseveranza e dietro a Il Secolo. Tuttavia, mentre il Secolo aveva alle spalle il sostegno di una casa editrice (la Sonzogno)[12], il Corriere doveva contare solamente sulle proprie forze.

La forza del giornale stava nell'alleanza tra Torelli Viollier e il nuovo socio di Busto Arsizio (poi trasferitosi a Milano), Benigno Crespi, fratello del ricchissimo industriale cotoniero Cristoforo Benigno Crespi: Torelli Viollier desideroso di fare un giornale moderno; Crespi attento ai bilanci, ma anche sensibile ad effettuare investimenti, anche cospicui, per mantenere il giornale competitivo. L'ingresso di Crespi quale proprietario e finanziatore del Corriere aveva portato all'acquisto di una seconda macchina rotativa (che aveva permesso un miglioramento della fattura delle pagine e un aumento consistente delle copie stampate), all'incremento dei servizi telegrafici e all'assunzione di nuovi collaboratori, scelti da Torelli in completa indipendenza. I redattori del Corriere diventarono sedici.

Un avviso pubblicitario del 1887 pubblicato su una rivista di Milano.

A partire dalla seconda metà degli anni ottanta le colonne del Corriere ospitarono stabilmente varie rubriche giornaliere, nate sperimentalmente negli anni precedenti. Le principali furono:

  • la rubrica letteraria, pubblicata di lunedì (nata nel 1879),
  • la Cronaca dalle grandi città, realizzata dagli inviati nelle principali città italiane (dal novembre 1883),
  • La Vita, consigli di igiene e di economica domestica (apparsa nel 1885),
  • La Legge, dove un esperto legale rispondeva ai lettori (nata nel 1886).

Il quotidiano continuava a pubblicare in ogni numero un romanzo d'appendice a puntate.
Le pagine a disposizione erano sempre quattro, di cui una (la quarta) dedicata in gran parte alla pubblicità.

Corriere della Sera. Un manifesto pubblicitario di Adolf Hohenstein del 1898.

Nel 1886 Torelli Viollier inventò la figura del "redattore viaggiante", ovvero il cronista che sceglieva un itinerario e scriveva tutto quello che vedeva: fatti, persone, storie, ecc. Nello stesso anno per la prima volta le copie vendute del giornale sorpassarono le copie distribuite in abbonamento. Alla fine del decennio le vendite raggiunsero 60 000 copie, ponendo il Corriere tra i giornali più venduti del Nord Italia.

I nomi dei giornalisti che lavoravano al Corriere cominciarono ad essere noti: Paolo Bernasconi (inviato a Parigi), Dario Papa, Barattani, Carlo Barbiera, Mantegazza. Fece la sua prima comparsa il medico e criminologo Cesare Lombroso. I collaboratori fissi e saltuari erano circa 150. A partire dal 1888 il Corriere spostò la prima edizione all'alba ed arretrò la seconda edizione al pomeriggio, tradizionalmente letta dai lombardi dopo il lavoro. L'edizione mattutina serviva a far arrivare il giornale nelle regioni più lontane entro il giorno di pubblicazione. Nel 1889 il giornale si trasferì in via Pietro Verri, nel palazzo di Benigno Crespi.

Nel 1890 venne inaugurata la terza edizione, diversa e con notizie fresche. Era evidente lo sforzo del Corriere di fornire un prodotto completo al fine di conquistare sempre più larghe fette di mercato. Il Corriere, come gli altri quotidiani più importanti, era un giornale di quattro pagine su cinque colonne, di formato un po' più piccolo dell'attuale. A partire dagli anni novanta il Corriere offrì ai suoi lettori articoli di prima mano anche da luoghi diversi dalle capitali europee: si pensi ai corrispondenti di guerra in Africa. Negli anni novanta Torelli Viollier cambiò il concetto grafico della prima pagina: abolì l'appendice (la parte bassa della pagina), che fu sostituita da una lunga recensione teatrale (o comunque un pezzo di livello intellettualmente elevato) in quinta colonna, con continuazione nella prima colonna della seconda pagina. Nacque così l'«articolo di risvolto».

Nel settembre 1896 Torelli Viollier assunse il venticinquenne Luigi Albertini come segretario di redazione, ruolo inesistente all'epoca in Italia e ritagliato su misura: Albertini mostrava già spiccate doti organizzative e conoscenze tecniche[13], mentre non aveva alle spalle una solida carriera giornalistica. Albertini si impose agli occhi dei colleghi per il piglio organizzativo e la capacità decisionale. Doti che espresse anche in occasione delle proteste di maggio del 1898: fu Albertini infatti a decidere di mandare tutto il personale direttamente nelle strade di Milano in cerca di nuove notizie.

Proprio i fatti di maggio segnarono una svolta nella direzione del quotidiano. La linea di Torelli Viollier venne messa in discussione finché il 1º giugno il fondatore decise di rassegnare le dimissioni. I proprietari insediarono alla direzione l'editorialista e deputato di area conservatrice Domenico Oliva. Nel resto dell'anno Luigi Albertini, ancora lontano dai vertici del Corriere, viaggiò nelle principali capitali europee per studiare la fattura dei più moderni quotidiani stranieri, accrescendo il proprio bagaglio di conoscenze organizzative.

L'era Albertini[modifica | modifica sorgente]

Il bilancio del Corriere della Sera 1899/1900 vide un ridimensionamento delle principali voci del giornale. Nell'assemblea del 14 maggio 1900 i proprietari espressero le loro preoccupazioni per il futuro del giornale. Luigi Albertini, che era stato promosso direttore amministrativo all'inizio dell'anno, si unì al coro esprimendo le proprie rimostranze sulla gestione del Corriere. Oliva per tutta risposta rassegnò le dimissioni. Il 26 aprile era morto Eugenio Torelli Viollier. In luglio i proprietari assegnarono ad Albertini l'incarico di gerente responsabile (cioè direttore editoriale); Albertini entrò anche nel capitale sociale con una piccola partecipazione. Non fu nominato nessun nuovo direttore politico (oggi direttore responsabile), per cui in ottobre Albertini riunificò le funzioni di direttore editoriale e di direttore responsabile. Meno di due anni dopo fu raggiunto in via Solferino dal fratello minore Alberto, che rimase al suo fianco per tutta la durata della sua esperienza al Corriere.

In soli sei anni Albertini seppe raddoppiare le vendite portandole da 75 000 a 150 000, surclassando il diretto concorrente Il Secolo e diventando il primo quotidiano italiano per diffusione (nelle pubblicità, Il Secolo si era fregiato del titolo di "più diffuso quotidiano italiano").[14] La prima pagina è a sei colonne.

Nascono in questo periodo alcuni periodici collegati al prodotto-Corriere pensati per un pubblico eterogeneo: La Domenica del Corriere (8 gennaio 1899), popolare, "La Lettura" (gennaio 1901), diretto dal commediografo Giuseppe Giacosa e rivolto al pubblico colto, il "Romanzo mensile" (aprile 1903), che raccoglie i romanzi d'appendice pubblicati a puntate sul Corriere, il Corriere dei Piccoli (27 dicembre 1908), periodico a fumetti per ragazzi.

Intanto, nel 1904 era stata inaugurata la nuova sede (modellata su quella del Times di Londra) al civico 28 di via Solferino, in un palazzo progettato dall'architetto Luca Beltrami. Da allora il Corriere mantenne sempre lo stesso indirizzo. In tipografia vennero installate le quattro nuove rotative Hoe, fatte venire dagli Stati Uniti. La nuova tecnologia permette di portare la foliazione prima a 6 pagine, poi a 8. Nel 1907 il Corriere pubblicò i reportage del proprio inviato più famoso, Luigi Barzini senior dal raid Pechino-Parigi. Gli articoli vennero pubblicati in Terza pagina. Albertini creò lo schema della Terza che poi venne adottato da tutti gli altri quotidiani: apertura con l'elzeviro, una spalla di varietà, il taglio con corrispondenza dall'estero e in più rubriche e corsivi. Il 18 dicembre 1907 da Fort Monroe, negli Stati Uniti, Barzini senior trasmise in esclusiva italiana per il Corriere il primo articolo via telegrafo senza fili[15].

Attestato su posizioni liberal-conservatrici, il Corriere si schierò contro la politica di Giovanni Giolitti; principale sostenitore della Campagna di Libia (1911-12), fu il capofila dell'interventismo italiano nella prima guerra mondiale. Furono inviati in Tripolitania alcuni tra i migliori giornalisti del Corriere, tra cui Luigi Barzini e Guelfo Civinini. Durante la direzione di Albertini, dal 1900 al 1925, il Corriere conobbe un crescendo inarrestabile: 275 000 copie nel 1911, che salirono a 400 000 nel 1918, grazie all'interesse per la guerra mondiale, per toccare quota 600 000 nel 1920. Il braccio destro di Albertini fu Eugenio Balzan, direttore amministrativo dell'azienda-Corriere, noto per la sua puntigliosità nel sorvegliare i conti. In questo periodo scrissero per la Terza pagina del quotidiano lombardo molte fra le firme più prestigiose della cultura italiana, come Giosuè Carducci, Ada Negri, Gabriele D'Annunzio, Benedetto Croce, Luigi Pirandello, Grazia Deledda, Luigi Capuana, Renato Simoni, Giuseppe Antonio Borgese, Francesco Pastonchi e Massimo Bontempelli[16]. Albertini ottenne un contratto d'assoluta esclusiva con i prestigiosi collaboratori, accorgimento che permise al giornale di realizzare pagine culturali di altissimo livello.

Nell'ottobre del 1921 Luigi Albertini fu designato membro della missione italiana alla Conferenza sul disarmo negli armamenti navali di Washington. Rimase formalmente direttore del Corriere, ma cooptò il fratello Alberto alla carica di condirettore, lasciandogli tutte le funzioni operative.

Il regime fascista (che prese il potere il 28 ottobre 1922) mostrò insofferenza per l'indipendenza politica del giornale, già a partire da quel giorno, quando bloccò l'uscita del quotidiano. Il 27, infatti, Benito Mussolini contattò personalmente Luigi Albertini chiedendo al giornale di tenere una linea neutrale. Il tentativo finì malamente. Per ritorsione, quella stessa notte il comando militare fascista di Milano ordinò la chiusura della tipografia, impedendo l'uscita del quotidiano il giorno 28[17].

Dopo il Delitto Matteotti (10 giugno 1924) il Corriere, nonostante i tentativi di intimidazione, rappresentò la voce indipendente e più autorevole contro il regime. La tiratura toccò alte vette: ottocentomila copie al giorno ed un milione la domenica[18]. Furono effettuati centinaia di sequestri di copie del Corriere in varie parti d'Italia, di cui 12 ordinati dalla sola Prefettura di Milano. Il 2 luglio 1925 i magistrati milanesi arrivarono a minacciare la definitiva soppressione della testata.
Nel novembre 1925, dopo una serie di diffide e intimidazioni, il regime fascista ottenne le dimissioni di Albertini dalla direzione e la sua uscita dalla società editrice del quotidiano. Tramite cavilli giuridici[19], la famiglia Crespi, detentrice della maggioranza delle quote della società, ne acquistò anche la quota in mano agli Albertini, rimanendo il proprietario unico. Il 28 novembre Albertini scrisse il suo ultimo articolo di fondo.

Il Corriere durante il Ventennio[modifica | modifica sorgente]

Dopo l'uscita di scena di Albertini lasciarono il giornale: Alberto Tarchiani (redattore capo dal 1919), Mario Borsa e Carlo Sforza (editorialisti di politica estera), Luigi Einaudi (editorialista di economia), Francesco Ruffini (giurista e storico), Augusto Monti (esperto di pedagogia e problemi dell'istruzione), Ettore Janni (critico letterario), Guglielmo Emanuel e Luciano Magrini (inviati speciali) ed altri redattori e inviati. La direzione fu affidata temporaneamente a Pietro Croci, corrispondente da Parigi. Gli subentrò Ugo Ojetti, mente più incline alla letteratura che alla politica. Ojetti assunse Orio Vergani, che divenne una delle firme di punta del Corriere; inoltre decise il cambiamento nell'aspetto grafico della pagina, che passò da sei a sette colonne. Ojetti guidava il giornale da Milano, ma la pagina politica del Corriere era fatta a Roma, dove il regime aveva collocato un suo uomo, Aldo Valori.
Ad Ojetti seguì la debole direzione di Maffio Maffii, durante la quale iniziò la fascistizzazione del quotidiano milanese. Sotto l'imposizione del regime, il Corriere si conformò alle esigenze della dittatura: uso tassativo dell’agenzia ufficiale Stefani e delle disposizioni di Achille Starace, il vice segretario del Partito Nazionale Fascista. Nel 1928 venne assunto il ventiduenne Dino Buzzati. Fece una lunga carriera al Corriere e nei settimanali del gruppo.

Alla fine del 1928 sbarcò a via Solferino un vero giornalista, Aldo Borelli, proveniente dalla direzione de La Nazione di Firenze. Borelli, abilmente, riuscì ad arginare l'ingerenza del fascismo sul Corriere: lasciò che ad occuparsi della politica fosse la redazione romana, che riceveva e pubblicava le veline del regime. Confermò il capo redattore Oreste Rizzini e si concentrò sulla pagina culturale. Continuarono a collaborarvi le grandi firme dei tempi di Albertini: Bontempelli, Borgese, Croce, D'Annunzio, Ada Negri, Pirandello, Simoni e Pastonchi. Ad essi si aggiunsero: Corrado Alvaro, Silvio D'Amico, Giovanni Gentile, Arnaldo Fraccaroli, Giovanni Papini e Attilio Momigliano. Consulente di Borelli per le pagine culturali fu il critico Pietro Pancrazi.

Nel 1929 il Corriere cominciò a pubblicare anche recensioni cinematografiche[20]. La novità fu accolta inizialmente con sorpresa, poiché il cinema era ritenuto un argomento «non serio», ma i brillanti articoli di Filippo Sacchi fecero ricredere anche i più diffidenti. Nel 1934 il Corriere si dotò di una nuova rotativa Hoe[21]. Nello stesso anno cominciò a produrre in proprio le fotografie da pubblicare sul giornale[22]. Nel 1935 anche Borelli, come Ojetti pochi anni prima, decise un aumento delle colonne della pagina, che passarono da 7 a 8. Alcuni numeri dell'azienda-Corriere: nel 1935 lavoravano per il giornale (e i suoi periodici illustrati) quasi 1 500 persone, fra redattori, collaboratori, tipografi, impiegati[23]. Durante gli anni trenta Borelli assunse una schiera di giovani che, negli anni seguenti, divennero tra i migliori giornalisti italiani: Indro Montanelli (che al giornale conobbe Dino Buzzati, di cui divenne grande amico), Guido Piovene, Paolo Monelli e Gaetano Afeltra. Nel 1936 fu assunto Michele Mottola, destinato a diventare, negli anni cinquanta, vicedirettore.

Il 10 giugno 1940 l'Italia entrò in guerra. Il 14 febbraio 1943 la sede del Corriere fu bombardata. I danni furono ingenti, ciò costrinse l'editore a trasferire in periferia tre rotative e altri macchinari. Il 25 luglio del 1943, alla caduta del fascismo, Borelli pagò per tutti e fu allontanato, venendo sostituito da Ettore Janni, il più anziano degli antifascisti di via Solferino. In agosto l'edizione del pomeriggio fu scissa da quella del mattino. Il Corriere ebbe due redazioni, con due diversi direttori. L'edizione pomeridiana del Corriere, diretta da Filippo Sacchi, uscì con la testata Il Pomeriggio e la sottotestata «Corriere della Sera».[24]

Dopo l'8 settembre, e la successiva occupazione nazista di Milano, Janni fu sollevato dall'incarico. Sedici redattori non si recarono più nelle stanze di via Solferino.[25] Furono tutti considerati dimissionari dalla gerenza della società editrice.
Durante il regime della Repubblica Sociale fu posto alla direzione Ermanno Amicucci.

Dal 1945 al 1973[modifica | modifica sorgente]

La storica sede del Corriere della Sera in via Solferino a Milano.

Un mese dopo la sospensione imposta dal Comitato di Liberazione Nazionale (27 aprile - 21 maggio 1945), il quotidiano torna in edicola con la testata Corriere d'Informazione. L'anno successivo esce come «Il Nuovo Corriere della Sera» (la testata «Corriere d'Informazione» passa all'edizione del pomeriggio, avvalendosi di una propria redazione separata). Il quotidiano esce in un unico foglio: nella prima pagina si trovano le notizie nazionali e internazionali; la seconda pagina, sotto l'intestazione «Corriere milanese», ospita la cronaca di Milano e della provincia.
Il nuovo direttore designato dal CLN, l'azionista Mario Borsa, segna una netta rottura con il passato, pubblicando editoriali coraggiosi sulla necessità dell'Italia di fare i conti con la dittatura e di chiudere subito con la monarchia. In occasione del referendum istituzionale del giugno 1946, Borsa schiera il Corriere in favore della repubblica. Il suo articolo di fondo terminava con queste parole: "… Paura di che? Del famoso salto nel buio? Lo credono i nostri lettori: il buio non è nella Repubblica o nella Monarchia. Il buio, purtroppo, è in noi, nella nostra ignoranza, o indifferenza, nelle nostre incertezze, nei nostri egoismi di classe o nelle nostre passioni di parte".
Nel frattempo la famiglia Crespi era ritornata proprietaria del Corriere[26]. Alla fine dell'estate i Crespi sostituiscono Borsa con il liberale Guglielmo Emanuel[27]. La conduzione di Emanuel si rifà prettamente allo stile albertiniano, il nuovo direttore ripristina anche il rigoroso rispetto delle gerarchie. Principale editorialista (fino al 1953) è Cesare Merzagora. Il Corriere di Emanuel vende in media 405 000 copie[28].

Nel 1952 i fratelli Mario, Vittorio e Aldo Crespi chiamano alla direzione Mario Missiroli, proveniente dal Messaggero. Al suo arrivo, lascia via Solferino Guido Piovene; ritorna Enrico Massa, che era uscito dal Corriere nel 1925 (con Luigi Albertini). Viene chiuso il mensile d'informazione bibliografica La lettura, nato nel 1901. Missiroli sceglie Gaetano Afeltra, uno degli uomini-macchina del giornale, caporedattore centrale. Diventerà il suo alter ego. A questo tandem bisogna aggiungere l'altro caporedattore centrale, Michele Mottola. Il Corriere è in un periodo d'oro: sia il quotidiano che La Domenica del Corriere primeggiano nel proprio settore, con vendite in crescita. L'azienda di via Solferino decide di aprire un nuovo stabilimento-stampa, per fare fronte alle crescenti tirature del settimanale. Nel 1958 il Corriere è il primo giornale italiano ad impiegare un computer per calcolare i dati di vendita nelle edicole[29]. Nello stesso anno iniziano i lavori di ampliamento della sede. Lo stabilimento viene ampliato con l'aggiunta degli uffici della diffusione. I lavori si concluderanno nel 1963.
In quegli anni sono valorizzati i più illustri giornalisti, editorialisti, inviati speciali, corrispondenti dall'estero mai avuti dal Corriere: Domenico Bartoli, Luigi Barzini junior, Dino Buzzati, Egisto Corradi, Max David, Enzo Grazzini, Eugenio Montale, Indro Montanelli, Giovanni Mosca, Vittorio G. Rossi, Orio Vergani, Gino Fantin, Enrico Emanuelli, Augusto Guerriero, Silvio Negro, Panfilo Gentile, Carlo Laurenzi, Ennio Flaiano e tantissimi altri. La linea politica di Missiroli è un misto di cauto equilibrismo e di equidistanza dai partiti. Impone ai giornalisti la consegna di non cercare nessuna notizia in esclusiva: ci si deve attenere scrupolosamente ai lanci ufficiali delle agenzie di stampa.

Vendita media giornaliera del Corriere

  • 1962: 380 000
  • 1963: 406 000
  • 1964: 425 000
  • 1965: 441 000
  • 1966: 457 000

Fonte: intervista di Egidio Stagno a Franco Di Bella (op. cit, p. 201).

  • 1976: 654 818[30]

All'inizio degli anni sessanta la proprietà assume la convinzione che il Corriere debba rinnovarsi. Due fatti appaiono particolarmente significativi: 1) Il concorrente Il Giorno[31], più moderno e scattante, sta intercettando molti nuovi lettori; 2) Nel 1961 la Rizzoli annuncia l'uscita di un quotidiano nato da una costola del settimanale Oggi, "Oggi quotidiano". Per la direzione del nuovo giornale i Rizzoli hanno scelto Gianni Granzotto, che ha "solo" 47 anni, contro i 75 del direttore del Corriere. I fratelli Crespi decidono così che Missiroli ha fatto il suo tempo e rescindono il contratto. Come successore intendono scegliere non un antimissiroliano, bensì un Missiroli giovane.

Il primo candidato è Giovanni Spadolini: ha solo 36 anni ma è già direttore di un quotidiano da oltre 100 000 copie: il Resto del Carlino di Bologna. Missiroli lo considera il suo "delfino". Ma la scelta, oltre a dividere la famiglia Crespi[32], provoca la minaccia di dimissioni da parte di otto firme di prestigio, fra cui Indro Montanelli[33]. Per uscire dall'impasse, la proprietà negozia con gli otto giornalisti la nomina di Alfio Russo, l'ex corrispondente da Parigi, che qualche anno prima aveva lasciato il Corriere per andare a dirigere La Nazione di Firenze. Gaetano Afeltra, direttore del Corriere d'Informazione, è nominato vicedirettore del Corriere (tuttavia si dimetterà ben presto per contrasti con Russo). Michele Mottola è il secondo vicedirettore. Le cariche di direttore dell'edizione del mattino e del pomeriggio vengono riunificate.
Alfio Russo porta con sé da Firenze alcuni giovani che diventeranno giornalisti di prim'ordine: Gianfranco Piazzesi, Giovanni Grazzini, Giuliano Zincone, Leonardo Vergani (scomparso poi prematuramente) e Giulia Borghese, la prima giornalista donna assunta al Corriere.

Il nuovo direttore realizza un profondo rinnovamento del quotidiano: trasforma la cronaca e le pagine sportive, inaugura la rubrica delle lettere al direttore, che al Corriere non esisteva, segno che Russo intende adottare un approccio meno intellettuale. Nel 1963 rompe lo schema tradizionale del giornale inserendo le «pagine speciali»: da quella letteraria a quelle dedicate ai giovani, alle donne, alle scienze, ai motori, all'economia e alla finanza[34]. Dopo il disastro del Vajont (9 ottobre 1963), il Corriere lancia una sottoscrizione pubblica per aiutare le popolazioni rimaste senza casa. La sottoscrizione batte largamente quella indetta dalla televisione di stato[35]. Tant'è che il Comune di Vajont dedica una piazza del proprio paese chiamandola Piazza del Corriere della Sera in segno di riconoscenza verso il giornale milanese. È del 1965 uno scoop internazionale: la prima intervista a papa Paolo VI, realizzata da Alberto Cavallari[36]. L'orientamento del quotidiano resta moderato e liberale, con uno sguardo attento e critico verso il centro-sinistra, tanto che nel 1963, all'indomani dell'ingresso dei socialisti nel governo, Russo sostituisce tutti i redattori politici: Aldo Airoldi, notista, Goliardo Paoloni, Alberto Ceretto e Tommaso Martella, resocontisti rispettivamente di Palazzo Chigi, della Camera e del Senato.
Russo valorizza gli inviati più giovani e dinamici come Piero Ottone, Alberto Cavallari ed Enzo Bettiza (quest'ultimo assunto proprio da Russo). Se ne accorge presto Indro Montanelli che, infatti, ha uno screzio con il direttore. A dirigere lo sport chiama Gino Palumbo, importandolo da Napoli; alla cronaca di Milano colloca Franco Di Bella. Il Corriere di Russo fornisce un'ampia copertura anche degli avvenimenti esteri: quando la Grecia, nel 1967, è rovesciata dal golpe dei colonnelli, il Corriere è l’unico giornale italiano a mandare sul posto un proprio inviato, Mario Cervi. Infine, il Corriere mantiene in pianta stabile in Vietnam Egisto Corradi, che invierà dall'Estremo oriente memorabili corrispondenze.

Sul finire degli anni sessanta, i nuovi equilibri in seno alla famiglia Crespi rendono necessario un avvicendamento al vertice del Corriere[37]. A sostituire Alfio Russo viene chiamato Giovanni Spadolini, già candidato in pectore sette anni prima. Di solito la direzione del Corriere rappresentava il coronamento della professione per un giornalista. Vedere arrivare in via Solferino un professionista in piena ascesa fu un'assoluta novità, tanto che per la prima volta una troupe della Rai vi si reca per intervistare il nuovo direttore del quotidiano.
Spadolini, uomo di cultura (è professore universitario), allarga la schiera dei collaboratori alla Terza pagina: chiama Leonardo Sciascia, Giacomo Devoto, Denis Mack Smith, Leo Valiani, Goffredo Parise (inviato in Cina e in Biafra) e Alberto Arbasino. Gaspare Barbiellini Amidei scrive di cultura e attualità; Giovanni Grazzini segue la critica cinematografica; altre firme illustri sono Manlio Cancogni, Giorgio Bassani, Guido Calogero e Piero Chiara. Spadolini promuove Dino Buzzati, che aveva stabilito il record di vendite de La Domenica del Corriere, portandolo dentro il quotidiano come critico d'arte. Viene promosso al rango di condirettore Michele Mottola; il vicedirettore è Gian Galeazzo Biazzi Vergani. Fra gli altri giornalisti assunti da Spadolini vanno ricordati Piero Ostellino, Francesco Ricciu e Luca Goldoni.
Fortemente critici verso il nuovo direttore,[38] Piero Ottone e Alberto Cavallari lasciano il Corriere, l'uno per dirigere Il Secolo XIX di Genova l'altro Il Gazzettino di Venezia.
La linea politica spadoliniana è ben delineata fin dal primo articolo di fondo intitolato «Il dialogo». Il nuovo direttore si dichiara fautore di un'alleanza del centro con la sinistra riformista, mentre chiude la porta alla formazione di nuove maggioranze, specialmente quelle che comprendono la sinistra comunista.

Il 1968 è ricordato soprattutto come l'anno della contestazione studentesca. Anche il Corriere della Sera è oggetto di un attacco, in quanto "simbolo borghese", il 12 aprile, pochi giorni dopo l'insediamento di Spadolini. Del gruppo di manifestanti fa parte anche l'editore Giangiacomo Feltrinelli.
Il Corriere racconta i maggiori eventi che coinvolgono le università e intervista i massimi intellettuali dell'epoca: Ugo Stille incontra Herbert Marcuse[39]. Enzo Bettiza, che è inviato a Parigi, parla con Raymond Aron, Emil Cioran, Eugène Ionesco, Claude Lévi-Strauss, Edgar Morin, Jean-François Revel, Jean-Paul Sartre, Jean-Jacques Servan-Schreiber ed altri[40]. Nello stesso anno avviene la pubblicazione della prima intervista del Corriere al leader storico del socialismo italiano, Pietro Nenni. Seguirà, l'anno seguente, la prima intervista del Corriere ad un leader del partito comunista, Luigi Longo (realizzata da Enzo Bettiza).

Nel 1969 scoppiano forti agitazioni sindacali che culminano nei mesi tra settembre e dicembre, periodo ricordato come l'Autunno caldo. Spadolini, per spiegare le violenze del tempo, conia la formula «opposti estremismi», che presto è ripresa dagli altri organi d'informazione.
L'8 novembre 1969 viene ferito Aldo Mariani, cronista del Corriere d’Informazione.
Alla fine dell'anno il Corriere di Spadolini vantava una diffusione media giornaliera di 630 000 copie, che aumentava a 710 000 per l’edizione del lunedì[41]

Nel 1970, dopo la sanguinosa strage di piazza Fontana, il Corriere inizialmente segue la linea dettata dalla Procura, che ha formalmente accusato gli anarchici di essere gli autori della strage. In un secondo tempo via Solferino prende le distanze dal dibattito politico e ritorna al ruolo collaudato di osservatore equidistante. Ma questa linea, improntata al garantismo, rende più impopolare Spadolini alla sinistra, attirando la rabbia dei contestatori e dell'universo giovanile.
Via Solferino si mantiene neutrale anche in occasione delle elezioni per il Presidente della Repubblica svoltesi nel dicembre 1971[42]. Nel gennaio di quell'anno il Corriere era ai massimi livelli di vendita: veleggiava sulla quota record di 620 000 copie di tiratura e 500 000 di vendita media giornaliera. La pubblicità portava nelle casse del giornale nove miliardi all'anno. La Domenica del Corriere vendeva 850 000 copie e raccoglieva anch'essa miliardi di pubblicità. Il Corriere d'Informazione, anche se economicamente passivo, era sulle 130 000 copie[43]. A partire dall'inizio del 1971 e fino al febbraio-marzo del 1972, le vendite del Corriere subiscono un calo[44].

I Crespi erano soliti far firmare ad ogni nuovo direttore un contratto iniziale di 5 anni, per poi prolungarlo eventualmente di un anno alla volta. Nel 1972 Spadolini, al quarto anno di direzione, venne inaspettatamente licenziato. Il 3 marzo trovò sul suo tavolo una lettera con la quale gli si comunicava la risoluzione del contratto. Per la prima volta da quando, nel 1925, la famiglia Crespi era diventata proprietaria del quotidiano, un direttore era costretto a lasciare anzitempo l'incarico. Sul licenziamento di Spadolini, che apparve come un vero e proprio defenestramento, tanto da provocare perfino uno sciopero,[45] esistono tesi diverse, ma nessuna di esse ha mai trovato conferma[46]. In sua sostituzione, la proprietà decide di affidare il quotidiano a Piero Ottone, che entra in carica il 15 marzo 1972.

Dai Crespi ai Rizzoli[modifica | modifica sorgente]

Piero Ottone valorizzò alcuni giovani redattori, tra cui Giampaolo Pansa, inviato di punta per le pagine politiche, Massimo Riva, giornalista economico, Giuliano Zincone e, come collaboratore, Pier Paolo Pasolini, a cui era stata affidata la rubrica Scritti corsari tenuta fino alla sua tragica morte nel 1975[47]. Con la direzione di Piero Ottone, la linea politica del Corriere fece una netta virata a sinistra. La redazione del giornale si spaccò in due; tra i più critici, Indro Montanelli rilasciò un'intervista al settimanale Il Mondo in cui paventava la sua fuoriuscita dal giornale.

La reazione non si fece attendere: nell'ottobre del 1973 Piero Ottone comunicò a Indro Montanelli che la sua collaborazione con il giornale doveva considerarsi conclusa. Al "licenziamento" di Montanelli seguì una vera e propria fronda: una trentina di giornalisti decisero di raggiungere Montanelli, impegnato nella fondazione da zero di un quotidiano milanese alla destra del Corriere: Egisto Corradi, Carlo Laurenzi, Enzo Bettiza, Mario Cervi, Gianfranco Piazzesi, Leopoldo Sofisti, Giancarlo Masini, Roberto A. Segre, Antonio Spinosa, Egidio Sterpa, Cesare Zappulli e Gian Galeazzo Biazzi Vergani. Ad essi si aggiunsero Guido Piovene e Gianni Granzotto[48].

In risposta alla forte spaccatura che si era creata nella redazione del Corriere, nella primavera del 1974 Piero Ottone elaborò un nuovo programma improntato al decentramento del lavoro. Non più un solo vicedirettore, ma tre, per poter seguire meglio i giornalisti, i collaboratori e gli amministratori del giornale. Inoltre, il comitato di redazione assumeva un ruolo che andava ben al di là delle questioni sindacali[49], coinvolgendolo nella fattura stessa del giornale. Il programma venne presentato dallo stesso Ottone il 30 marzo nell'assemblea dei redattori, che lo approvarono. I critici commentarono: Ottone ha creato un "soviet" in redazione (Enrico Mattei su Il Tempo)[50]

Il 12 luglio 1974 la proprietà del giornale, che l'anno prima aveva visto l'ingresso di Gianni Agnelli e Angelo Moratti come soci di minoranza, passò interamente al gruppo editoriale Rizzoli. Rizzoli si presentò come un editore "puro", privo cioè di interessi finanziari esterni all'editoria. Il nuovo proprietario confermò Piero Ottone alla direzione, accolse l'ingresso di due grandi firme come Enzo Biagi e Alberto Ronchey e annunciò un piano di potenziamento del giornale, che scattò nel 1976 con la nascita dell'edizione romana. L'obiettivo fu un aumento di 10-15mila copie nella capitale. Nel 1977 furono lanciati un inserto economico settimanale e un supplemento in rotocalco a colori (in vendita il sabato con un sovrapprezzo di 50 lire).
Il 2 giugno di quell'anno Indro Montanelli subì un attentato da parte delle Brigate Rosse, che lo gambizzarono in piazza Cavour. La notizia del ferimento fu riportata in prima pagina, omettendo però di citare il nome del famoso giornalista:

« Dopo i magistrati e le forze dell'ordine i gruppi armati colpiscono la stampa. I giornalisti nuovi bersagli della violenza. Le Brigate rosse rivendicano gli attentati… »
(Corriere della Sera, prima pagina, 3 giugno 1977)

Il nome di Montanelli appariva soltanto nel secondo elemento del sommario, nonostante Montanelli fosse stato per decenni una delle firme più importanti della testata, nonché dell'intero panorama giornalistico italiano[51].

Intanto, le costose iniziative adottate dal nuovo editore non avevano prodotto i risultati attesi. In luglio la società editrice fu ricapitalizzata. I nuovi soci chiesero a Rizzoli un cambio di direzione al Corriere entro fine anno. Ottone li anticipò, dimettendosi il 22 ottobre 1977.

Il successore fu Franco Di Bella, che veniva richiamato al Corriere da Bologna, dove era andato a dirigere il Resto del Carlino; la scelta significava che l'editore, oltre ad avvalersi di un collaudato uomo-macchina, voleva portare il quotidiano verso posizioni più moderate. L'operazione non trovò il consenso di Michele Tito, Giampaolo Pansa e Bernardo Valli che, con altri collaboratori, lasciarono il quotidiano milanese (tra essi Umberto Eco, Franco Fortini e Natalia Ginzburg). Comunque, all'inizio i lettori diedero ragione a questa scelta editoriale: il Corriere di Di Bella continuò a vendere. Nel corso del 1978 si realizzò il passaggio dalla fusione a piombo alla fotocomposizione: la nuova tecnologia fu inaugurata il 26 settembre di quell'anno. Di Bella rese più vivace il giornale che si arricchì con l’inserto settimanale sull’economia (coordinato da Alberto Mucci, ex direttore del Sole 24 Ore), con l’avvio della corrispondenza da Pechino affidata a Piero Ostellino e con alcune interviste clamorose di Oriana Fallaci.[52]

All'inizio di novembre del 1978 il direttore diede spazio in prima pagina alla missiva di una lettrice che affrontava il tema del matrimonio e del divorzio. Temi come il costume e la vita moderna avevano rarissimo accesso alla "vetrina" di un quotidiano di informazione italiano. Per il Corriere si trattò di una novità assoluta. In Italia la legge sul divorzio era da poco stata introdotta e il Referendum abrogativo del 1974 aveva confermato la validità della legge. La lettrice ammetteva di tradire il marito e affermava di non poter divorziare poiché non avrebbe potuto affrontare gli alti costi di una vita da sola. Di Bella incaricò Luca Goldoni, cronista di punta del quotidiano, di rispondere alla lettrice (4 novembre). Il "botta e risposta" tra lettrice e Corriere ebbe una vasta eco su tutta la stampa italiana. Molti altri quotidiani ripresero l'argomento, tutti i principali settimanali dedicarono una copertina al rapporto di coppia e all'adulterio. Di Bella osservò soddisfatto il dibattito che aveva provocato quella lettera, e ne ebbe buoni motivi: il Corriere superò le 770 000 copie di diffusione. A fine 1979, la Rizzoli fissò gli obiettivi da raggiungere negli anni ottanta; il quotidiano di via Solferino doveva puntare al milione di copie[53].

Nel 1980 il Corriere fu colpito frontalmente dal terrorismo: una delle firme di punta del quotidiano, l'inviato Walter Tobagi, specialista sui temi dell'eversione armata e segretario del sindacato dei giornalisti lombardi, venne assassinato la mattina del 28 maggio.

Gli anni ottanta[modifica | modifica sorgente]

I costosi investimenti effettuati dall'editore tra il 1977 e il 1979 non avevano prodotto i risultati sperati. La Rizzoli aveva compiuto scelte imprenditoriali sbagliate, che avevano ulteriormente peggiorato i conti del gruppo. La casa editrice si era lanciata in oscure manovre finanziarie, che emersero alla luce del sole nel 1981, quando scoppiò lo scandalo della loggia P2[54]. Il Corriere fu coinvolto al massimo livello poiché nell'elenco di personaggi pubblici affiliati alla loggia eversiva c'era anche il suo direttore Franco Di Bella, il presidente del gruppo Angelone Rizzoli così come il direttore generale Bruno Tassan Din. Apparve così chiaro come la Rizzoli non fosse più da tempo la proprietaria reale: il quotidiano, già da qualche anno, era in mano al duo Roberto Calvi-Licio Gelli. Il tutto all'insaputa dell'opinione pubblica.

Per il prestigio del Corriere il colpo fu durissimo e Di Bella fu costretto alle dimissioni. Episodio-simbolo delle vicende del Corriere in questo periodo fu la pubblicazione di un'intervista di Maurizio Costanzo, egli stesso membro della P2, a Licio Gelli[55]. Nei due anni seguenti il Corriere, screditato, perse 100 000 copie. Negli anni 1982-1983 venne superato nelle vendite da La Gazzetta dello Sport perdendo il primato tra i quotidiani italiani: non accadeva dal 1904.

Per il Corriere divenne prioritario recuperare il rapporto di fiducia coi propri lettori, che si era pericolosamente incrinato durante la gestione Rizzoli. La ricostruzione fu opera soprattutto di Alberto Cavallari, direttore con un mandato triennale (1981-84). A Cavallari sarebbe dovuto succedere Gino Palumbo, un altro grande professionista valorizzato nel corso della direzione di Alfio Russo. Ma a causa della malattia che di lì a qualche anno lo porterà alla morte Palumbo fu costretto a rinunciare. Il 18 giugno 1984 Cavallari consegnò al nuovo direttore Piero Ostellino un giornale che aveva ritrovato fiducia in se stesso e che era ritornato in testa alle classifiche di vendita.

Alla fine del 1986 il Corriere perse per la seconda volta il suo storico primato: questa volta ad opera del quotidiano romano la Repubblica. La risposta di via Solferino venne affidata ad una rivista settimanale, il cui numero 1 uscì sabato 12 settembre 1987 in abbinamento obbligatorio: Sette[56]. Di grande formato, contava ben 122 pagine ed era in carta patinata. Il lancio avvenne un mese prima dell'uscita del magazine del giornale concorrente, Il Venerdì. L'iniziativa fu un successo: per diversi mesi il numero del sabato del Corriere non scese mai sotto le 900 000 copie di tiratura ed arricchì di molto la raccolta pubblicitaria.

Un nuovo capitolo della lotta per il primato si ebbe l'anno seguente: "Repubblica" lanciò Portfolio, un gioco a premi; il Corriere rispose il 14 gennaio 1989 con Replay, che premiava ogni giorno quattro biglietti giocati nelle lotterie nazionali con risultati vincenti. La trovata ebbe un grande successo e le vendite del giornale in alcune città raddoppiarono. Entro l'anno il Corriere raggiunse le 800 000 copie di media, ritornando ad essere il primo quotidiano italiano. Dal 1986 al 1992 il quotidiano pubblicò l'inserto "Corriere cultura".

Gli anni novanta[modifica | modifica sorgente]

Con l'arrivo alla direzione di Paolo Mieli (1992-1997) si avviò un ricambio generazionale. Mieli alleggerì il giornale abbandonando la distinzione tra "parte seria" e "parte leggera". In pratica la nuova formula previde la collocazione nelle pagine iniziali degli eventi importanti, anche non politici; maggiore spazio allo sport, agli spettacoli (spesso uniti alle pagine della cultura), ma anche all'economia. Uniformandosi agli altri quotidiani, soppresse la Terza pagina rinviando la cultura nelle pagine interne. Il nuovo direttore decise che la stagione dei giochi a premi era finita e lanciò un corso di inglese e francese su audiocassette. Successivamente spostò "Sette" al giovedì, abbinandolo ad un supplemento sulla tv. Tali iniziative ebbero successo e permisero al Corriere di consolidare il primato. Secondo i dati ADS, infatti, nel primo quadrimestre del 1993 il "Corriere" registrò una diffusione di 641 969 copie, che crebbe a 667 589 nel secondo. Il vantaggio su la Repubblica si attestò sulle trentamila copie[57].

Durante tutto il dopo-Tangentopoli Mieli preferì mantenere una posizione di terzietà rispetto al dibattito politico. L'unico punto su cui si schierò fu il conflitto di interessi attribuito a Silvio Berlusconi, che vinse le elezioni del 1994. Gli editoriali sull'argomento furono affidati al politologo Giovanni Sartori. Tra il 1994 e il 1996 nacquero tre nuovi supplementi: «Corriere Lavoro» (4 febbraio 1994), «Corriere Soldi» (4 marzo 1995, che confluirà nel «Corriere Economia» dal 6 ottobre 1997) e «Io donna» (23 marzo 1996). Nel 1995, dopo la sfortunata avventura de La Voce, Indro Montanelli rientrò in via Solferino: erano passati 22 anni da quando aveva lasciato il Corriere per fondare un suo quotidiano. Al "principe" del giornalismo italiano venne affidata la pagina della corrispondenza quotidiana coi lettori[58].

La battaglia tra i due quotidiani continuava senza esclusione di colpi anche sul fronte degli inserti e dei prodotti abbinati. All'inizio del 1996 Repubblica e Corriere presentavano ai lettori un supplemento al giorno (esclusa la domenica). Il 1996 fu un anno elettorale. Il 17 febbraio, in piena campagna elettorale, Mieli pubblicò un articolo di fondo in cui dichiarava il proprio sostegno alla coalizione de L'Ulivo. Fu la prima volta che il Corriere suggerì ai propri lettori per chi votare. Alle elezioni politiche prevalse il centro-sinistra. Repubblica e Corriere si trovarono così a doversi confrontare sullo stesso terreno politico. La lotta fu aperta e i due quotidiani si riposizionarono: nettamente a favore del governo la prima, più critico il quotidiano milanese.

Il 23 aprile 1997 Mieli venne nominato Direttore editoriale del Gruppo RCS e lasciò la direzione a Ferruccio de Bortoli. Il 4 dicembre 1998 venne inaugurato il sito web www.corriere.it, dopo circa due anni di presenza in rete su www.rcs.it/corriere/.

Dal 2000 ad oggi[modifica | modifica sorgente]

Il 19 novembre 2001 l'inviata del Corriere Maria Grazia Cutuli fu uccisa in Afghanistan, sulla strada che collega Jalalabad a Kabul, assieme ad altri tre giornalisti.

Il 29 maggio 2003 si verificò un nuovo avvicendamento alla direzione: al posto di de Bortoli[59] arrivò Stefano Folli, caporedattore dell'edizione romana. Folli strappò a Repubblica alcuni collaboratori, che portò con sé a Milano: Sabino Cassese, Luigi Spaventa e Michele Salvati. Il quotidiano romano si rifece portando via al Corriere Francesco Merlo. La battaglia si svolse anche sul fronte dei prodotti commerciali allegati al quotidiano: Repubblica offriva cento opere letterarie e un'enciclopedia in venti volumi; il Corriere rispose con film e compact disc. Le vendite del giornale però non aumentarono, anzi il primato nella diffusione nazionale fu insidiato dal concorrente.

Si decise quindi di richiamare in servizio Paolo Mieli: era il dicembre 2004. L'anno seguente il direttore approvò la riduzione del formato del giornale, sull'onda di un cambiamento che stava coinvolgendo tutti i quotidiani in formato lenzuolo (a nove colonne). Le colonne passarono dalle tradizionali nove a sette, il colore fu inserito in tutte le pagine e il formato fu ridotto da 53x38 cm a 50x35 cm, avvicinando il Corriere al formato berlinese. Venne modificato il corpo del carattere, in modo da rendere la lettura più agevole[60]. Il primo numero con il nuovo formato uscì il 20 luglio 2005. Il 14 ottobre uscì il nuovo supplemento mensile «Style». Negli anni successivi nascono i fascicoli «Corriere di Bologna» (30 gennaio 2007) e «Corriere di Firenze» (26 febbraio 2008), collocati al centro delle edizioni nelle rispettive città metropolitane.

Il 30 marzo 2009 il Consiglio di amministrazione ha richiamato alla direzione del giornale De Bortoli, che prende nuovamente il timone della testata dalle mani di Mieli, così come era avvenuto nel maggio del 1997.

Le prime novità apportate dalla direzione de Bortoli riguardano la valorizzazione delle collaborazioni femminili. Nel giro di pochi giorni accadono due novità assolute al Corriere:

  1. Viene nominata per la prima volta vice-direttore una donna, Barbara Stefanelli
  2. Un editoriale in prima pagina viene affidato per la prima volta ad una donna, la scrittrice Isabella Bossi Fedrigotti (30 aprile)[61].

Negli ultimi anni il Corriere ha ampliato lo spazio della cronaca locale pubblicando inserti speciali in alcune grandi città, come il Corriere Fiorentino (dal 26 febbraio 2008).

All'inizio del 2010 il vantaggio sullo "storico" concorrente la Repubblica si è ridotto a 30 000 copie, rispetto alle 80 000 del marzo 2009[62], mentre la versione on line si arricchisce anche di una versione tradotta in lingua inglese e una in cinese, orientata alla comunità cinese presente in Italia.

Dal 2013 la sede del «Corriere della Sera» si è trasferita in Via San Marco 21 a Milano.

Corriere ed elezioni politiche[modifica | modifica sorgente]

Durante il voto per le elezioni politiche del 1992, il direttore Ugo Stille scrisse che «compito di un grande giornale come il "Corriere della Sera" è anzitutto quello di rompere gli steccati che rischiano di disgregare l'Italia, di chiarire quali sono gli elementi possibili di intesa al di là delle astratte posizioni ideologiche, e soprattutto di indicare la netta volontà della classe dirigente di "aprire al nuovo", non per compromessi ideologici, ma per elaborare insieme le premesse di una Italia moderna. Marciando su questa strada, si può e si deve ricostruire il Paese e il fatto che ciò implichi un incontro con uomini come La Malfa o Segni non muta i termini dell'equazione e non deve alterare il corso prestabilito»[63].

Durante il voto per le elezioni politiche del 1994, il direttore Paolo Mieli, a commento della campagna elettorale trascorsa, scriverà di aver apprezzato «la coerenza tranquilla dei moderati Segni e Martinazzoli» e che sarà «tanto meglio se il centro avrà la forza numerica e politica per controllare e condizionare sia la destra che la sinistra, per imporre una legge elettorale a doppio turno, per far cadere un governo che non adempia ai doveri di risanamento economico o, peggio, che tolleri abusi»[64].

Prima delle elezioni politiche del 1996, il Corriere non auspicò la vittoria di nessun polo in particolare, ma dichiarò di essere contrario a un pareggio e di auspicare che vincitori e vinti dopo le elezioni lavorassero per delle riforme costituzionali secongo la logica del compromesso[65][66].

In occasione delle elezioni politiche del 2001, la direzione di Ferruccio de Bortoli tre settimane prima spiega che «compito di un'informazione indipendente e non schierata è quello di favorire una scelta libera e consapevole dell'elettore. E di custodire, chiedendone il rispetto, quelle regole di civiltà e trasparenza del confronto democratico». E aggiunge che «non è corretto dire che dietro la Casa delle Libertà vi è solo un partito-azienda: c'è un blocco sociale vero, moderato, più coeso di quello opposto, una parte importante e vitale dell'Italia. Ma non si parlerebbe più di partito-azienda se Berlusconi separasse nettamente i destini del politico da quelli dell' imprenditore. Ci guadagnerebbero lui, il suo prossimo probabile governo, la sua coalizione (che godrebbe di maggiore considerazione europea), le sue aziende: in definitiva, il Paese»[67]. Sempre de Bortoli il giorno delle votazioni concluderà spiegando che «l'equidistanza del Corriere ci è sembrata utile se non preziosa. Crediamo di aver contribuito a migliorare la qualità dell'offerta politica. Il nostro giornale è stato un tavolo delle idee. Un giornale aperto, non un partito. I lettori hanno potuto valutare i programmi fin nei dettagli, le posizioni di tutti, dai due poli ai radicali, da Rifondazione a Democrazia Europea, all'Italia dei Valori. I nostri editorialisti hanno espresso anche orientamenti differenti, ma tutti uniti da un filo ininterrotto. Il filo del Corriere che lega insieme i valori di una democrazia liberale ed europea, nel segno della civiltà dell'informazione. Principi ai quali non abbiamo mai derogato e che saranno il metro con il quale giudicheremo, giorno per giorno, il prossimo governo. Nella critica costruttiva non abbiamo mancato di riconoscere i meriti della maggioranza uscente. [...] Berlusconi presidente del Consiglio, se vorrà essere riconosciuto come parte non anomala del centrodestra europeo, dovrà subito dare risposte alle grandi questioni sollevate anche dall'opinione pubblica internazionale (la teoria del complotto della stampa estera è infondata). [...] Poi il Cavaliere potrebbe dire: giudicatemi solo dai risultati. Quello che appunto faremo noi. Con chiunque vinca»[68].

L'8 marzo 2006, prima delle elezioni politiche del 2006, con un proprio fondo Paolo Mieli decise di spiegare «ai lettori in modo chiaro e senza giri di parole perché» il Corriere auspicasse la vittoria de L'Unione di centro-sinistra guidata da Romano Prodi. Un auspicio, tuttavia, «che non impegna l'intero corpo di editorialisti e commentatori di questo quotidiano e che farà nel prossimo mese da cornice ad un modo di dare e approfondire le notizie politiche quanto più possibile obiettivo e imparziale, nel solco di una tradizione che compie proprio in questi giorni centotrent'anni di vita». Una decisione, secondo Mieli, conseguente al giudizio particolarmente negativo sulle scelte politiche adottate dal Governo uscente di Silvio Berlusconi, ma anche per scongiurare un pareggio fra le coalizioni e ripetere il fenomeno, giudicato salutare, dell'alternanza, e infine perché L'Unione aveva «i titoli atti a governare al meglio»[69]. Anche se Mieli azzeccò la previsione, la scelta di appoggiare una coalizione ebbe un effetto indesiderato: nelle settimane seguenti il Corriere perse 40 000 copie[70].

Durante la campagna elettorale per le politiche del 2008 (11 marzo-14 aprile), il direttore non ha pubblicato alcun editoriale.

Denominazione delle testate[modifica | modifica sorgente]

Edizione mattutina
  • Dal 5 marzo 1876 al 25 aprile 1945: Corriere della Sera[71]
  • 26 aprile 1945: Il Nuovo Corriere (numero unico)
  • dal 27 aprile 1945 al 21 maggio 1945: Sospensione da parte del CLN
  • dal 22 maggio 1945 al 6 maggio 1946: Corriere d'Informazione
  • dal 7 maggio 1946 al 9 maggio 1959: Il Nuovo Corriere della Sera
  • dal 10 maggio 1959: Corriere della Sera
Edizione pomeridiana
  • fino al 2-3 agosto 1943 tutte le edizioni del Corriere hanno la stessa testata
  • dal 3-4 agosto 1943 al 23-24 aprile 1945: l'edizione del pomeriggio esce sotto una testata autonoma: «Il Pomeriggio» (esce anche il lunedì mattina, in sostituzione dell'edizione principale)
  • dal 7 maggio 1946 al 15 maggio 1981: Corriere d'Informazione (fino al 26 febbraio 1962 esce anche il lunedì mattina, in sostituzione dell'edizione principale)
Numero del lunedì
  • Esce dal 5 marzo 1962: Corriere della Sera del lunedì.

La testata viene abbreviata di solito con Corsera, o anche chiamata Corrierone.

Variazioni dell'assetto proprietario[modifica | modifica sorgente]

  • febbraio 1876 - Da un accordo tra il giornalista Eugenio Torelli Viollier e l'editore, e uomo politico, Riccardo Pavesi nasce il Corriere della Sera. Il giornale è di proprietà della Società de «La Lombardia», editrice del quotidiano «La Lombardia». Presidente della società editrice è Riccardo Pavesi. Torelli Viollier è direttore ed amministratore. Per avviare il nuovo quotidiano si prevede che occorrano 100 000 lire. Pavesi trova due soci finanziatori: gli avvocati Riccardo Bonetti e Pio Morbio. Nonostante ciò vengono raccolte solo 30 000 lire.
  • marzo-aprile 1876 - Riccardo Bonetti entra in magistratura ed abbandona la società.
  • 1º settembre 1876 - Il sodalizio tra Riccardo Pavesi ed Eugenio Torelli Viollier si scioglie per divergenze politiche. La "Società de La Lombardia" mette in vendita il giornale. Si costituisce una "società di fatto" (società civile secondo il Codice di commercio vigente all'epoca) per rilevare la proprietà. Vengono raccolte 45 000 lire; il capitale sociale è suddiviso in nove carature. Tre quote sono acquistate da Pio Morbio. Gli altri soci sottoscrivono una quota ciascuno. Sono: il duca Raimondo Visconti di Modrone, il marchese Claudio Dal Pozzo, il nobile Giulio Bianchi, il commendatore Bernardo Arnaboldi Gazzaniga e il cavaliere Alessandro Colombani. Anche Riccardo Pavesi entra nella nuova società, con una quota acquisita a titolo personale. Buona parte del capitale è utilizzata per rilevare il Corriere, al costo di 22 000 lire[72].
  • 1º ottobre 1876 - La prima assemblea della nuova società conferma Eugenio Torelli Viollier (il cui nome non figura nell'atto costitutivo) come gerente responsabile. Il nuovo amministratore del quotidiano è Giuseppe Bareggi.
  • 1882 - Primo investimento di Benigno Crespi (1848-1920), industriale milanese del tessile con interessi nei settori agricolo, elettrico, immobiliare) nel giornale. Benigno, che ha sposato la sorella di Pio Morbio, Giulia, ne acquista una quota, proprio grazie alla parentela acquisita. Si ritira invece Riccardo Pavesi. Nei suoi primi sette anni di vita il giornale non è ancora riuscito a distribuire un utile ai propri soci.
  • 1884 - Pio Morbio apre un'attività negli Stati Uniti e si trasferisce in America. Le sue quote vengono rilevate dal cognato Benigno Crespi. Torelli Viollier è alla ricerca di un nuovo socio che sostituisca gli attuali, che appaiono interessati solo a salvare i propri investimenti piuttosto che impegnarsi per l'affermazione del giornale sul mercato.
  • 1885 - Il 30 marzo Torelli Viollier e Crespi fondano una nuova società, la E. Torelli Viollier & C. per la proprietà e la pubblicazione del giornale «Corriere della Sera»; è una società in accomandita semplice, in cui Crespi ha il ruolo di accomandante e Torelli Viollier di accomandatario. La società ha la durata di soli 6 anni ed un capitale di 100 000 lire, interamente conferito da Crespi. Torelli riceve per contratto uno stipendio di 10 000 lire annue; ha la piena responsabilità della linea politica del giornale e della scelta dei collaboratori. Crespi, che figura come socio di minoranza, è interessato alla sola gestione economica. Lo stesso 30 marzo la nuova società liquida i vecchi soci al costo complessivo di 70 000 lire. Alla fine dell'anno la gestione del Corriere è finalmente in utile, di circa 33 000 lire, che in pochi anni salgono fino a toccare quota 100 000.
  • 1886-1893 - L'utile del Corriere raggiunge e supera le 220 000 lire annue. Per Benigno Crespi è ormai la maggiore fonte di guadagni, superando anche gli introiti dell'industria tessile. Nel 1891 la società viene prorogata fino al 1895.
  • 1895 - Aumento del capitale sociale a 192 000 lire e proroga della società fino a 1905. Entrano due nuovi soci: Ernesto De Angeli (altro industriale tessile) ed il fondatore della Pirelli, Giovanni Battista. Il capitale è diviso in 16 quote di 12 000 lire ciascuna. Crespi ne conserva la metà, De Angeli e Pirelli ne sottoscrivono tre ciascuno, mentre Torelli si riserva le ultime due. Ogni quota dà diritto ad un voto, quindi Crespi dispone di fatto del controllo della società. I nuovi soci chiedono un avvicendamento alla direzione, ma Crespi mantiene al suo posto Torelli Viollier.
  • 1900 - Il 26 aprile muore Eugenio Torelli Viollier. L'atto di costituzione prevedeva, nel caso della sua morte, la continuazione della società e il riscatto della sua quota sociale. Il 13 luglio viene redatto un nuovo atto sociale. Diminuito delle quote di Torelli, il valore dell'editrice (una società in accomandita semplice come la precedente) scende a 168 000 lire. Il capitale sociale viene suddiviso in 56 carature, del valore di 3 000 lire ciascuna. Crespi ne sottoscrive 32, De Angeli 11, Pirelli 7, Luca Beltrami (nuovo socio) 4, Luigi Albertini (nuovo socio) 2. I voti non sono più assegnati in proporzione alle quote di capitale, ma viene conservata la precedente proporzione. Benigno Crespi, pertanto, non va oltre il 50% dei voti in consiglio, nonostante possieda il 57% delle quote. La nuova società modifica la ragione sociale in L. Albertini e C. per la proprietà e la pubblicazione del giornale «Corriere della Sera» e di altre pubblicazioni e si rinnova dopo 5 anni. Luigi Albertini è insieme gerente responsabile e direttore amministrativo. Il suo compenso è pari al 5% dell'utile del Corriere.
  • 1907 - Muore Ernesto De Angeli, nelle cui quote subentra il nipote Carlo Frua. Il capitale sociale viene portato a 180 000 lire. Ne beneficia Luigi Albertini, che sottoscrive 4 nuove quote. Inoltre Carlo Frua cede una caratura ad Alberto Albertini, fratello di Luigi.
  • 1920 - I fratelli Albertini acquistano tutte le quote di Pirelli, di Frua e di Beltrami, diventando così i soli comproprietari, assieme a Benigno Crespi. Il capitale sociale è suddiviso in 60 carature, così distribuite: 35 a Crespi, 22 a Luigi Albertini e 3 ad Alberto Albertini.[73] Il passaggio delle quote avviene il 3 gennaio al prezzo di 250 000 lire a caratura. Nello stesso anno muore Benigno Crespi; l'industriale lascia le partecipazioni ai figli Mario (1879-1962), Aldo (1885-1978) e Vittorio (1895-1963).
  • 1925 - Il fascismo pone ai Crespi una scelta obbligata: estromettere gli Albertini o altrimenti perdere il giornale, che sarebbe stato sospeso a tempo indeterminato. Il legale dei Crespi trova l’appiglio giuridico: scopre che il contratto di proroga della società del Corriere fino al 1930, firmato dai soci nel 1920, non è stato registrato e può quindi essere rescisso in qualsiasi momento a richiesta anche di uno solo dei sottoscrittori.[23]. Sfruttando tale cavillo legale, in novembre i Crespi ottengono lo scioglimento anticipato della società ed acquistano le quote dei fratelli Albertini. Gli Albertini sono liquidati con 40 milioni di lire, di cui 33 a Luigi per le sue carature e 7 ad Alberto per le sue tre carature e per la sua liquidazione da direttore politico del Corriere. La società editrice viene sciolta; al suo posto viene creata la «F.lli Crespi & C.-Corriere della Sera»[74]. I tre figli di Benigno divono il capitale sociale in tre quote.
  • 27 aprile - 31 dicembre 1945 - Per decisione del Comando alleato, al quotidiano è imposto il controllo del CLN, che scavalca la proprietà nella gestione del Corriere. Il CLN[75] sanziona il Corriere per la sua connivenza col fascismo. Il quotidiano è sospeso per circa un mese (27 aprile - 21 maggio); epurato, ottiene l'autorizzazione a riprendere le pubblicazioni dal PWB alleato, che ne mantiene la gestione fino al 31 dicembre. Dal 1º gennaio 1946 proprietà e gestione del quotidiano ritornano nelle mani della famiglia Crespi.
  • 12 giugno 1951 - Vengono costituite tre società in accomandita per azioni che gestiscono le tre quote del capitale sociale della società in accomandita semplice: 1) «Crema Spa» (Mario); 2) «Alpi Spa» (Aldo); 3) «Viburnum Spa» (Vittorio).
  • 1962-63 - Muoiono Mario e Vittorio Crespi. I successori di Mario sono Elvira Leonardi (figlia primogenita nata nel 1909 dal primo matrimonio della moglie di Mario), con i fratelli Tonino Leonardi e Franca Leonardi Rocca. Il successore di Vittorio è Mario (detto "Mariolino") Crespi Morbio (nato nel 1932). Aldo è impossibilitato a condurre la gestione aziendale a causa di una malattia invalidante. La figlia Giulia Maria ottiene la responsabilità della gestione editoriale. Successivamente la società in accomandita viene sdoppiata: ne viene creata una per il quotidiano ed una per i periodici. La scelta si rivela infelice. Se alla metà degli anni sessanta, la gestione unica aveva fruttato alla famiglia Crespi profitti per oltre 5 miliardi all'anno, nel 1970 l'utile scende a 700 milioni. Il 1971 vede per la prima volta il bilancio in rosso, per 1 miliardo e 970 milioni di lire[76].
  • 1973 - L'esercizio 1972 si chiude con una perdita di 2 miliardi e 63 milioni di lire[77], superiore a quella del 1971. Il "Corriere" è gestito da una società in accomandita semplice. Ciò significa che, in caso di deficit, i soci devono mettere mano al patrimonio personale per ripianare il passivo. Due rami su tre della famiglia Crespi decidono di vendere. Giulia Maria è l'unica della famiglia che sceglie di restare nella proprietà. In cambio, ottiene dagli altri soci la facoltà di decidere quali saranno i due nuovi soci. Si fanno avanti Eugenio Cefis, (Montedison), il petroliere Attilio Monti, l'industriale Nino Rovelli: per tutti la risposta è "no". La Crespi ha già deciso di puntare sulla famiglia Agnelli. La trattativa è avviata in maggio; gli incontri si svolgono in gran parte nell'abitazione della Crespi in corso Venezia. Il 19 luglio 1973 viene siglato l'accordo conclusivo: Agnelli compra la quota dei Leonardi ("Viburnum"); come secondo socio, la scelta cade su Angelo Moratti, petroliere (che rileva "Crema")[78][79]. Le quote sono costate 14 miliardi l'una.

L'accordo prevede che la vecchia società in accomandita, che aveva gestito da sempre il quotidiano di via Solferino, si trasformi in società a responsabilità limitata, con un capitale diviso in parti uguali tra il gruppo Fiat, il gruppo Moratti e Giulia Maria Crespi. La transazione dev'essere effettuata entro il 1973. Il nuovo consiglio di amministrazione è costituito da sei persone, due per ciascuno dei soci. La presidenza viene attribuita a Giulia Maria Crespi, che riveste la carica di socia accomandataria responsabile e mantiene le sue prerogative: scelta della linea della testata e rapporti col direttore, cui si aggiunge il diritto di veto alla sua nomina. Ai due nuovi soci viene invece attribuita la "responsabilità manageriale e finanziaria". Agnelli e Moratti concordano nel non volersi intromettere nella gestione editoriale del giornale, che lasciano completamente a Giulia Maria Crespi.

  • 1974 - L'accordo non è ancora stato attuato, per via delle resistenze dei nuovi soci, che mostrano di non credere nei piani di risanamento proposti dalla Crespi. I fatti sembrano dare loro ragione. In maggio, infatti, vengono forniti i risultati dell'esercizio 1973: il deficit della società editrice del Corriere è pari a 7 miliardi e 183 milioni di lire: la perdita è più che triplicata rispetto al 1972[80]. Il passivo del triennio 1971-1973 sfonda gli 11 miliardi di lire (11,216 miliardi). Per l'esercizio 1974 si prevedono altri 7 miliardi di deficit. I tre soci del Corriere dovranno quindi fronteggiare un enorme "buco" di oltre 18 miliardi. Ai primi di luglio Giulia Maria Crespi decide improvvisamente di vendere la sua quota del Corriere, con una mossa che prende Agnelli e Moratti in contropiede. Il 12 luglio viene firmato l'accordo di transazione con la casa editrice Rizzoli, presieduta da Andrea, figlio del fondatore Angelo. La famiglia Crespi esce definitivamente da via Solferino dopo 92 anni. Passano quattro giorni ed anche Moratti vende la propria quota, sempre a Rizzoli. Agnelli, a questo punto, è rimasto isolato. Per l'Avvocato la scelta diventa obbligata: il giorno successivo la Rizzoli si aggiudica anche la sua quota. Secondo un rapporto dell'Istituto Mobiliare Italiano[81] redatto nel 1975, l'investimento della Rizzoli per acquisire la proprietà del Corriere è stato di 41 miliardi e 945 milioni di lire, così suddivisi:
  • 15 miliardi e 445 milioni, in contanti, per "Alpi", cioè la quota di Giulia Maria Crespi[82];
  • 13 miliardi, parte in contanti e parte differiti, per acquisire "Crema" (di Moratti);
  • 13,5 miliardi, somma da devolvere entro 3 anni, per avere "Viburnum" (della Fiat).

Il nuovo proprietario unico ribattezza la società Rizzoli-Corriere della Sera (oggi RCS MediaGroup). Nel corso di un'intervista, rispondendo ad una domanda sulle fonti dei finanziamenti, il consigliere delegato Angelone Rizzoli, figlio di Andrea e nipote di Angelo, dichiarò che l'operazione è stata gestita in piena autonomia ed è stata finanziata "da istituti di credito pubblici e privati italiani e da una banca estera, la Morgan"[83].

  • 1978 Angelone Rizzoli subentra al padre Andrea alla presidenza del gruppo.
  • 1981 - La RCS viene coinvolta nel dissesto del Banco Ambrosiano. Riesce però ad evitare il fallimento e nel 1982 viene posta in amministrazione controllata. Il 7 agosto 1982 il ministero del Tesoro e la Banca d'Italia creano il Nuovo Banco Ambrosiano. La banca eredita, tra le proprietà della RCS, anche l’Editoriale Corriere della Sera. Il capitale sociale della società editrice del quotidiano ammonta a 4 500 000 000 lire ed è diviso in azioni da mille lire l’una. In data 9 agosto 1983 il regime di amministrazione controllata è prorogato di un anno. Le 4 500 000 azioni vengono costituite in pegno dalla Rizzoli Editrice spa come segue: 2 250 000 azioni a favore del Nuovo Banco Ambrosiano, della Banca Cattolica del Veneto e del Credito Varesino; 2 250 000 azioni a favore della Rothschild Bank AG di Zurigo[84].
  • 1984 - Il gruppo RCS, risanato, è acquistato da una cordata di cui fanno parte nomi importanti dell'industria e della finanza nazionali. Tra essi: Gemina (holding posseduta dalla famiglia Agnelli), è la prima azionista con il 46,28%; «Iniziativa ME.TA.» (società controllata da Montedison), è il secondo azionista con il 23,24%. Tutta l'operazione è avvenuta sotto la regia di Mediobanca. Gemina, maggiore azionista, si assume la responsabilità di nominare il direttore del quotidiano. In un secondo tempo, i principali soci si costituiscono in patto di sindacato al fine di bloccare eventuali scalate da parte degli azionisti di minoranza.
  • 1986 - La RCS viene riorganizzata per comparti: il Corriere della Sera viene inserito nella RCS Quotidiani.

Direttori[modifica | modifica sorgente]

Graditi al regime fascista

Dopo la caduta del fascismo: nomine approvate dal Minculpop defascistizzato[85]

Dopo la nascita della RSI

Sospensione per decreto del CLN: 27 aprile - 21 maggio 1945
Nominato dal CLN

Scelti dalla famiglia Crespi

Scelti dalla famiglia Rizzoli

Scelti dall'attuale proprietà

Firme[modifica | modifica sorgente]

La Fondazione Corriere della Sera[modifica | modifica sorgente]

Nel 2001, in occasione del 125º anniversario della nascita del Corriere, è stata creata la «Fondazione Corriere della Sera», con lo scopo di curare e aprire al pubblico l'archivio storico del giornale, e di promuovere iniziative in favore della lingua e la cultura italiana, nella penisola e all'estero. La Fondazione ha preso in carico il progetto di sistematizzazione e valorizzazione dell'archivio storico del quotidiano, avviato nel 1998, e lo ha strutturato in sei sezioni:

  • il carteggio, 1876-1990, costituito dalla corrispondenza del giornale con collaboratori, dipendenti, personaggi e istituzioni;
  • la sezione amministrativo-gestionale, 1876-1992, che raccoglie atti societari, documenti contabili, gestione del personale, attività legale e attività produttiva, ovvero tutti i documenti che riguardano l’attività dei diversi settori aziendali;
  • la raccolta disegni e documentazione grafica, 1899-1994, che comprende disegni, bozzetti, vignette (firmate dai migliori autori italiani del Novecento) e, in generale, i materiali riferiti alla produzione e stampa del quotidiano, quali lucidi, layout, pellicole e cliché per rotocalco.
  • il materiale fotografico prodotto dai fotoreporter del Corriere, 1962-1997, che, senza ombra di dubbio, è uno dei più ricchi e cospicui esistenti nel Paese;
  • la sezione cartoline, 1900-1980, che raccoglie i saluti inviati al quotidiano dai suoi lettori più affezionati;
  • in ultimo, ma non per ultimo, la raccolta di tutti i numeri del quotidiano, dalla fondazione ad oggi. Sono state conservate anche le edizioni giornaliere del Corriere che, ai tempi della direzione di Torelli Viollier, arrivarono ad essere quattro al giorno. Il progetto di digitalizzazione è in corso e non è stata ancora fissata la data della sua pubblicazione[86].

Edizioni regionali cartacee[modifica | modifica sorgente]

  1. Napoli e Campania (dal martedì alla domenica, nelle province di Napoli e Avellino e Benevento);
  2. Caserta e Campania (dal martedì alla domenica, nella provincia di Caserta)
  3. Salerno e Campania (dal martedì alla domenica, in provincia di Salerno e in Basilicata)
  4. Bari e Puglia (dal martedì alla domenica, nelle province di Bari e Barletta-Andria-Trani)
  5. Lecce e Puglia (dal martedì alla domenica, nelle province di Lecce, Brindisi e Taranto)

Diffusione[modifica | modifica sorgente]

La diffusione di un quotidiano si ottiene, secondo i criteri dell'ADS, sommando: Totale Pagata + Totale Gratuita + Diffusione estero + Vendite in blocco.

Anno Totale diffusione
(cartacea + digitale)
Diffusione digitale Diffusione cartacea Tiratura
2013 457 762 99 145 358 617 464 265
Anno Media mobile
2012 403 879
2011 482 800
2010 489 989
2009 534 427
2008 567 910
2007 601 339
2006 624 938
2005 619 897
2004 616 504
2003 613 103
2002 581 751
2001 598 997
2000 614 398
1999 620 126
1998 635 222
1997 669 515
1996 646 902

Fonte: Dati Ads (Accertamenti Diffusione Stampa)

Intitolazioni[modifica | modifica sorgente]

Il Comune di Vajont ha dedicato al Corriere della Sera una Piazza per ricordare l'opera di sostegno e aiuto che il giornale ha manifestato dopo il Disastro del Vajont nel 1963, dove morirono circa 2000 persone.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d Dati dicembre 2013 di Accertamenti Diffusione Stampa
  2. ^ Educare all'autonomia, secondo Winnicott - Video - Corriere TV
  3. ^ Accertamenti Diffusione Stampa. URL consultato il 24/11/2013.
  4. ^ Dati audipress (maggio 2013)
  5. ^ Matteo Collura, Il Corriere della sera di Torino, Corriere della Sera, 6 giugno 2000. URL consultato il 18 maggio 2008.
  6. ^ La libertà di stampa come missione. Torelli Viollier e Albertini, padri del «Corriere». URL consultato il 28/02/2013.
  7. ^ Le successive sedi del Corriere furono: dal 1º ottobre 1880 via San Pietro all'Orto; dal 1884 via San Paolo; il 23 giugno 1889 il giornale si trasferì in via Pietro Verri, nel palazzo di Benigno Crespi.
  8. ^ Solamente negli anni Ottanta il Corriere si doterà di una propria tipografia.
  9. ^ Per avere notizie dall'estero, i giornali attingevano direttamente alla stampa straniera, sottoscrivendo degli abbonamenti annuali, come i comuni lettori.
  10. ^ Corriere della Sera, 16-17 dicembre 1878. L'impostazione partecipativa adottata dal giornale strideva però con la ritrosia del direttore verso le questioni interne: non venne mai pubblicata, infatti, nessuna notizia sulle variazioni dell'assetto proprietario del giornale, né prima dell'avvento di Benigno Crespi né quando (nel 1885) l'industriale cotoniero diventò il nuovo padrone del giornale.
  11. ^ Corriere della Sera, 8-9 dicembre 1885.
  12. ^ Il sostegno della Sonzogno permetteva a Secolo di gestire in proprio la pubblicità, cosa che il Corriere riuscì a fare soltanto dalla fine degli anni Ottanta.
  13. ^ Nel 1895 Albertini, studente di economia, si era introdotto nell'ambiente editoriale inglese facendo la conoscenza del direttore editoriale del Times, Moberly Bell.
  14. ^ Nel 1927 Il secolo, in crisi finanziaria, fu assorbito dal Pungolo, altro giornale milanese.
  15. ^ Ludina Barzini, I Barzini, Mondadori, 2010, p. 107. Il pezzo s'intitolava La partenza della grande armata americana per il Pacifico.
  16. ^ Nel dopoguerra seguiranno le collaborazioni di Eugenio Montale, Ennio Flaiano e Pier Paolo Pasolini, solo per citarne alcuni.
  17. ^ Eugenio Marcucci, Giornalisti grandi firme, p. 17.
  18. ^ Eugenio Marcucci, p. cit., p. 18.
  19. ^ Vedi infra: Variazioni dell'assetto proprietario.
  20. ^ Orio Vergani, andò a vedere il primo film parlato.
  21. ^ Resterà in uso, con gli ammodernamenti, fino al 1991.
  22. ^ Dal 1935 si utilizzarono anche le telefoto.
  23. ^ a b Sandro Rizzi, Storia del Corriere della Sera, Franco Abruzzo, 2003. URL consultato il 31/3/2011.
  24. ^ Il Pomeriggio continuò le pubblicazioni fino al 24 aprile 1945.
  25. ^ I loro nomi: Domenico Bartoli, Ernesto Libenzi, Enrico Rizzini, Giulio Alonzi, Andrea Damiano, Corrado De Vita, Bruno Fallaci (zio di Oriana), Francesco Francavilla, Ferruccio Lanfranchi, Indro Montanelli, Amilcare Morigi, Luigi Simonazzi, Arturo Lanocita, Virgilio Lilli, Paolo Monelli e Gaetano Afeltra.
  26. ^ Dal 1º gennaio 1946.
  27. ^ Secondo Franco Di Bella, Mario Borsa non fu licenziato, ma lasciò volontariamente il giornale perché si era accorto che la direzione lo spiava. Cfr Franco Di Bella, Corriere segreto, Rizzoli, 1982.
  28. ^ Dato rilevato nel 1950.
  29. ^ Franco Di Bella, Corriere segreto, Rizzoli, 1981, p. 189.
  30. ^ Fonte: ADS - Accertamento Diffusione Stampa.
  31. ^ Quotidiano milanese fondato nel 1956. Dopo una prima fase di rodaggio sarà rilevato dall'Eni di Enrico Mattei diventando un giornale fiancheggiatore del nascente centro-sinistra.
  32. ^ La proposta di nominare Spadolini veniva da Giulia Maria, la figlia di Aldo. La moglie di Mario, Fosca Leonardi, si oppose fermamente. Il motivo? Tra le due signore non correva buon sangue. Cfr. Franco Di Bella, Corriere segreto, Rizzoli, 1982, p. 186.
  33. ^ Secondo Mario Cervi, Gli anni del piombo (Mursia 2009) inizialmente Montanelli avrebbe proposto ai Crespi di nominare direttore Mario Pannunzio.
  34. ^ Fino ad allora il Corriere non aveva riservato una pagina all'economia, ma pubblicava solamente i listini della Borsa valori.
  35. ^ Franco Di Bella, op. cit., p. 94.
  36. ^ La prima intervista italiana a un Papa era stata concessa da Papa Giovanni XXIII a Indro Montanelli.
  37. ^ Enzo Bettiza, Via Solferino, 1982, pagg. 73-78.
  38. ^ Enzo Bettiza, Via Solferino, 1982, pagg. 79-83
  39. ^ Ugo Stille, «Marcuse, il teorico della protesta» in Corriere della Sera, 5 marzo 1968, pag. 3.
  40. ^ Enzo Bettiza, Gli intellettuali in platea in «Corriere della Sera», 28 giugno 1968, pag. 3.
  41. ^ Marco Bastiani, Giovanni Spadolini direttore del Corriere della Sera, Tabloid, n. 6/1999. URL consultato il 6/06/2010.
  42. ^ Giampaolo Pansa, op. cit, pag. 26.
  43. ^ Franco Di Bella, op. cit, p. 200.
  44. ^ Giampaolo Pansa, op. cit., pag. 38.
  45. ^ Enzo Bettiza, Via Solferino, 1982, pagg. 107-109
  46. ^ Fin dall'agosto del 1971, avevano preso forma delle voci, secondo le quali la proprietà sarebbe stata intenzionata a sostituire Spadolini con Indro Montanelli. Venuto a conoscenza della cosa, quest'ultimo ne aveva messo al corrente Spadolini, ma senza ottenere ascolto (Indro Montanelli, I conti con me stesso - 2009, pag. 179).
  47. ^ Suo successore nelle pagine culturali del Corriere sarà il drammaturgo Giovanni Testori.
  48. ^ Il primo numero del quotidiano di Montanelli, Il Giornale Nuovo, poi divenuto Il Giornale, uscì il 25 giugno 1974.
  49. ^ Nel 1972 era cominciata la lunga carriera di Raffaele Fiengo come capo del comitato di redazione, che si protrasse ben oltre il 2000.
  50. ^ Giampaolo Pansa, op.cit., pag. 151.
  51. ^ Franco Di Bella, Corriere segreto, Rizzoli, 1982, p. 175. Secondo Di Bella la responsabilità non sarebbe da attribuire al direttore Piero Ottone, che in quelle ore si trovava fuori Milano.
  52. ^ http://www.tuttowebitalia.com/giornalismo/appunti-giornalismo.html Franco Abruzzo, Appunti di giornalismo
  53. ^ Paolo Morando, Dancing Days. 1978-1979, Laterza, 2009, pagg. 145-154.
  54. ^ Alberto Mazzuca, La erre verde: ascesa e declino dell'impero Rizzoli, Milano: Longanesi, 1991.
  55. ^ Nell'intervista, uscita il 5 ottobre 1980, Gelli parlò del suo progetto politico di "rinascita" dell'Italia. Spiccavano nel disegno del Gran Maestro l'abolizione del servizio pubblico radiotelevisivo e il controllo dei giornali più importanti.
  56. ^ Giuseppe di Piazza, Attualità d'autore e formato maxi: il ritorno di «Sette», Corriere della Sera, 23 novembre 2009. URL consultato il 26 novembre 2009.
  57. ^ La stampa italiana nell'età della tv, a cura di Valerio Castronovo e Nicola Tranfaglia, Laterza, Roma-Bari, 1994, pag. 48.
  58. ^ Montanelli tenne questa rubrica fino alla sua morte, nel 2001.
  59. ^ de Bortoli dichiarò di lasciare per non meglio precisate ragioni personali, ma le sue dimissioni suscitarono clamore perché giungevano dopo una serie di pressioni sulla direzione del giornale da parte dell'allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi
  60. ^ Rcs, Ricucci sceso al 18% La Magiste fa cassa e vende in Borsa il 2,1%
  61. ^ Gabriella Sartori, Avvenire, 1º maggio 2009.
  62. ^ Claudio Plazzotta, Corsera tallonato da Repubblica in Italia Oggi, 20 aprile 2010, p. 8. URL consultato il 20 aprile 2010.
  63. ^ la svolta del 5 aprile
  64. ^ È la fine del primo tempo
  65. ^ CARTE IN TAVOLA PRIMA DEL VOTO
  66. ^ L'IDEOLOGIA DEL PAREGGIO
  67. ^ LE REGOLE PER UNA SCELTA
  68. ^ LA LIBERA SCELTA DEGLI ITALIANI
  69. ^ Paolo Mieli, La scelta del 9 aprile, Corriere della Sera, 28 marzo 2006. URL consultato il 4 settembre 2009.
  70. ^ Massimo Mucchetti, Il baco del Corriere, 2006.
  71. ^ Storia del giornale
  72. ^ Andrea Moroni, Alle origini del Corriere della Sera, FrancoAngeli, 2005, pag. 34.
  73. ^ Massimo Mucchetti, Il baco del Corriere, Milano, 2006, pagg. 37-38.
  74. ^ M Mucchetti, op.cit., pag. 38.
  75. ^ Con la Liberazione il CLN aveva assunto il potere esecutivo dello Stato.
  76. ^ Giampaolo Pansa, Comprati e venduti, Bompiani, 1977, pag. 39.
  77. ^ Giampaolo Pansa, op. cit., pag. 76.
  78. ^ Secondo Giampaolo Pansa, Moratti è una barriera efficace contro le mire della Montedison. Il petroliere, infatti, rappresenta l'Eni, il principale concorrente del colosso della chimica guidato da Eugenio Cefis.
  79. ^ Il figlio di Moratti, Gianmarco, che fu vicepresidente del Corriere, affermò che l'azienda di famiglia comprò una quota del quotidiano per evitare che finisse nelle mani sbagliate: "Abbiamo pensato che un organo così importante era meglio che andasse in mano a gente come noi, capace di dare garanzie democratiche" (G. Pansa, op. cit..).
  80. ^ Giampaolo Pansa, op.cit, pag. 199.
  81. ^ Giampaolo Pansa, op. cit., pagg. 203-4.
  82. ^ Secondo Giampaolo Pansa, la Rizzoli paga anche un 'extraprezzo' di 2 miliardi e 400 milioni, in quanto la signora Crespi era la presidente della società di gestione.
  83. ^ Secondo Giampaolo Pansa, invece, la Montedison ha favorito l'ingresso della Rizzoli nel Corriere in due modi: facendogli da garante di fronte agli Agnelli; sostenendola nel reperimento dei prestiti bancari.
  84. ^ Mario Lombardo, La stampa periodica in Italia, Roma, Editori Riuniti, 1985.
  85. ^ Decreto 9 agosto 1943, n. 727.
  86. ^ Digitalizzazione archivio Corriere della Sera

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Valerio Castronovo e Nicola Tranfaglia, La stampa italiana nell'età della tv. Roma-Bari: Laterza, 1994.
  • Franco Di Bella, Corriere segreto 1951-1981 Rizzoli.
  • Pasquale Jovino, I cinque lustri di Luigi Albertini al Corriere della Sera, 2004.
  • Massimo Mucchetti, Il baco del Corriere, Milano, Feltrinelli, 2006.
  • Andrea Moroni, Alle origini del Corriere della Sera, FrancoAngeli, 2005.

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