Condizione femminile
[[]]
La condizione femminile si riferisce al complesso di norme, costumi e visioni del mondo che riguardano il ruolo della donna nella società.
Numerose e diverse culture hanno riconosciuto alla donna capacità e ruoli limitati alla procreazione e alla cura della prole e della famiglia. L'emancipazione femminile ha rappresentato, negli ultimi secoli, la ricerca di una uguaglianza formale e sostanziale tra la donna e l'uomo.
Indice |
[modifica] Storia
[modifica] Preistoria
| Per approfondire, vedi la voce Caccia e raccolta. |
Nella preistoria di Homo sapiens la situazione è stata sicuramente variata e diversificata a seconda delle culture, epoche e luoghi geografici. Partendo da 200 000 anni fa, la società ha presentato variabili modelli, dal cacciatore di piccole prede e raccoglitore del paleolitico medio organizzato in piccole unità sociali, attraverso le più numerose società dedite alla caccia dei grossi mammiferi come mammut e ungulati, fino alle culture stanziali dedite ad agricoltura ed allevamento dell'età del rame.
Attraverso le varie epoche si sono potuti ipotizzare vari schemi sociali, e secondo alcune teorie anche matriarcato o società con parità di genere[1][2][3][4] come nel caso delle sei nazioni, formate da popoli ascrivibili al neolitico, ma in nord America giunte alla nostra cultura in epoca storica, in popolazioni melanesiane, ed altre ancora.
Nell'immaginario, sicuramente supportato da diverse prove, ma non esauriente tutte le situazioni, mentre l'uomo si dedicava alla caccia le donne si specializzarono nella raccolta di bacche commestibili, radici e frutti. Si ritiene, in alcune situazioni, che fossero impegnate per gran parte della loro vita da gravidanze, allattamento e cura della prole, fossero meno mobili e si dedicassero alla raccolta dei vegetali commestibili e dei piccoli animali.
Alla fine del paleolitico superiore si ritiene che la donna avesse come compito primario quello di procreare, come si dedurrebbe dal fatto che in alcune sculture (di epoca magdaleniana), vengono evidenziati gli organi connessi alla riproduzione: a scapito delle altre parti del corpo, il ventre e i fianchi sono decisamente prominenti, il seno voluminoso. In altri reperti invece, sempre afferenti alle veneri paleolitiche si evidenziano fatture longilinee.
In alcuni periodi in cui parte dell'umanità viveva allo stato nomade, si suppone che esse fossero sottomesse al maschio. Secondo altre teorie, almeno alcune società primitive erano invece matriarcali e, solo in un secondo momento, si sviluppò la supremazia maschile. Non ci sono sufficienti dati archeologici per convalidare o confutare completamente le teorie.
[modifica] Età antica
In un primo momento nella civiltà egizia ed in quelle mesopotamiche (Persia, Assiria, Babilonia) la donna aveva una posizione molto elevata all'interno della società. In questi luoghi è stato presente anche il matriarcato ma poi, con l'ascesa delle monarchie militari, persero di prestigio e si iniziarono a formare i ginecei, dai quali le donne non potevano uscire e dove non potevano vedere nessun uomo ad eccezione degli eunuchi e del proprio marito.
[modifica] Grecia arcaica
Nella Grecia omerica la donna veniva rispettata ma esistevano anche numerose contraddizioni: nell'età di Pericle la donna ricca era tenuta in casa, mentre le donne povere erano costrette a lavorare e quindi avevano una certa libertà. Le donne non avevano diritti politici (non potevano quindi votare o essere elette membri dell'assemblea, durante l'età delle poleis) e non erano oggetto di legislazione giuridica (una donna non era colpevole, ad esempio del reato di adulterio, a differenza dell'uomo, perché ritenuta "oggetto del reato"). La donna passava molto tempo a contatto con la madre del marito, nel gineceo, e quest'ultima aveva un ruolo primario sulla sua educazione.
Nella società greca alle donne era vietato assistere a qualsiasi manifestazione pubblica, oltre che praticare qualsiasi attività sportiva (ad Atene), mentre a Sparta potevano dedicarsi a sport di tipo esclusivamente ginnico (danza, corsa, ecc). In occasione dei Giochi olimpici alle donne non era nemmeno permesso di avvicinarsi al perimetro esterno del santuario, pena la morte. Secondo un'antica tradizione si diceva addirittura che, se mai una donna avesse praticato una qualche attività sportiva, grandi sventure sarebbero arrivate in seguito a tutto il genere femminile. Ciò conferma la condizione di inferiorità a cui era soggetta la donna nella società greca, molto diversa, ad esempio, dalla condizione di relativa emancipazione di cui godeva la donna nel mondo romano.
In Grecia esistevano le γυναῖκες (mogli) che si dedicavano esclusivamente all'educazione dei figli legittimi, le παλλακαὶ (concubine) che avevano rapporti sessuali stabili con l'uomo e l'ἑταίρα (compagna), per il piacere. Esisteva inoltre la πορνή (prostituta), che svolgeva il suo lavoro nelle strade o nelle case di tolleranza e alla quale spettava l'ultimo "gradino" nella scala sociale. Il tragediografo Euripide fa dire a Medea, nella sua omonima tragedia:
| « ... l’uomo, quando si è stufato di vivere con quelli di casa, se ne va fuori e pone fine alla nausea che ha in cuore, recandosi da un amico o da un coetaneo. Noi invece siamo obbligate a guardare a un’unica persona. Dicono che noi trascorriamo la vita senza rischi in casa, mentre loro combattono con la lancia, ma si sbagliano: vorrei essere schierata in battaglia tre volte, piuttosto che partorire una sola volta! » | |
|
(Traduzione: Galasso-Montana)
|
E, sempre Euripide:
| « ... e primamente, poi che donna che in casa non rimane, mal faccia, o no, pur mala voce ha sempre, io dell'uscir lasciata ogni vaghezza, chiusa dentro mie soglie ognor mi stava, né d'altre donne il favellio faceto v'ammettea, paga di guidar con buona e savia mente le domestich'opre; ..." » | |
Aristotele affermava inoltre che la donna era inferiore all'uomo in quanto aveva cervello più piccolo[5] e che la donna era un maschio mutilato[6].
[modifica] Roma antica
A Roma la donna era considerata quasi pari all'uomo: entrambi i genitori avevano pari obblighi nei confronti dei figli e la donna poteva accompagnare il marito ad una festa, a patto che mangiasse seduta e non sdraiata come era norma per gli uomini.
Non mancarono tuttavia le limitazioni poste dal diritto romano alla capacità giuridica delle donne: esse non avevano lo ius suffragii e lo ius honorum, ciò che impediva loro di accedere alle magistrature pubbliche. Nel campo del diritto privato era inoltre negata alle donne la patria potestas, prerogativa esclusiva del pater, e conseguentemente la capacità di adottare. Il principio è espresso per il diritto classico dal giurista romano Gaio nelle sue Istituzioni: Feminae vero nullo modo adoptare possunt, quia ne quidem naturales liberos in potestate habent ("Le donne non possono affatto adottare, perché non hanno potestà neanche sui figli naturali"). Sempre da Gaio apprendiamo che alle donne, con l'eccezione delle Vestali, non era consentito in epoca arcaica di poter fare testamento. Tale ultima limitazione venne però abrogata già in epoca repubblicana.
[modifica] Chiesa delle origini
| Per approfondire, vedi la voce Storia della donna nel cristianesimo. |
Il messaggio cristiano contenuto nel Nuovo Testamento, che sotto questo punto di vista supera e reinterpreta notevolmente i precedenti testi dell'Antico Testamento, giunge ad equiparare di fatto uomo e donna.[7] Gesù non si faceva scrupolo di predicare alle donne come agli uomini, dei miracoli narrati nei Vangeli ne beneficiavano tanto le donne quanto gli uomini, esse erano protagoniste delle parabole al pari degli uomini, e infine Gesù appare dopo risorto alle donne prima che agli uomini.[8] Nelle lettere di Paolo, che descrivono la vita della primordiale chiesa apostolica, le donne vengono in alcuni passi esplicitamente equiparate agli uomini (Gal3,28;1Cor11,11-12).
Non mancano però testi delle epistole paoline in cui riemerge una visione impregnata dell'Antico Testamento, in cui s'invitano le donne alla sottomissione all'uomo (1Cor11,7;Ef5,22), o ne limitano l'attività nelle varie chiese locali (1Tm2,12;1Cor14,34-35). Il tenore dei passi però non sarebbe così marcato da indurre a parlare di misoginia e l'esame del contesto storico e letterario dei passi 'misogini' ridimensiona maggiormente il tenore del discredito:[9]: in 1Tm Paolo si riferisce a un problema concreto che la comunità di Efeso aveva con alcune fedeli (1Tm5,13), mentre in 1Cor la richiesta di silenzio durante i momenti carismatici dedicati alla profezia richiama il fenomeno della libera profezia femminile, spesso in contrasto con l'insegnamento degli Apostoli e della guida dei vescovi, che evolverà in seguito nel montanismo.
[modifica] Medioevo
Con l'arrivo dei barbari Franchi e Longobardi in Italia, la condizione della donna peggiora. Essa è infatti un oggetto nelle mani del padre, finché questi non decida di venderla ad un uomo.
Il Cristianesimo medioevale impose la sottomissione della donna all'uomo, ma la considerò importante in quanto doveva crescere spiritualmente i figli.
Con l'inquisizione alcune donne vennero ritenute rappresentanti del Diavolo sulla Terra (le streghe), capaci di trarre in inganno l'uomo spingendolo al peccato in qualsiasi modo.
Tuttavia, dopo il 1000, con l'avvento del dolce stil novo, la donna venne angelicata e considerata un tramite tra Dio e l'uomo.
[modifica] Età contemporanea
[modifica] Rivoluzione francese
Nelle insurrezioni le donne lottano a fianco degli uomini. Sono presenti il 14 luglio 1789 (presa della Bastiglia) e il 10 agosto del 1792 (assalto alle Tuileries). Nell' ottobre 1789 sono le prime a mobilitarsi e a marciare su Versailles, seguite nel pomeriggio dalla guardia nazionale. Quando la guerra porta gli uomini al fronte sono loro a sostituirli nelle fabbriche e nei laboratori con un salario minimo e inferiore a quello dei maschi. Non possono votare né essere elette, sono totalmente escluse dalla vita politica e dalle assemblee. Ma le donne non si arrendono e chiedono di essere arruolate nell'esercito per difendere la propria patria. L'assemblea legislativa, a cui si sono rivolte, gli ride in faccia, segno che, naturalmente,fa capire che non possono. Ma centinaia e centinaia di donne riescono a partire e a marciare verso il fronte.
Nel 1793 le repubblicane di Parigi chiedono che a tutte le donne sia fatto obbligo di portare la coccarda simbolo della rivoluzione e diritto alla cittadinanza. La convenzione approva, ma gli uomini hanno paura che poi chiedano anche il berretto frigio e le armi. Inoltre gli uomini trovano insopportabile che gli stessi diritti possono essere estesi anche alle donne e pensano che debbano ritornare alle faccende domestiche e non immischiarsi nella guerra.
[modifica] Epoca vittoriana
| Per approfondire, vedi la voce Condizione della donna nell'era Vittoriana. |
La condizione delle donne nell'era Vittoriana è spesso vista come l'emblema della discrepanza notevole fra il potere e le ricchezze nazionali dell'Inghilterra e l'arretrata condizione sociale. Durante il regno della regina Vittoria, la vita delle donne divenne sempre più difficile a causa della diffusione dell'ideale della "donna angelo", condiviso dalla maggior parte della società. I diritti legali delle donne sposate erano simili a quelli dei figli: esse non potevano votare, citare qualcuno in giudizio né possedere alcuna proprietà.
Inoltre, le donne erano viste come esseri puri e puliti. A causa di questa visione, i loro corpi erano visti come templi che non dovevano essere adornati con gioielli né essere utilizzati per sforzi fisici o nella pratica sessuale. Il ruolo delle donne si riduceva a procreare ed occuparsi della casa. Non potevano esercitare una professione, a meno che non fosse quella di insegnante o di domestica, né era loro riconosciuto il diritto di avere propri conti correnti o libretti di risparmio. A dispetto della loro condizione di "angeli del focolare", venerate come sante, la loro condizione giuridica era spaventosamente misera.
[modifica] Prima guerra mondiale
Il primo traguardo importante è il conseguimento del diritto di voto per il quale si batterono le suffragette. In seguito ai conflitti mondiali le donne, che avevano rimpiazzato i molti uomini mandati al fronte sul lavoro, ottennero maggiori ruoli in società e possibilità lavorative fuori dalla famiglia.
[modifica] La condizione femminile nel mondo
[modifica] Paesi occidentali industrializzati
Le donne si sono battute per sostenere cambiamenti nel campo del diritto, dal voto all'IVG, dal divorzio alle leggi in materia di violenza sessuale. Le conquiste femminili nel mondo occidentale si sono tradotti in maggiori diritti e in un divario meno ampio tra i sessi. Malgrado questo, nemmeno nel mondo occidentale è stata raggiunta un'effettiva parità. La violenza sulle donne è una piaga presente tutt'oggi anche nei paesi occidentali. In base ad un'indagine dell'Unicef, tra il 10 e il 20% delle donne in Europa ha subìto violenza.
[modifica] Paesi in via di sviluppo
| Per approfondire, vedi la voce condizione della donna nell'Islam. |
In alcune zone dell'Africa orientale è particolarmente diffusa la cruenta pratica dell'infibulazione che viene inflitta alle bambine.
In molte zone rurali dell'Asia avviene tuttora la soppressione dei neonati di sesso femminile e anche l'aborto dei feti femminili.
[modifica] Situazione in Italia
La condizione femminile in Italia comincia a migliorare verso la metà del XX secolo, quando, secondo alcune fonti, il movimento delle suffragette ottenne il suffragio femminile[10].
Quest'ultimo venne infatti riconosciuto solo nel 1945 con un decreto di Umberto di Savoia, ultimo re d'Italia. Nel dopoguerra, all'Assemblea Costituente vennero elette 21 donne. La spinta femminile per l’emancipazione diminuì con il raggiungimento del diritto al voto, nel 1946 per poi rafforzarsi a partire dagli anni '60.
Si rafforza il movimento femminista che rivendicò gli stessi diritti degli uomini nella famiglia, nel lavoro e nella società. Grazie a questi movimenti,oggi, gli uomini e le donne italiane godono degli stessi diritti.
Malgrado questo traguardo, il World Economic Forum, rivela che nel 2010, su 128 Paesi, l'Italia si trova all'74esimo posto per uguaglianza di genere.[11]
L'indagine prende il nome di Global Gender Gap Index[12] ed è oggetto di critiche in quanto è volta a rilevare i soli ambiti nei quali le donne sono sotto la parità. A sostegno di tale tesi si riporta che nello stesso documento è evidenziato che qualora, in un determinato ambito, sia rilevata una disparità a favore della donna e dunque a svantaggio dell'uomo il giudizio attribuito sarà "parità perfetta" e non sarà rilevata pertanto la disuguaglianza inversa donna-uomo. Tale metodologia rende, per molti, tale documento utile a valutare solo quei paesi nei quali le disparità uomo-donna sono molto elevate e presenti in tutti gli ambiti (escludendo dunque l’italia).
In Italia, a livello giuridico, le donne hanno pari dignità sociale e uguali diritti rispetto al genere maschile. Tali principi sono garantiti dall’articolo tre della Costituzione.
La scolarizzazione femminile, nel primo decennio del XXI secolo, ha raggiunto livelli molto elevati. In particolare nelle nuove generazioni (dai 15 ai 40 anni) le persone di sesso femminile che dispongono di un titolo di studio superiore o uguale all'esame di maturità sono il 53%, contro il 45% di quelle di sesso maschile[13].
Le donne rappresentano inoltre il 65% dei laureati[14]. Attualmente le donne hanno maggiore accesso, e agevolazioni nel mondo del lavoro alla fine del percorso di studi (laurea)[13]. Inoltre, le giovani donne che decidono di essere single raggiungono posizioni dirigenziali in percentuale pari ai colleghi uomini nelle medesime condizioni[13].
Il tasso di disoccupazione femminile in Italia è più elevato (circa 4% Istat, 2005) di quello maschile. Il tasso di occupazione femminile è nettamente inferiore a quello maschile, risultando occupate nel 2010 solo circa 46 donne su 100, contro una percentuale del 67% degli uomini[15]. Nel Mezzogiorno le differenze sono più accentuate e l'occupazione delle donne arriva a appena a superare il 30%. Il tasso di inattività è, di contro, molto alto, arrivando a sfiorare la metà di tutta la popolazione femminile in età lavorativa. Tra le principali cause di questo fenomeno va citata l'indisponibilità per motivi familiari, motivazione che è quasi inesistente per la popolazione maschile[15]. Ad esempio il 15% delle donne dichiara di aver abbandonato il posto di lavoro a causa della nascita di un figlio. Spesso si tratta di una scelta imposta, infatti in oltre la metà dei casi sono state licenziate o messe in condizione di lasciare il lavoro perché in gravidanza[16].
Dal punto di vista universitario e del mondo del lavoro le giovani italiane sono ormai più istruite degli uomini, anche se scelgono spesso percorsi di studio meno remunerativi nel mercato del lavoro: scelgono infatti non tanto materie scientifiche e ingegneristiche quanti percorsi letterari e umanistici [17]
Tutta questa inattività non si traduce però in un maggiore tempo libero per le donne. Al contrario, il tempo delle donne italiane è impiegato nel sopportare in maniera preponderante i carichi di lavoro familiari, molto più che in tutto il resto d'Europa. Gli uomini italiani risultano i meno attivi del continente nel lavoro familiare, dedicando a tali attività appena 1 h 35 min della propria giornata[18]. Per lavoro familiare si intende sia le attività domestiche (cucinare, pulire la casa, fare il bucato etc.), sia le attività di cura dei bambini e degli adulti conviventi. Si stima che il 76,2 per cento del lavoro familiare delle coppie sia ancora a carico delle donne. Considerando i tempi di lavoro totale, cioè la somma del tempo dedicato al lavoro retribuito e di quello dedicato al lavoro familiare, le donne lavorano sempre più dei loro partner. Una donna con una occupazione tra 25 e 44 anni senza figli lavora giornalmente 53 min in più del suo partner; se però ci sono i figli la differenza aumenta ad 1 h 02 min più del partner. Persino le madri non occupate lavorano più dei loro partner (8 h 15 m contro 7 h 48 m)[19]. Una conseguenza di questa disparità è che le lavoratrici italiane dormono meno che in tutti gli altri paesi europei e hanno poco tempo da dedicare allo svago[18].
I dati dimostrano che le lavoratrici donne sembrano orientate a lavori meno usuranti e meno pericolosi rispetto agli uomini. Il tasso di mortalità sul lavoro è di circa 11 punti per milione; quello maschile si attesta a circa 86 unità per milione[13]. Inoltre le donne occupate che lavorano la sera sono il 16% contro il 25% dei loro colleghi uomini. Le donne occupare che lavorano la notte sono solo il 7% contro il 14% dei loro colleghi uomini[13].
Nella pubblica amministrazione italiana le lavoratrici donne sono poco più della metà del totale[20], grazie alla preponderanza femminile tra gli insegnanti soprattutto nella scuola di base. In tale settore si nota tuttavia una netta prevalenza maschile nelle qualifiche più elevate: ogni 100 dirigenti generali si contano solo 11 donne[20].
Le retribuzioni degli uomini in Italia sono superiori mediamente a quelle delle donne: nel 2004 ad esempio il monte salari maschile (reddito complessivamente percepito dagli uomini italiani) era superiore di circa il 7% rispetto a quello femminile, mentre nel 2010 questo divario è arrivato al 20%[19]. Questo si verifica perché l'occupazione femminile è concentrata su lavori a più bassa retribuzione[21] e perché a parità di mansioni gli stipendi maschili sono, seppur leggermente (del 2%), superiori[22]. Le donne inoltre hanno minori possibilità di beneficiare delle voci salariali accessorie, quali gli incentivi o lo straordinario[19].
La speranza di vita alla nascita femminile è di 5,6 anni superiore a quella maschile[23]. Le donne, inoltre, sono meno esposte ad omicidi ed aggressioni rispetto agli uomini: i decessi per tali ragioni ai danni di persone del genere femminile rappresentano circa un quarto del totale[24].
In materia di diritto di famiglia svariate sentenze della magistratura italiana, tutelano la figura femminile in maniera più marcata, affermando il principio di “non bilateralità” tra i coniugi in materia di procreazione. In particolare il tribunale di Monza afferma che “non può … attribuirsi alle scelte attinenti alla maternità una qualsivoglia valenza ‘bilaterale’”.
Sempre in materia di diritto di famiglia si registra che il 71% delle richieste di divorzio è presentata dal genere femminile[25]. Inoltre, in caso di divorzio, l'assegnazione della casa dove la famiglia viveva (in assenza di figli ed indipendentemente della proprietà della stessa) è attribuita alle donne nel 57% dei casi e solo nel 21% ai loro ex-mariti[25].
Nonostante il dibattito in corso relativo alla rappresentanza politica delle donne, queste ultime sono ancora poco attive nella vita politica del paese, non tanto per forme di pregiudizi nei loro confronti, quanto per un interesse poco spiccato delle donne stesse verso questo ambito sociale.
Sul totale delle persone che hanno svolto attività gratuita per un partito politico nel corso del 2005, circa un quarto sono donne[26]. Il numero di parlamentari donne in Italia è coerente con tale tasso di partecipazione alla vita politica.
Nel Parlamento italiano le donne rappresentano meno del 20% del totale (18,69% al Senato[27] e 21,43% alla Camera[28] nella XVI Legislatura) con un risultato peggiore rispetto ad esempio alla composizione del Parlamento europeo, nel quale le donne rappresentano circa il 35%[29].
[modifica] Note
- ^ Jacobs, Renée E., Iroquois Great Law of Peace and the United States Constitution: How the Founding Fathers Ignored the Clan Mothers, in American Indian Law Review, vol. 16, no. 2, pp. 497-531, esp. pp. 498-509/506–507 ( author 1991).
- ^ Carr, L., The Social and Political Position of Women Among the Huron-Iroquois Tribes, Report of the Peabody Museum of American Archaeology, p. 223 (1884)
- ^ Stella Tamang, Indigenous Affairs 1-2/04 p46.
- ^ Six Nations Women’s Traditional Council Fire Report to CEDAW p2.
- ^ vd.PA 2.7.653a28-9
- ^ vd.GA 2.3.737a27-8
- ^ V. voce "Donna" in Nuovo Dizionario di Teologia Biblica Edizioni Paoline 1988, p. 423.
- ^ Mulieris Dignitatem, Giovanni Paolo II, nn. 13-16
- ^ V. voce "Donna" in Nuovo Dizionario di Teologia Biblica Edizioni Paoline 1988, p. 428; Bibbia TOB, Torino 1997 nota x p. 2750.
- ^ pbm storia, il suffragio femminile.
- ^ World Economic Forum, World Economic Forum (WeF).
- ^ Global Gender Gap, Global gender gap.
- ^ a b c d e Istat, Rilevazione continua sulle forze di lavoro, 2005
- ^ Istat, Rapporto Università e lavoro, 2005
- ^ a b Istat: Occupati e disoccupati, Anno 2010
- ^ Istat: Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2010. Sintesi
- ^ Daniela del Boca, Lavoce.info http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002920.html
- ^ a b Conciliare lavoro e famiglia. Istat, 2008.
- ^ a b c Istat:Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2010
- ^ a b Istat, Statistiche sulle amministrazioni pubbliche, 2003
- ^ Scheda Istat: Ancora differenze di genere nelle retribuzioni
- ^ http://www.valored.it/files//Stipendi%20e%27%20quasi%20parita%27%20tra%20uomini%20e%20donne_Corriere_19.06.09.pdf
- ^ Istat, Rapporto: Società 2005
- ^ Istat, Rapporto sulle cause di morte, 2002
- ^ a b Istat, Rapporto sulle Famiglia, 2002
- ^ Istat, Rapporto Politica e società anno 2005
- ^ Statistiche XVI Legislatura
- ^ Composizione della Camera - Distinzione dei deputati per fasce di età e per sesso
- ^ Distribuzione uomini/donne nel Parlamento europeo
[modifica] Bibliografia
- Le identità di genere, Di Elisabetta Ruspini, Pubblicato da Carocci, 2003, ISBN 88-430-2696-8, 9788843026968
- Mutamenti della famiglia e politiche sociali in Italia, Di Chiara Saraceno, Manuela Naldini, Pubblicato da Il Mulino, 2003, ISBN 88-15-09348-6, 9788815093486
- "Il volto delle donne - Conversazione con Dacia Maraini", di Stefano Giovinazzo e Alessandra Stoppini Pubblicato da Edizioni della Sera, 2010, ISBN 978-88-904730-6-7
- Itinerari di filosofia Di Nicola Abbagnano, Pubblicato da Paravia, 2003, ISBN 88-395-1288-8