Communitas Siciliae

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Il cardinale Simon de Brion, futuro Martino IV, incontra Luigi IX, re di Francia e fratello di Carlo d'Angiò

La Communitas Siciliae more civitatum Lombardiae et Tusciae fu un fragile ed effimero esperimento politico alto-medievale, con connotazioni autonomistiche, che interessò la parte insulare del Regno di Sicilia e vide, quali protagoniste, le maggiori città (universitas) siciliane. Ebbe luogo nel 1282, nel frangente storico dei Vespri siciliani, la violenta rivolta anti-angioina deflagrata sanguinosamente sull'isola il 31 marzo di quello stesso anno. I suoi promotori si proponevano di dotare la Sicilia di una struttura federativa comunale: così fondata, la Communitas sarebbe stata sottoposta alla protezione della Sacrosancta Romana Ecclesia, a riconoscimento della formale dipendenza feudale del regno dal papato, una condizione risalente ai re normanni, peraltro affievolita di fatto dalla condotta politica di Federico II di Svevia negli ultimi tre decenni (1230-1250) del suo regno.

La Communitas fu espressione di una eterogenea aggregazione politica, in cui confluirono gruppi disparati, provenienti anche da sponde tradizionalmente contrapposte: vi era rappresentata la nobiltà guelfa filo-angioina ma anche a quella di parte ghibellina normanno-sveva, esiliata dal Regno di Sicilia durante la dominazione angioina.

Il progetto di una federazione di liberi comuni alla maniera lombarda e toscana si rivelò in brevissimo tempo un'aspirazione improvvisata, velleitaria e politicamente insostenibile, di cui era facilmente prevedibile, fin dall'inizio, l'esser destinata a naufragare di fronte all'opposizione espressa dal connubio politico costituito tra tre soggetti: papa Martino IV, francese, eletto appena l'anno prima, il Regno di Francia, da cui Martino proveniva, e Carlo d'Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX. Questa avversione pose fine alle velleità autonomiste e favorì paradossalmente le aspirazioni della componente ghibellina, già esule sotto il dominio francese, i cui esponenti perorarono una soluzione alla rivolta di tipo "dinastico", mediante l'ingresso nell'agone politico di un nuovo soggetto: si trattava di Pietro III d'Aragona, la cui legittimità, ai loro occhi, proveniva dalla discendenza dagli Hohenstaufen di sua moglie Costanza, figlia di Manfredi, morto nella Battaglia di Benevento del 1266 contro Carlo d'Angiò.

Indice

[modifica] Contesto storico

L'esperienza politica coinvolse un nucleo di città, esclusivamente della parte insulare del regno, che si raccolsero in Parlamento generale nella città di Messina: giurando solennemente fedeltà e sottomissione alla Chiesa cattolica, affermarono il rifiuto di nuove sottomissioni a un re straniero, dichiarandosi al contempo una confederazione di liberi comuni, alla maniera delle realtà civiche dell'Italia medievale centro-settentrionale.

L'aver posto la costruzione autonomistica sotto l'egida della Chiesa rivelava l'improvvisazione dell'iniziativa: doveva essere risaputo, infatti, come il papa dell'epoca, Martino IV, eletto l'anno prima al principio del 1281, intrattenesse un antico e consolidato rapporto politico con il Regno di Francia (lui stesso era francese) e con Carlo d'Angiò, a cui lo univa un legame così forte da trascendere in una sorta di sudditanza politica. Alla solidità del connubio personale e politico con l'angioino, si aggiungeva la diffidenza del papa, anche questa prevedibile da parte dei fautori della Communitas, nei confronti dell'insurrezione del Vespro e dei trascorsi ghibellini della nobiltà e del popolo siciliano.

La riuscita della partita in gioco, infatti, dipendeva essenzialmente dal consenso della Chiesa, ma l'affidamento della Communitas al volere del papato, e la sua sottomissione (più nominale che sostanziale), non rendevano meno arduo il nodo politico da sciogliere.

[modifica] Il fallimento della Comunità e la transizione aragonese

Pietro III (riconoscibile dalla corona) dirige lo sbarco a Trapani della flotta aragonese il 30 agosto 1282. Miniatura dalla Nova Cronica di Giovanni Villani (da un manoscritto alla Biblioteca Vaticana)

L'ostilità della Chiesa si concretizzò nella discesa in armi di Carlo d'Angiò in Sicilia, dove cinse d'assedio Messina, strenuamente difesa dal capitano Alaimo da Lentini, che delle aspirazioni particolaristiche coagulatesi nella Comunità di Sicilia era «il più autorevole esponente»[1].

Il precipitare degli eventi sul piano militare, provocò il repentino accantonamento dell'estemporanea operazione politica. Di fronte alla recrudescenza bellica, e al pericolo imminente di una riappropriazione francese dell'isola, anche gli stessi ispiratori di parte guelfa della Communitas furono spinti a mettere da parte gli aneliti alla libertà comunale. Fu così che, «a causa dell'intima debolezza della piccola feudalità e della borghesia siciliana nella Communitas riusciva a prevalere il blocco popolare-baronale legittimista, una corrente che si riallacciava alla tradizione sveva e alla corona d'Aragona»[2]

[modifica] Avvicendamento tra angioini e aragonesi in Sicilia

Si rese necessario ricercare appoggio altrove, in un soggetto politico monarchico disposto a proporsi in chiave anti-angioina: si profilò allora la figura di Pietro III, re d'Aragona e conte di Barcellona, candidato naturale degli esuli ghibellini legittimisti fedeli alla dinastia sveva per una soluzione dinastica del complesso nodo politico creatosi: Pietro il Grande, infatti, poteva accampare diritti sul regno di Sicilia per aver sposato Costanza di Hohenstaufen, figlia di Manfredi e ultima discendente di Federico II di Svevia.

La flotta di Pietro d'Aragona, agli ordini dell'ammiraglio Ruggero di Lauria, sbarcò a Trapani il 30 agosto 1282. Con la discesa di Pietro d'Aragona si compiva la metamorfosi del Vespro da rivoluzione a guerra, e si realizzava l'avvicendamento, sull'isola, tra il potere angioino e quello aragonese.

Le conseguenze di questo evento sarebbero state enormi per il futuro del Regno di Sicilia: ne sarebbe infatti scaturito un vero e proprio conflitto politico fra Siciliani e Aragonesi da una parte e Angioini, Papato e Regno di Francia dall'altro. La rivolta del Vespro trascese in una vera e propria guerra, che sarebbe durata circa 90 anni.

[modifica] Note

  1. ^ Ingeborg Walter, «COSTANZA di Svevia, regina d'Aragona e di Sicilia», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani, (on line)
  2. ^ Salvatore Tramontana, Gli anni del Vespro: l'immaginario, la cronaca, la storia, Dedalo, 1989, p. 184

[modifica] Bibliografia

[modifica] Voci correlate

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