Codice penale italiano (1889)

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Ritratto di Giuseppe Zanardelli

Il codice penale italiano del 1889 (comunemente detto codice Zanardelli dal nome di Giuseppe Zanardelli, allora ministro di Grazia e Giustizia che ne promosse l'approvazione) era il codice penale in vigore nel Regno d'Italia dal 1890 al 1930.

Entrato in vigore il 1º gennaio del 1890 (seppur approvato, tra l'altro con l'unanimità delle due Camere, già dal 30 giugno del 1889), questo codice aboliva la pena di morte (che era ancora in vigore nei principali Stati europei) e consentiva una limitata libertà di sciopero. Inoltre introduceva la libertà condizionale, il principio rieducativo della pena ed aumentava la discrezionalità del giudice al fine di adeguare la pena alla effettiva colpevolezza del reo.

Il Codice Zanardelli sostituì il Codice penale del 1865 che di fatto era il Codice del Regno di Sardegna esteso (con qualche modificazione) all'intero territorio del Regno d'Italia, ad esclusione della Toscana ove rimase in vigore il Codice penale locale perché non conteneva la pena di morte a differenza del Codice sardo. Per tale ragione è solo con il presente Codice Zanardelli che si raggiungerà la effettiva unificazione legislativa del Regno.

Nella Relazione al Re Zanardelli si diceva convinto che “le leggi devono essere scritte in modo che anche gli uomini di scarsa cultura possano intenderne il significato; e ciò deve dirsi specialmente di un codice penale, il quale concerne un grandissimo numero di cittadini anche nelle classi popolari, ai quali deve essere dato modo di sapere, senza bisogno d’interpreti, ciò che dal codice è vietato”. Zanardelli riteneva che la legge penale non dovesse mai dimenticare i diritti dell'uomo e del cittadino e che non dovesse guardare al delinquente come ad un essere necessariamente irrecuperabile: non occorreva solo intimidire e reprimere, ma anche correggere ed educare.

Con l'avvento del governo Mussolini, molte sue norme furono di fatto disattese e nel 1930 si arrivò alla formale soppressione del codice Zanardelli, che venne sostituito dal codice Rocco.

Con la caduta del regime fascista e l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana si pose il dilemma di ripristinare il più liberale codice Zanardelli o mantenere la nuova legislazione che, nonostante l'autoritarismo, appariva scientificamente più avanzata della precedente. Si ritenne infine di lasciare in vigore il codice Rocco, espungendone le disposizioni più illiberali, in attesa dell'emanazione d'un nuovo codice che, però, non andò in porto.[1]

[modifica] Uso attuale

Nonostante in Italia non sia più in vigore dal 1930, il Codice Zanardelli costituisce a tutt'oggi la principale fonte penalistica del diritto dello Stato della Città del Vaticano, che lo recepì in seguito ai Patti Lateranensi del 1929 assieme all'intera legislazione italiana allora vigente. Sebbene in difetto d'aggiornamento per reati più recenti (quali ad esempio lo spaccio di sostanze stupefacenti), per i quali le autorità vaticane hanno dovuto cercare altre fonti nel loro ordinamento giuridico, la sua permanente vigenza può costituire un segno della modernità di questa originale codificazione penale italiana quasi del tutto scomparsa dietro l'ultima legislazione di epoca fascista.[2]

[modifica] Note

  1. ^ Tullio Padovani, Diritto penale, VIII ed.., Milano, Giuffrè, 2006, pp. 5-8.
  2. ^ Intervista dell'Osservatore Romano ad un Promotore di Giustizia dello Stato della Città del Vaticano.

[modifica] Voci correlate

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