Cleone

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Cleone (Atene, ... – Anfipoli, 422 a.C.) è stato un politico e generale greco antico, protagonista della guerra del Peloponneso.

Leader del partito popolare radicale, era favorevole alla continuazione della guerra contro Sparta. Nel 427 a.C. fu sua la proposta di sterminare i cittadini maschi e schiavizzare donne e bambini della città ribelle di Mitilene.

Nel 425 a.C. conquistò fortunosamente l'isola di Sfacteria, antistante al Peloponneso e presidiata da un contingente spartano: fu ricordata come una delle maggiori vittorie ateniesi della Guerra del Peloponneso.

Morì nel 422 a.C., durante il tentativo di riconquista della città di Anfipoli, caduta in mano spartana nel 424 a.C. e difesa dal generale Brasida, anche lui ucciso nella stessa battaglia.

Considerato un demagogo corrotto e privo di scrupoli da illustri contemporanei come lo storico Tucidide e il commediografo Aristofane,[1] la sua politica interventista fu aspramente criticata dal partito conservatore rappresentato da Nicia, fautore invece di un accordo con Sparta che prenderà il nome di pace di Nicia.

Cleone fu un interventista coerente: non a caso guidò egli stesso la spedizione di Anfipoli, che lo condusse alla morte; non è comunque da dimenticare che, nello stratega ateniese, la politica bellicista era legata all'interesse economico: Cleone era un ricco conciatore di pelli, materiale indispensabile per gli eserciti greci.

Va tuttavia sottolineato che così ce lo rappresentano Aristofane e Tucidide, ostili entrambi alla democrazia radicale, il secondo, alla democrazia tout courtil primo. Cleone rappresenta le istanze della nuova borghesia commerciale, radicale, progressista e decisamente tesa a espandere, con la propria forma di governo, i mercati; l'odio che fu riservato a Cleone trae origine soprattutto dalla sua spietata determinazione nel perseguire il fine con ogni mezzo e con totale assenza di scrupoli. Vedasi, al riguardo, l'introduzione ai Cavalieri di Benedetto Marzullo.

[modifica] Note

  1. ^ Brasida e Cleone sono accomunati da Aristofane quali mestatori e guerrafondai, nella commedia La Pace.
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