Circe
Circe è una dea della religione greca[1]. È una dea che compare nell'Odissea (libro X, XI e XII) di Omero e nel mito degli Argonauti.
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[modifica] Descrizione
Circe vive nell'isola di Eea ed è figlia di Elio e della ninfa Perseide e sorella di Eete (re della Colchide) e di Pasifae (moglie di Minosse), nonché zia di Medea. Secondo un'altra tradizione è figlia del Giorno e della Notte. Altri credono che il re Eete fosse suo padre, Ecate sua madre e Medea sua sorella.
Ulisse, dopo aver visitato il paese dei Lestrìgoni, risalendo la costa italiana, giunge all'isola di Eea. L'isola, coperta da fitta vegetazione, sembra disabitata e Ulisse invia in ricognizione parte del suo equipaggio al comando di Euriloco. In una vallata gli uomini scoprono che all'esterno di un palazzo, dal quale risuona una voce melodiosa, vi sono animali feroci. Tutti gli uomini, con l'eccezione di Euriloco, entrano nel palazzo, e vengono bene accolti dalla padrona, che altro non è che la maga Circe. Gli uomini vengono invitati a partecipare ad un banchetto ma, non appena assaggiate le vivande, vengono trasformati in maiali (oppure si dice che i maiali li abbiano partoriti), leoni, cani, a seconda del proprio carattere e della propria natura. Subito dopo Circe li spinge verso le stalle e li rinchiude.
Euriloco torna velocemente alla nave e racconta ad Ulisse quanto accaduto; Ulisse decide di andare dalla maga per tentare di salvare i compagni. Dirigendosi verso il palazzo, incontra il dio Ermes, messaggero degli dèi, che gli svela il segreto per rimanere immune agli incantesimi di Circe: se mischierà in ciò che Circe gli offre da bere un'erba magica chiamata moly, non subirà alcuna trasformazione.
Ulisse raggiunge la maga, la quale gli offre da bere come aveva fatto con i suoi compagni; ma Ulisse, avendo avuto la precauzione di mescolare il moly con la bevanda, non si trasforma in animale. Egli minaccia di uccidere Circe la quale riconosce la propria sconfitta e ridà forma umana ai compagni di Ulisse e anche a tutti gli altri tramutati in bestie feroci.
Ulisse trascorre con lei un anno e da lei ha un figlio, Telegono, e forse anche una figlia chiamata Cassifone. Un'appendice della Teogonia di Esiodo racconta che i loro figli sono due: Anzio e Latino, che regnarono sui Tirreni.
Ulisse è costretto a cedere ai desideri dei suoi compagni, che vogliono tornare a casa, e chiede a Circe la strada migliore per il ritorno: la maga gli consiglia di visitare gli inferi e di consultare l'ombra dell'indovino Tiresia, quindi Ulisse riparte con la sua nave.
Nell'episodio dell'Odissea, sono presenti molte scene tipiche ed epiteti. Infatti questi erano utilizzati dagli aedi per ricordare più facilmente il poema, sempre narrato oralmente, fin quando il tiranno Pisistrato non volle metterlo per iscritto insieme all'Iliade.
Alla fine Ulisse, non più spinto come alla grotta di Polifemo, dalla curiosità, ma dal dovere di salvare i suoi compagni, riesce a calmare nuovamente le acque, anche se saranno proprio queste ultime la causa della tanta sofferenza, poiché renderanno sempre più tortuoso, a causa del dio Poseidone, il ritorno (in greco Nostos) dell'eroe ad Itaca, dall'amata e fedele moglie Penelope.
[modifica] Note
- ^ Tra gli altri:
« In Omero dea vivente nell'isola favolosa di Ea » (Herbert Jennings Rose. Oxford Classica Dictionary (Oxford Univeristy Press, 1970, in italiano Dizionario delle antichità classiche Cinisello Balsamo, Paoline, 1995, pag.468)« Nell'Odissea Circe non è una maga (e in termini greci, non potrà esserlo prima del V secolo a.C.) ma una dea terribile, che trasforma arbitrariamente gli uomini in animali. » (Marcello Carastro. L'invenzione della magia in Grecia. In Grecia mito e religione vol.6 di L'antichità (Coordinatore del Comitato scientifico: Umberto Eco). Milano, Encyclomedia Publishers-CRS, 2011 pag. 434)
[modifica] Bibliografia
- Anna Maria Carassiti, Dizionario di mitologia greca e romana, Roma, Newton & Compton, 1996, pp. 365. ISBN 88-8183-262-3
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