Chiesa di San Lorenzo (Torino)

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Real Chiesa di San Lorenzo
Chiesa di San Lorenzo (Torino)
Paese bandiera Italia
Regione Piemonte
Località Torino
Religione Cattolica
Diocesi Arcidiocesi di Torino
Anno consacrazione 11 maggio 1680
Architetto {{{Architetto}}}
Stile architettonico Barocco
Inizio costruzione 1634
Completamento 1680
Demolizione {{{Demolizione}}}
Sito web

La chiesa di San Lorenzo è una chiesa di Torino. Nota anche come Real chiesa di San Lorenzo, perché voluta dai Savoia, è ubicata nella centralissima piazza Castello, a lato del Palazzo Reale.

Indice

[modifica] Cenni storici

Il duca Emanuele Filiberto di Savoia del ducato di Savoia e suo cugino Filippo II di Spagna vinsero la celebre battaglia di San Quintino in Francia, il 10 agosto 1557, il giorno di San Lorenzo, una battaglia che diede un forte contributo alla fine del ciclo storico delle Guerre d'Italia, soprattutto tra gli Asburgo e Francia e vinte dai Savoia grazie all'ausilio degli spagnoli. Entrambi i duca promisero, in caso di vittoria, la costruzione di una chiesa dedicata al celebre santo.

Il duca sabaudo, prima di rientrare gloriosamente in possesso di Torino, dovette attendere dapprima il trattato di pace di Cateau-Cambrésis, quindi la restituzione dei territori sabaudi, compresa Torino, da parte del re spagnolo. Di conseguenza, mentre Filippo II di Spagna fece costruire un monastero dedicato a san Lorenzo (a forma di graticola, per ricordare il supplizio inflitto a Lorenzo martire) presso Escorial (50 km da Madrid), il "Testa di Ferro" (soprannome di Emanuele Filiberto I di Savoia) dovette invece attendere il 1562, anno in cui fece ristrutturare una chiesetta già presente, l'antica cappella ducale di Santa Maria ad Presepae (tutt'oggi presente all'ingresso) presso Piazza Castello, e dedicandola a san Lorenzo.

L'arcivescovo milanese San Carlo Borromeo celebrò qui una messa solenne durante il suo pellegrinaggio del 1578 per venerare la Sacra Sindone, che fu esposta proprio qui (una targa lo ricorda). A questa celebrazione vi partecipò anche Torquato Tasso, all'epoca poeta di corte, temporaneamente a Torino. Passò quasi un secolo e soltanto nel 1634 si posò la prima pietra dell'ampliamento che vediamo oggi. Su progetto di Ascanio Vittozzi, rivisto poi da Carlo di Castellamonte, l'attuale chiesa barocca oggi visibile è in gran parte opera del genio di Guarino Guarini. Quest'ultimo vi lavorò dal 1666 fino alla consacrazione ed inaugurazione finale, il 12 maggio 1680, con una solenne messa officiata dallo stesso (era anche un sacerdote teatino).

[modifica] Caratteristiche

La cupola vista da Piazza Castello

La chiesa si presenta senza facciata: a parte la cupola, nulla lascerebbe intuire la presenza, qui, di un edificio religioso. Ciò è sempre stato fonte di dibattito: secondo varie ipotesi, costruire la facciata al tempio avrebbe spezzato la simmetria della piazza.

L'architetto Guarini trasforma l'originaria pianta a croce latina in pianta centrale costituita da un grande spazio ottagonale racchiuso da una forma quadrata.
Da qui, è possibile accedere ad un piccolo presbiterio ellittico trasverso collegato al coro con decorazioni in marmi e ori. Il dinamismo è dato dal giro delle cappelle parietali concepite come indipendenti. Lo spazio assume così un ritmo elastico e rotatorio. Il cornicione è composto da otto superfici curve che si congiungono.

Tutto viene concepito con il numero 4 (gli elementi) e soprattutto con il numero 8, che, per Guarini indicava l'ottavo giorno, quello dedicato all'infinito. L'edificio trova particolare sfogo in altezza, nei quattro grandi pennacchi, nella cupola e nella lanterna.

[modifica] Interni

La calotta della cupola è sostenuta dalle colonne delle serliane, è illuminata da otto finestroni ellittici ed attraversata da un sistema di nervature che formano una stella a otto punte (ripresa dall'architettura islamica) e al cui centro vi è un ottagono regolare.

vista dall'interno della cupola a costoloni

Gli stucchi del presbiterio furono eseguiti dalla ditta di Francesco Bianchi, figlio di Isidoro Bianchi di Campione d'Italia[1]. Di particolare valore è l'altare maggiore, risalente al 1680, uno dei più importanti dell'Italia settentrionale per il suo stile innovativo: proprio dietro questo altare, il Guarini celebrerà la messa di consacrazione della chiesa.

Nella terza cappella a sinistra dedicata alla Natività l'altare disegnato dal luganese Antonio Bettino è ornato dagli stucchi realizzati dal conterraneo Pietro Somazzi[2].

Le colonne e i marmi policromi, infine, danno un particolare colore a tutto l'interno. Grazie alle ridotte dimensioni, è particolarmente apprezzata per la sua atmosfera intima e raccolta. Gli scultori Giuseppe Maria e Giovanni Domenico Carlone, figli di Tommaso Carlone tra il 1678 ei 1682 crearono l'altare della Santissima Annuciata su progetto di Guarino Guarini[3].

[modifica] Note

  1. ^ Mollisi, 2011, 209.
  2. ^ Bolandrini, 2011, 399.
  3. ^ Facchin, 2011, 239.

[modifica] Bibliografia

  • Laura Facchin, Nuove ipotesi per la cronologia della decorazione a stucco di S. Maria dei Ghirli a Campione d'Italia, in L'arte dello Stucco nel Parco dei Magistri Comacini (Intelvesi, Campionesi, Ticinesi) delle Valli e dei Laghi: valorizzazione, conservazione e promozione, atti del convegno(Campione d'Italia, Auditorium, 21 novembre 2006), Como 2007, 109-118.
  • Giorgio Mollisi, I Casella marmorai, scultori e stuccatori. Una numerosa famiglia attiva a Torino nel Seicento, in Giorgio Mollisi (a cura di), Svizzeri a Roma nella storia, nell'arte, nella cultura, nell'economia dal Cinquecento ad oggi, «Arte&Storia», anno 11, numero 52, ottobre 2011, Edizioni Ticino Management, Lugano 206-210.
  • Andrea Spiriti, I Carlone di Rovio. Elogio alla maniera, in Giorgio Mollisi (a cura di), Svizzeri a Torino nella storia, nell'arte, nella cultura, nell'economia dal Cinquecento ad oggi, «Arte&Storia», anno 11, numero 52, ottobre 2011, Edizioni Ticino Management, Lugano 226-233.
  • Laura Facchin, Biografia, Ibidem, Lugano 2011, 234-245.
  • Beatrice Bolandrini, I Somasso e i Papa. Due dinastie di stuccatori a Torino nel Sei e nel Settecento, Ibidem, Lugano 2011.

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