Castello Sforzesco

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
(Reindirizzamento da Castello Sforzesco di Milano)
bussola Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Castello Sforzesco (disambigua).
Castello Sforzesco
Castello di Porta Giovia
Il Castello Sforzesco, con la Torre del Filarete
Il Castello Sforzesco, con la Torre del Filarete
Mappa di localizzazione: Nord Italia
Ubicazione
Stato Italia Italia
Regione Lombardia Lombardia
Città Milano
Coordinate 45°28′12″N 9°10′43″E / 45.47°N 9.178611°E45.47; 9.178611Coordinate: 45°28′12″N 9°10′43″E / 45.47°N 9.178611°E45.47; 9.178611
Informazioni generali
Primo proprietario Galeazzo II Visconti
Stile Gotico, Rinascimentale
Termine funzione strategica 1862
Inizio costruzione 1360
Termine costruzione 1499
Materiale Laterizi
Condizione attuale Restaurato da Luca Beltrami (1891-1905)
Proprietario attuale Comune di Milano
Visitabile
Presidio Musei del Castello Sforzesco

Maria Teresa Fiorio, Il Castello Sforzesco di Milano, Skira editore, Milano, 2005

voci di architetture militari presenti su Wikipedia

Il Castello Sforzesco è uno dei principali simboli di Milano e della sua storia.[1] Fu costruito nel XV secolo da Francesco Sforza, divenuto da poco Duca di Milano, sui resti di una precedente fortificazione risalente al XIV secolo nota come Castrum Portae Jovis (Castello di porta Giovia o Zobia), e nei secoli ha subito notevoli trasformazioni. Fra il Cinquecento e il Seicento era una delle principali cittadelle militari d'Europa; restaurato in stile storicista da Luca Beltrami tra il 1891 e il 1905, ora è sede di importanti istituzioni culturali e meta turistica.

Storia[modifica | modifica sorgente]

I Visconti e gli Sforza[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Visconti e Sforza.
Stemma di Galeazzo Maria Sforza, dipinto su un soffitto del castello

La costruzione di una fortificazione con funzioni prettamente difensive fu avviata nella seconda metà del Trecento dalla dinastia viscontea, che deteneva la signoria di Milano da quasi un secolo, da quando nel 1277 l'arcivescovo Ottone Visconti aveva sconfitto nella battaglia di Desio e cacciato da Milano il precedente Signore, Francesco Mucillo. Nel 1354 l'arcivescovo Giovanni Visconti, morendo, lasciò in eredità il ducato ai tre nipoti Matteo II, Galeazzo II e Bernabò. Tra il 1360 e il 1370 Galeazzo Visconti fece costruire, a cavallo delle mura della città, in corrispondenza della Porta Giovia (o Zobia) una fortificazione detta, appunto, Castello di Porta Giovia[1], dal nome dell'antico ingresso della cinta delle mura romane dedicato a Giove.

L'edificio venne ampliato dai suoi successori: Gian Galeazzo Visconti, che divenne nel 1395 il primo duca di Milano, Giovanni Maria e Filippo Maria, che per primo trasferì la corte stabilmente nel castello dal palazzo ducale che sorgeva presso il duomo (l'odierno palazzo reale). Il risultato è un castello a pianta quadrata, con i lati lunghi 200 m, e quattro torri agli angoli, di cui le due rivolte verso la città particolarmente imponenti, con muri perimetrali spessi 7 m.[2] La costruzione divenne così dimora permanente della dinastia viscontea, per essere poi distrutta nel 1447 dalla neonata Aurea Repubblica Ambrosiana, fondata dai nobili milanesi dopo l'estinzione della dinastia viscontea avvenuta con la morte senza eredi legittimi del duca Filippo Maria.

Fu il capitano di ventura Francesco I Sforza ad avviarne la ricostruzione nel 1450 per farne la sua residenza, dopo aver abbattuto la Repubblica ed essersi impadronito di Milano quale marito di Bianca Maria Visconti. Non essendo di nobili origini, e non avendo quindi un proprio blasone, mantenne quale stemma del proprio casato la vipera viscontea. All'epoca gli era pari solo il castello Het Steen di Anversa.[3] Nel 1452 Filarete venne ingaggiato dal duca per la costruzione e la decorazione della torre mediana, che difatti tuttora viene chiamata Torre del Filarete, cui successe l'architetto militare Bartolomeo Gadio. Alla morte di Francesco Sforza, gli successe il figlio Galeazzo Maria che fece continuare i lavori dall'architetto Benedetto Ferrini. in questi anni fu avviata una grande campagna di affreschi delle sale della corte ducale, affidata ai pittori del ducato, di cui l'esempio più pregevole è la cappella ducale cui lavorò Bonifacio Bembo. Nel 1476, sotto la reggenza di Bona di Savoia, fu costruita la torre omonima.

Il castello nel XVI secolo

Nel 1494 salì al potere Ludovico il Moro e il castello divenne sede di una delle corti più ricche e fastose d'Europa, alla realizzazione della quale furono chiamati a lavorare artisti come Leonardo da Vinci (che affrescò diverse sale dell'appartamento ducale, insieme a Bernardino Zenale e Bernardino Butinone) e il Bramante (forse per una ponticella per collegare il castello alla cosiddetta strada coperta), mentre molti pittori affrescarono la sala della balla illustrando le gesta di Francesco Sforza[4]. Di Leonardo resta in particolare la pittura di Intrecci vegetali con frutti e monocromi di radici e rocce nella Sala delle Asse, del 1498, mentre nulla rimane del colossale monumento equestre a Francesco Sforza, distrutto dai Francesi prima di essere completato.

Negli anni a seguire il castello fu infatti danneggiato dai continui attacchi che francesi, milanesi e truppe germaniche si scambiarono; fu aggiunto un baluardo allungato chiamato "tenaglia" che dà il nome alla porta vicina e progettato forse da Cesare Cesariano, ma nel 1521 la Torre del Filarete esplose, perché un soldato francese fece per sbaglio esplodere una bomba dopo che la torre fu adibita ad armeria. Ritornato al potere e al castello, Francesco II Sforza ristrutturò e ampliò la fortezza, adibendone una parte a sontuosa dimora della moglie Cristina di Danimarca.

Bernardo Bellotto, Castello Sforzesco di Milano, 1750 circa

Sotto gli spagnoli e gli Asburgo[modifica | modifica sorgente]

Passato sotto il dominio spagnolo, il castello nel 1535 (governatore Antonio de Leyva) perse il ruolo di dimora signorile, che passò al Palazzo Ducale, e divenne il fulcro della nuova cittadella, sede delle truppe militari iberiche: la guarnigione era una delle più grandi d'Europa, variabile da 1000 a 3000 uomini, con a capo un castellano spagnolo.[4] Nel 1550 cominciarono i lavori per il potenziamento delle fortificazioni, con l'aiuto di Vincenzo Seregni: fu costruito un nuovo sistema difensivo di pianta prima pentagonale e poi esagonale (tipica della fortificazione alla moderna): una stella a sei punte portate poi a 12 con l'aggiunta di apposite mezzelune. Le difese esterne raggiunsero così la lunghezza complessiva di 3 km,[5] e coprivano un'area di circa 25,9 ettari.[6] Le antiche sale affrescate furono adibite a falegnameria e a dispense, mentre nei cortili furono costruiti pollai in muratura. All'inizio del Seicento l'opera fu completata con fossati, che separarono completamente il castello dalla città, e la "strada coperta".[7]

Quando la Lombardia passò dalla Spagna agli Asburgo d'Austria, per mano del grande generale Eugenio di Savoia, il castello conservò la propria destinazione militare. L'unica nota artistica del dominio austriaco è la statua di San Giovanni Nepomuceno, protettore dell'esercito austriaco, posta nel cortile della Piazza d'armi.

Le modifiche napoleoniche[modifica | modifica sorgente]

Il progetto dell'Antolini (lato Milano)
Il progetto dell'Antolini (lato Porta Sempione)

Con l'arrivo in Italia di Napoleone, l'Arciduca Ferdinando d'Austria abbandonò il 9 maggio 1796 la città, lasciando al Castello una guarnigione di 2.000 soldati, sotto il comando del tenente colonnello Lamy, con 152 cannoni e buone scorte di polvere, fucili e foraggiamenti. Respinto un primo, velleitario, attacco di un gruppo di Milanesi filo-giacobini, subì l'assedio francese, protratto dal 15 maggio alla fine di giugno. In un primo tempo Napoleone ordinò di ripristinarne le difese, per alloggiarvi una guarnigione di 4000 uomini. Nell'aprile 1799 questa dovette subire l'assedio delle rientranti truppe austro-russe ma, già un anno dopo, all'indomani di Marengo, il dominio francese venne ristabilito.

Già nel 1796 era stata presentata una prima petizione popolare, che richiedeva l'abbattimento del castello, interpretato quale simbolo della 'antica tirannide'. Con decreto del 23 giugno 1800 Napoleone ne ordinò, in effetti, la totale demolizione. Essa venne realizzata a partire dal 1801, solo in parte per le torri laterali e in toto per i bastioni spagnoli, esterni al palazzo sforzesco, di fronte alla popolazione esultante.

Nel 1801 venne presentato dall'architetto Antolini un progetto per il rimaneggiamento del castello in forme vistosamente neo-classiche, con un atrio a dodici colonne e circondato dal primo progetto di Foro Buonaparte: una piazza circolare di circa 570 metri di diametro, circondata da una sterminata serie di edifici pubblici di forme monumentali (le Terme, il Pantheon, il Museo Nazionale, la Borsa, il Teatro, la Dogana), collegati da portici sui quali si sarebbero aperti magazzini, negozi ed edifici privati. Esso venne respinto da Napoleone, il 13 luglio dello stesso anno, perché troppo costoso e, in effetti, sproporzionato ad una città di circa 150 000 abitanti.

Venne quindi ripreso in considerazione un secondo progetto, presentato dal Canonica, che limitava l'intervento alla sola parte rivolta verso via Dante (che porta comunque il nome dell'ambizioso progetto: Foro Bonaparte) mentre la vasta area retrostante venne adibita a piazza d'armi, coronata, anni più tardi, dall'Arco della Pace, opera del Cagnola, a quel tempo dedicato a Napoleone.

Dopo Napoleone[modifica | modifica sorgente]

Particolare della facciata interna, opera del Beltrami

Pochi anni a seguire, nel 1815, Milano e il Regno Lombardo-Veneto, furono annessi nell'Impero d'Austria, sotto il dominio dagli austriaci del Bellegarde e il castello arricchito di cortine, passaggi, prigioni e fossati, divenne tristemente famoso perché durante la rivolta dei milanesi nel 1848 (le cosiddette Cinque giornate di Milano), il maresciallo Radetzky darà ordine di bombardare la città proprio con suoi cannoni. Durante i tragici avvenimenti delle guerre d'indipendenza italiane, gli austriaci si ritirarono per qualche tempo e i milanesi ne approfittarono per smantellare parte delle difese rivolte verso la città. Quando nel 1859 Milano è definitivamente in mano sabauda e dal 1861 parte del Regno d'Italia la popolazione invade il castello, derubando e saccheggiando in segno di rivalsa.

Circa 20 anni dopo il castello fu oggetto di dibattito: molti milanesi proposero di abbatterlo per dimenticare i secoli di giogo militare e soprattutto per costruire un quartiere residenziale estremamente lucroso. Tuttavia prevalse la cultura storica e l'architetto Luca Beltrami lo sottopose a un restauro massiccio, quasi una ricostruzione, che ebbe come scopo far tornare il castello alle forme della signoria degli Sforza. Restauro che terminò nel 1905, quando venne inaugurata la Torre del Filarete, ricostruita in base a disegni del XVI secolo e dedicata a re Umberto I di Savoia, assassinato pochi anni prima. La torre costituisce anche il fondale prospettico della nuova via Dante.

Nella vecchia piazza d'armi vengono inoltre messe a dimora centinaia di piante nel nuovo polmone verde cittadino, il Parco del Sempione, giardino paesaggistico in stile inglese. Il Foro Bonaparte è ricostruito a scopo residenziale anteriormente al castello.

Il castello nel 1958

XX secolo[modifica | modifica sorgente]

Nel corso del XX secolo il castello viene danneggiato e ristrutturato dopo la seconda guerra mondiale; negli anni novanta fu costruita in piazza castello una grande fontana ispirata ad una precedentemente installata sul posto che venne smantellata negli anni sessanta durante i lavori per la costruzione della prima linea della metropolitana e non più rimessa dopo il termine dei lavori.

Nel 2005 si è concluso l'ultimo restauro di cortili e sale.

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

Demolita, come si è detto, nel corso dell'Ottocento, la cinta di fortificazioni più esterna, detta "Ghirlanda", ciò che oggi si vede del castello è la parte più antica, di edificazione trecentesca e quattrocentesca. Questa struttura ha pianta quadrata, con lati della lunghezza di duecento metri circa. I quattro angoli sono costituiti da torri, ciascuna orientata secondo uno dei punti cardinali. Le torri Sud e Est, che incorniciano la facciata principale verso il duomo, hanno forma cilindrica, mentre le altre due, che incorniciano la facciata verso il parco, hanno pianta quadrata e sono dette "Falconiera" la Nord e "Castellana" la Ovest.[1] Tutto il perimetro è ancora circondato dall'antico fossato, ora non più allagato.

Il Castello Sforzesco visto dall'alto

La facciata che pospetta verso il centro della città fu edificata alla metà del quattrocento durante la ricostruzione voluta dal Duca Francesco. Di tale periodo conservano il loro aspetto originario le due torri laterali rotonde, rivestite di bugnato a punta di diamante, che furono utilizzate nel corso dei secoli come prigioni, e dalla fine dell'Ottocento ospitano cisterne dell'acquedotto. Al loro interno si conservano ancora tracce delle segrete dove venivano rinchiusi i patrioti durante il periodo risorgimentale. Le merlature medioevali sono frutto del restauro ottocentesco; esse erano state infatti abbattute per far posto ai grandi cannoni e alle artiglierie che erano issate sulla cima delle torri e rivolte a minaccia della città, nei secoli in cui il castello ospitava la guarnigione austriaca, come si può vedere dai dipinti dell'epoca.

La torre del Filarete[modifica | modifica sorgente]

La torre centrale, la più alta del castello, che ne costituisce l'ingresso principale, è detta Torre del Filarete, dal nome dell'architetto toscano chiamato a progettarla dal Duca Francesco I. Distrutta da uno scoppio all'inizio del sedicesimo secolo, fu ricostruita nei primi anni del Novecento al posto dell'originale scomparsa. La ricostruzione fu affidata all'architetto Luca Beltrami, e avvenne sulla base di raffigurazioni antiche quali furono rinvenute nello sfondo di una Madonna con Bambino di scuola leonardesca[8] oggi custodito all'interno del Castello, e di un antico affresco presente nella Cascina Pozzobonelli, oltre che sull'esempio di costruzioni coeve quali la torre del Castello Sforzesco di Vigevano. Nella struttura ricalca infatti gli elementi di quest'ultima, pur essendo edificata con proporzioni differenti che le conferiscono un aspetto più massiccio. Il poderoso maschio che ne costituisce la base, a pianta quadrata, è sormontato da un'alta fascia di merlature aggettante su mensole in pietra, che reggono i merli a coda di rondine. Su questo corpo, coperto da un tetto, se ne eleva un secondo più stretto, sempre terminante a merli ghibellini, sul quale Beltrami disegnò un orologio con al centro la cosiddetta "razza" viscontea, sole radiante che costituisce l'impresa di Gian Galeazzo Visconti, primo Duca di Milano. Segue un terzo corpo, sempre a base quadrangolare, con un'arcata a tutto sesto che si apre al centro di ogni lato che permette di vedere le campane contenute. A coronamento di tutto, una loggetta ottagonale sorregge un cupolino tondeggiante. A decorazione della torre fu posto, immediatamente sopra l'arcone d'ingresso, un bassorilievo in marmo di Candoglia con re Umberto I a cavallo, il sovrano assassinato presso la reggia di Monza nel 1901, cui fu dedicata la torre alla sua inaugurazione di tre anni successiva. Al di sopra è invece una statua di sant'Ambrogio nella sua iconografia tradizionale con le vesti arcivescovili e la frusta, affiancato dagli stemmi dei sei duchi di Milano della dinastia sforzesca: Francesco I, Galeazzo Maria, Gian Galeazzo, Ludovico il Moro, Massimiliano e Francesco II.

La fronte posteriore e la "ponticella di Ludovico il Moro"[modifica | modifica sorgente]

La Ponticella di Ludovico il Moro, attribuita a Donato Bramante.

La facciata posteriore è la più antica, trovandosi in corrispondenza dei fabbricati di epoca trecentesca innalzati da Galeazzo Visconti. È divisa in due dalla Porta del Barco, come era detta la zona boschiva situata nell'area dell'attuale corso Sempione, adibita a riserva di caccia. Sul fianco destro del Castello si apre la Porta dei Carmini, mentre più indietro si trova la cosiddetta Ponticella di Ludovico il Moro, una struttura a ponte che collegava gli appartamenti ducali alle mura esterne oggi scomparse. Le sue linee esterne, di purezza geometrica e grazia rinascimentale, si staccano nettamente dal resto della costruzione. Il suo progetto è infatti attribuito, pur senza riscontri certi, a Donato Bramante, che fu alla corte del Moro dalla fine degli anni settanta del Quattrocento. La sua fronte principale è costituita da una lunga loggia che ne occupa l'intera lunghezza, con un'alta trabeazione retta da esili colonnette in pietra liscia. Nelle salette di questo ponte narrano le cronache dell'epoca che si rinchiuse Ludovico a seguito del lutto per l'amatissima moglie Beatrice d'Este, chiamate poi per questo motivo "Salette Nere".[9]

Sul fianco sinistro, oltre la Porta di Santo Spirito, si trovano invece i resti di un rivellino che apparteneva alle fortificazioni della Ghirlanda, i cui resti sono in parte visibili anche nel lato prospettante su Parco Sempione.

Bramantino, Argo, Sala del Tesoro

La Rocchetta[modifica | modifica sorgente]

Il quadrilatero attuale del castello racchiude l'ampia piazza d'armi, il corpo dell'edificio che fronteggia l'ingresso principale e la torre mediana è interrotto dalla torre di Bona di Savoia. Antistante vi è il fossato morto, parte dell'antico fossato medievale in corrispondenza del quale sono le fondazioni del castello di porta Giovia. Una porta introduce al cortile della Corte Ducale, di forma rettangolare e con un porticato sui tre lati.

Dal lato opposto vi è invece la Rocchetta, la parte del castello più inespugnabile nella quale gli Sforza si rifugiavano in caso di attacco. È costituita da una corte quadrata, con quattro lati dell'altezza di cinque piani. Originariamente aveva un solo ingresso, costituito da un ponte levatoio che scavalca il fossato morto permettendo l'accesso dalla piazza d'armi. Lo stretto passaggio verso la corte ducale fu aperto solo successivamente. I quattro lati della corte non sono uniformi né per stile e decorazione, né per epoca di costruzione. Le prime due cortine a sorgere furono quelle verso l'esterno del castello, e presentano un prospetto omogeneo. Un ampio portico corre a pian terreno sostenuto da colonne in pietra che reggono arcate a tutto sesto, mentre al di sopra si elevano tre ordini di finestre: una prima fascia di piccole aperture rettangolari, seguita da una fascia di ampie monofore ad ogiva ed un'ultima di monofore in scala minore, entrambe con cornici in cotto. Le ultime due ali, aggiunte all'epoca del Moro, presentano prospetti differenti: il lato verso la corte ducale è anch'esso porticato, presenta un quarto ordine di aperture, mentre il lato verso la piazza d'armi, non porticato, è caratterizzato da una fascia di archetti sostenuti da mensole in pietra. I recenti restauri hanno portato alla luce le originali decorazioni a graffio dell'intonaco delle facciate, e le cornici ad affresco delle aperture che simulano decorazioni in cotto. Di particolare bellezza sono gli affresci a motivi decorativi sulle volte, ed i capitelli in pietra. Fra le decorazioni rinascimentali, essi presentano stemmi con le varie imprese dei Visconti e degli Sforza, fra cui:

Interno della Rocchetta con la Torre di Bona di Savoia
  • La colombina col motto “A bon droit” (a buon diritto), la cui invenzione è attribuita a Francesco Petrarca che fu ambasciatore di Gian Galeazzo, come augurio di pace e legalità per il ducato.
  • Il Morso col motto “Ich vergies nicht” (io non dimentico), monito a frenare l'impulsività e l'arroganza.
  • la Corona ducale attraversata da due rami intrecciati di palma e d’ulivo, simboli di pace e di umiltà, impresa di Filippo Maria Visconti.
  • il Veltro, legato da una mano divina ad un albero, impresas di Francesco Sforza[10].

La rocchetta è difesa da due torri: La torre di Bona di Savoia, fra la rocchetta e la piazza d'armi, e la torre del tesoro o della Castellana, all'angolo ovest del castello. La torre detta di Bona fu costruita nel 1477, durante la reggenza della duchessa piemontese rimasta vedova a seguito dell'assassinio del marito avvenuto il 26 dicembre dell'anno precedente, come è ricordato sul grande stemma in marmo apposto sulla torre. Essa appartiene alle opere di difesa costruite nel periodo di incertezza politica coincidente con il governo di Cicco Simonetta e della duchessa Bona, per conto del figlio Gian Galeazzo di soli sette anni. All'angolo opposto, la torre della Castellana fu detta anche del Tesoro in quanto nelle sale al piano terreno veniva appunto custodito il tesoro del ducato, consistente in monete e metalli preziosi, opere di oreficeria e gioielli descritti dagli ambasciatori dell'epoca che ne erano ammessi alla visita. A custodire la sala è un affresco con la figura di Argo, mitologico guardiano che non dormiva mai, chiudendo solo due alla volta dei suoi cento occhi. L'opera rinascimentale, che ha purtroppo perso la testa durante un rifacimento della volta della sala, risale alla fine del quattrocento ed è stata variamente attribuita a Bramante o al suo allievo Bramantino.

La Corte Ducale[modifica | modifica sorgente]

Corte Ducale

Gli appartamenti dei Duchi ed il fulcro della vita di corte in epoca rinascimentale erano situati in quella che oggi è detta Corte Ducale. La corte ha forma a U, e occupano l'area nord del castello. Essa fu edificata e decorata nella seconda metà del Quattrocento principalmente ad opera di Galeazzo Maria Sforza, che qui venne a risiedere a seguito del suo matrimonio con Bona nel 1468 fino alla sua morte, e di Ludovico il Moro che vi risiedette durante tutto il ventennio del suo ducato. Benché danneggiata e alterata nei quattro secoli successivi in cui fu trasformata in caserma, i restauri ottocenteschi ne hanno ricostruito l'aspetto e le decorazioni rinascimentali. i due lati più lunghi del cortile si presentano ricoperti da intonaco chiaro con decorazioni a graffio, su cui si aprono sui due piani monofore a ogiva con cornici in cotto decorate, restaurate sulla base dei calchi delle cornici meglio conservate.

Affresco dell'elefante

La parete di fondo è occupata dal cosiddetto Portico dell'Elefante, un armonioso porticato retto da colonne in pietra che ospita uno sbiadito affresco raffigurante animali esotici fra cui un leone e, appunto, un elefante. Sotto il portico è oggi posta la lapide, in caratteri latini, che sorgeva di fronte alla "Colonna infame" nell'odierna piazza Vetra, costruita nel 1630 e demolita nel 1778. La colonna fu eretta sul luogo della casa di Gian Giacomo Mora, ingiustamente accusato di avere diffuso la peste come "untore", e per questo torturato e giustiziato, come fu descritto da Alessandro Manzoni nella sua Storia della colonna infame.

L'accesso al secondo piano avviene attraverso una scalinata posta a fianco della porta del Barco, costruita a piccole rampe in modo da poter essere percorsa anche a cavallo, che conduce alla Loggia di Galeazzo Maria, un elegante loggiato retto da eleganti ed esili colonnine, aperto sulla corte. Sul muraglione che divide la corte ducale dalla Rocchetta, è una piccola fontanella di gusto rinascimentale decorata con le imprese sforzesche e Viscontee. Un'atra fontana, a doppia vasca, in cotto, si trova nel cortiletto omonimo, scolpita su modello di un'acquasantiera della collegiata di Bellinzona.

Arte e cultura[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Musei del Castello Sforzesco.
Corno da caccia del XVI secolo conservato nella Raccolta d'arti applicate

Dal 1906 al 1999 ha ospitato

Attualmente il complesso ospita:

nonché numerose mostre itineranti.

Curiosa è la rilevante collezione archeologica di arte paleocristiana e precolombiana raccolta da Carlo Dossi durante i suoi anni di attività di scavo sul territorio milanese, greco e sudamericano. La collezione venne in parte trattenuta dallo stesso Dossi (si veda il Museo archeologico Villa Pisani Dossi a Corbetta) e, in gran parte, venne donata al Museo del Castello Sforzesco con l'obbligo di istituirvi un museo, la cui causa venne perorata anche dai discendenti dello scapigliato milanese. È lo stesso Carlo Dossi a parlare più volte di questa donazione all'interno della sua opera Note Azzurre. Attualmente questi reperti non sono esposti al pubblico e continuano a soggiacere negli scantinati del Castello.

Altri eventi ospitati[modifica | modifica sorgente]

Il Castello nel 1885-1890, prima dei restauri di Luca Beltrami[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c Guida Milano, Touring Club Italiano, 1985, p. 436.
  2. ^ Guida Milano, Touring Club Italiano, 1985, pp. 438, 440.
  3. ^ "Il ducato di Milano in età spagnola", I.S.A.L.
  4. ^ a b Guida Milano, Touring Club Italiano, 1985, p. 438.
  5. ^ Guida Milano, Touring Club Italiano, 1985, p. 439.
  6. ^ Elaborazione nostra sulla mappa, op. cit.
  7. ^ Il Castello di Milano nella descrizione fatta dal conte Gualdo Galeazzo Priorato nel 1666 Nella sua Relatione della cittá, e stato di Milano sotto il governo dell'Eccellentiss. Sig. Don Luigi Guzman Ponze di Leone pag. 32-33 E’ piantato il castello tra le Porte Vercellina, e Comasina,al tempo antico qui pure era una porta, che si chiamava Porta Giove. E’ delle prime fortezze d’Europa cinto da sei baloardi reali, e da sei mezzelune, con fosso continuamente ripieno d’acqua ivi sorgente, strade coperte ben disposte, e altri lavori fatti dagli Spagnoli, dopo che questo Stato è pervenuto nelle loro mani. Dietro al recinto de ripari moderni ne segue un altro d’altre grosse mura antico, con due fortissime torri di marmo ai lati construtte dai Duchi di Milano, e capaci di cannone nella loro sommità. Sopra questa muraglia stà un corridore larghissimo, e turro coperto, che gira tutto il castello, provisto di moschettoni a cavaletto, e d’alcuni piccioli pezzetti maneggiabili, dentro vi è poi una gran piazza d’armi, con un stradone tutto salicato di pietre vive, per andar dalli tre corpi di guardia al Palazzo del Castellano, e alla Rocchetta, nella quale vedesi un’altra grossa torre, e in quella le Carceri. Questa è pur cinta da fosso parte asciutto e parte adacquato. Il Palazzo del Castellano è lo stesso, in cui già abitavano i Duchi di Milano. Si conservano in essa Rocchetta le monitioni da guerra, e da bocca in quantità tale, che possono più anni mantenersi i difensori, vi sono sìa offensive che difensive altre artiglierie continuamente sopra le muraglie, e moltissime di riserva, come d’ogni altro genere d’armi, così offensive come difensive, instrumenti militari d’ogni sorte, materiali per fabricar polvere, e fuochi d’artificio, e fonderia per gittar cannoni, mortari, pettardi, e altro. Dentro vi sono Botteghe de tutti li Artefici, che possono bisognare in un’occorrenza, Speciaria con medicamenti, e medicine, Medici, Cirugici, Hospitale per li amalati, Hosteria, e tre Chiese con loro Sacerdoti, Molini con acqua sorgente, che li muove. All’intorno per di fuori è la strada coperta incamiciata di piccole pietre, e una larga spianata detta il giardino del Castello tutta recinta da muro, una caccia ivi riservata, e i grani, e fieni di questo s’aspettano al Magistrato Straordinario, che soleva cavarne circa sei milla scudi annui. Il Presidio di detto Castello è sempre de soldati nationali Spagnuoli, con i loro Capitani, e altri Officiali. Il Castellano è sempre de primi Cavalieri Spagnuoli di nascita e d’esperienza militare. Il governo di detto presidio è de maggiori, e di più stretta confidenza, che dia S.M. Cattolica, e in assenza del Governatore egli ha il commando dell’armi. In quest’anno 1666 si trova Castellano il Maestro di Campo Generale Don Baltessar Marcadero Cavaliere dell’Ordine di Christo, di longa esperienza nelle guerre di Fiandra, e d’Italia, dove ha degnamente esercitate le cariche principali e particolarmente fu Castellano della importantissima Cittadella d’Anversa, e Maestro di Campo Generale delli Eserciti di S.M.C. in Italia, e havendo dati abbondantissimi saggi del suo valore, e della sua intelligenza in tutte le occasioni, come si vede distintamente nell’Historia universale: è stato perciò da S.M. conosciuto degno di questa cospicua dignità tanto confidente. Egli è al maggior segno compito, cortese, soave, e generoso, e però da tutti amato e con gra stima riverito.
  8. ^ Madonna Lia del pittore leonardesco Francesco Napoletano
  9. ^ Maria Teresa Fiorio, La scultura al Museo d'arte antica del Castello Sforzesco di Milano, Skira editore, Milano, 2010
  10. ^ Le “imprese” Visconti-Sforza di Franca Guerreri. URL consultato il 01 aprile 2014.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • G. Lopez, A. Scotti Tosini, L. Mattioli Rossi, Il Castello Sforzesco di Milano, Electa, Milano, 1986
  • Marco Albertario, Documenti per la decorazione del Castello di Milano nell'età di Galeazzo Maria Sforza (1466-1476), in «Solchi», VII, 1-2, 2003, 19-61.
  • Maria Teresa Fiorio, Il Castello Sforzesco di Milano, Skira editore, Milano, 2005

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]