Gaio Cassio Longino
Gaio Cassio Longino (in latino Gaius Cassius Longinus; Roma, 87-86 a.C. – Filippi, 42 a.C.) fu un uomo politico romano, rimasto famoso poiché fu uno dei promotori della congiura che causò l’uccisione di Gaio Giulio Cesare nel 44 a.C..
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[modifica] Biografia
Nato molto probabilmente intorno all'87 o all'86 a.C., Cassio appartenne alla gens Cassia, una famiglia della nobiltà di toga, riuscita ad accedere al consolato agli inizi del II secolo a.C. Nel sesto decennio a.C. Cassio, dopo il matrimonio con Tertulla, figlia di Servilia, sembrò avvicinarsi al partito degli Optimates guidato da Catone Uticense.
Prese parte alla guerra contro i Parti, al fianco di Marco Licinio Crasso, salvandosi dal disastro di Carre del 53 a.C., e riuscendo a respigere una loro successiva invasione che si era spinta fin sotto le mura di Antiochia.[1] Nominato tribuno della plebe nel 49 a.C., si schierò dalla parte di Pompeo Magno a quella di Cesare; nonostante il suo rapporto con Cesare si fosse consolidato, Cassio decise, nel 44 a.C., di allontanarsi dalla corrente politica di Cesare per essere uno degli organizzatori del complotto, che portò costui alla morte.
Dopo l’assassinio del dittatore, Cassio insieme a Bruto, figlio di Servilia, fuggì da Roma, timoroso delle rappresaglie messe in atto da Marco Antonio (luogotenente di Cesare) e dal giovane ed emergente Ottaviano (futuro primo imperatore di Roma con il nome di Augusto). Tuttavia i due cospiranti non riuscirono a farla franca. Nel frattempo era stata emanata la Lex Pedia che condannava all'esilio i cesaricidi
Cassio e Bruto vennero affrontati nella battaglia di Filippi il 3 ottobre del 42 a.C. da Marco Antonio e Ottaviano.
Cassio fu sconfitto da Marco Antonio; pensando che anche Bruto fosse stato sconfitto diede ordine ad un suo schiavo Pindarus di ucciderlo, usando la stessa daga con cui aveva pugnalato Cesare.
Bruto nonostante la vittoria ottenuta su Ottaviano fu successivamente raggiunto e accerchiato dagli uomini di Marco Antonio.
Il 23 ottobre del 42 a.C. Bruto, vedendosi sconfitto, si suicidò.
[modifica] Letteratura
Dante lo pone nell'ultimo girone dell'Inferno (Inferno, XXXIV, 64-67), la Giudecca, ove si puniscono i traditori dei benefattori. Assieme a Giuda Iscariota e a Marco Giunio Bruto, è costantemente maciullato dalle fauci di Lucifero.
[modifica] Note
- ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XL, 28-29.
[modifica] Bibliografia
- Vittorio Sermonti, Inferno, Rizzoli 2001.
- Umberto Bosco e Giovanni Reggio, La Divina Commedia - Inferno, Le Monnier 1988.
[modifica] Voci correlate
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