Caso Moro
| Il rapimento di Aldo Moro | |
|---|---|
| Via Mario Fani il giorno del rapimento. | |
| Stato | |
| Luogo | Roma |
| Obiettivo | Il presidente della DC Aldo Moro |
| Data | 16 marzo - 9 maggio 1978 |
| Tipo | Sequestro, omicidio |
| Morti | 6 (Moro e 5 membri della scorta) |
| Responsabili | Brigate Rosse |
Per caso Moro si intende l'insieme delle vicende relative all'agguato, al sequestro, alla prigionia e all'uccisione di Aldo Moro, nonché alle ipotesi sull'intera vicenda e alle ricostruzioni degli eventi, spesso discordanti fra loro.
La mattina del 16 marzo 1978, giorno in cui il nuovo governo guidato da Giulio Andreotti stava per essere presentato in Parlamento per ottenere la fiducia, l'auto che trasportava l'onorevole Aldo Moro dalla sua abitazione alla Camera dei Deputati fu intercettata e bloccata in via Mario Fani a Roma da un commando delle Brigate Rosse.
In pochi secondi, sparando con armi automatiche, i terroristi uccisero i due carabinieri a bordo dell'auto di Moro (Oreste Leonardi e Domenico Ricci), i tre poliziotti che viaggiavano sull'auto di scorta (Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana.
Dopo una prigionia di 55 giorni, durante la quale Moro fu sottoposto a un processo politico dal Tribunale del Popolo istituito dalle BR e dopo aver chiesto invano uno scambio di prigionieri con lo stato italiano, Moro fu ucciso.
Il suo cadavere fu ritrovato a Roma il 9 maggio, nel bagagliaio di una Renault 4 parcheggiata in via Caetani, una traversa di via delle Botteghe Oscure, a poca distanza[1] dalla sede nazionale del Partito Comunista Italiano, dalla sede nazionale della Democrazia Cristiana di Piazza del Gesù e dall'ambasciata americana.
[modifica] Il sequestro
| Per approfondire, vedi la voce Cronaca del sequestro Moro. |
[modifica] L'agguato
La tecnica utilizzata per l'agguato fu quella denominata "a cancelletto", che le Brigate Rosse copiarono dall'organizzazione terroristica tedesca RAF. La tecnica comporta l'accerchiamento di una colonna di automobili attraverso il blocco di quella di testa, immobilizzando poi la colonna bloccando l'auto di coda. Perché l'azione riesca, è necessario parcheggiare altre auto nel punto dove si svolge l'agguato, per chiudere le vie di fuga laterali.
La colonna con Aldo Moro era composta da sole due auto: quella su cui viaggiava lo statista e quella di scorta, che lo seguiva. Il piano venne attuato da 11 persone (come emerse dalle indagini giudiziarie, ma il numero e l'identità dei reali partecipanti è stato messo più volte in dubbio ed anche le confessioni dei brigatisti sono state contraddittorie su alcuni punti).[2]
Alle 8:45 gli uomini del commando BR, che indossavano uniformi da avieri civili,[3] si disposero all'estremità di via Mario Fani, una stretta strada in discesa nel quartiere Trionfale, all'incrocio con via Stresa. Mario Moretti si appostò nella parte alta della strada, sul lato destro, alla guida di una Fiat 128 con targa falsa del Corpo diplomatico. Davanti alla macchina di Moretti si posizionò un'altra Fiat 128 con a bordo Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri. Entrambe le auto erano rivolte in direzione dell'incrocio.
Sul lato opposto venne parcheggiata una terza Fiat 128, alla cui guida vi era Barbara Balzerani, rivolta invece che verso via Stresa, nella direzione di provenienza dell'auto di Moro. A qualche metro dall'incrocio con via Fani, lungo via Stresa, era posizionata la quarta e ultima auto, una Fiat 132 blu guidata da Bruno Seghetti. Il gruppo di fuoco, composto da quattro persone, era nascosto dietro le siepi di un giardino che fiancheggia la strada.
Moro uscì dalla sua casa, in viale del Forte Trionfale, poco prima delle 9:00, salendo su di una Fiat 130 blu, alla cui guida vi era l'appuntato Domenico Ricci e, seduto accanto a lui, il maresciallo Oreste Leonardi, capo scorta, considerato la guardia del corpo più fidata. La 130 era seguita da un'Alfetta bianca, con a bordo gli altri uomini che componevano la scorta: il vice brigadiere Francesco Zizzi e gli agenti di polizia Giulio Rivera e Raffaele Iozzino.
L'agguato scattò non appena il convoglio su cui viaggiava Moro imboccò via Fani dall'alto, dirigendosi verso il basso e fu Rita Algranati a segnalare l'arrivo delle due auto, con un mazzo di fiori.
La macchina di Moretti si mise davanti all'auto di Moro e, giunta all'incrocio, si arrestò di colpo in mezzo alla strada (In base alla testimonianza di Valerio Morucci, smentita nella successiva perizia della Polizia Scientifica, l'auto aveva i segnali di frenata disattivati, in quanto erano stati tagliati i fili elettrici che collegavano le lampadine). e la 130 con all'interno Aldo Moro si fermò dietro all'auto di Moretti, trovandosi bloccata dall'Alfetta della scorta, che la stava seguendo a breve distanza. Ricci tentò di farsi largo, ma una Mini Minor parcheggiata all'incrocio impedì qualsiasi manovra di fuga. La macchina di Moro e quella della scorta furono quindi intrappolate dalla 128 di Lojacono e Casimirri, che si mise di traverso dietro l'auto della scorta di Moro.
A questo punto entrò in azione il gruppo di fuoco: da dietro le siepi sbucarono quattro uomini sparando con mitragliette automatiche. Dalle indagini giudiziarie questi vennero identificati in: Valerio Morucci, Raffaele Fiore, Prospero Gallinari e Franco Bonisoli. L'azione si ispirò a un'analoga tecnica della RAF, i terroristi di estrema sinistra tedesca. C'è chi avrebbe udito una donna con accento tedesco urlare ad alcuni passanti di affrettarsi a fuggire da via Fani, il che, se fosse vero, farebbe sospettare una presenza logistica della RAF "in loco".[4]
Furono sparati in tutto 91 colpi, 45 dei quali colpirono mortalmente gli uomini della scorta, e 49 di questi vennero esplosi da una stessa arma, 22 da una seconda arma del medesimo modello (entrambe erano delle pistole mitragliatrici F.N.A-B Mod.1943) ed i restanti 20 dalle altre 4 armi (tra le quali vi era una Beretta M12).[5] I primi a cadere, dopo che vennero infranti i vetri anteriori della 130, furono Ricci e Leonardi, seduti sui sedili anteriori, quindi Moro fu prelevato e costretto a salire sulla Fiat 132 blu guidata da Seghetti, che si era affiancata alla vettura di Moro. Una donna lo sentì esclamare:
| « Mi lascino andare! Cosa vogliono da me? » |
Contemporaneamente i terroristi uccisero i tre poliziotti dell'auto di scorta, Iozzino, Rivera e Zizzi ed ognuno di loro fu finito con un colpo alla nuca. Solo Iozzino ebbe il tempo di sparare due colpi, ma fu subito freddato da Franco Bonisoli, con un colpo sparatogli alle spalle.
La 132 con a bordo il sequestrato fu vista fuggire lungo via Trionfale, via Carlo Belli e via Marcello Casale De Bustis, venendo ritrovata alle 9:40 in via Licinio Calvo, con macchie fresche di sangue all'interno. Anche le altre vetture impiegate nell'agguato, la Fiat 128 bianca e quella blu, furono poi ritrovate nei giorni successivi nella stessa via e, secondo le testimonianze dei brigatisti, queste furono parcheggiate nella via nelle ore successive all'agguato, anche se tale versione dovrebbe essere incompatibile con il loro ritrovamento avvenuto in giorni diversi[6].
Immediatamente la notizia dell'agguato si diffuse in ogni angolo del paese. Le attività quotidiane furono bruscamente sospese: a Roma i negozi abbassarono le saracinesche, in tutte le scuole d'Italia gli studenti uscirono dalle aule scolastiche riunendosi in assemblee spontanee, mentre le trasmissioni televisive e radiofoniche furono interrotte da notiziari in edizione straordinaria. L'agguato ed il rapimento furono rivendicati circa 48 ore dopo dalle Brigate Rosse, con il primo dei nove comunicati che esse inviarono durante i 55 giorni del sequestro.
[modifica] L'obiettivo delle Brigate Rosse
| « Chi è Aldo Moro è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino a oggi il gerarca più autorevole, il "teorico" e lo "stratega" indiscusso di questo regime democristiano che da trenta anni opprime il popolo italiano [...] la controrivoluzione imperialista [...] ha avuto in Aldo Moro il padrino politico e l'esecutore più fedele delle direttive impartite dalle centrali imperialiste. » | |
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(Brigate Rosse, Primo Comunicato)
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Si è detto che Moro fu rapito perché con lui le Brigate Rosse volevano colpire l'artefice della solidarietà nazionale, e dell'avvicinamento tra DC e PCI, la cui espressione fu il governo Andreotti IV. L'ottica delle BR, in realtà, era un po' diversa: il rapimento in effetti non fu realizzato per colpire il regista di quella fase politica. Il loro scopo era più generale e rientrava nella loro particolare analisi di quella fase storica: colpire la DC (regime democristiano), cardine in Italia dello Stato imperialista delle multinazionali (SIM), mentre il PCI rappresentava non tanto il nemico da attaccare quanto un concorrente da battere. Nell'ottica brigatista, infatti, il successo della loro azione avrebbe interrotto la "lunga marcia comunista verso le istituzioni", per affermare la prospettiva dello scontro rivoluzionario e porre le basi del controllo BR della sinistra italiana per una lotta contro il capitalismo. In questo il loro obiettivo di lotta al capitalismo era simile a quello della RAF tedesca, come venne indicato in seguito nella ricostruzione del rapimento, fatta nel fumetto pubblicato dalla rivista "Metropolis"[7], ove viene fatto un parallelo con il sequestro Hanns-Martin Schleyer, conclusosi anch'esso con l'uccisione del prigioniero.
Stando a quanto ha dichiarato successivamente Mario Moretti, per le BR era rilevante che Moro fosse presidente della DC e che fosse da trent'anni al governo . Sembra, inoltre, che nei mesi precedenti il rapimento di Moro le BR avessero anche studiato la possibilità di rapire il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, ma che poi avessero abbandonato questa opzione perché questi godeva di una protezione di polizia troppo forte per le capacità dei brigatisti. Secondo questa ipotesi dunque, era uguale per le Brigate Rosse rapire Moro o Andreotti: l'importante era colpire un simbolo del potere[8].
Le conseguenze politiche del rapimento di Moro furono da un lato l'esclusione del PCI da ogni ipotesi di governo per gli anni successivi, e dall'altro un ridisegno del cosiddetto "regime democristiano": la DC di Andreotti rimase partito di governo fino al 1992, anno di tangentopoli, partecipando sempre a maggioranze che lasciarono il PCI all'opposizione, ma queste politiche tuttavia portarono dal 1981, col primo Governo Spadolini ad avere alternanze di presidenti del consiglio democristiani con altri "laici", rompendo quindi il monopolio democristiano. All'interno del Partito socialista italiano (PSI), che aveva sostenuto la possibilità di uno scambio di prigionieri per liberare Moro, vinse la linea di Bettino Craxi per l'esclusione del PCI dal governo, e iniziò una lotta politica con lo stesso per tentare di superarlo nelle elezioni.
[modifica] La prigione
In tempi successivi si ipotizzò che, durante il periodo della detenzione, la "prigione" di Moro fosse conosciuta: si parlò dell'appartamento, sito in via Gradoli a Roma, utilizzato da Mario Moretti e da Barbara Balzerani, noto da tempo sia alle istituzioni che alla 'ndrangheta, ma questo era probabilmente troppo piccolo per poter contenere un nascondiglio da adibire a prigione ed era spesso lasciato incustodito, oltre al fatto che, essendo in affitto, poteva essere soggetto a visite da parte del padrone di casa.
Durante i processi che seguirono la cattura dei brigatisti risultò dalle loro testimonianze che la prigione del popolo in cui si trovava Aldo Moro fosse situata in un appartamento di via Camillo Montalcini 8, sempre a Roma, da alcuni anni di proprietà di uno dei brigatisti, e che ivi sia stato ucciso in un garage sotterraneo. Lo stesso covo pochi mesi dopo venne scoperto e tenuto sotto controllo dall'UCIGOS, cosa che costrinse i brigatisti, che si erano resi conto di essere pedinati, a vendere e smantellare l'appartamento entro i primi di ottobre.[9][10][11][12]
Il fratello di Aldo Moro, Carlo Alfredo, magistrato, in un suo libro[13] propone però una teoria secondo la quale l'ultima prigione di Moro non sarebbe stata quella di via Montalcini, ma sarebbe stata situata nei pressi di una località marina, basandosi sia sulla sabbia e sui resti vegetali trovati su Moro e sull'auto, sia sulle incongruenze dei tempi tra quanto dichiarato dai brigatisti e quanto rilevato dall'autopsia. Inoltre, sia secondo Carlo Alfredo Moro che altri, le conclusioni dell'autopsia sul corpo, che fu trovato in buone condizioni fisiche, soprattutto in merito al tono muscolare generale, lascerebbero supporre che Moro abbia avuto, durante la detenzione, una certa libertà di movimento e la possibilità di scrivere la numerosissima mole di documenti, prodotti durante la prigionia, in una situazione relativamente agevole (sedia e tavolo), condizione ben lontana da quella che si sarebbe avuta nei pochi metri quadrati concessogli nel covo di via Montalcini. Questi risultati dell'esame autoptico, unite ad alcune contraddizioni nelle confessioni tardive dei brigatisti lasciano comunque aperti molti dubbi sul luogo o sui luoghi in cui fu detenuto in prigionia Aldo Moro e sulle dimensioni anguste della presunta cella nella "prigione del popolo".[14]
[modifica] Lettere dalla prigionia
| « Caro Zaccagnini, scrivo a te, intendendo rivolgermi a Piccoli, Bartolomei, Galloni, Gaspari, Fanfani, Andreotti e Cossiga ai quali tutti vorrai leggere la lettera e con i quali tutti vorrai assumere le responsabilità, che sono ad un tempo individuali e collettive. Parlo innanzitutto della D.C. alla quale si rivolgono accuse che riguardano tutti, ma che io sono chiamato a pagare con conseguenze che non è difficile immaginare. Certo nelle decisioni sono in gioco altri partiti; ma un così tremendo problema di coscienza riguarda innanzitutto la D.C., la quale deve muoversi, qualunque cosa dicano, o dicano nell'immediato, gli altri. Parlo innanzitutto del Partito Comunista, il quale, pur nella opportunità di affermare esigenze di fermezza, non può dimenticare che il mio drammatico prelevamento è avvenuto mentre si andava alla Camera per la consacrazione del Governo che m'ero tanto adoperato a costituire. » | |
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(lettera a Benigno Zaccagnini recapitata il 4 aprile)
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Durante il periodo della sua detenzione, Moro scrisse 86 lettere [1] ai principali esponenti della Democrazia Cristiana, alla famiglia ed all'allora Papa Paolo VI (che avrebbe poi presenziato alla solenne messa funebre di Stato nella basilica di San Giovanni in Laterano, peraltro celebrata senza il feretro dello statista, negato dalla famiglia in polemica con la conduzione della vicenda). Alcune arrivarono a destinazione, altre non furono mai recapitate e vennero ritrovate in seguito nel covo di via Monte Nevoso. Attraverso le lettere Moro cerca di aprire una trattativa con i colleghi di partito e con le massime cariche dello Stato.
È stato ipotizzato che in queste lettere Moro abbia inviato messaggi criptici alla sua famiglia ed ai suoi colleghi di partito. Non immaginando che i brigatisti la renderanno pubblica, in una lettera inspiegabilmente domanda: Vi è forse, nel tener duro contro di me, un'indicazione americana e tedesca? (lettera di Aldo Moro su Paolo Taviani senza destinatario, recapitata tra il 9 ed il 10 aprile ed allegata al comunicato delle Brigate Rosse numero 5); altra ipotesi, avanzata dallo scrittore siciliano Leonardo Sciascia, è che nelle lettere medesime Moro avesse l'intenzione di inviare agli investigatori messaggi sulla localizzazione del covo, per segnalare che esso (almeno nei primi giorni del sequestro) si trovasse nella città di Roma: "Io sono qui in discreta salute." (lettera di Aldo Moro del 27/3/78, non recapitata a sua moglie Eleonora Moro).
Nella lettera recapitata l'8 aprile scaglia un vero e proprio anatema: "Naturalmente non posso non sottolineare la cattiveria di tutti i democristiani che mi hanno voluto nolente ad una carica, che, se necessaria al Partito, doveva essermi salvata accettando anche lo scambio dei prigionieri. Sono convinto che sarebbe stata la cosa più saggia. Resta, pur in questo momento supremo, la mia profonda amarezza personale. Non si è trovato nessuno che si dissociasse? Bisognerebbe dire a Giovanni che significa attività politica. Nessuno si è pentito di avermi spinto a questo passo che io chiaramente non volevo? E Zaccagnini? Come può rimanere tranquillo al suo posto? E Cossiga che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadrà su di loro".
Dubbi sono stati avanzati circa la completa pubblicazione di queste lettere; il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa (successivamente ucciso dalla mafia) trovò copie di alcune lettere ancora non note in una casa che i terroristi utilizzavano a Milano (noto come covo di via Monte Nevoso) e, per qualche altrettanto ignoto motivo, questo recupero fu effettuato solo molti anni dopo.
L'opinione del mondo politico di allora riteneva, tuttavia, che Moro non avesse piena libertà di scrittura. Nonostante la moglie di Moro affermi, durante la deposizione al processo delle BR, di riconoscere lo stile di suo marito, le lettere sarebbero state da considerarsi se non dettate quantomeno controllate o ispirate dai brigatisti. Anche appartenenti al comitato di esperti voluto da Cossiga, tra cui il criminologo Ferracuti, in un primo tempo affermarono che Moro era stato sottoposto a tecniche di lavaggio del cervello da parte delle BR[15][16]. Cossiga ammetterà tuttavia anni dopo di essere stato lui a scrivere parte del discorso tenuto da Giulio Andreotti in cui si affermava che le lettere di Moro erano da considerarsi non "moralmente autentiche"[17].
Alcune affermazioni di Moro nelle lettere, per esempio quelle in cui parla di scambi di "prigionieri", al plurale, fanno supporre che le Brigate Rosse gli avessero lasciato intendere di non essere l'unica persona sequestrata. È possibile che lo statista ritenesse che anche alcuni uomini della sua scorta o forse altre personalità rapite altrove, fossero nelle sue medesime condizioni e che quindi gli eventuali tentativi di accordo per la liberazione che cercava di portare avanti dovessero riguardare tutti gli ipotetici sequestrati.[18]
[modifica] I comunicati e la trattativa
Durante i 55 giorni del sequestro Moro le Brigate rosse recapitarono nove comunicati con i quali, assieme alla risoluzione della direzione strategica, ossia l'organo direttivo della formazione armata, spiegarono i motivi del sequestro; questi erano documenti lunghi ed a volte poco chiari. Nel comunicato numero 3 si lesse:
| « L'interrogatorio, sui contenuti del quale abbiamo già detto, prosegue con la completa collaborazione del prigioniero. Le risposte che fornisce chiariscono sempre più le linee controrivoluzionarie che le centrali imperialiste stanno attuando; delineano con chiarezza i contorni e il corpo del "nuovo" regime che, nella ristrutturazione dello Stato Imperialista delle Multinazionali si sta instaurando nel nostro paese e che ha come perno la Democrazia Cristiana. » |
Ed ancora:
| « Moro è anche consapevole di non essere il solo, di essere, appunto, il più alto esponente del regime; chiama quindi gli altri gerarchi a dividere con lui le responsabilità, e rivolge agli stessi un appello che suona come un'esplicita chiamata di "correità". » |
Le Brigate Rosse proposero, attraverso il comunicato n. 8, di scambiare la vita di Moro con la libertà di alcuni terroristi in quel momento in carcere, il cosiddetto "fronte delle carceri", accettando persino di scambiare Moro con un solo brigatista incarcerato, anche se non di spicco, pur di poter aprire trattative alla pari con lo Stato[19]. Un riconoscimento venne comunque ottenuto quando papa Paolo VI, amico personale di Moro, in data 22 aprile rivolse un drammatico appello pubblico col quale supplicava "in ginocchio" gli "uomini delle Brigate Rosse" di rendere Moro alla sua famiglia ed ai suoi affetti, specificando tuttavia che ciò doveva avvenire "senza condizioni".[20]
La politica si divise in due fazioni: il cosiddetto fronte della fermezza, nettamente maggioritario poiché comprendeva il Governo - specialmente il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti e il Ministro dell'Interno Francesco Cossiga - e quasi tutti i partiti presenti in Parlamento (DC, PCI, MSI, PRI, PSDI, PLI), che rifiutava qualunque ipotesi di trattativa, ed il fronte possibilista, nel quale spiccava Bettino Craxi e che comprendeva anche il Presidente del Senato Amintore Fanfani [21], l'ex Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat (in dissenso dalla posizione ufficiale del PSDI e del suo segretario Pierluigi Romita) e il leader radicale Marco Pannella, incline a ritenere che un eventuale avvicinamento, allo scopo di intavolare una trattativa per salvare la vita dello statista, non avrebbe svilito la dignità dello Stato.
Secondo il fronte della fermezza, la scarcerazione di alcuni brigatisti avrebbe costituito una resa da parte dello Stato, non solo per l'acquiescenza a condizioni imposte dall'esterno, ma per la rinuncia all'applicazione delle sue leggi ed alla certezza della pena; una trattativa coi rapitori inoltre avrebbe potuto creare un precedente per nuovi sequestri, strumentali al rilascio di altri brigatisti, od all'ottenimento di concessioni politiche, e, più in generale, una trattativa con i terroristi avrebbe rappresentato un riconoscimento politico delle Brigate Rosse; di contro la linea del dialogo avrebbe aperto alla possibilità di una rappresentanza partitica e parlamentare del loro braccio armato, e posto questioni di legittimità in merito alle loro richieste. I metodi intimidatori e violenti, e la non accettazione delle regole basilari della politica, ponevano il terrorismo al di fuori del dibattito istituzionale, indipendentemente dal merito delle loro richieste.
Prevalse il primo orientamento, anche in considerazione del gravissimo rischio di ordine pubblico e di coesione sociale che si sarebbe corso presso la popolazione, ed in particolare, presso le forze dell'ordine, che in quegli anni avevano pagato un tributo di sangue già insostenibile a causa dei terroristi[22]. L'epilogo anticipò comunque una presa di posizione definitiva dei governanti. Alcuni autori, tra cui il fratello di Moro nel succitato saggio, fanno notare alcune apparenti incongruenze nei comunicati delle BR. Un primo punto riguarda l'assenza di riferimenti al progetto di Moro di apertura del governo al PCI, questo nonostante il fatto che il rapimento fosse stato effettuato lo stesso giorno in cui questo governo doveva formarsi, e nonostante l'esistenza di comunicati precedenti e successivi agli eventi dove vi erano espliciti riferimenti e dichiarazioni di contrarietà al progetto da parte dei brigatisti. Anche una lettera indirizzata a Zaccagnini da parte di Moro, con un riferimento al progetto, venne fatta riscrivere in una forma in cui questo era omesso.[23]
Un secondo punto riguarda le continue rassicurazioni date nei comunicati da parte dei brigatisti secondo i quali tutto ciò che riguardava il "processo" a Moro ed i suoi interrogatori sarebbe stato reso pubblico. Tuttavia, mentre nel caso di altri rapimenti, come quello del giudice Giovanni D'Urso, addetto alla direzione generale degli affari penitenziari, questa diffusione del materiale era stata effettuata, anche senza essere ribadita in maniera così forte e con materiale ben meno importante, nel caso Moro questa diffusione non si ebbe mai, e solo con la scoperta del covo di via Monte Nevoso a Milano diverrà pubblicamente noto, inizialmente in una versione ridotta, il memoriale Moro (presente solo in fotocopia) e alcune lettere inizialmente non diffuse. Gli stessi brigatisti hanno affermato di aver distrutto le bobine degli interrogatori e gli originali degli scritti di Moro, in quanto ritenuti non importanti, nonostante in questi vi fossero riferimenti a Gladio e la connivenza di parte della DC e dello stato nella strategia della tensione[24], che ben sembrano identificarsi con il tipo di rivelazioni che le Brigate Rosse andavano cercando.[25]
[modifica] Il rinvenimento del corpo
| « Per quanto riguarda la nostra proposta di uno scambio di prigionieri politici perché venisse sospesa la condanna e Aldo Moro venisse rilasciato, dobbiamo soltanto registrare il chiaro rifiuto della DC. Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato. » | |
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(Dal comunicato numero 9)
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Dalle deposizioni rilasciate alla magistratura è emerso che non tutto il vertice brigatista fosse concorde con il verdetto di condanna a morte. Lo stesso Moretti[26] telefonò direttamente alla moglie di Moro la sera precedente l'assassinio dello statista per premere sui vertici della DC al fine di accettare la trattativa: la telefonata fu ovviamente registrata dalle Forze dell'Ordine. La brigatista Adriana Faranda citò una riunione notturna tenutasi a Milano e di poco precedente l'uccisione di Moro, ove ella ed altri terroristi (Valerio Morucci, Franco Bonisoli[27] e forse altri) dissentirono, tanto che la decisione finale sarebbe stata messa ai voti[28].
Il 9 maggio, dopo 55 giorni di detenzione, al termine di un processo del popolo, viene assassinato per mano di Mario Moretti, anche se - a tutt'oggi - pare che abbiano partecipato materialmente all'omicidio sia Germano Maccari, che - forse - Prospero Gallinari (quasi certamente Maccari; con diverse riserve si suppone anche Gallinari)[19]. Il cadavere fu ritrovato il giorno stesso in una Renault 4 rossa in via Caetani, in pieno centro di Roma.
Secondo quanto affermato dai brigatisti più di un decennio dopo l'omicidio, Moro fu fatto alzare alle 6 di mattina con la scusa di essere trasferito in un altro covo[29]. Secondo una deposizione di Bonisoli, ennesima incongruenza, a Moro venne riferito di esser stato graziato e - quindi - liberato, una bugia definita dallo stesso brigatista "pietosa", onde "non far soffrire inutilmente oltre" lo statista. Venne infilato in una cesta di vimini e portato nel garage del covo di Via Montalcini. Fu fatto entrare nel portabagagli di una Renault 4 rossa targata Roma N56786 e venne coperto con un lenzuolo rosso. Mario Moretti allora sparò alcuni colpi prima con una pistola Walther PPK calibro 9mm x 17 Corto e poi (dopo che la pistola si era inceppata) con una pistola mitragliatrice Samopal Vzor.61 (nota come Skorpion) calibro 7,65mm con cui sparò una raffica di 11 colpi che perforarono i polmoni del presidente democristiano, uccidendolo (per molti anni, fino alla confessione di Moretti, si pensava che a sparare fosse stato Prospero Gallinari). Alcune incongruenze riguardano le modalità dell'esecuzione: seppur la pistola che inizialmente venne adoperata per sparare a Moro poteva esser silenziata, difficilmente lo poteva essere la mitraglietta, in quanto il silenziatore non permette la soppressione totale del rumore.
Poi, una volta eseguito il delitto, l'auto con il cadavere di Moro fu portata in Via Caetani, senza effettuare soste intermedie, vicino alla sede della D.C. e del P.C.I., dove fu lasciata parcheggiata circa un'ora dopo. Poi verso le 12:30 venne effettuata una telefonata al professor Francesco Tritto (l'assistente di Moro) perché annunciasse alla famiglia dove trovare il corpo (seguendo la richiesta espressa precedentemente da Moro stesso),[30][31] e verso le 13:30, una telefonata presumibilmente di Valerio Morucci al centralino della Questura aveva avvisato: "In via Caetani c'è un'auto rossa con il corpo di Moro". Qualche minuto prima delle due, i segretari di tutti i partiti politici sapevano che il cadavere ritrovato nella Renault rossa targata Roma N56786 era proprio quello di Aldo Moro. La morte risaliva, secondo i risultati autoptici, tra le 9 e le 10 della mattina stessa[31], orario però incompatibile con la ricostruzione data dai brigatisti (per cui l'esecuzione sarebbe avvenuta tra le 7 e le 8). È da notare che il buco di alcune ore tra l'abbandono dell'auto secondo la ricostruzione dei brigatisti e le prime telefonate di rivendicazione sono giustificate dai brigatisti con il fatto che nessuno dei tentativi di contatto telefonico, per annunciare dove era possibile ritrovare il cadavere, con conoscenti ed amici di Moro, effettuati prima della telefonata al professor Tritto, era andato a buon fine.[31]
Alcune testimonianze affermano che la macchina sia stata portata in via Michelangelo Caetani nelle prime ore del mattino, tra le 7 e le 8 e lasciata qui fino a quando gli assassini hanno ritenuto opportuno avvertire. Altre testimonianze, invece, affermano di aver visto la Renault parcheggiata soltanto intorno alle 12.30 e non prima.
In un angolo del bagagliaio, dalla parte dov'è sistemata la ruota di scorta sulla quale poggiava la testa di Moro, c'erano anche le catene da neve, e qualche ciuffo di capelli grigi. Ai piedi del cadavere c'era una busta di plastica con un bracciale e l'orologio.
Il corpo di Moro, quando è stato estratto dagli artificieri, era ripiegato e irrigidito. Indossava lo stesso abito scuro del giorno del rapimento con la camicia bianca a righine, e la cravatta ben annodata; era macchiato di sangue (ma le ferite erano approssimativamente state tamponate con dei fazzolettini[32]), e nei risvolti dei pantaloni è stata trovata una notevole quantità di sabbia e di terriccio e alcuni resti vegetali (i brigatisti sosterranno poi durante i processi di aver appositamente sporcato le scarpe e i pantaloni di sabbia per depistare eventuali indagini sulla locazione del covo in cui Moro era tenuto prigioniero[33]). Sotto il corpo e sul tappeto dell'auto c'erano bossoli di cartucce. Furono trovate tracce di sabbia non solo nel risvolto dei pantaloni, ma anche nei calzini.
Il cadavere presentava un'altra ferita, su una coscia, una piaga purulenta mai curata, è probabile che fosse una ferita d'arma da fuoco ricevuta il giorno dell'agguato di via Mario Fani[34].
Per segnare il decennale della morte di Moro, nell'aprile del 1988, quando già sembrava ormai sconfitto il partito armato, le Brigate Rosse colpirono ancora, uccidendo, nella sua casa di Forlì il senatore democristiano Roberto Ruffilli, consigliere di Ciriaco De Mita sul tema delle riforme istituzionali.
[modifica] Le ipotesi, le indagini e i processi
La strage, il sequestro, la detenzione, i coinvolgimenti e le manovre intorno alle cause ed ai metodi della sua eliminazione, ancora non sono chiaramente identificabili in tutti i loro dettagli, malgrado parecchi processi e numerose indagini separate, condotte sia all'interno del paese che a livello internazionale.
Anche, ad esempio, le indagini esperite per verificare eventuali contatti e collegamenti con l'omologa organizzazione tedesca RAF, che non molto tempo prima aveva realizzato un'azione analoga e dalle inquietanti similitudini (sequestro dell'industriale tedesco Schleyer, massacro della sua scorta ed infine uccisione dell'ostaggio a seguito di trattative infruttuose), non ebbero seguito, per quanto l'avvocato Denis Payot venne incaricato dai familiari di Aldo Moro di tentare una trattativa per la liberazione.
La morte di Moro è stata oggetto di diverse speculazioni e teorie. La stampa ad esempio ipotizzò, a seguito delle interviste ad alcuni brigatisti catturati, che le BR avessero puntato su Moro ritenendo che l'obiettivo precedentemente scelto dai terroristi, Giulio Andreotti, risultasse troppo protetto. Lo stesso Andreotti però smentì la fondatezza dell'assunto, pubblicamente raccontando che ogni mattina abitudinariamente si recava di buon'ora, a piedi e del tutto solo, a messa in una chiesa vicina alla sua abitazione; come obiettivo, affermò, era anche eccessivamente facile.
Anche il brigatista Valerio Morucci nelle sue deposizioni ai processi Moro ha affermato che l'obiettivo di colpire Andreotti fu abbandonato non per la protezione di cui lo statista godeva ma per il luogo estramamente centrale di Roma ove egli abitava che impediva, di fatto, qualsiasi tentativo di fuga del Commando brigatista dopo l'eventuale agguato. Viepiù la scelta di rapire Aldo Moro con un'azione tanto clamorosa, secondo il Morucci, era dettata dall'impossibilità di compiere l'azione in altri luoghi frequentati dal presidente della DC. In particolare i brigatisti avevano a lungo progettato di rapire Aldo Moro nella chiesa dove egli la mattina (intorno alle 8,15 circa) si recava per la preghiera. Stando alle spiegazioni fornite dal Morucci, l'ingresso e le vie laterali della chiesa davano su una piazza ove era situato un asilo. Ciò rendeva estremamente problematica l'azione per il grande via vai che c'era: oltre i passanti, infatti, c'erano molti bambini che, accompagnati dai genitori, si recavano all'asilo. I brigatisti, inoltre, scartarono quasi subito l'ipotesi di rapire Moro all'Università per il sempre gran numero di studenti presenti.
[modifica] I comitati di crisi
Per fare fronte alla crisi causata dal rapimento di Moro ufficialmente furono istituiti dal Ministro dell'Interno Francesco Cossiga, lo stesso 16 marzo 1978, due comitati di crisi[35]:
- Un comitato tecnico-politico-operativo, presieduto dallo stesso Cossiga e, in sua vece, dal sottosegretario Nicola Lettieri di cui facevano anche parte i comandanti di polizia, carabinieri e guardia di finanza, oltre ai direttori (da poco nominati) del Sismi e del Sisde, al segretario generale del Cesis, al direttore dell'Ucigos e al questore di Roma
- Un comitato informazione, di cui facevano parte i responsabili dei vari servizi: Cesis, Sisde, Sismi e Sios
Fu creato anche un terzo comitato, non ufficiale, denominato comitato di esperti che non si riunì mai collegialmente. Della sua esistenza si seppe solo nel maggio 1981, quando Cossiga ne rivelò l'esistenza alla Commissione Moro, senza però rivelarne le attività e le decisioni. Di questo organismo facevano parte, tra gli altri: Steve Pieczenik, funzionario della sezione antiterrorismo del Dipartimento di stato americano, il criminologo Franco Ferracuti, Stefano Silvestri, Vincenzo Cappelletti (direttore generale dell'Istituto per l'Enciclopedia italiana), Giulia Conte Micheli[36][37].
[modifica] Cattura e conclusioni dei processi contro i terroristi di cui è stata accertata la diretta partecipazione alla strage di via Fani e/o al sequestro Moro
- Rita Algranati: ultima a essere catturata fra i terroristi coinvolti nel caso Moro, a Il Cairo nel 2004, sta scontando l'ergastolo. Fu la "staffetta" del commando brigatista in via Fani.
- Barbara Balzerani: catturata nel 1985 e condannata all'ergastolo. In libertà vigilata dal 2006. In via Fani presidiava mitra alla mano l'incrocio con via Stresa e durante il sequestro occupava la base di via Gradoli 96 nella quale conviveva con Mario Moretti.
- Franco Bonisoli: catturato nella base di via Monte Nevoso 8 a Milano il 1 ottobre 1978, è stato condannato all'ergastolo e oggi è in semilibertà. In via Fani sparò sulla scorta di Moro e alla conclusione del sequestro portò nel covo di Milano il memoriale e le lettere dello statista ritrovate in una prima tranche contestualmente al suo arresto e in una seconda tranche l'8 ottobre 1990.
- Anna Laura Braghetti: arrestata nel 1980, condannata all'ergastolo, è in libertà condizionale dal 2002. Durante il sequestro non era ancora in clandestinità: era l'intestataria e l'inquilina "ufficiale", insieme a Germano Maccari, dell'appartamento di via Montalcini a Roma, tuttora l'unica prigione accertata di Moro.
- Alessio Casimirri: fuggito in Nicaragua, dove gestisce il ristorante "La Cueva Del Buzo" a Managua specializzato in frutti di mare, è l'unico a non essere mai stato arrestato né per il caso Moro né per altri reati. In via Fani presidiava con Alvaro Lojacono la parte alta della strada.
- Raimondo Etro: catturato solo nel 1996, è stato condannato a ventiquattro anni e sei mesi, poi ridotti a vent'anni e sei mesi, ed è tuttora in carcere. Non presente in via Fani, fu il custode delle armi usate nella strage.
- Adriana Faranda: arrestata nel 1979, è stata rilasciata nel 1994 per la sua collaborazione con le forze dell'ordine. Non è stata accertata in sede giudiziaria la sua presenza in via Fani, è stata la "postina" del sequestro Moro con Valerio Morucci.
- Raffaele Fiore: catturato nel 1979 e condannato all'ergastolo, è in libertà condizionale dal 1997. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro, anche se il suo mitra si è inceppato quasi subito.
- Prospero Gallinari: già latitante (durante il caso Moro) per il sequestro del giudice Mario Sossi, è successivamente catturato nel 1979. Dal 1994 al 2007 ha ottenuto la sospensione della pena per motivi di salute. Attualmente si trova agli arresti domiciliari. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro e durante il sequestro era rifugiato nel covo brigatista di via Montalcini, unica prigione di Moro accertata in sede giudiziaria.
- Alvaro Lojacono: fuggito in Svizzera non ha mai scontato un solo giorno di prigione né per il caso Moro né per l'omicidio dello studente Miki Mantakas ma soltanto per reati legati a traffici d'armi da e per la Svizzera, che non ha mai concesso la sua estradizione in Italia. In via Fani presidiava con Alessio Casimirri la parte alta della strada.
- Germano Maccari: arrestato solo nel 1993, rimesso in libertà per decorrenza dei termini e poi riarrestato dopo aver ammesso il suo coinvolgimento nel sequestro, viene condannato a trent'anni, poi ridotti a ventisei, nell'ultimo processo celebrato sul caso Moro. Muore per aneurisma cerebrale nel carcere di Rebibbia il 25 agosto 2001. Insieme ad * Anna Laura Braghetti era l'inquilino "ufficiale" dell'appartamento di via Montalcini, unica prigione di Moro finora accertata, sotto il falso nome di "ingegner Altobelli".
- Mario Moretti: catturato nel 1981 e condannato a 6 ergastoli. Dal 1994 è in semilibertà e lavora da oltre 14 anni per la regione Lombardia. Capo della colonna romana delle Brigate Rosse, in via Fani era alla guida dell'auto che ha bloccato il convoglio di Moro e della scorta avviando l'imboscata. Nonostante alcune testimonianze oculari, non è stata accertato in sede giudiziaria che abbia sparato. Durante il sequestro occupava con Barbara Balzerani il covo di via Gradoli 96 e si recava quotidianamente ad interrogare Moro nel luogo della sua detenzione e periodicamente a Firenze e Rapallo per riunioni con il comitato esecutivo dell'organizzazione terroristica.
- Valerio Morucci: arrestato nel 1979 venne condannato a vari ergastoli. Rilasciato nel 1994, si occupa di informatica. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro e durante il sequesto è stato il postino delle Brigate Rosse insieme alla sua compagna Adriana Faranda.
- Bruno Seghetti: catturato nel 1980 e condannato all'ergastolo, è ammesso al lavoro esterno nell'aprile del 1995. Ottiene la semilibertà nel 1999 che però gli viene revocata in seguito ad alcune irregolarità. È tuttora detenuto, e lavora per la cooperativa "32 dicembre" di Prospero Gallinari. In via Fani era alla guida dell'auto con la quale Moro venne portato via dopo l'agguato.
In definitiva, di tutti i brigatisti presenti in via Fani quel 16 marzo 1978, dal 2006 (dopo 28 anni) solo Algranati, Etro e Seghetti sono ancora in carcere.
[modifica] Il possibile coinvolgimento della P2 e dei "servizi segreti"
Si ipotizza che nell'omicidio di Moro possa essere stata in qualche modo implicata la loggia massonica coperta P2 di Licio Gelli, o anche che le Brigate Rosse possano essere state infiltrate dall'intelligence degli Stati Uniti (CIA) o dall'Organizzazione Gladio, la rete clandestina della NATO destinata a contrastare l'influenza sovietica nei paesi dell'Europa Occidentale. Secondo queste teorie, Mario Moretti sarebbe stato "eterodiretto" durante il sequestro (vedi su tutti Sergio Flamigni, La tela del ragno, Edizioni Caos, 2003, 2ª ed.).
Il giornalista Mino Pecorelli, sulla sua rivista OP-Osservatore Politico pubblicò un articolo intitolato "Vergogna, buffoni!", sostenendo che il generale Dalla Chiesa si fosse recato da Andreotti dicendogli di conoscere la prigione di Moro, non ottenendo il via libera per il blitz a causa della contrarietà di una certa "loggia di Cristo in paradiso". La probabile allusione alla P2, i cui affiliati controllavano i punti chiave dello Stato, fu chiara soltanto in seguito dopo il ritrovamento della lista degli iscritti alla P2, il 17 marzo 1981, quando si scoprirono in questa diversi nominativi di personaggi che ricoprivano ruoli importanti nelle istituzioni durante il sequestro Moro e le successive indagini, alcuni promossi ai loro incarichi da pochi mesi o durante il sequestro stesso: tra questi il generale Giuseppe Santovito, direttore del Sismi, il prefetto Walter Pelosi, direttore del CESIS, il generale Giulio Grassini del SISDE, l'ammiraglio Antonino Geraci, capo del Sios della Marina Militare, Federico Umberto D'Amato, direttore dell'Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'Interno, il generale Raffaele Giudice, comandante generale della Guardia di Finanza e il generale Donato Lo Prete, capo di stato maggiore della stessa, il generale dei Carabinieri Giuseppe Siracusano (responsabile per quello che riguardava i posti di blocco effettuati nella capitale durante le indagini sul sequestro, che vennero considerati ben poco efficaci dalla Commissione Moro).[38][39][40][41]
Stando a quanto riferito dal professor Vincenzo Cappelletti (uno degli esperti chiamati a formare i comitati durante il rapimento) alla commissione stragi, il professor Franco Ferracuti, il cui nome risultò tra gli iscritti della P2 e che fu uno dei sostenitori del fatto che Moro fosse stato colpito dalla sindrome di Stoccolma, aderì alla loggia proprio durante il periodo del rapimento, su proposta del generale Grassini, per lo meno stando a quanto riferitogli dal Ferracuti stesso.[42]
Licio Gelli ha affermato che la presenza di un elevato numero di affiliati alla loggia nei comitati non era dovuta ad un coinvolgimento attivo della P2 nella questione, quanto al fatto che molte personalità di primo piano del tempo erano iscritte alla stessa, quindi era naturale che in questi comitati se ne trovassero diverse. Lo stesso Gelli afferma che alcuni degli iscritti presenti nei comitati probabilmente ignoravano il fatto che anche altri appartenessero alla stessa loggia P2.[43]
Altro caso dubbio, che è stato dibattuto in numerose pubblicazioni sul caso Moro, è quello relativo alla presenza del colonnello Camillo Guglielmi del Sismi nelle vicinanze dell'agguato durante l'azione delle BR. La notizia della sua presenza nella Via Stresa, tenuta segreta inizialmente, verrà rivelata soltanto nel 1991 durante le indagini della Commissione Stragi, anche a seguito di una relazione presentata dal deputato di Democrazia Proletaria Luigi Cipriani (allora membro della commissione) che riferiva di alcune testimonianze sul caso Moro e sul ruolo di Guglielmi come osservatore, da parte di un'ex agente del SISMI (poi quasi totalmente smentite dal diretto interessato). Guglielmi affermerà di essere stato realmente in zona, ma perché invitato a pranzo da un collega che abitava nella vicina via Stresa. Secondo alcune pubblicazioni il collega, pur confermando il fatto che Guglielmi si fosse presentato a casa sua, negò che il suo arrivo fosse previsto.[44] Secondo alcune fonti (tra cui lo stesso Cipriani) Guglielmi avrebbe anche fatto parte di Gladio, tesi però fermamente smentita dallo stesso colonnello.[45][46][47][48]
Indagini della DIGOS porteranno poi a scoprire che alcuni macchinari presenti nella tipografia utilizzata dai brigatisti per la stampa dei comunicati (da quasi un anno prima del rapimento), che era gestita da un brigatista (Enrico Triaca) e finanziata da Moretti, erano stati precedentemente di proprietà dello Stato: si trattava di una stampatrice AB-DIK260T, che era di proprietà del Raggruppamento Unità Speciali dell'Esercito (facente parte del SISMI) e che, seppur con un pochi anni di vita ed un elevato valore, era stata venduta come rottame ferroso, e di una fotocopiatrice AB-DIK 675, precedentemente di proprietà del Ministero dei trasporti, acquistata nel 1969 e che, dopo alcuni cambi di proprietario, era stata venduta a Enrico Triaca.[2][49][50]
Anche l'appartamento di Via Gradoli[51] presenta alcune peculiarità. Innanzitutto fu affittato da Moretti sotto lo pseudonimo di Mario Borghi nel 1975, ma il contratto d'affitto tra "Borghi" e la controparte (Luciana Bozzi) non venne registrato. Inoltre, in quello stabile vivevano anche un confidente della polizia e diversi appartamenti erano intestati ad uomini del SISMI. La palazzina venne perquisita dai Carabinieri del colonnello Varisco, ma venne saltato l'appartamento in oggetto, in quanto nel momento del controllo non risultava essere presente nessuno. Ad aggiungere ulteriori incertezze sul caso, diversa pubblicistica evidenzia che la signora Bozzi si scoprirà successivamente essere amica di Giuliana Conforto, il cui padre era nella lista Mitrokhin di agenti del KGB, e nel cui appartamento furono arrestati i brigatisti Morucci e Faranda. Infine, Pecorelli, nel 1977, si burlò di Moretti -indirizzando a Borghi residente in Via Gradoli - una cartolina da Ascoli Piceno (Moretti era nato nel 1946 a Porto San Giorgio, in provincia di Ascoli Piceno) recante il messaggio "Saluti, brrrr".[52]
Nel giugno 2008 il terrorista venezuelano Ilich Ramírez Sánchez, detto Carlos, in un'intervista all'agenzia di stampa ANSA, dichiarò che alcuni uomini del SISMI, guidati dal colonnello Stefano Giovannone (ritenuto vicino a Moro), nella sera tra l'8 e il 9 maggio 1978, all'aeroporto di Beirut, tentarono un accordo per far liberare lo statista: questo accordo avrebbe previsto la consegna di alcuni brigatisti incarcerati ad uomini del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina sul territorio di un paese arabo. Secondo Carlos l'accordo, che vedeva i vertici del SISMI contrari e violava la direttiva del governo di non trattare, fallì perché l'informazione fuoriuscì dall'ufficio politico dell'OLP, probabilmente (secondo lo statista) a causa di Bassam Abu Sharif, e da lì ne vennero informati i servizi di un paese della NATO che ne informò a suo volta il SISMI. Il giorno dopo Moro venne ucciso. Sempre secondo il terrorista venezuelano gli ufficiali che avevano effettuato questo tentativo vennero allontanati dai servizi, costringendoli alle dimissioni o al pensionamento.[53][54] Lo stesso Carlos, a metà degli anni ottanta, era stato indicato da Kyodo News, un'agenzia di stampa giapponese, in base ad informazioni provenienti da una fonte non dichiarata, come uno dei possibili ispiratori del rapimento.[55]
[modifica] Il possibile coinvolgimento dell'Autonomia
Di recente[56] è stata avanzata una nuova ipotesi, ovvero che, a condurre il "processo" ad Aldo Moro, nella "Prigione del Popolo" non fossero i brigatisti rossi, bensì, gruppi diversi della galassia dei fiancheggiatori, tra cui - probabilmente - anche qualche dirigente dell'Autonomia Operaia, gli stessi che, una volta terminati gli interrogatori, presero in consegna le bobine con le dichiarazioni dello statista prigioniero. Questo sulla base dell'intercettazione di un colloquio, sul finire dell'anno 1979, in un carcere di massima sicurezza, tra due brigatisti, uno dei quali appartenente alla cosiddetta "Direzione Strategica". Inoltre, dalle testimonianze rese al processo per la morte del falsario della Banda della Magliana, Antonio Chichiarelli, ucciso da ignoti nel 1984, emerse che, nel sopralluogo della di lui abitazione, compiuto dalle Forze dell'Ordine qualche giorno dopo la morte, vennero rinvenute - da parte dei Carabinieri delle foto Polaroid - ritenute autentiche - di Moro prigioniero. Chichiarelli era molto addentro nei circoli dell'Autonomia[57].
[modifica] Il possibile coinvolgimento dell'URSS
Alcuni ritengono che le Brigate Rosse siano state efficacemente strumentalizzate da alcuni poteri nascosti (secondo alcuni le loro azioni dimostrerebbero che effettivamente non hanno realmente combattuto per la pretesa causa comunista), ma nessuna prova concreta di questa ipotesi è stata mai trovata.
Altri (articolo di Panorama del 2005) invece affermano che almeno alcune azioni terroristiche delle Brigate Rosse erano state richieste dal KGB, il servizio segreto russo. Tra questi il senatore Paolo Guzzanti, giunto a questa conclusione dopo aver presieduto per 2 anni la Commissione parlamentare d'inchiesta sul dossier Mitrokhin[58]. Nel novembre 1977 Sergej Sokolov, studente presso l'Università La Sapienza di Roma, avvicina Moro per chiedergli di frequentare le sue lezioni. Nelle settimane successive, si fa notare per le domande sempre più indiscrete che fa agli assistenti circa l'auto e la scorta, tanto da suscitare anche qualche sospetto in Moro che raccomandò al suo assistente di rispondere vagamente ad eventuali domande dello studente. Nel 1999, in seguito allo scoppio dello scandalo Mitrokhin, si sospetterà che Sergej Sokolov sia in realtà Sergey Fedorovich Sokolov, ufficiale del Kgb avente come copertura un lavoro come corrispondente della TASS (report Impedian 83), che doveva operare a Roma dal 1981 al 1985, ma era stato richiamato in patria nel 1982. Sergej Sokolov incontra l'ultima volta Moro la mattina del 15 marzo. Da allora nessuno lo incontra più.
Nel maggio 1979 i brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda, due degli ideatori del sequestro, vengono arrestati a Roma nell'appartamento di Giuliana Conforto, figlia di Giorgio Conforto, con il rinvenimento nell'abitazione della mitraglietta "Skorpion" - di marca cecoslovacca - usata da Moretti per assassinare Moro. Nel Dossier (report Impedian 142) si parla di Giorgio Conforto come agente del KGB, nome in codice "Dario", capo rete dei servizi strategici del Patto di Varsavia, ma si dice anche che sia lui che la figlia erano estranei alle attività dei due terroristi e che, proprio in seguito alle indagini di cui sarebbe stato probabilmente oggetto dopo l'arresto dei brigatisti, i servizi sovietici decisero di "congelare" la sua attività di spia.
Francesco Cossiga durante la sua audizione alla Commissione Stragi sostenne che in un primo tempo era anche stato ipotizzato che il rapimento di Moro fosse stato effettuato su commissione dei servizi segreti degli stati del Patto di Varsavia, ma che il comando NATO non riteneva che il politico potesse conoscere informazioni riservate sull'Alleanza Atlantica tali da considerare il suo rapimento un pericolo per la stessa (ma nel suo memoriale Moro parlerà di una struttura stay-behind simile a Gladio, la cui esistenza allora era ancora ufficialmente segreta). Cossiga sostenne che gli Stati Uniti, al contrario di altre nazioni alleati come la Germania, si rifiutarono di fornire all'Italia il supporto diretto delle loro agenzie di spionaggio, proprio per il fatto che il rapimento di Moro, a quanto ritenevano, non costituiva pericolo per gli interessi americani; gli USA si limitarono quindi, su insistenza di Cossiga, a mandare in Italia Steve Pieczenik (a volte riportato come Pieczenick), ufficialmente uno psicologo dell'ufficio antiterrorismo del Dipartimento di Stato statunitense, esperto in casi di rapimento, il quale riteneva si dovesse fingere una trattativa per poter proseguire le indagini ed individuare i brigatisti che tenevano prigioniero Moro.[59]
[modifica] Il possibile coinvolgimento degli USA
L'ex vicepresidente del CSM ed ex vicesegretario della Democrazia Cristiana Giovanni Galloni il 5 luglio 2005, in un'intervista nella trasmissione NEXT di Rainews24[60], disse che poche settimane prima del rapimento, Moro gli confidò, discutendo della difficoltà di trovare i covi delle BR, di essere a conoscenza del fatto che sia i servizi americani che quelli israeliani avevano degli infiltrati nelle BR, ma che gli italiani non erano tenuti al corrente di queste attività che sarebbero potute essere d'aiuto nell'individuare i covi dei brigatisti. Galloni sostenne anche che vi furono parecchie difficoltà a mettersi in contatto con i servizi statunitensi durante i giorni del rapimento, ma che alcune informazioni potevano tuttavia essere arrivate dagli USA:
| « Pecorelli scrisse che il 15 marzo 1978 sarebbe accaduto un fatto molto grave in Italia e si scoprì dopo che Moro doveva essere rapito il giorno prima (...) l'assassinio di Pecorelli potrebbe essere stato determinato dalle cose che il giornalista era in grado di rivelare » | |
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(Intervista a Giovanni Galloni nella trasmissione Next)
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Lo stesso Galloni aveva già effettuato dichiarazioni simili durante un'audizione alla Commissione Stragi il 22 luglio 1998[61], in cui affermò anche che durante un suo viaggio negli USA del 1976 gli era stato fatto presente che, per motivi strategici (il timore di perdere le basi militari su suolo italiano, che erano la prima linea di difesa in caso di invasione dell'Europa da parte sovietica) gli Stati Uniti erano contrari ad un governo aperto ai comunisti come quello a cui puntava Moro:
| « Quindi, l'entrata dei comunisti in Italia nel Governo o nella maggioranza era una questione strategica, di vita o di morte, "life or death" come dissero, per gli Stati Uniti d'America, perché se fossero arrivati i comunisti al Governo in Italia sicuramente loro sarebbero stati cacciati da quelle basi e questo non lo potevano permettere a nessun costo. Qui si verificavano le divisioni tra colombe e falchi. I falchi affermavano in modo minaccioso che questo non lo avrebbero mai permesso, costi quel che costi, per cui vedevo dietro questa affermazione colpi di Stato, insurrezioni e cose del genere. » | |
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(Dichiarazioni di Giovanni Galloni, Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 39' seduta, 22 luglio 1998)
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E pure il fatto di Gladio può aver giocato a favore dell'uccisione di Moro: è stato ipotizzato, anche per via del testo del memoriale, che Moro avesse accennato ai brigatisti l'esistenza della struttura parallela ed ultrasegreta nota come "Gladio",[62] molti anni prima che divenisse di pubblico dominio, seppure i brigatisti apparentemente non abbiano colto la portata della rivelazione. Secondo quanto riportato in un recente libro, che tratta della vita e della morte del falsario che confezionò il falso comunicato del Lago della Duchessa, le rivelazioni fatte da Moro circa Gladio, intuibili in alcune sue lettere, ma non esplicite, avrebbero costituito il "Punto di non ritorno" della trattativa, ed il falso comunicato sarebbe da interpretarsi quale "messaggio" ai brigatisti circa la perdita di valore dell'ostaggio, con blocco conseguente delle trattative riguardo alla sua liberazione[63].
La vedova dell'onorevole Moro[64], Noretta Chiavarelli, ebbe modo di dichiarare al primo processo contro il nucleo storico delle BR (1983), direttamente interrogata dal presidente Severino Santiapichi che suo marito era inviso agli Stati Uniti fin dal 1964, quando venne varato il Governo di Centro-Sinistra e che più volte fosse stato "ammonito" da esponenti politici d'oltreoceano a non violare la cosiddetta "logica di Jalta". Anche se la signora Moro non citò espressamente che il marito le avesse fatto rammentare la contemporaneità tra la nascita del primo governo tra DC e PSI col cosiddetto "Piano Solo" (o "Golpe De Lorenzo"), l'onorevole Moro accennò al fatto che oltreoceano non erano graditi governi di sinistra sotto alcuna veste. Per bilanciare lo spostamento a sinistra dell'asse di governo[65], Moro favorì l'elezione di Antonio Segni, contrario ad ogni intesa con le sinistre, alla presidenza della repubblica.
Ne conseguì una serie di intralci alla politica di riforme desiderate dall'esecutivo, tanto che più volte Segni aveva invitato a colloquio al Quirinale il generale golpista, Giovanni De Lorenzo anche durante le consultazioni di rito nelle crisi di governo, fatto unico nella storia repubblicana. Le "pressioni" statunitensi sul marito, stante la deposizione della signora Moro, s'accentuarono dopo il 1973[64],quando lo statista creò un'alleanza stretta col PCI che prese il nome di "Compromesso Storico". Nel settembre del 1974 fu il segretario di stato americano, a margine di una visita di stato negli USA, Henry Kissinger ad ammonire severamente Moro della "pericolosità" di tale legame col PCI. E di nuovo, nel marzo 1976 le minacce si fecero più esplicite. Nell'occasione, egli fu affrontato da un alto personaggio americano che lo apostrofò duramente. Di fronte alla Commissione parlamentare d'inchiesta, Eleonora Moro rievocherà così l'episodio: "È una delle pochissime volte in cui mio marito mi ha riferito con precisione che cosa gli avevano detto, senza svelarmi il nome della persona... Adesso provo a ripeterla come la ricordo: 'Onorevole (detto in altra lingua, naturalmente), lei deve smettere di perseguire il suo piano politico per portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. Qui, o lei smette di fare questa cosa, o lei la pagherà cara. Veda lei come la vuole intendere' ". Si presume che fosse stato nuovamente Henry Kissinger[66]. Molte di queste teorie si basano sull'ipotesi che il lavoro duro che Moro aveva prodotto per ammettere i membri del Partito Comunista Italiano in un governo di coalizione, stava profondamente disturbando quegli interessi (la cosiddetta Pax Americana); questo, secondo alcuni osservatori, avrebbe considerato che quanto accaduto a Moro poteva risultare vantaggioso per gli Stati Uniti.
Questa posizione era stata espressa per la prima volta nello studio Chi ha ucciso Aldo Moro? (1978), diretto da Webster Tarpley e commissionato dal parlamentare della DC Giuseppe Zamberletti. Circa le parole riferite dalla moglie di Moro in seguito, durante una sua deposizione, secondo cui, prima del misfatto, "Una figura politica statunitense di alto livello" disse ad Aldo Moro "O lasci perdere la tua linea politica o la pagherai cara". Era da ricollegare al timore che “in Italia si giungesse ad una soluzione simile a quella del Cile che in quel periodo aveva subito l'inizio d'un efferata dittatura militare ad opera del generale Augusto Pinochet (1973). Il cambiamento era inteso come un abbandono di ogni ipotesi di accordi con i comunisti. Alcuni ritengono che quella figura fosse Henry Kissinger, che già aveva parlato in termini inquietanti al Ministro degli Esteri Moro in un incontro a tu per tu nel 1974. Interpellato in merito, Kissinger ha smentito l'accaduto, a cominciare dalla data dell'ultimo "diktat" a latere di un meeting internazionale il 23 marzo 1976[67]. Si disse anche che Moro tenesse i contatti tra Enrico Berlinguer, segretario del PCI e Giorgio Almirante, segretario del MSI, rispettivamente i principali partiti di sinistra e di destra, con lo scopo - secondo questa ipotesi - di "raffreddare la tensione delle rispettive frange estremiste" (Brigate Rosse e Nuclei Armati Rivoluzionari), l'esatto opposto di quanto volevano gli strateghi della tensione. Di certo, tra Berlinguer ed Almirante ci furono contatti personali e stima (come dimostrato dalla presenza di Almirante ai funerali di Berlinguer nel 1984, presenza ricambiata da Alessandro Natta ai funerali di Almirante nel 1988)[68].
[modifica] Il possibile coinvolgimento di Israele
È stata proposta anche l'ipotesi che le Brigate Rosse fossero infiltrate – già a partire dal 1974 – da agenti segreti di Israele[57]. Franceschini riporta una confidenza[69] fattagli durante l'ora d'aria nel carcere di Torino da Curcio in persona, secondo cui Mario Moretti era probabile fosse un infiltrato nell'organizzazione terroristica. Mario Moretti prese in mano le redini dell'organizzazione proprio al momento della cattura di Franceschini e di Curcio, imprimendo all'organizzazione una struttura di tipo "paramilitare" ed iniziando la guerra aperta contro lo Stato. Curcio smentì l'ex-compagno e molti altri appartenenti all'organizzazione insurrezionale confutarono le parole di Franceschini a vario titolo. Il collegamento tra le Brigate Rosse ed i Servizi Segreti sarebbero stati tenuti dalla scuola parigina "Hyperion" e proprio all'Hyperion avrebbe dovuto rispondere operativamente Moretti secondo questa ipotesi.
[modifica] Il falso "comunicato n. 7" e la scoperta del covo di via Gradoli
Altro fatto di nebuloso sviluppo fu il falso comunicato n. 7 delle BR, in cui si annunciava la morte dello statista e la sua sepoltura presso il Lago della Duchessa, nel reatino. In esso sarebbe stato coinvolto il falsario romano Antonio Chichiarelli, legato alla Banda della Magliana e successivamente autore di altri falsi comunicati delle Brigate Rosse[70], ucciso nel settembre 1984 in circostanze misteriose, quando ancora il suo legame con il comunicato non era stato del tutto accertato[71]. È da notare che lo stesso Chichiarelli parlò del comunicato a diverse persone, tra cui Luciano Dal Bello, informatore dei carabinieri e del Sisde[72], che riferì la questione ad un maresciallo dei carabinieri, senza che tuttavia alla segnalazione fossero seguite indagini su Chichiarelli.
Il comunicato venne diffuso lo stesso giorno, il 18 aprile 1978, in cui le forze dell'ordine scoprirono a Roma un appartamento in via Gradoli 96 usato come covo delle Brigate Rosse: la scoperta avvenuta a causa di una supposta perdita d'acqua per cui erano stati chiamati i Vigili del fuoco, si rivelerà essere causata invece da un rubinetto della doccia "misteriosamente" lasciato aperto, appoggiato su una scopa e con la cornetta rivolta verso un muro, quasi a voler far scoprire il covo, che era usato abitualmente dal brigatista Mario Moretti (il quale avrà notizia della scoperta dai media che la riporteranno subito e non vi farà ritorno). Moretti aveva affittato l'appartamento nel 1975, con l'identità dell'"ingegner Mario Borghi", e da allora l'aveva usato abitualmente.
Successivamente alla scoperta del covo verranno resi noti alcuni fatti relativi allo stesso e alle indagini su di questo, sui cui si concentrerà l'attenzione della pubblicistica. Lo stabile in cui si trovava questo covo era stato già perquisito il 18 marzo, pochi giorni dopo il rapimento, su segnalazione di una vicina di casa che aveva sentito dei rumori anomali, simili al codice Morse[73], ma essendo allora l'appartamento senza nessuno all'interno gli agenti se n'erano andati senza controllarlo. Nella relazione di minoranza della commissione di inchiesta sulla Loggia P2, viene fatto notare che il vice capo della Squadra Mobile romana, il dott. Elio Cioppa, che effettuò questa prima perquisizione, poco tempo dopo l'uccisione di Moro venne promosso a vicedirettore del SISDE, guidato allora dal generale Giulio Grassini, risultato tra gli iscritti alla P2, e pochi mesi dopo anche Cioppa sarebbe entrato a far parte della loggia massonica.[41] La stessa vicina che aveva avvertito i rumori provenienti dall'appartamento, Lucia Mokbel, ufficialmente studentessa universitaria di origine egiziana che conviveva con il suo compagno Gianni Diana, viene indicata in diverse inchieste giornalistiche come rivelatasi poi essere impiegata come informatrice dal SISDE[74] o dalla polizia[75]. Il verbale della perquisizione, presente agli atti del processo Moro, rappresenta un altro lato oscuro, infatti risulta essere stato scritto su fogli intestati "Dipartimento di Polizia", notazione che però iniziò ad essere impiegata solo dal 1981, tre anni dopo la data in cui questi controlli sarebbero avvenuti[74].
Col passare del tempo diverranno note altre notizie relative al covo e alla zona: nella stessa via, sia prima del 1978 che dopo, erano presenti numerosi appartamenti utilizzati da agenti (tra cui un sottoufficiale dei carabineri in forza al SISMI, residente al numero 89, nell'edificio di fronte al 96, che era compaesano di Moretti[75]) e aziende di copertura al servizio del SISMI[76] e l'appartamento stesso era già stato segnalato e tenuto sotto controllo dall'UCIGOS da diversi anni (quindi era noto alle istituzioni), in quanto frequentato precedentemente anche da esponenti di Potere operaio e Autonomia Operaia[73][73][77][78]. Si scoprirà che anche il deputato democristiano Benito Cazora, nei suoi contatti avuti con esponenti del 'ndrangheta e della malavita calabrese nel tentativo di trovare la prigione di Moro, era stato avvertito che la zona di via Gradoli (per la precisione l'informazione era stata data in automobile, fermi all'incrocio tra la via Cassia e via Gradoli) era una "zona calda" e che questo avvertimento era stato comunicato sia ai vertici della Democrazia Cristiana sia agli organi di polizia.[78][79][80]
Lo stesso Mino Pecorelli nel 1977, un anno prima del sequestro di Moro, avrebbe scritto una cartolina all'indirizzo del covo, spedendola da Ascoli Piceno (Moretti nacque a Porto San Giorgio, in provincia di Ascoli Piceno), contenente la frase: "Saluti brrr".[81] Sempre Pecorelli fu l'unico a tacciare di "mistificazione" il falso comunicato delle Br, quando tutti gli esperti interpellati inizialmente lo ritennero autentico.
Relativamente alla scopera del covo, i brigatisti successivamente catturati hanno sempre parlato di una casualità, dovuta al rubinetto della doccia lasciato aperto per sbaglio, e hanno affermato che non erano a conoscenza del fatto che il covo fosse sotto controllo da parte dell'UCIGOS.[12][77]
Non si è mai appurato in maniera definitiva se il ritrovamento dell'appartamento e il falso comunicato fossero connessi o se la diffusione del falso lo stesso giorno della scoperta del covo sia stata solo una coincidenza, né si è mai risaliti all'eventuale mandante del falso, e le istituzioni italiane si sono sempre dichiarate estranee ad entrambi i fatti.
Steve Pieczenik, l'esperto di terrorismo del Dipartimento di Stato americano, in un'intervista rilasciata quasi 30 anni dopo il sequestro, affermerà che l'idea del falso comunicato era stata presa durante una riunione del comitato di crisi a cui erano presenti, tra gli altri, lui, Cossiga, alcuni esponenti dei servizi e il criminologo Franco Ferracuti (il cui nome comparve successivamente tra gli quelli degli iscritti alla loggia P2), con lo scopo di preparare l'opinione pubblica italiana ed europea al probabile decesso di Moro durante il sequestro, ma di ignorare poi come la cosa sia stata realizzata concretamente.[82][83]
Sia durante le indagini, sia tra la pubblicistica dedicata al caso Moro, sia durante le audizioni della commissione stragi, sono state avanzate numerose ipotesi sulla scoperta del covo e sul falso comunicato, tra cui:
- Tra chi ritiene le Brigate Rosse controllate da forze esterne (CIA, KGB, Mossad, servizi deviati, ecc..), la scoperta del covo effettuata lo stesso giorno del comunicato che annunciava la morte di Moro è stata interpretato come un messaggio mandato alle BR (o ai referenti/infiltrati di queste "forze esterne" all'interno del gruppo terrorista) su come doveva concludersi il sequestro (ma le Brigate Rosse avevano già annunciato la condanna a morte di Moro con il comunicato numero 6, il 15 aprile).
- La scoperta del covo e/o il falso comunicato sarebbero stati un modo per mettere sotto pressione le Brigate Rosse, attuato dai servizi segreti con o senza l'autorizzazione delle istituzioni.
- Il comunicato sarebbe stata una prova generale da parte dello Stato per testare il comportamento dell'opinione pubblica alla notizia della morte dello statista (ma le istituzioni hanno sempre negato il loro coinvolgimento nella realizzazione del falso).
- Il comunicato sarebbe servito a distogliere l'attenzione da Roma, permettendo alle Brigate Rosse di spostare Moro da una prigione ad un'altra più sicura (per cui si sarebbe trattato di un falso realizzato in realtà per aiutare le Brigate Rosse).
Chi ritiene i due fatti slegati interpreta la scoperta del covo:
- Come un segnale dato da Moretti per indicare che ormai il covo non era più sicuro (sostenendo quindi che Moretti avesse mentito relativamente al fatto di essere estraneo alla scoperta del covo).
- Come un tentativo dell'ala "trattativista" delle BR o di altre organizzazioni vicine alla sinistra extraparlamentare che erano a conoscenza del luogo di far scoprire Moretti, con lo scopo di far prevalere la linea che riteneva possibile la liberazione di Moro (ma questa versione è sempre stata negata dai brigatisti).
- Oppure ancora, vista la presenza nel covo di prove collegabili all'agguato di via Fani come la targa originale di una delle auto impiegate o un'uniforme da aviatore, come un modo per far sì che non ci fossero dubbi sul fatto che il sequestro fosse opera delle sole BR (indipendentemente dal fatto che questo fosse vero o meno e che il covo fosse stato fatto scoprire dalle BR stesse o da altre forze).
Due giorni dopo le BR diffonderanno il vero comunicato n. 7, con allegata una foto di Aldo Moro con una copia del quotidiano La Repubblica del 19 aprile, a dimostrare che il politico era ancora vivo e che la notizia della sua uccisione era falsa.
È da notare infine come la data del 18 aprile 1978, in cui sono avvenuti entrambi questi eventi, avrebbe potuto essere scelta perché particolarmente significativa, infatti corrispondeva al 30º anniversario delle elezioni del 1948, che sancirono la vittoria della Democrazia Cristiana sul Fronte Democratico Popolare.
[modifica] La seduta spiritica
Romano Prodi, Mario Baldassarri e Alberto Clò ebbero un ruolo mai del tutto chiarito nel reperimento delle indicazioni su un possibile luogo di detenzione e resta tuttora alquanto oscura la vicenda della loro presunta seduta spiritica con il "piattino" effettuata il 2 aprile 1978, da cui sarebbero scaturite prima alcune parole senza senso, poi le parole Viterbo, Bolsena e Gradoli, quest'ultima ("Gradoli") che appunto coincideva con il nome della strada in cui si trovava il covo impiegato da Moretti.
Ecco le parole di Prodi, dai verbali della testimonianza davanti alla Commissione Moro il 10 giugno 1981:
| « Era un giorno di pioggia, facevamo il gioco del piattino, termine che conosco poco perché era la prima volta che vedevo cose del genere. Uscirono Bolsena, Viterbo e Gradoli. Nessuno ci ha badato: poi in un atlante abbiamo visto che esiste il paese di Gradoli. Abbiamo chiesto se qualcuno sapeva qualcosa e visto che nessuno ne sapeva niente, ho ritenuto mio dovere, anche a costo di sembrare ridicolo, come mi sento in questo momento, di riferire la cosa. Se non ci fosse stato quel nome sulla carta geografica, oppure se fosse stata Mantova o New York, nessuno avrebbe riferito. Il fatto è che il nome era sconosciuto e allora ho riferito. » |
L'informazione fu ritenuta attendibile dal momento che, quattro giorni dopo, il 6 aprile, la questura di Viterbo, su ordine del Viminale, organizzò un blitz armato nel borgo medievale di Gradoli, vicino Viterbo, alla ricerca della possibile prigione di Moro.
La vedova di Moro affermò di aver più volte indicato agli inquirenti l'esistenza di una via Gradoli a Roma, senza che questi estendessero le ricerche anche a questa (avrebbero asserito che non esisteva una simile strada negli stradari di Roma[84]), circostanza confermata anche da altri parenti dello statista, ma energicamente smentita da Francesco Cossiga, all'epoca dei fatti ministro dell'interno.[78]
La questione sulla seduta spiritica venne riaperta nel 1998 dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo e le stragi: l'allora presidente del consiglio Prodi, dati gli impegni politici di poco precedenti alla caduta del suo governo nell'ottobre 1998, si disse indisponibile per ripetere l'audizione; si dissero disponibili Mario Baldassarri[85] (ex senatore di AN, ex viceministro per l'Economia e le Finanze dei governi Berlusconi II e Berlusconi III, al tempo del rapimento di Moro docente presso l'Università di Bologna) ed Alberto Clò[73] (economista ed esperto di politiche energetiche, ministro dell'Industria nel governo tecnico Dini e proprietario della casa di campagna dove avvenne la seduta spiritica, al tempo del rapimento di Moro assistente e poi docente di economia all'Università di Modena), anche loro presenti alla seduta spiritica. Entrambi, pur ammettendo di non credere allo spiritismo e di non aver più effettuato sedute spiritiche dopo quella, confermarono la genuinità del risultato della seduta e dichiararono che né loro né, per quanto ne sapevano, nessuno dei presenti (partecipanti al gioco del piattino o meno, oltre a loro tre erano presenti il fratello di Clò, le relative fidanzate, e i figli piccoli dei commensali) aveva conoscenze nell'ambiente dell'Autonomia bolognese o negli ambienti vicini alle BR. Alla critica relativa al fatto che qualcuno dei presenti avrebbe potuto guidare il piattino, Clò sostenne che la parola "Gradoli", così come "Bolsena" e "Viterbo", si erano formate più volte e con partecipanti diversi.
[modifica] Le infiltrazioni mafiose
Un ulteriore mistero riguarda la presenza della 'ndrangheta calabrese in via Fani. È quanto emergerebbe da una telefonata intercettata tra il segretario di Moro Sereno Freato e Benito Cazora, deputato della Dc, secondo alcune ricostruzioni incaricato di tenere i rapporti con la malavita calabrese, avvenuta otto giorni prima della morte di Moro, nella quale Freato cerca di avere notizie sulla prigione di Moro. Dall'intercettazione risulterebbe che la 'ndrangheta aveva a disposizione alcune foto di via Fani (forse quelle relative al rullino sparito o delle loro copie) e che in una di queste vi fosse "un personaggio noto a loro".[86] Secondo quanto riferito nel 1991 da Cazora sarebbero stati alcuni esponenti della 'ndrangheta, in stato di soggiorno obbligato, ad offrire ad alcuni esponenti della DC la propria collaborazione per individuare il luogo della prigionia di Moro, in cambio della possibilità di riottenere la libertà di movimento, ma questa collaborazione non venne comunque realizzata.[87]
Secondo il pentito Tommaso Buscetta, alcune componenti dello Stato cercarono di ottenere informazioni sulla possibile prigione di Moro dalla Mafia, ma successivamente Giuseppe Calò chiese al capo mafia Stefano Bontate di interrompere le ricerche, in quanto tra gli esponenti della Democrazia Cristiana non vi sarebbe più stata la volontà di cercare di liberare Moro.[33]. Per la precisione[88] in una tempestosa riunione tra i boss di Cosa Nostra indetta dai fratelli Salvo, Stefano Bontate – dalla testimonianza processuale resa dal pentito Francesco Marino Mannoia – aveva convocato Pippo Calò per chiedere il suo intervento al fine di liberare lo statista. Calò avrebbe risposto che la Mafia non avrebbe avuto alcun interesse a muoversi. All'insistenza di Bontate, Calò avrebbe scosso le spalle, rispondendo: «Stefano, ma ancora non l'hai capito che sono proprio loro, gli uomini del suo stesso partito, a non voler affatto che sia liberato... ?!». Bontate aveva ricevuto il mandato di sondare la possibilità di liberare Moro direttamente dal boss Gaetano Badalamenti. Il punto di svolta di abbandonare Moro al proprio destino sarebbe stato preso dai suoi compagni di partito tra il 9 ed il 10 aprile, dopo che lo statista prigioniero aveva rivelato segreti molto compromettenti per la CIA e per Andreotti[88].
In una deposizione resa in tribunale, Raffaele Cutolo, capo indiscusso della Camorra napoletana, affermò che la Banda della Magliana chiese se era interessato alla liberazione di Moro. Contattati i Servizi Segreti, questi gli risposero letteralmente di "Farsi gl'affari suoi". Cutolo, espressamente cita i "Servizi segreti" e non i "Servizi segreti deviati".
Stando a quanto riferito in generale anche da alcuni collaboratori di giustizia, le varie mafie italiane in un primo momento si interessarono alla questione, cercando di operare per la liberazione di Moro e/o per individuare il covo dove veniva tenuto prigioniero, anche su richiesta di alcuni interlocutori appartenenti alle istituzioni, ma dalla metà di aprile questi tentativi vengono interrotti da richieste opposte (le due posizioni non saranno comunque condivise da tutti i gruppi e causeranno una spaccatura all'interno di Cosa Nostra tra i Corleonesi, contrari a portare avanti i tentativi di individuare la prigione di Moro, e i palermitani). Secondo quanto riportato durante uno dei processi dal giornalista Giuseppe Messina, uno dei suoi contatti con la mafia siciliana gli aveva comunicato che Cosa Nostra aveva cambiato opinione sulla liberazione di Moro, in quanto questi voleva un governo aperto al Partito Comunista e questo era in contrasto con l'anticomunismo della mafia stessa.[89]
Il 15 ottobre 1993 un pentito della 'Ndrangheta, Saverio Morabito, ha dichiarato che a Via Fani quel giorno c'era anche Antonio Nirta, altro appartenente alla mafia calabrese e infiltrato nel commando brigatista[90]. Sergio Flamigni, membro della Commissione Moro e autore di molti libri sull'argomento, riferisce che quando seppe della deposizione di Morabito gli vennero alla mente diversi elementi agli atti della Commissione che avvaloravano l'ipotesi della presenza di un calabrese a Via Fani, tra questi vi era la testimonianza dell'Onorevole Benito Cazora, allora deputato della Democrazia Cristiana, che riferì alla commissione di essere stato avvicinato da un calabrese che in una certa fase ebbe a chiedergli di un rullino di foto scattate a Via Fani[90].
[modifica] Il ruolo di Carmine Pecorelli
Il giornalista Carmine Pecorelli, che apparentemente godeva di numerose conoscenze all'interno dei servizi segreti[91], nella sua agenzia di stampa Osservatore Politico (OP) si occupò più volte sia del rapimento Moro, sia della possibilità che Moro potesse essere in qualche modo bloccato nel suo tentativo di aprire il governo al PCI[92].
Il 15 marzo, il giorno prima del rapimento, la sua OP pubblica un articolo sibillino che, citando l'anniversario delle Idi di marzo e collegandolo con il giuramento del governo Andreotti, farebbe riferimento a un possibile nuovo Bruto (uno degli assassini di Cesare).[93]
Successivamente, durante la prigionia di Moro, Pecorelli nei suoi articoli dimostra di conoscere l'esistenza del memoriale (mesi prima del suo ritrovamento), di alcune lettere ancor prima che venissero rese pubbliche. Ipotizza la presenza di due gruppi all'interno delle BR, uno trattativista e uno invece deciso ad uccidere comunque Moro, e fa trapelare il sospetto che il gruppo che ha materialmente effettuato l'agguato in via Fani non sia poi lo stesso che l'aveva pianificato e stava gestendo anche il sequestro ("Aspettiamoci il peggio. Gli autori della strage di via Fani e del sequestro di Aldo Moro sono dei professionisti addestrati in scuole di guerra del massimo livello. I killer mandati all'assalto dell'auto del presidente potrebbero invece essere manovalanza reclutata in piazza. È un particolare da tenere a mente.") escludendo peraltro che il gruppo storico delle BR (Curcio e altri già arrestati) avesse a che fare con il rapimento.[93]
Sul ritrovamento del covo di via Gradoli Pecorelli fa notare come, al contrario di quanto ci si sarebbe aspettato dai Brigatisti, nel covo tutte le possibili prove della presenza di questi era in bella mostra. Sui possibili mandanti evidenzia come il progetto di apertura dal governo al PCI di Berlinguer, tra i principali sostenitori dell'Eurocomunismo, sarebbe stato mal visto sia dagli USA (per via del fatto che avrebbe cambiato gli equilibri di potere sia nazionali che internazionali) , sia dall'URSS (dato che avrebbe dimostrato che un partito comunista poteva andare al governo in maniera democratica e senza essere diretta emanazione del PCUS di Mosca).[93]
Il 20 marzo 1979 Pecorelli viene ucciso a colpi d'arma da fuoco davanti alla sua abitazione. Nel 1992 il pentito di mafia Tommaso Buscetta rivela che l'uccisione fu eseguita dalla mafia - con la manovalanza romana della banda della Magliana - per "fare un favore ad Andreotti", preoccupato per certe informazioni sul caso Moro: Pecorelli avrebbe ricevuto dal generale Dalla Chiesa (di cui si conosce una domanda di adesione alla P2, ma apparentemente senza seguito) copia degli originali delle lettere di Aldo Moro che contenevano pesanti accuse nei confronti di Giulio Andreotti, e vi avrebbe alluso in alcuni articoli di OP.
Della circolazione in quegli anni a Roma di una versione integrale delle lettere di Moro scoperte dai carabinieri nel covo milanese di via Monte Nevoso (delle quali solo un riassunto fu nell'immediato reso pubblico, il cosiddetto Memoriale Moro, mentre il testo integrale saltò fuori solo nel 1991 durante una ristrutturazione dell'appartamento che aveva ospitato il covo) è prova un episodio verificatosi qualche anno dopo: al congresso di Verona del 1983 Bettino Craxi diede lettura di una lettera di Aldo Moro, pesantemente critica verso i suoi compagni di partito, il cui testo non risultava da nessuno degli atti pubblicati fino a quel momento; la cosa fu considerata una sottile minaccia - nell'ambito della guerra sotterranea tra la DC ed il PSI - e produsse animate critiche che raggiunsero anche l'ambito parlamentare[94].
Nel processo a suo carico, Andreotti in primo grado ebbe l'assoluzione, mentre la Corte d'Assise d'Appello di Perugia il 17 novembre 2002 lo ha condannato a 24 anni di reclusione. Andreotti ha presentato ricorso in Cassazione, che ha dichiarato annullata senza rinvio la condanna rendendo definitiva l'assoluzione di primo grado.
[modifica] Il ruolo di Steve Pieczenik
Un altro personaggio che è stato spesso al centro delle ipotesi di giornalisti e politici è l'esperto statunitense giunto su invito di Cossiga, Steve Pieczenik, al tempo assistente del Sottosegretario di Stato e capo dell'Ufficio per la gestione dei problemi del terrorismo internazionale del Dipartimento di Stato Statunitense, e rimasto in Italia circa tre settimane. Dopo la carriera come negoziatore ed esperto di terrorismo internazionale ha iniziato a collaborare con Tom Clancy, nella stesura di libri e film.
Il suo nome, come quello degli altri "esperti", venne diffuso solo agli inizi degli anni novanta. Dopo che venne reso pubblica la composizione dei tre comitati, durante le indagini della commissione stragi vennero richiesti i documenti prodotti da questi: si scoprì che erano presenti solo alcune relazioni di un comitato degli esperti, ma nulla di quanto prodotto dagli altri due. In una relazione a lui attribuita, Pieczenik analizzava le possibili conseguenze politiche del caso Moro, l'eventualità che l'operazione delle Brigate Rosse avesse avuto un appoggio dall'interno delle istituzioni oltre che alcuni consigli su come poter agire per far uscire allo scoperto i brigatisti. Dopo che il contenuto di questa relazione, intitolata "Ipotesi sulla strategia e tattica delle BR e ipotesi sulla gestione della crisi", è stato reso noto, Pieczenik ne ha tuttavia negato la paternità, affermando che si trattava di un falso, contenente sia alcune delle teorie ed ipotesi da lui effettivamente elaborate al tempo, sia alcuni consigli operativi su cui non concordava, che erano "nello stile di Ferracuti", e che per prassi non aveva lasciato nulla di scritto.[35][95] Il giornalista Robert Katz, che ha intervistato Pieczenik sul caso, fa anche notare che il supposto rapporto contiene riferimenti al comunicato numero 8 del 24 aprile relativi allo scambio tra Moro e 13 detenuti, riferimenti impossibili per via del fatto che l'esperto statunitense aveva lasciato l'Italia il 15 aprile.[15]
Stando a quanto raccontato da Cossiga e dallo stesso Pieczenik, inizialmente l'idea dello statunitense era quella di inscenare una finta apertura alla trattativa, per ottenere più tempo e cercare di far uscire allo scoperto i Brigatisti, in modo da poterli individuare.[59]
In alcune interviste rilasciate successivamente a questi fatti, Pieczenik afferma che durante i giorni del sequestro vi erano notevoli falle che permettevano di far giungere informazioni riservate al di fuori delle discussioni dei comitati e che non aveva l'impressione che la classe politica fosse vicina a Moro:
| « Ci fu una cosa che emerse in maniera chiarissima, e che mi sbalordì. Io non conoscevo l'uomo Aldo Moro, dunque desideravo farmi un'idea di che persona fosse e di quanta resistenza avesse. Ci ritrovammo in questa sala piena di generali e di uomini politici, tutta gente che lo conosceva bene, e... ecco, alla fine ebbi la netta sensazione che a nessuno di loro Moro stesse simpatico o andasse a genio come persona, Cossiga compreso. Era lampante che non stavo parlando con i suoi alleati.
[...] Dopo un po' mi resi conto che quanto avveniva nella sala riunioni filtrava all'esterno. Lo sapevo perché ci fu chi - persino le BR - rilasciava dichiarazioni che potevano avere origine soltanto dall'interno del nostro gruppo. C'era una falla, e di entità gravissima. Un giorno lo dissi a Cossiga, senza mezzi termini. "C'è un'infiltrazione dall'alto, da molto in alto". "Sì" rispose lui "lo so. Da molto in alto". Ma da quanto in alto non lo sapeva, o forse non lo voleva dire. Così decisi di restringere il numero dei partecipanti alle riunioni, ma la falla continuava ad allargarsi, tanto che alla fine ci ritrovammo solo in due. Cossiga e io, ma la falla non accennò a richiudersi. » |
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(I giorni del complotto, articolo del giornalista Robert Katz pubblicato su Panorama del 13 agosto 1994[15])
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Tornato in America venne contattato da un consigliere politico dell'ambasciata argentina (paese al tempo sottoposto ad una dittatura militare) per chiedere aiuto contro sospetti terroristi. Al rifiuto di Pieczenik questo lo minacciò di fargli pervenire un ordine ufficiale da parte del Dipartimento di Stato. Secondo il negoziatore, il consigliere avrebbe potuto essere in realtà un agente segreto, che in qualche modo "era al corrente di ciò che era accaduto nelle stanze romane di Cossiga. Sapeva esattamente cosa vi avevo fatto nelle ultime tre settimane, anche se avrebbe dovuto trattarsi di segreti. Non mi spiegò in che modo fosse venuto a conoscenza di tutto ciò, e l'unica cosa che potei fare fu dedurne che la fuga di notizie faceva rotta diretta verso l'Argentina" e che "Parlava in tono arrogante e pieno di sottintesi, come se a unirci fosse stata l'affiliazione a qualche misteriosa confraternita"; confraternita e fonte delle informazioni che Pieczenik identifica, a posteriori rispetto all'evento, con la loggia massonica P2, dopo che la pubblicazione dei nomi degli iscritti e le successive indagini avevano mostrato come molti degli appartenenti dei tre comitati ne facessero parte e come questa avesse legami proprio con l'Argentina.[15]
Dopo alcuni accordi per essere sentito dalla Commissione Stragi, in un primo tempo accettò l'invito, ma poi improvvisamente rifiutò di presentarsi in Italia.[83][95]
A quasi 30 anni di distanza dai fatti, durante la preparazione del documentario francese "Les derniers jours de Aldo Moro", il giornalista Emmanuel Amara entra in contatto con Pieczenik, che accetta di farsi intervistare. Il contenuto di questa intervista è poi inserito nel saggio "Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro" (edizione originale "Nous avons tué Aldo Moro", Patrick Robin Editions, 2006, ISBN 2-35228-012-5)[96]. Nell'intervista riportata nel libro stesso riassume quello che sarebbe stato il suo compito durante il rapimento Moro:
| « Capii subito quali erano le volontà degli attori in campo: la destra voleva la morte di Aldo Moro, le Brigate rosse lo volevano vivo, mentre il Partito Comunista, data la sua posizione di fermezza politica, non desiderava trattare. Francesco Cossiga, da parte sua, lo voleva sano e salvo, ma molte forze all'interno del paese avevano programmi nettamente diversi, il che creava un disturbo, un'interferenza molto forte nelle decisioni prese ai massimi vertici. [...] Il mio primo obiettivo era guadagnare tempo, cercare di mantenere in vita Moro il più a lungo possibile. Il tempo, necessario a Cossiga per riprendere il controllo dei suoi servizi di sicurezza, calmare i militari, imporre la fermezza in una classe politica inquieta e ridare un po' di fiducia all'economia. Bisognava fare attenzione sia a sinistra sia a destra: bisognava evitare che i comunisti di Berlinguer entrassero nel governo e, contemporaneamente, porre fine alla capacità di nuocere delle forze reazionarie e antidemocratiche di destra. Allo stesso tempo era auspicabile che la famiglia Moro non avviasse una trattativa parallela, scongiurando il rischio che Moro venisse liberato prima del dovuto. Ma mi resi conto che, portando la mia strategia alle sue estreme conseguenze, mantenendo cioè Moro in vita il più a lungo possibile, questa volta forse avrei dovuto sacrificare l'ostaggio per la stabilità dell'Italia. » | |
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(Steve Pieczenik in Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 102 e 103)
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| « Ho atteso trent'anni per rivelare questa storia. Spero sia utile. Mi rincresce per la morte di Aldo Moro; chiedo perdono alla sua famiglia e sono dispiaciuto per lui, credo che saremmo andati d'accordo, ma abbiamo dovuto strumentalizzare le Brigate rosse per farlo uccidere. » | |
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(Steve Pieczenik in Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 186)
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Il fatto che Moro fosse ormai sacrificabile in nome della "ragion di stato" sarebbe divenuto chiaro a Pieczenik nel momento in cui, a fronte di indagini inconcludenti e informazioni riservate che venivano continuamente diffuse, lo statista democristiano avrebbe iniziato a scrivere lettere sempre più preoccupate, che potevano far supporre che stesse per cedere psicologicamente.[96]
Pieczenik afferma che appena arrivato in Italia venne informato da Cossiga che le istituzioni italiane non avevano idea di come uscire dalla crisi[97] e che sia lo stesso Cossiga, sia i servizi segreti Vaticani che avevano offerto la loro collaborazione, lo avevano informato che in Italia da pochi mesi era stato effettuato un tentativo di colpo di stato da parte di esponenti dei servizi segreti, principalmente di destra, e di persone che successivamente identificò come legate alla loggia P2[98], ma che il tentativo era fallito e che lo stesso Cossiga era riuscito a "fare un po' di pulizia e a riprendere il controllo su una parte di quegli elementi". Lo stesso Pieczenik si diceva stupito della presenza di tanti ex-fascisti all'interno dei servizi segreti, tanto da avere l'impressione di ritrovarsi "nel quartiere generale del duce, di Mussolini"[99], ma afferma anche che durante il sequestro la "capacità di disturbo" di questi gruppi non fu così energica come temeva in un primo tempo. Anche le Brigate Rosse, secondo l'esperto, avevano infiltrati nelle istituzioni, e godevano di informazioni di prima mano fornite da figli di politici e funzionari italiani che simpatizzavano per il gruppo, o perlomeno militavano nei gruppi di estrema sinistra. Queste infiltrazioni vennero studiate, pur senza portare a nessuna individuazione sicura, da Pieczenik con l'aiuto dei servizi Vaticani, che l'esperto statunitense riteneva al tempo molto più efficienti ed informati di quelli italiani.[100]
Oltre a confermare quanto già detto in precedenti interviste, in questa sostiene di aver partecipato in prima persona alla decisione di creare il falso comunicato numero 7 e afferma di aver spinto le Brigate Rosse ad uccidere Moro, con lo scopo di delegittimarle ("Ho permesso che si servissero di questa violenza fino al punto di perdere tutta la loro legittimità. Piuttosto che riconoscere il loro errore, sono sprofondati in quella spirale che li ha portati alla fine."[101]), quando ormai era chiaro (dal suo punto di vista) che comunque non c'era la volontà di liberarlo da parte della classe politica. Pieczenik afferma anche che gli Stati Uniti, pur avendo numerosi interessi in Italia (a cominciare dalle truppe dislocate), non erano al corrente della situazione del paese, né per quello che riguardava il terrorismo di sinistra, né per quello che riguardava i gruppi eversivi di destra o i servizi deviati, e che quindi non poté avere aiuti né dalla CIA né dall'ambasciata statunitense in Italia. Lo stesso Dipartimento di Stato gli avrebbe fornito come informazioni sull'Italia solo articoli tratti da TIME e Newsweek[15][102].
Secondo l'esperto l'unico modo che avevano le Brigate Rosse di legittimarsi in qualche modo e distruggere i tentativi di stabilizzazione da lui portati avanti, sarebbe stato il rilascio di Moro, ma questo non avvenne.
Il fatto che fosse tornato in America anzitempo, secondo quanto affermato, era dovuto al fatto che non voleva dare l'impressione che dietro la ormai prevedibile morte di Moro vi potessero essere pressioni statunitensi.[101] Precedentemente aveva invece affermato che se ne era andato perché la sua presenza non fosse strumentalizzata per legittimare l'operato (ritenuto inefficiente e compromesso) delle istituzioni.[15]
[modifica] L'ipotesi del tiratore scelto
Sul luogo della strage sono stati ritrovati 93 bossoli. Con questo elevato numero di colpi sparati in pochi secondi vengono colpiti tutti gli uomini della scorta di Aldo Moro: Oreste Leonardi Domenico Ricci, Giulio Rivera, Raffaele Iozzino e Francesco Zizzi; tuttavia il Presidente della DC resta vivo, il che potrebbe far pensare ad un'elevata esperienza da parte di chi stava usando quelle armi. Il brigatista Morucci però ha sempre affermato che le BR erano non addestrate professionalmente ed anzi erano grossolane nell'uso delle armi. Secondo le perizie balistiche presentate al Processo "Moro - Quater", una sola arma automatica risulta aver sparato più della metà dei colpi quel giorno: 49 colpi in 20 secondi. Tuttavia l'autopsia sul cadavere di Moro ha evidenziato una ferita da arma da fuoco sulla coscia, riconducibile alla sparatoria dell'agguato; poiché Moro sedeva da solo sul sedile posteriore della sua vettura, non sarebbe risultato molto difficile per gli aggressori dirigere il fuoco delle loro armi verso la parte anteriore della vettura, dove si trovava l'autista e la guardia del corpo. I componenti del commando di via Fani indossavano divise da aviazione civile, invece di indossare vestiti in grado di farli passare inosservati, sia prima dell'operazione, sia durante la fuga; per quanto l'indossare divise offra il vantaggio di una omogeneizzazione visiva delle persone, rendendole meno distinguibili singolarmente.
Partendo dai dubbi sull'apparente professionalità mostrata nel colpire la scorta senza uccidere Moro, alcuni hanno ipotizzato che nel commando vi fosse un tiratore scelto armato di mitra a canna corta, che sarebbe colui il quale ha sparato la maggior parte dei colpi, la cui identità sarebbe ancora sconosciuta. Relativamente a questo ipotetico "killer" alcuni[88], ipotizzano potrebbe essere stato un componente del servizio segreto (italiano o straniero) o dell'organizzazione clandestina Gladio estraneo all'organizzazione brigatista e che le divise sarebbero quindi state necessarie per rendere riconoscibili a prima vista e reciprocamente i brigatisti ed il tiratore scelto. Addirittura, il settimanale L'Espresso[103] propone un'identità al fantomatico cecchino. Si tratterebbe di un tiratore scelto ex membro della Legione Straniera, Giustino De Vuono, colui che avrebbe sparato tutti i 49 colpi andati a segno, e – soprattutto – tutti quelli che hanno centrato gli uomini della scorta, guardie del corpo esperte ed abituate a rispondere al fuoco. Agli atti della Questura di Roma si trova depositata una testimonianza, contenuta in un verbale datato 19 aprile 1978, in cui il teste Rodolfo Valentino afferma di aver riconosciuto De Vuono alla guida di una Mini o di un'A112 di color verde e presente sulla scena dell'eccidio.
Durante il periodo del rapimento dello statista – peraltro – De Vuono risulta assente dalla sua abituale residenza, a Puerto Stroessner (oggi Ciudad del Este, nel Paraguay meridionale, all'epoca dei fatti retto da una giunta militare trentennale con a capo il generale Alfredo Stroessner). De Vuono era affiliato alla 'Ndrangheta calabrese e diversi brigatisti testimoniarono che le loro armi venivano acquistate presso i malavitosi calabresi e che De Vuono era ideologicamente “collocato all'estrema sinistra” ed è stato provato che in Calabria lo stato aveva avviato contatti con la malavita per ottenere il rilascio dello statista rapito. In alternativa, l'identità del fantomatico tiratore scelto avrebbe potuto anche essere stata straniera. Un testimone occasionale - che si trovava a passare per via Fani circa mezz'ora prima della strage - sarebbe stato affrontato da un uomo che aveva l'accento tedesco e che gli ordinò di scappare via di lì. Si presume che fosse un appartenente alla RAF, l'organizzazione terroristica tedesca che sei mesi prima aveva pianificato ed eseguito un rapimento simile ai danni del presidente della Confindustria tedesca[104]. Le perizie[88] hanno appurato che in via Fani vennero usate anche munizioni di provenienza speciale (ricoperte di una vernice protettiva usata per avere una migliore conservazione), e simili pallottole furono trovate anche nel covo di via Gradoli. Questo tipo di proiettili non sarebbe in dotazione alle forze convenzionali e munizioni con trattamento simile sarebbero state trovate anche in alcuni depositi segreti di armi facenti riferimento a Gladio.
Inoltre, alcuni testimoni occasionali dichiararono di aver udito un forte rumore di elicottero sorvolare la zona di Via Fani in concomitanza della strage, sebbene dai piani di volo risultino solo elicotteri della polizia in volo su quell'area ma a partire dalla tarda mattinata, a sequestro compiuto[51]. C'è – infine - l'autorevole dichiarazione rilasciata alla stampa da parte del generale Gerardo Serravalle, fino al 1974 a capo di Gladio, secondo il quale: “… dietro la "Geometrica Potenza" brigatista dispiegata in via Fani c'erano killers professionisti: Uno che spara in quel modo, centrando come birilli, tutti gli uomini della scorta senza lasciar loro il tempo per la fuga o per la difesa, è senza dubbio alcuno un tiratore scelto di altissimo livello; 49 colpi in una manciata di secondi: un record. In Europa di siffatti uomini si contano sulle dita d'una mano!”[105].
[modifica] Dubbi sullo svolgimento del rapimento
Molti sono anche i dubbi che le indagini e la pubblicistica si sono posti circa la dinamica dei fatti di Via Fani[90].
- Il giorno dell'attentato, inspiegabilmente i mitra degli agenti di scorta a Moro si trovavano nei bagagliai delle auto.[106]
- Gli agenti di scorta dello statista (l'appuntato dei carabinieri Otello Riccioni, il maresciallo di Pubblica Sicurezza Ferdinando Pallante, il brigadiere Rocco Gentiluomo e gli agenti Vincenzo Lamberti e Rinaldo Pampana) - che la mattina fatidica del rapimento non erano in servizio - rilasciarono dichiarazioni scritte stranamente molto simili tra il 13 ed il 26 settembre 1978 ai giudici istruttori Ferdinando Imposimato ed Achille Gallucci. In sostanza, attestavano che lo statista era un individuo abitudinario a tal punto che usciva di casa sempre alla medesima ora, alle h. 09.00 antimeridiane, cosicché i brigatisti, pedinandolo, avrebbero avuto la certezza dei tempi per l'agguato. Viceversa, la vedova dello statista smentì questa versione il 23 settembre 1978 interrogata dal giudice istruttore Achille Gallucci.[107]
- La Signora Moro, precipitatasi sul luogo della strage di Via Fani, chiese cosa fosse successo e le venne risposto dagli agenti che "Era opera delle BR". Ma la rivendicazione giunse qualche ora dopo. Tuttavia in quel periodo, nel mezzo degli anni di piombo, le azioni di fuoco delle Brigate Rosse contro istituzioni dello stato e persone legate ad esso erano così frequenti che ogni evento del genere era in prima battuta attribuito loro; ancor oggi nella pubblicistica relativa a quegli anni certi eventi delittuosi sono sbrigativamente attribuiti alle BR, anche se commessi da appartenenti ad altri gruppi storicamente di minor rilevanza.
- Di nuovo la Signora Moro fece presente in aula che nelle lettere del marito recapitate dai brigatisti non risulta il minimo accenno al destino della scorta, ma considerando i legami stretti, umani oltreché professionali tra lo statista e le guardie del corpo sarebbe - a suo avviso - inimmaginabile che il marito non avesse speso una sola parola per quelle vittime[51].
- Il 1º ottobre 1993 su incarico della Corte i periti balistici depositarono una nuova perizia dove si afferma che, contrariamente a quanto dichiarato da Morucci, a sparare sulla 130 ci fosse stato almeno un altro brigatista collocato sul lato destro dell'auto dalla parte del passeggero[108].
- Che il numero dichiarato dei terroristi presenti quella mattina in Via Fani fosse alquanto esiguo (inizialmente essi dissero d'esser stati in nove; successivamente in undici) lo affermò anche uno dei fondatori delle BR, Franceschini[51]: "Quando rapimmo Mario Sossi, nel '74, eravamo in dodici. Esser in undici a dover gestire un rapimento complesso come quello di Moro mi sembra quanto meno azzardato". Infatti, a detta dei periti[105], il commando non poteva esser composto da meno di quattordici membri.
- Il giorno del rapimento si trovò a passare in via Fani in motorino l'ingegnere Alessandro Marini, che ha dichiarato che due persone a bordo di una motocicletta Honda di grossa cilindrata esplosero dei colpi contro di lui. La motocicletta avrebbe preceduto l'auto di Moretti. Ma le Brigate Rosse hanno sempre negato che quella moto e i suoi due occupanti facessero parte del commando e neppure viene fornita una ipotesi su dei presunti spari contro Marini.[90]
- Esistevano almeno tre possibili percorsi che, la mattina del rapimento, la scorta avrebbe potuto seguire. Gli itinerari erano cambiati di volta in volta, eppure i brigatisti tagliarono tutte le gomme del furgone d'un fioraio che aveva bottega in Via Fani, per non farlo giungere in loco (sarebbe stato un testimone scomodo e avrebbe potuto essere di intralcio nell'operazione): significa che i brigatisti erano certi che la scorta avrebbe optato per quel preciso percorso.
- Altro dubbio è sul momento scelto per la il rapimento: Moro si recava ogni mattina in chiesa (la Chiesa di Santa Chiara in Via Forte Trionfale) col nipotino, e - subito dopo - ad una passeggiata con uno solo dei suoi uomini di scorta. I brigatisti avrebbero potuto rapirlo in quel frangente, non dovendo confrontarsi con la scorta (Moretti dichiarò in tribunale che già dal 1976 iniziò il pedinamento di Moro, quindi, le sue abitudini erano più che note al commando brigatista).
- Ad agevolare la fuga del commando un improvviso blackout interruppe le comunicazioni telefoniche della zona[109]. La SIP per tutto il periodo del sequestro risultò inefficiente: "Si susseguono durante i 55 giorni di prigionia dell'On. Moro, strane quanto improbabili coincidenze legate all'azienda dei telefoni: il 14 aprile alla redazione de Il Messaggero, è attesa una telefonata dei rapitori; vengono così raccordate in un locale della polizia, per poter stabilire la derivazione, le sei linee della redazione del giornale. Ma al momento della chiamata la Digos accerta l'interruzione di tutte e sei le linee di derivazione e non può risalire al telefonista... L'allora capo della Digos parla, nelle sue dichiarazioni agli inquirenti, di totale non collaborazione della SIP. ...In nessuna occasione fu individuata l'origine delle chiamate dei rapitori: eppure furono fatte due segnalazioni…. L'allora direttore generale della SIP, Michele Principe, era iscritto alla P2[110]."
- In pochi secondi i brigatisti prelevarono solo due delle cinque borse che Moro portava con sé in auto, ma solo le borse contenenti i medicinali ed i documenti riservati vennero portate via. Risulta assai improbabile che - nei pochi concitati istanti dell'agguato, i brigatisti avessero portato via proprio le uniche borse che interessavano, lasciando quelle non essenziali. Vi è chi ha ipotizzato che le borse mancanti siano state prelevate successivamente nel corso delle prime indagini sul posto.
- In un agguato con stretti tempi d'esecuzione, risulta inspiegabile che si perda tempo a dare il colpo di grazia a ciascun uomo della scorta, salvo esigenze dettate dal pericolo di lasciare in vita eventuali scomodi testimoni.
- La giornalista Rita Di Giovacchino, in un suo libro[51], scrive di aver avuto accesso alle carte poste sotto sequestro dalla Magistratura romana a seguito dell'omicidio di Carmine Pecorelli, e ricostruisce la vicenda in modo che tutti i tasselli possano combaciare. Da testimonianze oculari, al termine della messa mattutina Moro avrebbe annuito ad un messaggio verbale suggeritogli nell'orecchio da parte del capo della scorta. Moro sarebbe stato affidato ad un'altra scorta, mentre la scorta originale avrebbe funto da "civetta" imboccando Via Fani, dove sarebbe stata a propria insaputa massacrata da un tiratore scelto ignoto ai brigatisti, ma - paradossalmente - noto agli agenti uccisi. La scorta sarebbe stata sacrificata per non lasciare liberi cinque scomodi testimoni. Sarebbe una messinscena postuma anche quella delle auto della scorta intrappolate nel blocco creato dai brigatisti. Moro non sarebbe stato prigioniero dei terroristi, bensì di un'altra organizzazione: in pratica i brigatisti avrebbero funto da "prestanome" e questo spiegherebbe le reticenze emerse tra i terroristi sul nome di colui che effettivamente sparò allo statista, sul fatto che venne trovata della sabbia sulle suole delle scarpe del cadavere di Moro e sui gettoni telefonici ritrovati nella tasca della sua giacca, nonché sull'ora della morte e sulla tonicità muscolare del cadavere. Questo spiega anche la sibillina frase che pronunciò Sereno Freato - segretario particolare dello statista democristiano - dopo il ritrovamento del cadavere di Pecorelli: "Indagate sui mandanti del delitto Pecorelli e troverete i mandanti dell'omicidio di Moro". E spiega pure le morti di Carmine Pecorelli e di Antonio Chichiarelli, il falsario della Banda della Magliana che possedeva le Polaroid della prigionia di Moro e che redasse il falso comunicato brigatista, nell'ottica di un suo tentativo di ricatto (il borsello "distrattamente" dimenticato in un taxi a Roma nel 1979 e pieno d'indizi riferiti al sequestro dello statista democristiano e la messinscena posta in atto al termine della rapina plurimiliardaria alla Brink's Securmark di Roma nel 1984). Anche la morte del tenente colonnello dei Carabinieri, Antonio Varisco, nel 1979, attribuita ai brigatisti - nonostante i dubbi circa la dinamica dell'attentato e le contraddizioni emerse nelle dichiarazioni di brigatisti al processo - sarebbe riconducibile a questa pista, tanto più che Varisco fu colui che gestì materialmente il caso del covo brigatista di Via Gradoli. Varisco era amico del generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, il coordinatore della lotta al terrorismo, ed anche di Pecorelli. Pecorelli e Varisco vennero uccisi a distanza di pochi mesi. Dalla Chiesa venne ucciso a Palermo dalla Mafia in assenza di scorta nel 1982 e molti congetturarono che il suo trasferimento in Sicilia fosse ascrivibile più ad una punizione - con relativa condanna capitale - che non ad una promozione. E - per terminare - anche la stamperia ed i macchinari con cui venivano redatti i ciclostilati delle BR appartenevano solo nominalmente al fiancheggiatore brigatista Enrico Triaca, quando - in realtà - erano di proprietà dei servizi segreti (i macchinari poi, erano costosissimi e nuovi di zecca).
[modifica] Altri sospetti e aspetti controversi
- Le stranezze iniziano dai mai stabiliti rapporti tra Brigate Rosse, Servizi Segreti e Malavita, il "Triangolo delle Bermude", come lo definì Carlo Lucarelli, conduttore della trasmissione televisiva Blu notte nella puntata specifica dedicata al Caso Moro.
- La Banda della Magliana in quel periodo dettava legge nella malavita della Capitale. A quest'organizzazione criminale apparteneva Antonio Chichiarelli, l'autore del falso volantino brigatista. Inoltre, il covo brigatista ove Moro venne tenuto sotto sequestro si trovava nel famigerato quartiere della Magliana ed anche il proprietario dell'edificio di fronte al covo era vicino alla banda della Magliana.[111]
- All'epoca del ritrovamento del cadavere, e nei giorni immediatamente successivi, alcuni quotidiani a tiratura nazionale asserirono che nelle tasche dell'abito dello statista fossero stati ritrovati dei gettoni telefonici, il che avrebbe lasciato adito a dubbi sul fatto che i brigatisti avessero intenzione di rilasciare l'ostaggio. I gettoni telefonici - infatti - venivano forniti dai brigatisti ai rapiti che avevano intenzione di liberare in modo che potessero comunicare ai congiunti ove esser prelevati[112].
- Aspetti che non tornano pure sul luogo di detenzione: il cadavere di Moro presentava una buona tonicità muscolare ed un'igiene incompatibili con le condizioni di detenzione nel "Carcere del Popolo" descritto dai brigatisti catturati. In esso, poi, era virtualmente assente lo spazio per poter scrivere le missive.
- Dopo la "condanna" e prima dell'uccisione, l'allora confessore di Moro – in base ad una dichiarazione di Francesco Cossiga – Don Antonello Mennini entrò nella cella in cui le Brigate Rosse tenevano rinchiuso Aldo Moro per impartire allo statista i sacramenti. Nessuna replica da parte del religioso[113]
- I giornalisti Giovanni Fasanella e Giuseppe Rocca nel loro libro "Il misterioso intermediario" sostengono che Moro era vicino alla liberazione, salvato da una mediazione della Santa Sede. Condotto in un palazzo del ghetto ebraico, stava per essere trasportato in Vaticano su un'auto con targa diplomatica, ma all'ultimo momento qualcuno all'interno delle BR non avrebbe mantenuto gli impegni, ed avrebbe ucciso lo statista. Dà spazio a congetture l'ambiguo commento di Francesco Cossiga che definì il libro "bellissimo".
- Altri scenari, addirittura esoterici, sono evocati nel libro di Giovanni Fasanella e Giuseppe Rocca Il misterioso intermediario che chiama in causa il direttore d'orchestra Igor Markevitch come oscura figura di raccordo sul caso Moro.
[modifica] Le conseguenze politiche
L"affaire" Moro segnò profondamente la storia italiana del dopoguerra, e alcuni politologi si spingono ad affermare che la cosiddetta Prima Repubblica sia finita appunto il 9 maggio 1978, e non qualche anno più tardi con Tangentopoli.
Il Compromesso storico col PCI non era ben visto dai partner internazionali. Il 23 marzo 1976, Aldo Moro (in quella data presidente del consiglio) cerca di ottenere pareri da parte degli altri capi di stato del G7 a Portorico, che gli prospettarono la probabile perdita di aiuti internazionali se il PCI fosse entrato nel governo.[114]
Nel giugno 1976, la DC è al 38 per cento, seguita a breve distanza dal PCI di Berlinguer al 34. Moro è il probabile candidato alla presidenza della Repubblica, da dove sembra chiaro favorirà l'alleanza tra PCI e DC. Con il suo assassinio, si chiude definitivamente la stagione del compromesso storico e con esso i "governi di solidarietà nazionale", con ciò allontanando nel tempo, o ancor più precisamente rendendo impossibile in quel dato contesto storico, la realizzazione dell'antico anelito del PCI di pervenire al governo centrale.[115]
Il 16 marzo 1978, giorno del rapimento, il governo Andreotti ottiene la fiducia: votano contro soltanto liberali, missini, radicali e demoproletari. L'esecutivo è un monocolore DC che si regge grazie all'astensione dei comunisti (il cosiddetto governo della "non sfiducia").
Le conseguenze politiche del rapimento di Moro furono da un lato l'esclusione del PCI da ogni ipotesi di governo per gli anni successivi, e dall'altro un ridisegno del cosiddetto "regime democristiano": la DC di Andreotti rimase partito di governo fino al 1992 anno di tangentopoli, partecipando sempre a maggioranze che lasciarono il PCI all'opposizione, ma queste politiche tuttavia portarono dal 1981, col primo Governo Spadolini ad avere alternanze di presidenti del consiglio democristiani con altri "laici", rompendo quindi il monopolio democristiano. All'interno del Partito socialista italiano (PSI), che aveva sostenuto la possibilità di uno scambio di prigionieri per liberare Moro, vinse la linea di Bettino Craxi per l'esclusione del PCI dal governo, e iniziò una lotta politica con lo stesso per tentare di superarlo nelle elezioni. Le elezioni anticipate del giugno 1979 vedranno una tenuta della DC e un sensibile calo del PCI.
La figura di Moro fu in seguito appannata dalle risultanze di alcune indagini circa malversazioni riguardanti importanti società petrolifere. Uno dei principali collaboratori di Moro, Sereno Freato, fu pesantemente coinvolto in ciò che sarebbe stato poi chiamato lo "scandalo dei petroli", che portò addirittura all'arresto dell'allora comandante generale della Guardia di Finanza (in armi), ed in contestazioni minori circa appalti di ditte di trasporti e costruttori pugliesi.
Lo Stato avrebbe sconfitto le BR senza antidemocratiche leggi di emergenza e senza mediazioni politiche, ma con la giustizia ordinaria e le leggi vigenti. All'epoca era contestata la conduzione di regolari processi, con la presenza di avvocati in difesa dei Brigatisti, e dei gradi di appello. I Brigatisti rifiutavano la Difesa e il processo, proclamandosi prigionieri politici e il diritto di asilo. Applicando le leggi come a qualunque cittadino, senza riconoscere alle BR uno "status privilegiato", anche la giustizia ordinaria ha contribuito al loro disconoscimento politico.
[modifica] Filmografia
[modifica] Cinema
- Todo modo, regia di Elio Petri (1976).
Il film è una parodia farsesca ma realistica della classe politica e dirigente dell'Italia degli anni settanta. Nella pellicola, il personaggio del "Presidente", interpretato da Gian Maria Volonté, è palesemente ispirato ad Aldo Moro. Il film è tratto dall'omonimo romanzo (1974) di Leonardo Sciascia. - Il caso Moro, regia di Giuseppe Ferrara (1986).
Tratto dal libro I giorni dell'ira. Il caso Moro senza censure (1980) di Robert Katz, il film è stato il primo a raccontare l'intera vicenda del sequestro dello statista democristiano. Il protagonista è di nuovo Gian Maria Volonté, stavolta "ufficialmente" nei panni di Aldo Moro. - L'anno del terrore (Year of the Gun), regia di John Frankenheimer (1991).
Film statunitense tratto dal romanzo Year of the Gun (1984) di Michael Mewshaw, ed interpretato da Andrew McCarthy, Valeria Golino e Sharon Stone. La pellicola, ambientata nel 1978, racconta la vita in Italia di un giovane giornalista americano, il quale vuole scrivere un romanzo sullo sfondo degli anni di piombo. Insieme ad una sua amica fotoreporter, i due rimangono loro malgrado invischiati nelle trame ordite dalle Brigate Rosse per l'assassinio di Aldo Moro. Lo statista è interpretato dal caratterista Aldo Mengolini. - Piazza delle Cinque Lune, regia di Renzo Martinelli (2003).
25 anni dopo la morte di Moro, al procuratore capo di Siena (all'epoca giovane giudice a Roma) viene fatto recapitare in forma anonima un vecchio video in Super 8 che documenta il rapimento dello statista in via Fani. Partendo da questo nuovo ed incredibile documento, insieme ad una sua giovane collega e alla sua guardia del corpo, i tre iniziano ad indagare e a ricostruire le fasi della vicenda storica. La pellicola è interpretata da Donald Sutherland, Giancarlo Giannini e Stefania Rocca. Il vero Moro appare in immagini di repertorio, mentre nella finzione cinematografica il suo ruolo è ricoperto da un caratterista (mai in primo piano). Il film è dedicato all'allora 27enne nipote Luca Bonini Moro, che compare sui titoli di coda in veste di cantautore interpretando il brano Maledetti voi; sullo sfondo del ragazzo (figlio di Maria Fida Moro e spesso affettuosamente citato nelle lettere dello statista durante la prigionia), alcune fotografie di lui a due anni col nonno nei giorni immediatamente precedenti il sequestro. - Buongiorno, notte, regia di Marco Bellocchio (2003).
Liberamente ispirata al libro Il prigioniero (1988) della ex brigatista Anna Laura Braghetti, la pellicola narra il sequesto e la detenzione di Aldo Moro dal punto di vista dei suoi carcerieri, soffermandosi sul dramma umano vissuto da Moro e sui dubbi che hanno assalito i brigatisti. Moro è interpretato da Roberto Herlitzka, mentre Maya Sansa è la brigatista assalita da scrupoli di coscienza.
[modifica] Televisione
- Aldo Moro - Il presidente, regia di Gianluca Maria Tavarelli – miniserie TV (2008).
La miniserie racconta la genesi, e la messa in atto e l'epilogo del sequesto Moro. Lo statista è interpretato da Michele Placido. La fiction TV è andata in onda in occasione del 30º anniversario dell'uccisione di Moro, ma non è stata gradita dai suoi familiari e da quelli degli agenti della scorta, e molti esponenti dell'epoca della Democrazia Cristiana ne hanno preso le distanze.
[modifica] Teatro
- L'ira del sole, un 9 di maggio (1998) di Maria Fida Moro e Antonio Maria Di Fresco, regia di Antonio Raffaele Addamo. Con Maria Fida Moro e Luca Bonini Moro. Teatro Biondo Stabile di Palermo.
- Corpo di Stato (1998) scritto e interpretato da Marco Baliani
- Aldo Moro - Una tragedia italiana (2007) di Corrado Augias e Vladimiro Polchi, regia di Giorgio Ferrara. Con Paolo Bonacelli (Aldo Moro) e Lorenzo Amato (il narratore). Teatro Stabile della Sardegna, Teatro Eliseo di Roma.
- Se ci fosse luce - i misteri del caso Moro (2007) scritto, diretto e interpretato da Giancarlo Loffarelli. Con Emiliano Campoli, Marina Eianti, Giancarlo Loffarelli, Luigina Ricci, Elisa Ruotolo, Maurizio Tartaglione. Compagnia "Le colonne".
- Roma, Via Caetani, 55º giorno (2008) scritto ed interpretato da Lucilla Falcone - Associazione Culturale "La Buona Creanza".
- Aldo Morto/Tragedia (2012) scritto, diretto e interpretato da Daniele Timpano - amnesiA vivacE".
[modifica] Note
- ^ Erroneamente fu riportato dalla stampa che il luogo del ritrovamento era esattamente a metà strada fra le sedi dei due partiti
- ^ a b Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 28 e seguenti
- ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 32
- ^ Dall'Inserto de "La Repubblica" del 16 marzo 2008: "I Giorni di Moro"
- ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 31
- ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 45 e seguenti
- ^ sito ove è possibile scaricare il fumetto sul rapimento Moro
- ^ Da una deposizione di Franco Bonisoli: http://it.youtube.com/watch?v=FIF8P3z3RPA&feature=related.
- ^ Moro fu ucciso in via Montalcini, articolo de "La Repubblica", del 20 settembre 1984
- ^ Mistero di stato in via Montalcini, articolo de "La Repubblica", del 18 maggio 1988
- ^ La vera storia di via Montalcini, articolo de "La Repubblica", del 1º giugno 1988
- ^ a b Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 22esima seduta, audizione Valerio Morucci, 18 giugno 1997
- ^ Carlo Alfredo Moro, Storia di un delitto annunciato, 1998
- ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, capitolo III
- ^ a b c d e f I giorni del complotto, articolo del giornalista Robert Katz pubblicato su Panorama del 13 agosto 1994
- ^ Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 34esima seduta, audizione Stefano Silvestri, 3 giugno 1998
- ^ Emmanuel Amara. Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 138
- ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 220 e seguenti
- ^ a b Dall'inserto de "La Repubblica" del 16 marzo 2008: "I Giorni di Moro"
- ^ .In realtà gli appelli ai rapitori da parte di Papa Paolo VI furono tre, rispettivamente in data 19 marzo, 2 aprile e 22 aprile. ("Quei lunghi 55 giorni della tragedia Moro", Dossier de laRepubblica.it)
- ^ La Dc e il caso Moro
- ^ Tali preoccupazioni non furono di ostacolo al diverso epilogo del sequestro dell'assessore regionale Ciro Cirillo.
- ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 123 e seguenti
- ^ "Per quanto riguarda la strategia della tensione, che per anni ha insanguinato l'Italia, pur senza conseguire i suoi obiettivi politici, non possono non rilevarsi, accanto a responsabilità che si collocano fuori dell'Italia, indulgenze e connivenze di organi dello Stato e della Democrazia Cristiana in alcuni suoi settori.", estratto dall'interrogatorio di Aldo Moro effettuato e trascritto dalle Brigate Rosse durante la sua prigionia, II tema: La cosiddetta strategia della tensione e la strage di Piazza Fontana., estratti dei documenti delle Brigate Rosse acquisiti dalla Commissione Moro e dalla Commissione Stragi, riportati dal sito Clarence.net
- ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 130 e seguenti
- ^ Dall'inserto de "La Repubblica del 16 marzo 2008: "I Giorni di Moro"
- ^ Emmanuel Amara. Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 181
- ^ Testimonianze processuali dei brigatisti Bonisoli e Morucci. L'uscita di Morucci e della Faranda dalle BR è stata decisa dopo che al convegno della sera precedente, si decise ugualmente di assassinare l'ostaggio
- ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 71
- ^ Emmanuel Amara. Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 183
- ^ a b c Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 75 e seguenti
- ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 73
- ^ a b Caso Moro, le risposte a tutte le domande dei lettori, domande dei lettori al giornalista Giovanni Bianconi, articolo del sito del "Corriere della Sera", del 10 marzo 2008
- ^ Hanno ucciso Aldo Moro, articolo di Miriam Mafai, de "la Repubblica" del 10 maggio 1978, riportato dal sito fotoenricoscuro.it
- ^ a b Scotti: sono scomparse le carte del caso Moro, articolo de "La Repubblica", del 29 gennaio 1992
- ^ Nicola Biondo e Massimo Veneziani. Il falsario di Stato. Uno spaccato noir della Roma degli anni di piombo. Roma, Cooper, 2008. ISBN 978-88-7394-107-1.
- ^ Cronologia dal sito della Fondazione Cipriani
- ^ La Loggia P2 rapisce Aldo Moro, articolo dal sito del giornalista Daniele Martinelli, del 21 marzo 2008
- ^ Stragi di Stato, cronologia delle notizie del 1978, dal sito strano.net
- ^ Caso MORO: novità 1988, dal sito almanaccodeimisteri.info, notizia del 2 maggio sul libro "La tela del ragno" presentato dall'ex senatore Sergio Flamigni
- ^ a b Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica p2 (legge 23 settembre 1981, n. 527) - relazione di minoranza, riportata sul sito fisicamente.net
- ^ Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 63esima seduta, audizione Vincenzo Cappelletti, 23 febbraio 2000
- ^ Licio Gelli: "La P2 non c'entra con la morte di Moro", articolo de "Il tempo, del 20 ottobre 2008
- ^ Sergio Flamigni, La tela del ragno, Kaos Edizioni, pag 53, citata in nota come fonte dell'affermazione in Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 15
- ^ audizione Rosario Priore, Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 56' seduta, 19 novembre 1999
- ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 15 e seguenti
- ^ Il caso Pierluigi Ravasio, dal sito .fondazionecipriani.it
- ^ Caso Moro: i fatti del 1991, dal sito almanaccodeimisteri.info, notizie del 13 maggio, 6 giugno e 7 giugno
- ^ L'operazione della tipografia Triaca, articolo di archivio900.it
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Quelli che sono ritenuti dalla pubblicistica i principali tentativi di golpe effettuati in Italia sono il Piano Solo del 1964, il Golpe Borghese del 1970, la Rosa dei venti nei primi anni settanta e il Golpe bianco di Edgardo Sogno del 1974. Durante un'intervista a "L'espresso" del 1981, citata anche nell'audizione di Giulio Andreotti alla Commissione Stragi, l'ex generale Maletti elenca cinque tentativi di colpo di Stato, il golpe Borghese, la Rosa dei Venti, il golpe bianco, oltre ad altri due tentativi, da lui ritenuti più pericolosi, di cui uno che avrebbe avuto luogo nell'agosto 1974 da parte di un "gruppo di ufficiali inferiori aveva preso contatto con degli alti ufficiali ed era pronto a impadronirsi di Roma con un colpo di mano", poi sventato dai servizi, ed uno tentato nel settembre 1974 da parte di alcuni "eredi" del golpe Borghese, anche questo, a quanto afferma Maletti, sventato dai servizi. Pieczenik tuttavia non specifica a quale tentato golpe si riferisce, se ad uno di questi (che comunque distavano temporalmente alcuni anni dal sequestro di Moro), o ad un altro più recente, sventato ma non ancora reso noto. - ^ Emmanuel Amara. Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 104
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- ^ 1º ottobre - Processo Moro Quater: è consegnata la perizia balistica e medico-legale firmata dai medici legali Silvio Merli ed Enrico Ronchetti e dal perito balistico professor Antonio Ugolini. La perizia, depositata agli atti del Processo "Moro - Quater", sostiene che: "... In via Fani, la mattina del 16 marzo [1978], spararono almeno sette armi. I colpi furono sparati da ambo i lati di via Fani e non solo da sinistra, come ha invece sostenuto in un memoriale l'imputato Valerio Morucci". L'indagine peritale, oltre a concludere che "... Assieme a quattro mitra e a due pistole semiautomatiche sparò in via Fani almeno un'altra arma. Uno dei brigatisti rossi aveva preso posto sul marciapiede alla destra dell'automobile "Fiat 130" su cui si trovava Aldo Moro. In particolare, i periti rilevano che: "...Il capo della scorta, maresciallo Oreste Leonardi, fu colpito da proiettili sparati da destra ed almeno due colpi di arma del calibro 7.65, contrariamente a quanto afferma l'imputato Morucci, furono sparati contro l'automobile su cui si trovava lo statista democristiano". Nell'ultima risposta data ai quesiti della corte si sottolinea poi, che "...Ai periti balistici non sono stati forniti, per la conduzione di questo esame tecnico, tutti i bossoli raccolti in via Fani o estratti dai corpi degli uomini della scorta". "Tutto ciò impedisce", si rileva nelle conclusioni tecniche, "di stabilire - in maniera definitiva - effettivamente quante armi e di che tipo furono usate nella circostanza".
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[modifica] Bibliografia
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- Michael Mewshaw, Year of the Gun, 1984 – libro da cui è tratto il film di John Frankenheimer L'anno del terrore
- Anna Laura Braghetti, Il prigioniero, 1988 – libro da cui è tratto il film di Marco Bellocchio Buongiorno, notte
[modifica] Voci correlate
- Aldo Moro
- Cronaca del sequestro Moro
- Memoriale Moro
- Anni di piombo
- Hanns-Martin Schleyer
- Commissioni parlamentari d'inchiesta
[modifica] Collegamenti esterni
- Vuotoaperdere.org, Sito aggiornato ed interattivo di approfondimento sul caso Moro
- Archivio900, Gli ultimi discorsi di Aldo Moro in Parlamento
- Il Memoriale Moro
- Caso Moro dalla A alla Z
- Gli scritti di Aldo Moro dal carcere brigatista
- Sito della Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo
- Il caso Moro da La Storia Siamo Noi: filmati e documenti
- Tre milizie, tre fedeltà: storia della Democrazia Cristiana da La storia siamo noi - Rai Educational
- Moro, mio padre Intervista a Giovanni Moro di Giovanni Minoli
- Rebus Speciale: Aldo Moro, il complotto?: trasmissione di Odeon dedicata alle teorie complottiste sul rapimento Moro
- "L'Affaire Moro": testo e contesto di un mistero italiano (con il testo della relazione di minoranza presentata da Sciascia)
- Relazione di minoranza del deputato Leonardo Sciascia sul sito dell'Archivio Storico del Senato della Repubblica
- Rassegna stampa del libro Doveva morire e video della presentazione al Festival del Libro, con Imposimato, Provvisionato, Bianconi, Colombo, Fasanella e Gotor
- Le pagine del sequestro Moro: foto delle prime pagine di quotidiani dell'epoca, su televisionando.it
- Elenco dei volumi pubblicati dalla Commissione Parlamentare d'inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia consultabili presso il Centro di documentazione Cultura della Legalità Democratica
- Commissione Parlamentare d'inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia. Indice di tutti i volumi pubblicati Versione pdf a cura dell'Archivio Flamigni

