Campagna dell'Africa Orientale Italiana
| Campagna dell'Africa Orientale Italiana Parte della seconda guerra mondiale
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| Data | 10 giugno 1940 - 27 novembre 1941 | ||
| Luogo | Africa Orientale | ||
| Esito | Vittoria Alleata | ||
| Schieramenti | |||
| Comandanti | |||
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| Voci di battaglie presenti su Wikipedia | |||
La Campagna dell'Africa Orientale Italiana della seconda guerra mondiale fu scatenata dopo l'entrata in guerra dell'Italia, il 10 giugno del 1940.
Indice |
[modifica] La situazione italiana
L’esercito italiano in Africa Orientale era molto consistente dal punto di vista numerico. Il problema era la scarsità o la vecchiaia dei mezzi in dotazione. Nel periodo precedente allo scoppio della guerra, fu fatto pochissimo per rinforzare le armate presenti in colonia, ed il Duca d’Aosta fu costretto, in pratica, ad affrontare le truppe britanniche con quello che già aveva sul posto, nell’impossibilità di ricevere rifornimenti.
| Corpi | Ufficiali | Sottufficiali | Truppa nazionale | Àscari | ||
|---|---|---|---|---|---|---|
| Regio Esercito | 5.131 | 5.228 | 37.054 | 181.895 | ||
| Camicie Nere | 858 | 1.439 | 24.345 | 0 | ||
| Altri corpi° | 1.062 | 3.268 | 12.818 | 18.078 | ||
| Totale | 7.051 | 9.935 | 74.217 | 199.973 | ||
| Forze italiane presenti in Africa Orientale Italiana nel giugno 1940.
°Gli "altri corpi" sono i carabinieri (9.000), la guardia di finanza (1.800), la Regia Marina (10.200), la Regia Aeronautica (7.700) e la Polizia dell'Africa Italiana (6.400). Fonte: Giorgio Rochat Le guerre italiane 1935-1943, Einaudi |
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Insieme alle forze italiane combatté anche un piccolo numero di volontari tedeschi organizzati nella Compagnia Autocarrata Tedesca.
[modifica] Organizzazione
| Per approfondire, vedi le voci Africa Orientale Italiana e Divisione amministrativa dell'Africa Orientale Italiana. |
Dal punto di vista amministrativo, l'Africa Orientale Italiana era suddivisa in sei governi. Se il governatore era un civile, aveva alle sue dipendenze un comandante militare.
Si trattava di un’impostazione inadatta a sostenere un conflitto esterno, poiché dava prevalenza agli organi civili, a danno delle autorità militari [3].
[modifica] La mancanza di preparazione pre-bellica
La posizione dell’Africa Orientale Italiana rendeva la colonia, di fatto, isolata in caso di guerra contro l’Impero Britannico. Il problema venne seriamente affrontato da Mussolini a partire dal febbraio 1937. In una lettera al viceré Rodolfo Graziani, affermò che le forze terrestri avrebbero dovuto essere portate a 100.000 soldati complessivi (metà dei quali italiani) a partire dal 1 luglio, e che da settembre bisognava iniziare ad arruolare i nativi. L’obiettivo era avere 300.000 uomini per il 1940-1941, ovvero il periodo per cui era previsto il completamento del riarmo. Nella stessa lettera, il Duce chiarì che bisognava perseguire l’autarchia dal punto di vista militare, sia in tempo di pace, che di guerra: “Tenere sempre presente che in caso di guerra la madrepatria non chiederà nulla all’Impero, ma non potrà dare nulla.”. Già allora, la situazione sul campo era ben diversa, in quanto la guerriglia etiope imponeva la presenza di oltre 250.000 soldati.
Il problema fu che il Ministero della Guerra accolse solo le richieste relative alla difesa interna, e rimandò tutte le analisi relative alla mobilitazione in caso di guerra.
La questione venne riproposta dal Duca d’Aosta nel maggio-settembre 1939, quando furono quantificate le necessità dal punto di vista economico. In particolare, per avere una completa autonomia militare dell’Impero erano necessari 4.830.000.000 di lire. Tuttavia, il progetto non era economicamente realizzabile, e fu ridimensionato ad un solo anno di guerra. La cifra prevista fu di 1.450.000.000 di lire, ma anche questa fu considerata troppo alta: il Ministero delle Finanze concesse solo 900.000.000. Il problema fu che i fondi non erano ancora utilizzabili. Solo dopo ripetute pressioni da parte dei generali (Pietro Gazzera e Guglielmo Nasi in particolare) ed un viaggio a Roma del viceré in persona, il 18 aprile 1940 i fondi vennero materialmente accordati. Tuttavia, a causa dello scoppio della guerra, pochissimo materiale giunse in Africa Orientale.
[modifica] La situazione inglese
Le truppe italiane, forti di 291.176 uomini (91.203 nazionali e 199.973 ascari), erano in netta superiorità numerica. Infatti, gli inglesi all'inizio delle ostilità potevano contare su 20.000 uomini (cifra che comprendeva anche le truppe dei dominions, del Commonwealth e delle colonie): 3 battaglioni regolari britannici nei quasi tremila chilometri del confine sudanese, 2 brigate dell'Africa orientale in Kenia (8.500 uomini, in parte sudafricani in parte coloni), 2 battaglioni fucilieri e 5 compagnie di cammellieri in Somalia britannica e 2 battaglioni indiani ad Aden.
[modifica] La guerra
Il 10 giugno 1940 l'Italia fascista dichiarò guerra a Francia e Inghilterra. L'11 giugno l'Italia fa bombardare dalla sua aviazione Port Sudan e Aden[4].
La mattina del 13 giugno tre Caproni italiani bombardarono la base aerea al forte di Wajir in Kenya. I velivoli britannici erano ancora in fase di riscaldamento e si stavano preparando al decollo; i Caproni bombardarono il forte, il campo di atterraggio, e gli alloggi nelle vicinanze.
[modifica] La difesa attiva
All'inizio del conflitto, il duca Amedeo d'Aosta aveva concepito un piano molto ambizioso ma difficilmente realizzabile: aprire una "direttissima" attraverso il Sudan e l'Egitto (2.500 km senza strade), seguendo il corso del Nilo per poter poi raggiungere i porti di approvvigionamento sul Mediterraneo. Ma da Roma giunse l'ordine di
| « mantenere un contegno strettamente difensivo[5] » |
Il duca, interpretando l'ordine in chiave di difesa attiva, attaccò su tutti i fronti cogliendo ovunque gli inglesi di sorpresa.
Nella prima metà di luglio si ebbero degli attacchi locali sia in Sudan, nelle zone di Cassala e lungo i corsi del Nilo Azzurro e del Nilo Bianco, sia nel Kenia, nel "triangolo" che si insinua tra la parte meridionale della Somalia e l'Etiopia[6].
Al confine con il Sudan, il 3 luglio 1940 furono gli inglesi a prendere l'iniziativa attaccando la cittadina eritrea di Metemma, ma venendone respinti.[7]. Ma già il 4 luglio 1940 il contrattacco italiano portò alla conquista di Cassala (a 20 km dalla frontiera con l'Eritrea) difesa dalla Sudan Defence Force. Gli Italiani inoltre presero il piccolo forte britannico di Gallabat, appena oltre il confine da Metemma, circa 320 km (200 miglia) a sud di Cassala. Vennero conquistati anche i villaggi di Ghezzan, Kurmuk e Dumbode sul Nilo Azzurro.
Dopo i successi nel Sudan, le truppe italiane passarono all'offensiva sulla frontiera del Kenia, per eliminare il pericoloso saliente di Dolo. Nella zona la difesa britannica fu particolarmente accanita. In Kenia gli italiani presero "Fort Harrington" a Moyale e conquistarono Moyale e il saliente di Mendera, spingendosi verso l'interno per oltre 100 chilometri[5]. Alla fine di luglio le forze italiane raggiunsero Debel e Buna. Quest'ultima località, a un centinaio di chilometri dal confine, segnò la punta massima della penetrazione italiana nel Kenia.
A est il 3 agosto iniziò la conquista della Somalia britannica; le forze italiane, comandate dal generale Guglielmo Nasi, portarono a compimento la campagna con l'occupazione di Berbera, la città principale, il 19 agosto.
[modifica] L'attacco britannico
Il tempo lavorava tuttavia a favore degli inglesi: finita l'illusione di una guerra-lampo, rapidissima e vittoriosa, e dopo una parvenza di successo iniziale, l'Italia subì il contrattacco Alleato su più fronti dell'allora Africa Orientale Italiana. Gli inglesi poterono infatti contare sui rinforzi e rifornimenti che giunsero dal loro impero policentrico: non solo dalla madrepatria, ma anche dall'India, dall'Australia, dalla Nuova Zelanda, dal Sudafrica. Nel novembre 1940 gli inglesi saggiarono le difese italiane avanzate di Gallabat e Metemma con un attacco che si risolse in un nulla di fatto: gli italiani sgomberarono Gallabat lasciando sul terreno 175 morti, ma gli inglesi, bombardati da terra e dal cielo, furono a loro volta costretti a lasciare il forte. Nel gennaio 1941 le forze italiane erano ancora in superiorità numerica (nonostante l'AOI fosse isolata dalla madrepatria), anzi erano cresciute numericamente a ben 340.000 uomini grazie al reclutamento di cittadini italiani ed etiopici a seguito dello scoppio della guerra; le forze britanniche invece potevano contare su oltre 250.000 uomini, senza contare le forze della guerriglia etiopica.
Sul fronte nord, le pressioni britanniche indussero gli italiani ad evacuare la città di Cassala, conquistata pochi mesi prima e a ripiegare in Eritrea sulle posizioni fortificate prima di Agordat (Battaglia di Agordat), poi di Cheren[8]. Lo scontro decisivo con gli inglesi si ebbe nella Battaglia di Cheren, dove le truppe italiane riuscirono a tenere le posizioni dal 3 febbraio al 27 marzo. Intanto, riconquistata la Somalia dai britannici nel marzo 1941, le truppe italiane furono respinte verso il centro dell'Etiopia sino a giungere alla resa con l'onore delle armi di Amedeo duca d'Aosta viceré d'Etiopia sulle alture dell'Amba Alagi (Seconda battaglia dell'Amba Alagi).
Il 6 aprile Haile Selassie entrò a Debra Marcos e venne informato che le avanguardie di Alan Gordon Cunningham erano giunte alle porte della capitale dell'impero.
A Combolcià, pochi chilometri a sud di Dessiè, si trovavano postazioni difensive italiane; il raggruppamento di brigata sudafricana del generale Dan Pienaar impegnò l'artiglieria italiana con i suoi cannoni, mentre la fanteria raggiungeva le alture sui 1.800 metri. I sudafricani impiegarono 3 giorni per raggiungere gli obiettivi e, dopo che un gruppo di guerriglieri etiopici si era unito a loro, presero d'assalto le postazioni italiane (22 aprile). I sudafricani ebbero 9 morti e 30 feriti e fecero 8.000 prigionieri [9].
Ad Addis Abeba, dove vivevano ben 40.000 civili italiani, i britannici affidarono l'amministrazione pubblica ai reparti della PAI (Polizia dell'Africa Italiana) che, spinti dal terrore e dalla rabbia, provocarono incidenti e agitazioni: spararono sui prigionieri etiopici non ancora liberati uccidendone 64, mentre un gruppo di ausiliari reclutati tra i civili uccise altri 7 etiopi durante una rissa[10]. A questo punto gli inglesi furono costretti a disarmare i soldati italiani e ad affidare l'ordine pubblico all'appena ricostituita polizia etiope. La vittoria finale dell'Etiopia e la sua liberazione dipesero molto anche dall'opposizione continua degli etiopi alla dominazione italiana, con una guerra (e guerriglia) che effettivamente non si fermò per cinque anni fino alla totale liberazione. Il 5 maggio 1941 il Negus Haile Selassie entrò ad Addis Abeba su un'Alfa Romeo scoperta, preceduto dal colonnello Wingate su un cavallo bianco. Il Negus Neghesti, appena rientrato ad Addis Abeba, esortò tutti gli etiopi a non vendicarsi sugli italiani e a non ripagare loro le atrocità che avevano commesso per cinque anni[10]:
| « Non ripagate il male che vi hanno fatto, non macchiatevi le mani con atti di crudeltà. » | |
[modifica] La resistenza di Gondar
| Per approfondire, vedi la voce Battaglia di Gondar. |
Anche dopo la conquista alleata di Addis Abeba e l'episodio dell'Amba Alagi, resistette ancora per mesi interi la guarnigione italiana di Gondar, forte di circa 40.000 uomini [11] e comandata dal generale Guglielmo Nasi. Il generale amministrò egregiamente il suo avamposto: ridusse le razioni, organizzò un mercato indigeno, una sezione recuperi per sfruttare ogni materiale, una sezione pesca sul lago Tana. Così fino a ottobre la razione dei soldati italiani fu buona: 300 grammi di pane, 400 di carne, 200 di pesce al giorno e verdure in abbondanza[2]. Ma ormai anche per Nasi si avvicinava la fine. Dopo la caduta del presidio di Uolchefit e del presidio di passo Culqualber il 27 novembre si scatenò la battaglia di Gondar e poco poterono i soldati italiani contro i carri armati britannici: le forze di Nasi, dopo essersi comportate egregiamente, si arresero e pagarono con 4.000 morti (3.700 ascari e 300 italiani) e 8.400 feriti la sconfitta finale[12]. Il Generale Nasi e le sue ultime truppe ottennero gli onori militari dagli inglesi.
Alcuni gruppi continuarono la resistenza sotto forma di guerriglia partigiana: "Fronte di Resistenza" e "Figli d'Italia".
[modifica] Il ruolo della Marina
| Per approfondire, vedi la voce Operazioni navali in Africa Orientale Italiana. |
La Regia Marina si era limitata a lasciare a Massaua 8 sommergibili e poco naviglio leggero per poter concentrare l'attacco sul grosso traffico inglese verso il Canale di Suez. Massaua cadde il 7 aprile 1941 e l'11 aprile il presidente Roosevelt dichiarò il Mar Rosso navigabile per le navi statunitensi[13].
I 590 convogli britannici che attraversarono il Mar Rosso dal giugno 1940 al maggio 1941 lamentarono due soli affondamenti.
Nel solo mese di giugno ben 4 sommergibili divennero inutilizzabili a causa delle esalazioni di cloruro di metile dell'impianto di condizionamento dell'aria nelle temperature del Mar Rosso; gli altri, il Guglielmotti, il Galileo Ferraris, il Perla e l'Archimede, riuscirono a tornare in patria dopo una rocambolesca circumnavigazione dell'Africa: arrivati al Capo di Buona Speranza, si diressero a nord, lungo la costa occidentale dell'Africa, e raggiunsero il porto di Bordeaux, in Francia. Il 29 marzo, il Perla venne rifornito di carburante dall'incrociatore ausiliario tedesco Atlantis nell'Oceano Indiano; gli altri 3 sottomarini vennero invece riforniti di carburante dalla petroliera tedesca Nordmark nell'Atlantico meridionale tra il 16 e il 17 aprile. Tutti e quattro i sommergibili italiani raggiunsero Bordeaux tra il 7 e il 20 maggio.
[modifica] Il sogno fascista
| Per approfondire, vedi la voce Colonialismo italiano. |
Nel corso della seconda guerra mondiale Mussolini ed altri suoi gerarchi progettarono un ingrandimento dell'Impero italiano, qualora si fosse fatta una conferenza di pace dopo la vittoria dell'Asse[14].
Questo progetto era basato nel congiungimento delle due sezioni dell'Impero italiano nel 1939 (la Libia e l'Africa Orientale Italiana) tramite la conquista dell'Egitto e del Sudan[15]. Ad esso si sarebbero aggiunte la Somalia inglese (effettivamente occupata dalle truppe italiane), Gibuti e la parte orientale del Kenya britannico[16].
Il progetto prevedeva una notevole colonizzazione di Italiani (oltre un milione da trasferire principalmente in Etiopia ed Eritrea e circa mezzo milione in Libia[17]), ed il controllo del Canale di Suez[18].
[modifica] Note
- ^ Arrigo Petacco, La nostra guerra 1940-1945. L'avventura bellica tra bugie e verità, Mondadori; pagina 68
- ^ a b Giorgio Bocca, Storia d'Italia nella guerra fascista 1940-1943, Mondadori; pagina 318
- ^ Fatti d'Arme di una Guerra Senza Fortuna, Vol. 1
- ^ Martin Gilbert, La grande storia della seconda guerra mondiale, Mondadori; pagina 107
- ^ a b Arrigo Petacco, La nostra guerra 1940-1945. L'avventura bellica tra bugie e verità, Mondadori; pagina 30
- ^ Andrea Molinari, La conquista dell'Impero. 1935-1941 La guerra in Africa Orientale; Hobby & Work, pagina 114
- ^ Laura Marengo Impero addio, Ed. Fratelli Melita Editori - La Spezia 1988, capitolo. Il provvisorio ritorno a Cassala, pag. 111 "1940, primi giorni di guerra. Il bollettino n.25 annuncia:"...Nell'Africa Orientale, le nostre truppe, respinto l'attacco su Metemma, sono passate alla controffensiva occupando la posizione fortificata di Gallabat, in territorio del Sudan anglo-egiziano. Più a nord, superata una tenace resistenza, è stata occupata Cassala."
- ^ Vita e morte del soldato italiano nella guerra senza fortuna, Ed. Ferni - Ginevra 1975, libro I, pag. 143
- ^ II Guerra Mondiale - La perdita dell'Africa Orientale Italiana>
- ^ a b Giorgio Bocca, Storia d'Italia nella guerra fascista 1940-1943, Mondadori; pagina 315
- ^ Battaglia di Gondar
- ^ Pietro Maravigna, Come abbiamo perduto la guerra in Africa, Tosi, 1949; pagina 191
- ^ Arrigo Petacco, La nostra guerra 1940-1945. L'avventura bellica tra bugie e verità, Mondadori; pagina 64
- ^ General Pietro Maravigna. Come abbiamo perduto la guerra in Africa. Le nostre prime colonie in Africa. Il conflitto mondiale e le operazioni in Africa Orientale e in Libia. Testimonianze e ricordi. p. 127
- ^ Alberto Rovighi. Le Operazioni in Africa Orientale pag. 83
- ^ Franco Antonicelli(1961). Trent'anni di storia italiana 1915 - 1945 pag. 107
- ^ 'Systematic "demographic colonization" was encouraged by Mussolini's government. A project initiated by Libya's governor, Italo Balbo, brought the first 20,000 settlers--the ventimilli--to Libya in a single convoy in October 1938....Plans envisioned an Italian colony of 500,000 settlers by the 1960s' (Una sistematica "colonizzazione demografica" fu incoraggiata dal governo di Mussolini. Un progetto iniziato dal governatore della Libia, Italo Balbo, portò i primi 20.000 coloni, detti Ventimilli, in Libia nell'ottobre 1938.....Progetti visionavano una colonia italiana di 500.000 coloni negli anni sessanta) da Chapin Metz, Hellen. Libya: A Country Study. Washington: GPO for the Library of Congress, 1987
- ^ Maravigna, General Pietro. Come abbiamo perduto la guerra in Africa. Le nostre prime colonie in Africa. Il conflitto mondiale e le operazioni in Africa Orientale e in Libia. Testimonianze e ricordi.pag. 183
[modifica] Bibliografia
- Giorgio Bocca, Storia d'Italia nella guerra fascista 1940-1943, Mondadori.
- Andrea Molinari, La conquista dell'Impero. 1935-1941 La guerra in Africa Orientale; Hobby & Work.
- Arrigo Petacco, La nostra guerra 1940-1945. L'avventura bellica tra bugie e verità, Mondadori.
- Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall'impero d'Etiopia alla disfatta, Einaudi.
[modifica] Voci correlate
- Àscari
- Campagna d'Africa Orientale
- Guerra d'Etiopia
- Impero coloniale italiano
- Storia del colonialismo in Africa
- Conquista italiana della Somalia britannica