Brigate Rosse

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Brigate Rosse
Flag of the Brigate Rosse.svg
Bandiera delle Brigate Rosse
Attiva 1970 - 1989
Nazione Italia Italia
Contesto Anni di piombo
Ideologia Estrema sinistra
Affinità politiche Prima Linea
Rote Armee Fraktion
Componenti
Fondatori Renato Curcio
Margherita Cagol
Alberto Franceschini
Componenti principali Mario Moretti
Prospero Gallinari
Franco Bonisoli
Rocco Micaletto
Lauro Azzolini
Barbara Balzerani
Valerio Morucci
Adriana Faranda
Riccardo Dura
Giovanni Senzani
Bruno Seghetti
Raffaele Fiore
Luca Nicolotti
Attività
Azioni principali Sequestro Moro
Primi collaboratori di giustizia Marco Pisetta
Patrizio Peci
[senza fonte]

Brigate Rosse (BR) fu un'organizzazione terroristica italiana di estrema sinistra costituitasi nel 1970 per propagandare e sviluppare la lotta armata rivoluzionaria per il comunismo.

Di matrice marxista-leninista, fu il maggiore, più numeroso e più longevo gruppo terroristico di sinistra del secondo dopoguerra esistente in Europa occidentale.[1][2]

In base ai racconti di alcuni dei principali militanti, la decisione di intraprendere la "lotta armata" sarebbe stata presa in un convegno tenuto nell'agosto del 1970 in località Pecorile, comune di Vezzano sul Crostolo (RE) a cui partecipò un centinaio di delegati dell'estremismo di sinistra. Nell'organizzazione confluirono i militanti del cosiddetto "gruppo reggiano", tra cui Alberto Franceschini, quelli del gruppo proveniente dall'Università di Trento, tra cui Renato Curcio e Margherita Cagol, e quelli del gruppo di operai e impiegati delle fabbriche milanesi Pirelli e SIT-Siemens.

Le prime "azioni" rivendicate come "Brigate Rosse" risalgono al 1970, e continuarono con il massimo dell'attività tra il 1977 e il 1980. Dopo una fase di cosiddetta "propaganda armata" con attentati dimostrativi all'interno delle fabbriche e sequestri di dirigenti industriali e magistrati, nel 1974-76 vennero arrestati o uccisi i principali brigatisti del gruppo iniziale. Da quel momento la direzione dell'organizzazione passò ai brigatisti nel nuovo Comitato Esecutivo in cui assunse un ruolo determinante Mario Moretti, che potenziarono notevolmente la capacità logistico-militare del gruppo, estendendo l'azione oltre che nelle città del nord anche a Roma e Napoli e moltiplicando gli attacchi sempre più cruenti contro politici, magistrati, industriali e forze dell'ordine.

Momenti culminanti dell'attività del gruppo furono l'agguato di via Fani e il sequestro Moro nella primavera 1978; con il drammatico rapimento di Aldo Moro le Brigate Rosse sembrarono in grado di influire in modo decisivo sull'equilibrio politico italiano e di poter sovvertire l'ordine democratico della Repubblica.

L'organizzazione entrò in crisi nei primi anni ottanta per il suo irreversibile isolamento all'interno della società italiana e venne progressivamente distrutta grazie alla crescente capacità di contrasto da parte delle forze dell'ordine ed anche grazie alla promulgazione di una legge dello Stato italiano che concedeva cospicui sconti di pena ai membri che avessero rivelato l'identità di altri terroristi. Nel 1987 Renato Curcio e Mario Moretti firmarono un documento in cui dichiaravano "conclusa" l'esperienza delle BR.

Secondo l'inchiesta di Sergio Zavoli La notte della Repubblica, dal 1974 (anno dei primi omicidi ad esse attribuiti) al 1988 le Brigate Rosse hanno rivendicato 86 omicidi[3]: la maggior parte delle vittime era composta da agenti di Polizia e Carabinieri, magistrati e uomini politici. A questi vanno aggiunti i ferimenti, i sequestri di persona e le rapine compiute per "finanziare" l'organizzazione.

Renato Curcio ha calcolato che 911 persone siano state inquisite per avere fatto parte delle BR[4], alle quali vanno aggiunte altre 200-300 persone facenti parte dei vari gruppi armati che dalle BR si staccarono (Partito Comunista Combattente, Unità Comuniste Combattenti, "Partito Guerriglia", Colonna Walter Alasia).

La denominazione "Brigate Rosse" è ricomparsa, dopo anni di assenza, nel 1999, per rivendicare nuovi cruenti attentati nel periodo 1999-2003. In un comunicato emesso nel 2003 dalla Procura della Repubblica di Bologna l'organizzazione veniva considerata ancora attiva con nuovi componenti[5].

Le BR negli anni di piombo[modifica | modifica wikitesto]

Ideologia delle Brigate Rosse negli anni di piombo[modifica | modifica wikitesto]

Volantini delle BR con la tipica stella a cinque punte

Secondo fondatori e dirigenti, le Brigate Rosse dovevano "indicare il cammino per il raggiungimento del potere, l'instaurazione della dittatura del proletariato e la costruzione del comunismo anche in Italia". Tale obiettivo doveva realizzarsi attraverso azioni politico-militari e documenti di analisi politica detti "risoluzioni strategiche", che indicavano gli obiettivi primari e la modalità per raggiungerli.

I Brigatisti ritenevano non conclusa la fase della Resistenza all'occupazione nazifascista dell'Italia; secondo la loro visione all'occupazione nazifascista si era sostituita una più subdola "occupazione economico-imperialista del SIM (Stato Imperialista delle Multinazionali)", diretta emanazione dell' "imperialismo capitalista rapace e sfruttatore" di matrice statunitense, a cui bisognava rispondere intraprendendo un processo di lotta armata che potesse scardinare i rapporti di oppressione dello Stato e fornire lo spazio di azione necessario allo sviluppo di un processo insurrezionale e la nascita di democrazia popolare di stampo sovietico, o quanto meno di matrice leninista, espressione della dittatura del proletariato.[6] Le Brigate Rosse hanno quindi sempre rifiutato la definizione di "organizzazione terroristica", attribuendosi invece quella di "guerrigliera".

Proprio per ribadire la ostentata "estraneità" alla natura semplicemente terroristica, dichiarata dall'organizzazione guerrigliera[7], il professor Giovanni Senzani nei comunicati ufficiali delle BR, nonché sugli stendardi che servivano di sottofondo per le fotografie ai cosiddetti "prigionieri politici" (le persone sequestrate dai brigatisti e tenute prigioniere nelle cosiddette "prigioni del popolo") faceva iscrivere la frase: "La rivoluzione non si processa!"[8]. L'ideologia brigatista si riconduceva, a dire di chi la propugnava, ad una "incompiuta lotta di liberazione partigiana dell'Italia"; come i partigiani avevano liberato il popolo dalla dittatura nazifascista, le BR avrebbero liberato una volta per tutte il popolo dalla servitù alle "multinazionali".

In alcuni gruppi dell'estrema sinistra maoista e marxista-leninista, in alcuni dei collettivi autonomi, si vedeva un nesso tra sindacalismo militante ed azione partigiana: era la risposta da dare alla "Strategia della tensione" instaurata in quegli anni dai - si diceva - "servizi segreti deviati, complici della C.I.A.". "Alzare il livello dello scontro!" era lo slogan che condiva questa visione della realtà. Ad esempio, Mario Moretti proveniva dalle file del sindacato.

L'altra anima delle Brigate Rosse fu quella della contestazione studentesca, nella fattispecie quella sorta alla Facoltà di Sociologia dell'Università di Trento, cui appartenevano sia Renato Curcio che la moglie, Margherita Cagol.

Le Brigate Rosse operarono in Italia a partire dall'inizio degli anni settanta, attraverso una struttura politico-militare compartimentata e organizzata per cellule. Compivano atti di "guerriglia urbana" e terrorismo contro persone ritenute rappresentanti del potere politico, economico e sociale (uccisione, ferimento[9] o sequestro di numerosi uomini politici, magistrati e giornalisti).

Le origini: La nascita del "Partito Armato"[modifica | modifica wikitesto]

Fin dai suoi albori, l'organizzazione terroristica comprendeva tre distinte "anime", ognuna delle quali ebbe una propria peculiare genesi ed una propria data di nascita. La galassia brigatista si presentava tutt'altro che monolitica, in quanto le diverse correnti ivi confluite erano solo ideologicamente e politicamente affini, ma non sempre concordi e coerenti sui modi, sui mezzi e sui tempi indispensabili al raggiungimento del fine. Esisteva un'ala marxista "pura e dura", cui apparteneva - ad esempio - Franceschini, che riteneva i partigiani disarmati dal potere centrale prima ancora che fosse terminata la guerra di liberazione. Ad essa s'affiancò un'ala "sindacalista militante" (il cui rappresentante di spicco fu Moretti), amante delle azioni altisonanti (rapimenti, intimidazioni, attentati, etc.) da compiersi unicamente in fabbrica. Da ultima, s'identifica un'ala a posteriori inquadrabile come "catto - comunista", teorica ed egualitaria che aveva in Curcio e nella Cagol gli esponenti più noti. A questa partizione accenna Galli nel suo libro[10], suggerendo - altresì - l'ipotesi che fosse proprio la mancanza di collante strategico, presente sin dalla fondazione del movimento, la causa prima della scissione delle Brigate Rosse in gruppi di minor calibro tra il 1979 e il 1984, lasciando intravedere un punto debole proprio in quest'anima plurima della galassia brigatista.

Le motivazioni che spinsero allora molti giovani a spendere la propria vita a servizio della rivoluzione, convinti "che la politica dovesse essere intesa solo come azione, come attacco frontale e senza riserve", risiedevano nelle scelte di scardinare senza mediazioni diplomatiche il sistema di gestione del potere politico. Dal punto di vista di chi scelse la via rivoluzionaria, questo era completamente in mano ad esponenti della precedente generazione che non potevano esser rimossi per via democratica; gli uni erano intenti a recuperare i valori della libertà del paese dagli stranieri, nazisti od americani che fossero, gli altri tesi a "forgiare" una società egualitaria in cui marxismo e cattolicesimo radicale fossero fusi insieme, tant'è vero che - secondo la testimonianza di Franceschini - lo stesso Curcio ebbe una volta ad affermare che "... Gesù Cristo fu il primo comunista della storia"[11].

L'ideologia brigatista si riconduceva - a loro dire - ad una "incompiuta lotta di liberazione partigiana dell'Italia": come i partigiani liberarono il popolo dalla dittatura nazifascista, così il nuovo movimento rivoluzionario avrebbe liberato una volta per tutte il popolo dalla servitù alle multinazionali statunitensi. Alla logica partigiana si ispiravano i soprannomi che i brigatisti utilizzavano per celare la vera identità, nonché la struttura verticale dell'intera organizzazione: gruppi di fuoco inquadrati in cellule, a loro volta raggruppate in colonne sotto l'egida della direzione strategica.

La struttura delle BR storiche[modifica | modifica wikitesto]

Le Brigate Rosse "storiche" erano strutturate come un vero e proprio esercito di liberazione nazionale, non dissimile da quello vietnamita o dal FLN (Fronte di Liberazione Nazionale algerino)[12].

Il gruppo di comando dell'organizzazione, detta "direzione strategica", definiva la "linea politica" da seguire per un certo periodo. All'interno della linea decisa, ogni singola "colonna" definiva anche le azioni armate da compiere. Le azioni più importanti venivano decise dal "Comitato esecutivo", composto da quei membri della "direzione strategica" che avevano la responsabilità di dirigere una "colonna".

Il modello ideale da cui trarre ispirazione è quello partigiano, le nuove declinazioni del potere e delle lotte operaie in corso, tuttavia, pongono le BR in una prospettiva metropolitana, sulla scorta del movimento Tupamaros in Uruguay. Ma il punto debole dell'intera struttura è identificabile nella rigida verticalità dell'organizzazione che non lasciava spazi autonomi alle diverse colonne. Tale rigida organizzazione gerarchica sarà la causa della scissione (Novembre 1979 - Novembre 1980) del movimento nei due tronconi, ala militarista e colonna milanese autonoma (che prendera' il nome di "Walter Alasia", d'ispirazione puramente sindacalista[13]) ed alla successiva spaccatura, nel triennio 1981 - 1984, tra ala militarista ed ala movimentista, la prima d'ispirazione marxista - leninista e la seconda maoista[11], e della sua infiltrazione da parte dell'antiterrorismo che condurrà allo smantellamento definitivo dopo il rapimento del generale statunitense James Lee Dozier, nel 1981 a Verona e alla sua successiva liberazione a Padova nel 1982.

Dal 1982 si assiste allo sgretolamento della logica verticistica ed all'affermarsi di innumerevoli autonome entità, per cui viene meno il centro di comando rappresentato dalla "Direzione Strategica". Le nuove Brigate Rosse che si affermeranno tra il 1992 ed il 2009 ricalcheranno la struttura "frammentaria" degli ultimi anni delle BR storiche.

Gli albori - Il Collettivo Politico Metropolitano[modifica | modifica wikitesto]

Viste dal loro interno, le BR non furono mai quel "fronte unitario" che la propaganda nei volantini di rivendicazione delle azioni descrisse e che gli stessi terroristi volevano fosse accreditato. Agli albori della loro storia, le BR erano un ristretto gruppo rivoluzionario che aveva scelto l'azione diretta come pratica di lotta facendo riferimento ai gruppi armati europei (l'Action directe francese e la RAF tedesca) e a quelli appena sorti in Italia, i Gruppi di Azione Partigiana fondati da Giangiacomo Feltrinelli (che prendevano il nome da un'analoga formazione partigiana, i "Gruppi di Azione Patriottica" al tempo della Resistenza) e il gruppo genovese XXII Ottobre. Altra fonte d'ispirazione furono, secondo Alberto Franceschini, i Tupamaros, guerriglieri attivi negli anni sessanta in Uruguay.

I personaggi che daranno vita a questo progetto provenivano dalla facolta' di sociologia dell'Università di Trento (Renato Curcio, Margherita Cagol, Giorgio Semeria) (slogan riconosciuto all'epoca era il "Vietato vietare !", mutuato dai moti del "Maggio francese"), dalle federazione giovanile del PCI di Reggio Emilia (Alberto Franceschini, Prospero Gallinari) e dal movimento delle fabbriche (Mario Moretti, tecnico della Sit-Siemens, che entrerà nel gruppo nel 1971).

Il coordinamento di un certo numero di collettivi autonomi, nell'autunno del 1969 a Milano, prese il nome di Collettivo Politico Metropolitano (CPM), un movimento che raccoglieva tutte le idee in fermento della nuova sinistra di quel periodo. Il CPM raccolse decine di collettivi eterogenei composti da operai, cantanti, grafici, insegnanti, tecnici, attori e musicisti e lavorò sotto forma di centro politico-ricreativo-culturale fino al dicembre del '69, quando per le mutate condizioni politiche (la tensione generale dovuta alla strage di piazza Fontana) cessò l'attività e diede vita all'organizzazione extraparlamentare Sinistra Proletaria.

Tale organizzazione esprimeva alcune delle posizioni teoriche che saranno alla base della piattaforma ideologica brigatista: l'occupazione statunitense dell'Italia tramite le multinazionali si esprimeva con la collocazione al potere di una classe dirigente immutabile e non eliminabile per via pacifica tramite le elezioni. Sinistra Proletaria sarà l'organizzazione di riferimento per alcuni gruppi di operai e tecnici di due grossi stabilimenti produttivi milanesi, la Sit-Siemens e la Pirelli.

Ad essi si affiancarono studenti di diversa estrazione e sotto-proletari dei quartieri popolari di Milano (in particolare il Lorenteggio, Quarto Oggiaro e il Giambellino).

Ad accomunare i militanti del CPM - tra i quali molti esponenti del cosiddetto "nucleo storico" delle Brigate Rosse - è il marxismo-leninismo nella versione della Terza Internazionale, rinverdita dall'analisi maoista. Proprio la diversità tra la visione maoista (era allora in pieno svolgimento in Cina la cosiddetta "Rivoluzione Culturale", che fu interpretata da alcune frange della sinistra extraparlamentare quale "rivoluzione") sul coinvolgimento delle masse popolari, e quella del marxismo-leninismo ortodosso (ruolo indiscutibile del "Partito-Guida") creerà, in futuro, una frattura insanabile all'interno delle BR.

Alcuni militanti del CPM provenivano dall'esperienza cattolica. La facoltà di sociologia dell'Università di Trento fu istituita nel 1962, anno in cui s'iscrisse lo studente Renato Curcio. In tale ambiente nasce e si sviluppa quella che diventerà poi la sintesi tra cristianesimo e rivoluzione di quegli anni e cioè la consapevolezza che il Regno di Dio sia da ricondurre al regno dell'uguaglianza teorizzato dal marxismo rivoluzionario. Non è casuale che alcune provenienze appartengano al mondo cattolico, laddove il Vangelo veniva sentito come "lettera tradita": tra questi Renato Curcio e Marco Boato. Da Trento Curcio e la sua compagna Margherita Cagol si trasferirono poi a Milano, dove nel 1969 contribuirono alla fondazione del CPM[14].

Non esiste un atto ufficiale di fondazione delle Brigate Rosse. Molti ritengono che la nascita dell'organizzazione sia avvenuta nel corso del convegno organizzato dal CPM del 28 novembre 1969, nell'albergo Stella Maris di Chiavari (di proprietà ecclesiastica, la cui sala convegni fu all'uopo affittata da Curcio), dove si tenne - secondo quanto racconta uno dei capi storici, Alberto Franceschini, nel suo libro dal titolo: "Mara, Renato ed io" - un convegno cui parteciparono i militanti del CPM.

Secondo lo stesso Franceschini in quell'occasione non si accennò alla lotta armata e alla clandestinità, che divennero in seguito tratti distintivi dei militanti delle BR. Di diversa opinione è Giorgio Galli nel suo libro "Storia del Partito Armato" (1986), in cui afferma che - nel contesto della summenzionata riunione - fu trattato il tema "Il fiore violento della lotta armata".

Interno della Banca Nazionale dell'Agricoltura di Piazza Fontana dopo l'esplosione (12 dicembre 1969)

Dopo la Strage di Piazza Fontana che diede l'avvio alla cosiddetta "Strategia della tensione", avvenuta il 12 dicembre 1969 (neppure un mese dopo il convegno proto - brigatista di Chiavari),interpretata da gran parte dei movimenti del tempo come "strage di stato" intesa a dissuadere il cammino delle lotte operaie e studentesche, il dibattito già in corso sull'uso della violenza trovò in molte formazioni extraparlamentari sollecitazione ed impulso per la creazione di un gruppo armato di autodifesa.

Nell'agosto del 1970 a Pecorile (frazione di Vezzano sul Crostolo), si riunirono i militanti di Sinistra Proletaria e fu decisa la fusione del troncone favorevole alla lotta armata con quello sindacalista.

In realtà, appare difficile identificare un luogo ed una data precisa per la nascita del futuro "Partito Armato". Panorama[15] ed altri[16] ritengono che la vera genesi del movimento terrorista sia da ricercare nella riunione di Costaferrata (RE) dell'agosto 1970. Secondo queste fonti, si è creduto a lungo che le Brigate rosse fossero nate dopo un congresso all'hotel Stella Maris di Chiavari, nell'autunno 1969. In Liguria vennero forse decise la clandestinità e la lotta armata, ma la scelta di dar vita ad un movimento guerrigliero era stata fatta altrove. Tonino Loris Paroli, militante della colonna torinese delle BR, carcerato per 16 anni ma non coinvolto in omicidi o ferimenti, ha raccontato che la vera nascita del gruppo avvenne "Da Gianni", ristorante con alloggio a Costaferrata di Casina, a 650 metri sui monti intorno a Reggio Emilia, in Val d'Enza, di fronte ai ruderi del castello di Matilde di Canossa. Fu un vero congresso, durò dal lunedì al sabato. Parteciparono una settantina di fuoriusciti dalle sezioni del PCI reggiano, milanese e trentino, che avevano preso alloggio nelle case del paese e chiesto aiuto anche al parroco, Don Emilio Manfredi per la logistica. Il maresciallo dei carabinieri avvertito della riunione si informò se disturbassero e poi non si occupò più della faccenda. Fra i partecipanti molti sarebbero stati dei protagonisti negli anni successivi: i duri di Reggio, quelli del movimento "dell'appartamento" quasi al completo (un gruppo di giovani, in gran parte provenienti dal PCI e dalla FGCI, ma anche dal mondo cattolico e dall'area anarchica, che comincia dall'estate 1969 a ritrovarsi in una grande soffitta in via Emilia S. Pietro 25 a Reggio Emilia), Sinistra Proletaria, militanti di Milano, di Torino, di Genova, due di Trento.

Dai detrattori delle BR la denominazione "Brigate Rosse" viene facilmente affiancata ai corpi di repressione antipartigiana della Repubblica Sociale Italiana, le Brigate Nere[17]. Uno dei suoi fondatori (Renato Curcio) racconta in realtà di un riferimento all'organizzazione armata legata alla Resistenza partigiana milanese, la Volante Rossa, da cui l'aggettivo "Rossa" legato a "Brigata", tipica denominazione militare oltre che partigiana (le Brigate Garibaldi). Le prime azioni dell'organizzazione infatti furono firmate "Brigata Rossa" al singolare.

Periodo 1970-1974: la "propaganda armata"[modifica | modifica wikitesto]

Tra il 1970 e il 1974 le BR agirono prevalentemente con piccoli gruppi che operano all'interno delle fabbriche in modo spesso clandestino. Inizialmente agirono solo nel milanese, successivamente estesero il proprio operato in Piemonte, Liguria, Veneto ed Emilia-Romagna. Le BR si strutturarono in gruppi parasindacali ognuno dei quali, detto "Brigata", aveva il compito di fare propaganda nelle fabbriche e in particolare nelle aziende soggette a piani di ristrutturazione o nelle quali il rapporto dei lavoratori con la dirigenza e la proprietà fosse particolarmente conflittuale.

I militanti delle BR, oltre a diffondere le proprie idee, prendono di mira quadri e dirigenti aziendali, incendiandone le auto o realizzando brevi sequestri, della durata di qualche ora o di pochi giorni, allo scopo di intimidire il rapito e la dirigenza dell'azienda e dimostrare la forza e la spregiudicatezza dell'organizzazione ("Colpirne uno per educarne cento").

Durante il triennio iniziale, l'obiettivo era quello di dimostrare, all'interno delle lotte operaie, che - unicamente attraverso la guerriglia urbana - un'alternativa politica ai partiti tradizionali era possibile. Come scrisse Franceschini "...Ricordiamo che l'Italia viveva anni bui. Stragi di stato, tentativi di golpe... questo era il contesto in cui le Brigate Rosse hanno incominciato ad agire". Le prime azioni erano dimostrative. Piccoli attentati incendiari contro le automobili di capi reparto particolarmente zelanti durante i durissimi conflitti sociali che percorrevano la penisola. Agli albori della loro storia, le BR erano un gruppuscolo rivoluzionario come tanti, in cui coesistevano due distinte anime: il sindacalismo esasperato (Franceschini, Moretti), la contestazione studentesca (Curcio, Cagol).

Nel maggio 1974 vennero diffuse dagli inquirenti le foto di alcuni dei presunti capi delle Brigate Rosse: da sinistra, Piero Morlacchi, Mario Moretti, Renato Curcio e Alfredo Bonavita.

In seguito, l'orizzonte si allargò e si fece il salto di qualità: parole d'ordine diventano abbattere lo stato borghese, cacciare gli occupanti statunitensi ed imporre l'espulsione della NATO. Creare dunque dei rapporti di forza differenti in un paese a sovranità limitata, dove anche la democrazia era confiscata a profitto del singolare sistema politico del consociativismo. Da tener presente che le diverse anime del movimento eversivo erano legate ed accomunate unicamente dall'ideologia. Questo collante verrà meno quando l'ala intransigente non esitò a colpire il sindacalista Guido Rossa (1979): da quel momento la componente sindacalista del movimento avviò la separazione dalla componente politico - rivoluzionaria.

Nell'aprile 1970, i primi volantinaggi ed i primi comizi iniziarono a Milano, la capitale industriale dell'Italia. Stando a quanto affermato dai testimoni oculari, le Forze dell'Ordine non intervennero. Il 14 agosto, nello stabilimento della Sit-Siemens apparve un pacco di volantini ciclostilati il cui contenuto, aspro e provocatorio, illustrava delle situazioni aziendali mischiandole con insulti feroci rivolti a «dirigenti bastardi» e «capi reparto aguzzini».

Ed otto giorni più tardi le BR si fecero vive ancora. In pieno giorno un motociclista, casco e occhialoni, passò davanti allo stabilimento Sit-Siemens di Settimo Milanese e scagliò contro il cancello d'ingresso un centinaio di volantini. Tali ciclostilati contenevano nomi ed indirizzi di dirigenti ed operai dell'azienda, accusati di legami con il padronato," che devono essere colpiti dalla vendetta proletaria". L'invito rivolto agli operai è perentorio, "dovete agire" . Anche questo volantino era firmato "Brigate Rosse".

I primi attentati incendiari ad opera delle BR vennero eseguiti nel settembre del 1970: a farne le spese fu l'auto del dirigente dell'ufficio del personale della Sit Siemens di piazza Zavattari a Milano, tal Giuseppe Leoni. L'azione venne rivendicata lasciando sul posto due strisce di carta con la scritta "Brigate Rosse", e qualche tempo più tardi con dei volantini lasciati nei bagni della fabbrica sui quali si leggevano anche altri nomi da colpire. Scenario assai simile si verificò alla Pirelli: prima apparvero dei volantini con una "lista di proscrizione", poi, il 27 novembre, venne data alle fiamme l'auto di Ermanno Pellegrini, capo dei servizi di vigilanza dello stabilimento. La direzione reagì licenziando un ignaro operaio, tal Della Torre, ma di nuovo le BR ribatterono incendiando anche l'auto al capo del personale, e nel rivendicare questa azione misero in risalto l'inumanità del licenziamento, da parte della dirigenza Pirelli, di un "padre di famiglia e comandante partigiano".

I giornali dell'epoca, in relazione alle BR, si riferivano ad una non meglio precisata "Formazione dell'estrema sinistra extraparlamentare". Le BR iniziarono, pertanto, cercando di porsi verso gli operai come "guida" ad una lotta dura al padronato, senza tralasciare le lotte politiche. Nei primi mesi del 1971 viene data alle fiamme pure l'automobile dell'allora responsabile del movimento neofascista FdG (Fronte della Gioventù), Ignazio La Russa.

La prima azione delle Brigate Rosse che abbia un certo peso avviene nella notte del 25 gennaio 1971: otto bombe incendiarie vengono collocate sotto altrettanti autotreni sulla pista prova pneumatici di Lainate dello stabilimento Pirelli. Tre autotreni vengono distrutti dalle fiamme.

Primi sequestri e processi proletari[modifica | modifica wikitesto]

La prima azione BR che ha come obiettivo una persona avviene a Milano il 3 marzo 1972, quando l'ingegner Idalgo Macchiarini, dirigente della Sit-Siemens, viene prelevato di fronte allo stabilimento, fotografato con un cartello al collo (sul quale si leggeva: "Mordi e fuggi. Niente resterà impunito. Colpiscine uno per educarne cento. Tutto il potere al popolo armato!") e sottoposto ad un interrogatorio (il cosiddetto "Processo Proletario nel Carcere del Popolo") di quindici minuti sui processi di ristrutturazione in corso nella fabbrica. All'indomani del sequestro il quotidiano del PCI descrisse per la prima volta le BR definendole come «una fantomatica organizzazione che si fa viva in momenti di particolare tensione sindacale con gravi atti provocatori, nel tentativo di far ricadere sui lavoratori e i sindacati le responsabilità di atti e iniziative che nulla hanno a che vedere con il movimento operaio e le sue lotte».[18]

Oltre che Macchiarini, subirono veloci sequestri l'ingegnere Michele Mincuzzi dell'Alfa Romeo sequestrato per alcune ore il 28 giugno 1973 e Ettore Amerio, capo del personale FIAT, (10 - 18 dicembre 1973).

Il 2 maggio 1972 la polizia individuò un "covo" delle BR in via Boiardo, a Milano, arrestando un militante (Marco Pisetta), e trovando materiale che portò a molti arresti. In seguito a questo ritrovamento le BR scelsero la via della clandestinità totale. Pisetta, un elettrotecnico di Trento, dove aveva conosciuto Renato Curcio, fu il primo pentito delle BR, collaborò e ottenne di essere rilasciato. Più di una fonte interna lo ritiene un infiltrato. Il Pisetta si trasferì a Friburgo in Germania. Le BR cercarono di rintracciarlo, probabilmente per ucciderlo, ma senza riuscirci. Si costituì nel 1982 e ottenne nel 1986 la grazia dall'allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

Nell'agosto-settembre 1972 le BR, sul modello organizzativo proposto in Uruguay dai Tupamaros, costituirono a Milano e a Torino due "colonne", ognuna delle quali composta da più brigate operanti all'interno delle fabbriche e dei quartieri. Inoltre con la distinzione tra forze regolari (militanti di maggior esperienza politica totalmente clandestini) e forze irregolari (militanti di tutte le istanze che fanno parte a tutti gli effetti dell'organizzazione senza essere clandestini), viene precisata la definizione dei livelli di militanza.

Foto diffusa dalle BR del sequestro Macchiarini

Nell'autunno 1973, in un incontro tra esponenti della colonna di Milano e di Torino fu deciso di articolare il lavoro delle colonne in tre settori (denominati "fronti"): il settore delle grandi fabbriche; il settore della lotta alla controrivoluzione (attentati contro i partiti di destra e di centro); il settore logistico (finanziamento ed armamento).

A Milano la brigata di fabbrica della Sit-Siemens incoraggiò la formazione dei Nuclei Operai di Resistenza Armata (NORA) con una propria autonomia operativa, seppur fortemente dipendente dalle BR medesime. I NORA, la cui prima azione è del 2 maggio 1973 e l'ultima del 28 gennaio 1974, compiono alcuni attentati incendiari contro beni di dirigenti di fabbrica (in genere automobili) e contro alcune sedi della polizia.

A Torino, in breve tempo, le BR trovarono adesioni in tutti gli stabilimenti della Fiat ed in molte altre grandi fabbriche (Pininfarina, Bertone, Singer).

I primi anni delle BR sono stati interpretati a posteriori come un periodo di "propaganda armata": dare segnali di lotta concreti con azioni dimostrative e atti di forza per conquistare consensi all'interno della classe operaia. Solo successivamente le BR uscirono dalla logica dello scontro all'interno delle fabbriche per dare vita ad un progetto politico di più ampio respiro: incidere direttamente sul processo politico nazionale per modificare i rapporti di forza politici all'interno del paese.

I primi morti e il sequestro Sossi[modifica | modifica wikitesto]

A Padova il 17 giugno 1974 le BR commisero il primo - duplice - omicidio: nel corso di un'incursione nella sede del MSI di via Zabarella, furono uccisi, pur in assenza di pianificazione, Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola. Il nucleo veneto gestì l'evento, rivendicandolo all'interno della pratica dell'antifascismo militante. Le Brigate Rosse, a livello nazionale, pur assumendone la responsabilità, ribadirono che la questione centrale dell'intervento armato era l'attacco allo Stato e non l'antifascismo militante.

Tra il 1973 ed il 1974, le BR allargarono i loro rapporti organizzativi in varie regioni: consolidando i contatti con operai dei Cantieri Navali Breda e del Petrolchimico di Porto Marghera fu costituita la terza colonna, la colonna veneta; in Liguria, con alcuni operai dell'Italsider, fu creata la colonna genovese; nelle Marche si strinsero relazioni con esponenti dei Proletari Armati in Lotta, alcuni dei quali daranno vita al comitato marchigiano delle BR.

La prima azione condotta contro un esponente dello Stato fu il rapimento del sostituto procuratore Mario Sossi, avvenuto a Genova, il 18 aprile del 1974. Sossi, che era stato Pubblico Ministero nel processo contro il gruppo armato genovese della "XXII Ottobre", fu rapito e tenuto prigioniero in un villa vicino Tortona. Sossi fu sottoposto a "processo" dai brigatisti (Franceschini, la Cagol e Piero Bertolazzi) e venne condannato a morte (lo slogan in voga all'epoca era: "Sossi fascista, sei il primo della lista!"). I brigatisti, però, offrirono allo Stato un'opzione, ovvero chiesero in cambio della sua liberazione la scarcerazione dei membri della "XXII Ottobre" detenuti, in una sorta di "scambio di prigionieri" tra BR e Stato. Durante il sequestro Sossi "collaborò" con i suoi carcerieri, svelando i retroscena di inchieste insabbiate dalla Questura genovese: dettagli che le BR resero pubblici. Arrivò l'offerta del Tribunale di Genova di rivedere la posizione dei detenuti della "XXII Ottobre" sfruttando le possibilità offerte dalle norme processuali. Sossi venne liberato a Milano il 23 maggio 1974, tornò a Genova in treno e si consegnò alla Guardia di Finanza. Il Procuratore della Repubblica Francesco Coco non manterrà fede all'impegno e verrà successivamente ucciso l'8 giugno 1976 insieme a due uomini della scorta. Si trattò della prima azione BR pianificata per uccidere, che inaugurò una lunga serie di omicidi politici. Il sequestro Sossi fu considerato un successo d'immagine delle BR, che nel periodo successivo iniziarono a ipotizzare il sequestro di Giulio Andreotti e di Gritti, collaboratore di Eugenio Cefis, nel quadro di una campagna contro un presunto "progetto neo-gollista" della Democrazia Cristiana che avrebbe portato la Repubblica Italiana verso una svolta reazionaria.

Arresto di Curcio e Franceschini[modifica | modifica wikitesto]

Le forze speciali dei Carabinieri, capeggiate dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, furono appositamente costituite per la lotta al terrorismo politico e riuscirono a infiltrarsi e ad arrestare i leader storici: Curcio e Franceschini furono arrestati l'8 settembre 1974 grazie alle informazioni di Silvano Girotto, un ex frate che aveva combattuto nella guerriglia sudamericana ed era soprannominato "frate Mitra". I due capi brigatisti furono arrestati mentre si stavano recando ad un incontro con Girotto, che era un informatore dei Carabinieri. Mario Moretti si salvò dall'arresto, pur avendo incontrato Girotto in altre occasioni. Secondo alcuni si salvò perché non lo si era voluto catturare[19]. Nel 1974 furono arrestati, tra gli altri Paolo Maurizio Ferrari, Piero Bertolazzi e Roberto Ognibene, militanti BR della prima ora.

8 settembre 1974: l'arresto di Renato Curcio, alla guida della Fiat 128, e di Alberto Franceschini, l'uomo con i baffi bloccato dai carabinieri in borghese del Nucleo Speciale Antiterrorismo.

All'interno delle carceri la numerosa presenza di detenuti politici porta ad aprire un nuovo "fronte": il fronte carceri. I brigatisti detenuti costituirono "brigate" (dette di "kampo") in ogni carcere, con strutture gerarchiche di collegamento tra i vari carceri e l'organizzazione esterna. Le carceri diventarono l'unico "centro studi" delle Brigate Rosse; il "pensatoio" dell'organizzazione tra il 76 e l'80 si era via via "trasferito" nelle carceri di massima sicurezza in cui i "capi storici" delle BR erano via via trasferiti: Nuoro prima, l'Asinara ed infine Palmi.

Da sempre Moretti[20] era considerato l'esponente dell' "Ala dura": considerava la propaganda armata un'inutile perdita di tempo, ragion per cui si sarebbe dovuto subito attuare l'attacco "in stile militare" agli apparati dello stato. Una volta che l'arresto di Curcio e Franceschini l'ebbe catapultato ai vertici dell'organizzazione terroristica, Moretti nel biennio 1974 - 1975, trasformò le BR in un esercito guerrigliero. Anche il rapimento di Moro venne progettato sul finire del 1975[21]. La fase più cruenta e sanguinaria delle BR si può pertanto riassumere con la permanenza di Moretti alla guida del movimento eversivo. Moretti si salva fortunosamente dall'arresto del 1974 ed ha la possibilità di far prevalere la propria linea, fino ad ora minoritaria in seno all'organizzazione. Sfuggito alle retate del 1974, poco alla volta, riorganizza l'assetto delle BR, esasperandone l'aspetto militare mettendo in secondo piano quello politico. Le Br applicano la "compartimentazione": piccoli gruppi chiusi, al fine di evitare infiltrazioni e tradimenti. Le Brigate rosse annoverano decine di militanti e un numero imprecisato di "irregolari", persone che continuano a svolgere le loro attività quotidiane e che svolgono mansioni prevalentemente non militari.

Il 13 ottobre 1974, alla cascina Spiotta di Arzello, Acqui Terme (AL), si riunì la prima Direzione strategica delle BR. L'ordine del giorno riguarda la ridefinizione delle strutture e dell'intervento alla luce degli arresti di Curcio e Franceschini, due dei componenti del Comitato nazionale. La direzione dell'organizzazione venne assunta in pratica da Moretti e la Cagol[22], mentre entrarono in clandestinità nuovi militanti come Lauro Azzolini e Franco Bonisoli.

Successi e sconfitte[modifica | modifica wikitesto]

Nell'inverno 1974 si riunì, nel Veneto la seconda Direzione strategica. All'ordine del giorno venne posta la liberazione dei prigionieri. Venne deciso, soprattutto su iniziativa di Margherita Cagol, l'assalto al carcere di Casale Monferrato, che venne effettuato il 18 febbraio 1975 da un nucleo armato sotto la guida della Cagol e di Moretti, e portò alla liberazione di Renato Curcio[23].

Curcio rimase latitante per 11 mesi prima di essere ulteriormente arrestato (gennaio 1976). Da allora rimase ininterrottamente in carcere fino al rilascio, nel 1993.

Nel marzo 1975 vengono riallacciati i contatti presi negli anni precedenti con alcuni militanti di Roma, provenienti da varie aree ed esperienze politiche (Potere Operaio, Marxisti-leninisti, Collettivo Autonomo di Via dei Volsci), e viene dato avvio alla costruzione della colonna romana.

Nell'aprile 1975 viene diffusa la prima Risoluzione della Direzione strategica. Il lavoro di propaganda e intimidazione nelle fabbriche produce risultati modesti e la strategia cambia. Le BR decidono di attaccare lo stato colpendo quelli che ritengono esserne i rappresentanti ("I servi dello stato"): politici, magistrati, forze dell'ordine.

Il corpo di Margherita Cagol, uccisa nella cosiddetta "battaglia d'Arzello" durante il sequestro Gancia.

Il 15 maggio 1975, nel quadro della campagna contro il "neo-gollismo", viene "gambizzato" il consigliere comunale della DC milanese, Massimo De Carolis. Si tratta del primo ferimento intenzionale da parte dei brigatisti.

A causa delle crescenti necessità finanziarie dell'organizzazione per potenziare le strutture logistiche ed incrementare il numero di militanti clandestini, il Comitato Esecutivo, formato in questa fase da Curcio, Moretti, Semeria e la Cagol, decise di organizzare un sequestro a scopo di estorsione, pianificando il rapimento dell'industriale dello spumante Vittorio Vallarino Gancia[24]. Il 4 giugno 1975 un nucleo armato brigatista rapì senza difficoltà l'industriale che venne trasferito nella base di Cascina Spiotta, presso Acqui Terme. Tuttavia a causa di errori di alcuni militanti e di eventi fortuiti, il 5 giugno, i carabinieri effettuarono una serie di controlli che permisero di individuare la base. Una pattuglia dei carabinieri fece irruzione nella Cascina Spiotta dove Gancia era detenuto dalla Cagol e da un altro brigatista che non è mai stato identificato[24]. I due brigatisti tentarono di sfuggire ingaggiando un drammatico conflitto a fuoco con armi automatiche e bombe a mano che terminò con la morte dell'appuntato dei carabinieri Giovanni d'Alfonso, con il gravissimo ferimento del tenente Umberto Rocca e con la morte di Margherita Cagol, fondatrice dell'organizzazione e compagna di Renato Curcio[24].

I brigatisti sospettarono che la Cagol fosse stata uccisa deliberatamente dopo che già ferita si era arresa, mentre le ricostruzioni ufficiali esclusero questa eventualità; tuttavia le circostanze non del tutto chiare degli eventi, favorirono il risentimento ed esacerbarono la radicalità del gruppo eversivo. Alla memoria di Margherita Cagol, le Brigate Rosse dedicarono il nome della colonna di Torino[25].

Tra il 1974 ed il 1976, in conflitti a fuoco tra militanti e forze dell'ordine perdono la vita tre militari: il maresciallo dei Carabinieri Felice Maritano, a Robbiano di Mediglia (MI) il 15 ottobre 1974 (colpito da Roberto Ognibene per cercare di sfuggire all'arresto); l'appuntato di Polizia Antonio Niedda, a Ponte di Brenta (PD) il 4 settembre 1975 (ucciso dal brigatista Carlo Picchiura durante un controllo casuale) ; il vice questore Francesco Cusano, a Biella (VC) l'11 settembre 1976 (ucciso da Lauro Azzolini e Calogero Diana).

La direzione di Moretti[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso del 1976, dopo il nuovo arresto di Curcio, catturato assieme ad altri militanti tra cui Nadia Mantovani, Angelo Basone e Vincenzo Guagliardo, l'impianto organizzativo sancito nelle Risoluzioni del 1974 e del 1975 subisce una trasformazione radicale che non resterà senza conseguenze nel dibattito interno. Più precisamente: il Fronte delle grandi fabbriche viene assorbito all'interno del Fronte della lotta alla controrivoluzione, il quale verrà poi articolato al suo interno in vari settori d'intervento.

Mario Moretti, principale dirigente delle Brigate Rosse dal 1976 all'arresto nel 1981

Questa trasformazione costituisce una vera e propria "seconda fondazione delle BR": tutti i comparti e tutte le attività dell'organizzazione vengono ripensati per mettere meglio a punto "l'attacco al cuore dello Stato". La direzione esterna è diretta dai nuovi membri del Comitato Esecutivo ed in particolare Mario Moretti, il militante dotato di maggiore esperienza e capacità organizzativa. In carcere Curcio e Franceschini restano per tutte le BR i veri teorici dell'organizzazione.

Lauro Azzolini, membro del Comitato esecutivo dal 1976 al 1978.

Le decisioni delle BR in carcere assumeranno maggiore peso man mano che le brigate carcerarie si allargano e le brigate del territorio e delle metropoli si assottigliano e i nuovi rincalzi sono per lo più giovani non altrettanto preparati ideologicamente dei vecchi militanti del "nucleo storico".

Il 27 maggio ebbe inizio a Torino il processo alle Brigate Rosse, alle quali i brigatisti detenuti risponderanno con "il processo guerriglia", rifiutando il ruolo di imputati, rifiutando gli avvocati e anche gli avvocati di ufficio. Minacciarono giudici, magistrati, avvocati (che verranno dichiarati "collaborazionisti") e la giuria popolare, in un clima di terrore, tanto che molti cittadini si rifiutarono di ricoprire il ruolo di giudici popolari.

L'8 giugno 1976, a Genova, un nucleo armato brigatista guidato da Mario Moretti, colpì mortalmente il procuratore generale Francesco Coco e i due militari della sua scorta (Antioco Deiana e Giovanni Saponara). Nei giorni del sequestro Sossi, Coco si era rifiutato di firmare la scarcerazione dei detenuti che le BR chiedevano in cambio della liberazione dell'ostaggio. Le BR definirono questa azione come una "disarticolazione politica e militare delle strutture dello stato". Il cruento attentato venne deciso ed organizzato dai componenti del nuovo Comitato esecutivo delle BR formato da Mario Moretti, Lauro Azzolini, Franco Bonisoli e Rocco Micaletto che aveva deciso di passare agli omicidi politici anche per dimostrare la nuova efficienza militare dell'organizzazione[26] riguardo agli esecutori materiali dell'agguato, le indagini giudiziarie furono subito molto difficili, dopo le accuse rivolte a Giuliano Naria, il brigatista Patrizio Peci riferì ai carabinieri che avrebbero fatto parte del gruppo di fuoco tutti i componenti del Comitato esecutivo, il nuovo militante brigatista della colonna genovese in costituzione Riccardo Dura, e forse lo stesso Naria[27].

Il 15 dicembre 1976, intercettato da forze di polizia durante una visita alla famiglia a Sesto San Giovanni (MI), Walter Alasia, militante clandestino della colonna di Milano, ingaggia un conflitto a fuoco con la polizia. Muoiono, oltre ad Alasia, ventenne, due sottufficiali, Sergio Bazzega e Vittorio Padovani. La colonna di Milano delle BR prenderà il suo nome: Walter Alasia "Luca". I genitori di Alasia testimoniarono che fu il figlio il primo ad aprire il fuoco sulle Forze dell'Ordine, prendendo nettamente le distanze dalle scelte estremiste di Walter[28].

Dagli inizi del 1977 l'attività delle Brigate Rosse aumentò continuamente grazie alla migliorata struttura organizzativa e logistica, all'afflusso di nuovi militanti ed alla costituzione di colonne molto attive a Genova e Roma. Inoltre il 3 gennaio 1977 Prospero Gallinari riuscì ad evadere dal carcere di Treviso e riprese la militanza attiva nelle Brigate Rosse prima operando al nord e quindi trasferendosi a Roma per rinforzare la nuova colonna.

Il 12 febbraio 1977, con il ferimento intenzionale di Valerio Traversi, dirigente del ministero della Giustizia, la colonna di Roma compì la sua prima azione. La colonna si era costituita dopo l'arrivo a Roma di tre brigatisti dal nord: Mario Moretti, Franco Bonisoli e Maria Carla Brioschi[29]; i nuclei principali provenivano dalle strutture militari di Potere operaio, come Valerio Morucci, Adriana Faranda, Bruno Seghetti.

Il sequestro di Pietro Costa, appartenente della nota famiglia di armatori genovesi, avvenne a Genova tra il 12 gennaio e il 3 aprile 1977[30]. Organizzato e diretto da Mario Moretti con il supporto della nuova colonna genovese delle BR in via di costituzione con i brigatisti Rocco Micaletto, Riccardo Dura e Fulvia Miglietta, mirava ancora una volta all'autofinanziamento e fruttò alle BR un riscatto di un miliardo e mezzo di lire, denaro che permise all'organizzazione di finanziarsi per molti anni.

Il 28 aprile 1977, un nucleo diretto da Rocco Micaletto, con Raffaele Fiore, Angela Vai e Lorenzo Betassa uccise Fulvio Croce, presidente del consiglio dell'Ordine degli avvocati di Torino. La Corte d'Assise, in seguito a questa azione, sospese nuovamente il processo in atto contro il primo gruppo di inquisiti per le BR.

Il 1º giugno 1977 prende avvio la campagna contro i giornalisti intesa a "disarticolare la funzione controrivoluzionaria svolta dai grandi media". Vengono feriti Valerio Bruno, de "Il Secolo XIX" (l giugno 1977, a Genova); Indro Montanelli, de "Il Giornale Nuovo" il 2 giugno 1977, a Milano da un gruppo di fuoco formato da Calogero Diana, Franco Bonisoli e Lauro Azzolini; Emilio Rossi, del TG1 (3 giugno 1977, a Roma). Non sempre, successivamente, le vittime condannarono in modo totale i brigatisti. Ad esempio, Montanelli, pur da sempre avversando il movimento eversivo incarnato dalle BR, criticò apertamente il pentitismo che risulterà fondamentale nello scardinare il terrorismo. Diventerà anche amico di uno dei brigatisti che lo avevano ferito Franco Bonisoli, tanto che proprio Bonisoli fu l'ultimo a lasciare la camera ardente ai funerali di Montanelli[31].

Il corpo del magistrato Francesco Coco, ucciso dalle Brigate Rosse insieme ai due uomini della sua scorta a Genova l'8 giugno 1976.
Il 28 aprile 1977 le Brigate Rosse uccisero a Torino il presidente dell'ordine degli avvocati Fulvio Croce.

Sul finire del 1977, si verifica il primo contatto tra terroristi italiani e tedeschi. I rapporti tra i due movimenti eversivi non sempre furono così idilliaci come essi fecero accreditare a mezzo stampa, in quanto le BR trattavano la controparte tedesca "come degli scolaretti"[32].

Il 16 novembre, a Torino, viene colpito mortalmente Carlo Casalegno, giornalista del quotidiano "La Stampa" (a sparare è Raffaele Fiore capo della colonna di Torino, con l'appoggio di Patrizio Peci, Piero Panciarelli e Vincenzo Acella ). Questo omicidio viene rivendicato come risposta alla morte di Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jean Carl Raspe, avvenuta il 18 ottobre 1977 nel carcere di Stammhein (Germania). I tre terroristi della RAF tedesca vennero trovati morti in carcere, secondo alcune frange "suicidati", dopo il fallimento del dirottamento a Mogadiscio del Boeing 737 della Lufthansa da parte di un commando palestinese. A seguito della morte dei tre membri della RAF il 19 ottobre 1977 venne assassinato, sempre in Germania l'industriale e presidente della Confindustria tedesca Hanns-Martin Schleyer già tenuto prigioniero dai terroristi in seguito al suo rapimento del 5 settembre 1977. Notevoli sono le analogie sulle modalità operative del rapimento di Schleyer e di Moro, nonché sulle modalità dei rispettivi omicidi e sui ritrovamenti dei cadaveri, tanto da fare sospettare agli inquirenti[33] un comune addestramento; al riguardo si parlò a lungo di un supporto da parte della STASI o di altri servizi segreti oltre cortina di ferro.

Nel frattempo s'inaugura (luglio 1977, in concomitanza con una scioccante copertina sul periodico tedesco "Der Spiegel", raffigurante una pistola fumante sopra un piatto di spaghetti altrettanto fumante) un inasprimento delle pene detentive inflitte ai carcerati politici, che provocò molta indignazione[34]. Intere sezioni di carceri vengono predestinate al loro accoglimento, ad iniziare dalla casa circondariale di Badu 'e Carros, a Nuoro.

Per vendetta, i brigatisti uccidono nuovamente. Le vittime sono Riccardo Palma, magistrato addetto alla direzione generale degli istituti di prevenzione e pena (Roma, 14 febbraio 1978, ucciso da Prospero Gallinari); Lorenzo Cotugno, agente di custodia presso il carcere Le Nuove (Torino, 11 aprile 1978; la prevista gambizzazione fallì di fronte alla coraggiosa reazione di Cotugno, che venne quindi ucciso per intervento di Vincenzo Acella che era in appoggio a Cristoforo Piancone, che rimase ferito e successivamente catturato, e a Nadia Ponti); Francesco Di Cataldo, maresciallo degli agenti di custodia presso il carcere di San Vittore (Milano, 20 aprile 1978).

Il 10 marzo 1978 le BR colpiscono mortalmente Rosario Berardi, maresciallo della Polizia, sezione antiterrorismo, in relazione alla riapertura del "processone" a Torino (nucleo di fuoco composto da Piancone, Acella, che spararono, e da Peci e Ponti). Il 21 giugno 1978, a Genova, le BR colpiscono mortalmente Antonio Esposito, funzionario dell'Antiterrorismo (ucciso su un autobus da Francesco Lo Bianco e Riccardo Dura, il nuovo spietato capo della colonna di Genova). Questa azione coincide con l'entrata in camera di consiglio dei giudici del "processone" di Torino, che si conclude il 23 giugno. Vengono anche uccisi Girolamo Tartaglione, direttore generale degli affari penali del ministero della Giustizia (Roma, 10 ottobre 1978) (nucleo costituito da Alessio Casimirri, Alvaro Lojacono, Adriana Faranda e Massimo Cianfanelli), Salvatore Lanza e Salvatore Porceddu, agenti di polizia addetti alla sorveglianza esterna del carcere Le Nuove (Torino, 15 dicembre 1978). Gli assassini furono i soliti regolari della colonna di Torino: Fiore, Panciarelli, N. Ponti e Vincenzo Acella.[35].

Il sequestro Moro[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Agguato di via Fani, Cronaca del sequestro Moro e Caso Moro.
Foto di Aldo Moro durante il periodo di prigionia (16 marzo - 9 maggio 1978)

Eventi decisivi della storia delle Brigate Rosse e della storia stessa della Repubblica furono l'agguato di via Fani a Roma il 16 marzo 1978 e il conseguente sequestro Moro. In via Fani l'azione dei brigatisti, almeno dieci militanti guidati da Mario Moretti, Valerio Morucci e Prospero Gallinari, si concluse in pochi secondi con l'uccisione di tutti i membri della scorta dell'onorevole Aldo Moro (Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino) e con il rapimento dell'uomo politico.

Moro resterà prigioniero per 55 giorni, dal 16 marzo al 9 maggio 1978: durante la sua prigionia invierà diverse lettere alla moglie ed ai compagni di partito. La politica si divise tra il fronte della fermezza (Berlinguer, Andreotti il resto dell'arco costituzionale) e il fronte della trattativa (Craxi e i radicali). Anche papa Paolo VI intervenne, su espresso invito dello stesso Moro, verso "Gli uomini delle Brigate Rosse" al fine di salvare la vita dello statista, ma fu tutto inutile, dal momento che lo stato non accolse le richieste dei brigatisti: l'ultimo comunicato delle BR iniziava in modo molto cupo con un gerundio: "Concludiamo la battaglia... Eseguendo la condanna...".

Le auto dell'onorevole Aldo Moro e della scorta ferme in via Fani pochi minuti dopo l'agguato delle Brigate Rosse, a terra, coperto da un panno bianco, il corpo dell'agente di Pubblica sicurezza Raffaele Iozzino.

Il corpo senza vita di Moro venne ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 amaranto parcheggiata in via Michelangelo Caetani, simbolicamente a metà strada tra via delle Botteghe Oscure (sede del PCI) e piazza del Gesù (sede della DC). Per la liberazione di Moro s'impegnarono sia papa Paolo VI col famoso invito a "Voi, uomini delle Brigate Rosse", che l'allora Segretario generale dell'ONU, Kurt Waldheim, tra gli altri. Il rapimento di Aldo Moro tenne occupato l'intero vertice brigatista per il secondo semestre del 1977, in base alle testimonianze rese al primo processo tenutosi nel 1983 nell'aula bunker del Foro Italico in Roma. Il 24 gennaio 1983 viene emessa la sentenza del processo Moro che unifica i processi "Moro - uno" e "Moro - bis". . I giudici della 1º Corte d'Assise (presidente Severino Santiapichi) emettono la sentenza del processo e viene condannato all'ergastolo il nucleo storico brigatista composto di 32 persone. La sentenza del processo "Moro - ter" si concluderà cinque anni dopo, il 12 ottobre 1988 con 153 condanne (26 ergastoli e 1.800 anni complessivi di carcere a carico degli imputati).

L'uccisione di Moro segna il momento più critico dei rapporti del gruppo terrorista con la sinistra extraparlamentare, che già negli anni precedenti erano stati comunque difficili, a cominciare con Lotta Continua che professava l'equidistanza dal terrorismo e dallo Stato con lo slogan "né con lo Stato, né con le BR" attribuito allo scrittore Leonardo Sciascia.[36]. Inoltre, alla DC la morte di Moro "frutterà" il distacco elettorale dal PCI: in pratica, Moro rappresentò un "martire" per un partito in crisi d'identità, utile a rinverdirne l'immagine di fronte all'opinione pubblica ed all'elettorato incerto, sebbene Moro, in una delle sue lettere avesse intuito la strumentalizzazione della sua inevitabile morte ed avesse lanciato un anatema contro i suoi ex - compagni di partito, rei di non aver voluto salvarlo "... Il mio sangue ricadrà sulla DC!" e "Il mio fantasma vi perseguiterà per l'avvenire!".

Molti misteri restano tuttora insoluti circa il "Caso Moro". Ad esempio, pare che Moro avesse accennato ai brigatisti l'esistenza della struttura parallela ed ultrasegreta "Gladio" (per anni si scrisse di "un grande vecchio", o di "un burattinaio" che avrebbe tirato le fila del terrorismo di sinistra e di destra),[28] molti anni prima che divenisse di pubblico dominio, seppure i brigatisti non abbiano colto la portata della rivelazione. Ed infine,[37] pare che siano stati ritrovati dei gettoni telefonici nelle tasche del vestito di Moro, circostanza assai strana, in quanto le BR erano solite fornire i gettoni telefonici soltanto ai rapiti che intendevano liberare. Tutti questi temi, unitamente al controverso capitolo dei presunti - ma mai provati - rapporti tra Brigate Rosse, "servizi segreti deviati" italiani, servizi segreti stranieri, che fecero corollario a "La Strategia della tensione", ed a "Le Stragi di stato", sono state analizzate in modo dettagliato nel programma televisivo condotto da Sergio Zavoli, dal titolo: "La notte della Repubblica" (1989).

Ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani

L'uccisione di Moro e della sua scorta, rappresenta il massimo grado di sfida lanciato allo Stato dall'organizzazione eversiva, tanto che un nutrito sottobosco di fiancheggiatori e di simpatizzanti era conquistato dalla propaganda e dall'ideologia terrorista (Sui muri comparvero scritte quali: "Moro, che doloro!" o "10 - 100 - 1.000 Aldo Moro!"). Altri intellettuali, invece ammonivano ad una reazione dello Stato affermando che i brigatisti non erano "Samurai invincibili".

Il corpo del commissario Antonio Esposito ucciso dalle Brigate Rosse a Genova, il 21 giugno 1978.

Per tutto il 1978 la presenza delle BR nelle grandi fabbriche di Torino, Milano, Genova e del Veneto è scandita da diverse azioni contro le gerarchie ed i dirigenti industriali. Nel corso di questa campagna venne ucciso Pietro Coggiola, capofficina FIAT (Torino 28 settembre 1978). L'azione contro di lui, nelle intenzioni dell'organizzazione, doveva essere solo un ferimento. È invece intenzionale l'attentato mortale contro Sergio Gori, a Mestre, il 19 gennaio 1980, che di fatto sarà l'ultima azione BR inserita in questo contesto.

Ma le prime crepe nell'edificio monolitico delle BR s'erano aperte. Alcuni terroristi, contrari all'uccisione di Moro e alla campagna di sangue in corso, abbandonarono il movimento. Nel gennaio 1979, uscirono dalle BR sette militanti, tra cui Valerio Morucci ed Adriana Faranda, della colonna romana, i quali, nella riunione - la notte precedente l'omicidio - votarono espressamente contro l'uccisione dell'ostaggio, com'è emerso durante i processi. Le loro posizioni vengono esposte nel documento: "Fase: passato, presente e futuro", Roma, febbraio 1979. Essi confluiranno nel Movimento Comunista Rivoluzionario per esser catturati nel giugno dello stesso anno.

Nel gennaio del 1979 l'uccisione a Genova, da parte di un gruppo brigatista formato da Riccardo Dura, Vincenzo Guagliardo e Lorenzo Carpi, del sindacalista della CGIL Guido Rossa, accusato d'aver denunciato un brigatista non clandestino che stava operando un'azione di volantinaggio nelle acciaierie Italsider del capoluogo ligure ove entrambi lavoravano, destò grande emozione e alienò alle BR il sostegno di gran parte della classe operaia. Questo attentato, le cui precise modalità e responsabilità non sono ancora del tutto chiare, provocò vivaci polemiche all'interno delle Brigate Rosse e venne ritenuto un grave errore politico per la propaganda e il proselitismo all'interno della classe operaia.

La fine della fase unitaria[modifica | modifica wikitesto]

L'unità del movimento terroristico viene meno tra il 1979 ed il 1980: va in frantumi il fronte unitario e la capacità di agire a livello nazionale. All'omicidio di Guido Rossa seguirono manifestazioni nazionali di protesta e di condanna.

Il cadavere di Guido Rossa

La colonna milanese Walter Alasia si fa promotrice di un acceso dibattito interno e non firma la risoluzione strategica del novembre 1979, pubblicandone una propria. Emergono forti perplessità su una strategia (monopolizzata dalle decisioni di una ristretta cerchia) disposta a sacrificare tutto, in virtù del rigore ideologico e della coerenza rivoluzionaria, anche un rappresentante della classe operaia. In sostanza, la Walter Alasia si fa portavoce del dissenso interno propugnato dalla corrente "sindacalista" del movimento. Per costoro, le BR dovrebbero ritornare "alle origini" e lottare contro gli obiettivi prioritari (borghesi, padroni, crumiri, delatori, e via discorrendo). La Walter Alasia viene espulsa dalla direzione strategica nel dicembre del 1980 dopo che, nei mesi di giugno - luglio dello stesso anno a nulla è valso lo sforzo di mediazione della direzione strategica in persona.

Quella che verrà identificata a posteriori (quando già aveva cessato di esistere) quale "terza corrente", raccolta intorno alla Colonna Milanese "Walter Alasia" (presente soprattutto nelle grandi fabbriche di Milano e Torino), persegue una strategia finalizzata all'inserimento diretto nelle lotte operaie per la tutela dei lavoratori ("sindacalismo armato"). Alla fine del 1982 la Walter Alasia cessa di esistere dopo le retate operate dalle forze dell'ordine. L'unità del movimento eversivo viene a cessare parallelamente alla controffensiva dello Stato. Tra il 1981 ed il 1984 ulteriori scissioni all'interno delle BR produce una galassia di sigle operanti al massimo a livello regionale, ed alcune solo a livello cittadino.

La risposta dello Stato e la crisi delle BR[modifica | modifica wikitesto]

Mentre le BR iniziavano a vivere travagli interni con fuoriuscita di militanti e perdita di appoggi, continuava la loro campagna di uccisioni. Nei primi mesi del 1979, a Roma, vengono effettuati due interventi contro la Democrazia Cristiana, definito "Il Partito degli Ipocriti". Viene colpito mortalmente il consigliere provinciale Italo Schettini, il 29 marzo 1979. Soprattutto il 3 maggio 1979, durante la campagna elettorale per le elezioni politiche, un nucleo di circa quindici brigatisti attaccò la sede della DC di Piazza Nicosia; divisi in tre gruppi, guidati da Bruno Seghetti, Prospero Gallinari e Francesco Piccioni, i brigatisti fecero irruzione all'interno della sede, terrorizzarono gli occupanti e, durante la fuga, respinsero l'intervento di una pattuglia della polizia accorsa sul luogo, uccidendo gli agenti Antonio Mea e Pierino Ollanu.

Nel corso dell'estate dello stesso anno, le Brigate Rosse allacciano relazioni in Sardegna con un gruppo politico separatista, "Barbagia Rossa", anche al fine di sostenere un'eventuale evasione dall'Asinara dei suoi militanti ivi incarcerati, e di costruire una nuova colonna. Il 13 luglio un gruppo di fuoco brigatista guidato da Antonio Savasta, uccise il colonnello dei Carabinieri Antonio Varisco, il quale guidò l'irruzione nel covo di Via Gradoli - a Roma - durante il sequestro di Aldo Moro

Nel luglio 1979, i detenuti BR del carcere speciale dell'Asinara fanno pervenire al Comitato Esecutivo dell'organizzazione, formato in quel momento da Moretti, Gallinari, Micaletto e Fiore, un documento di 130 pagine in cui vengono esposte le tesi politiche che, secondo la loro opinione, dovrebbero indirizzare l'attività dopo la campagna Moro. È il primo segnale di una crisi che in breve tempo disgregerà le Brigate Rosse. Il Comitato Esecutivo, impegnato nel potenziamento delle strutture logistiche dell'organizzazione e sottoposto a forte pressione dall'attività di contrasto delle forze dell'ordine, ritenne irrealistiche le tesi del documento dei detenuti e rese noto ai prigionieri il suo disaccordo. A ottobre, i prigionieri rispondono chiedendo le dimissioni dell'Esecutivo in blocco.

Il 2 ottobre 1979 i brigatisti detenuti all'Asinara annunciano la loro intenzione di smantellare il carcere speciale. Dopo una notte di battaglia, con esplosivi, scontri a fuoco e lotte corpo a corpo, la struttura del carcere viene resa inagibile. Il 24 ottobre 1979, nel carcere speciale di Cuneo, si suicida Francesco Berardi, militante BR denunciato da Guido Rossa. La colonna di Genova verrà dedicata al suo nome: Francesco Berardi "Cesare".

Le BR continuano la loro sanguinosa offensiva militare contro persone, agenti delle forze dell'ordine, magistrati, esponenti politici, ritenuti rappresentanti degli apparati "repressivi" dello stato. Vengono colpiti mortalmente Vittorio Battaglini e Mario Tosa, il 21 novembre 1979; Antonino Casu ed Emanuele Tuttobene, il 25 gennaio 1980, tutti a Genova. A Roma sono uccisi Michele Granato, il 9 novembre 1979; Domenico Taverna, il 27 novembre 1979; Mariano Romiti, il 7 dicembre 1979.

Ma proprio in questo periodo si verifica la prima grave scissione del movimento: viene espulsa per intero la colonna milanese "Walter Alasia", ritenuta non aderente alla linea politico-operativa del Comitato esecutivo e della Direzione strategica. Si conclude a Torino, nel mese di dicembre, l'appello del processo che vede imputati i componenti del cosiddetto "nucleo storico" delle BR. I detenuti riassumono le loro tesi, già esposte nel documento di luglio, nel Comunicato n. 19. A Milano vengono uccisi a Via Schievano i tre agenti di polizia Antonio Cestari, Rocco Santoro, Michele Tatulli, l'8 gennaio 1980.

Il cadavere di Riccardo Dura all'inizio del corridoio dell'appartamento di Via Fracchia (28 marzo 1980)

Il 12 febbraio 1980 due brigatisti, Bruno Seghetti e Anna Laura Braghetti, uccidono Vittorio Bachelet, professore ordinario di Diritto pubblico dell'economia presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università La Sapienza di Roma. Bachelet fu assassinato dai due brigatisti all'interno stesso dell'ateneo. Il professore è stato anche dirigente dell'Azione cattolica, presidente della stessa, Consigliere comunale di Roma. Al momento dell'agguato è vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Ai suoi funerali, il figlio Giovanni, all'epoca venticinquenne, nell'orazione funebre disse: «Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri» Queste parole scossero fortemente non pochi dei restanti membri dell'organizzazione[38].

Il 15 febbraio 1980 a Cagliari nei pressi della stazione ferroviaria ha luogo una sparatoria iniziata da un uomo, fermato per accertamenti dalla polizia insieme ad una donna perché trovati in compagnia di alcuni appartenenti al gruppo armato "Barbagia Rossa". Si scoprirà che le due persone sono i brigatisti Antonio Savasta ed Emilia Libéra, recatisi in Sardegna per studiare la possibilità di stabilire un collegamento più stretto con Barbagia Rossa per farne la colonna sarda delle BR.[39]

Il 21 febbraio 1980 vengono arrestati, a Torino, Rocco Micaletto, componente del Comitato esecutivo, e Patrizio Peci, dirigente della colonna torinese. Le modalità dell'arresto non sono ancora del tutto chiare e, dopo la collaborazione di Peci con i carabinieri, gli altri brigatisti e in particolare Giovanni Senzani, al fine di screditare il pentito ed al fine di prevenire ulteriori "diserzioni" diffusero la notizia che il brigatista avesse concordato in precedenza con i carabinieri le modalità della sua cattura[40]. La inattesa e totale collaborazione di Patrizio Peci con i carabinieri provoca una grave crisi organizzativa e politica per il movimento eversivo. In seguito alla sua collaborazione con le forze dell'ordine, nei mesi successivi si susseguono in tutta l'Italia centinaia di arresti.

Nella notte del 28 marzo 1980, a Genova, i carabinieri del generale Dalla Chiesa fecero irruzione in un appartamento in via Fracchia, individuato grazie alla collaborazione di Peci; dopo uno scontro a fuoco vennero uccisi i quattro brigatisti presenti all'interno, la proprietaria dell'apparatamento Annamaria Ludmann "Cecilia", Riccardo Dura "Roberto", membro del Comitato esecutivo e responsabile principale della colonna genovese, Lorenzo Betassa "Antonio" e Piero Panciarelli "Pasquale", militanti della colonna di Torino. La tragica vicenda fu fonte di polemiche riguardo alle modalità dell'irruzione e all'esatta dinamica degli eventi. In ricordo di questo fatto di sangue la colonna di Roma prende il nome "Colonna XXVIII Marzo" e la colonna veneta quello di Colonna "Annamaria Ludman Cecilia".

Nonostante il cedimento dell'organizzazione a seguito delle confessioni di Peci e dell'arresto di numerosi dirigenti del gruppo, le Brigate Rosse nella prima metà del 1980 continuarono a compiere un numero rilevante di attentati e omicidi. Il 12 maggio 1980 a Mestre viene assassinato Alfredo Albanese, dirigente della Digos di Venezia. Il 19 maggio viene ucciso, a Napoli, il consigliere regionale democristiano Pino Amato. In quest'ultima occasione il gruppo di brigatisti autori dell'omicidio venne intercettato durante la fuga e i quattro militanti vennero tutti arrestati dopo un drammatico inseguimento nelle vie della città. Si trattava di due importanti dirigenti, Bruno Seghetti "Claudio" e Luca Nicolotti "Valentino", e di due componenti della colonna napoletana, Salvatore Colonna e Maria Teresa Romeo.

Bruno Seghetti, membro del Comitato esecutivo delle BR e delle colonne romana e napoletana, dopo il suo ferimento e arresto il 19 maggio 1980.

Pur iniziato il declino del movimento terroristico ad opera dei colpi inflittigli dalle Forze dell'Ordine, le Brigate Rosse tuttavia continuavano ad esercitare un richiamo sui alcuni movimenti dell'ultrasinistra. Il caso più eclatante fu l'omicidio del giornalista Walter Tobagi, ucciso a Milano il 28 maggio 1980 in un attentato terroristico perpetrato dalla Brigata XXVIII marzo, gruppo terroristico capitanato da Marco Barbone, che - durante il processo a suo carico per questo fatto di sangue dichiarò che il nome del gruppo era evocativo dell'uccisione dei brigatisti di Genova [41] e che l'omicidio di Tobagi serviva da biglietto di presentazione per entrare a pieno titolo nell'organizzazione brigatista e non rimanere nel limbo dei fiancheggiatori [42]. Durante quel processo, si fece altresì notare[chi? ]che il lessico del volantino di rivendicazione dell'omicidio non poteva esser stato scritto da Barbone in quanto vi erano presenti accenni a notizie riservate relative alla dirigenza del "Corriere della Sera" e, soprattutto, il testo era di chiara matrice brigatista[senza fonte][43] .

A Milano il 12 novembre 1980 viene ucciso Renato Briano, direttore del personale della Marelli da un commando della Colonna Walter Alasia mentre si recava al lavoro in un vagone della metropolitana.

A Roma il 12 dicembre 1980 venne sequestrato il giudice Giovanni D'Urso, poi rilasciato il 15 gennaio 1981. Il 31 dicembre venne assassinato il generale Enrico Galvaligi, collaboratore di Carlo Alberto Dalla Chiesa e dello stesso D'Urso.

Gli anni ottanta: la dissoluzione e gli ultimi colpi di coda[modifica | modifica wikitesto]

Mario Moretti il giorno dell'arresto il 4 aprile 1981.

Per punire Peci della collaborazione con lo Stato, i suoi ex compagni gli rapirono ed uccisero il fratello Roberto, nell'estate 1981. Con la cattura di Moretti e di Fenzi (aprile 1981), emersero altre figure di spicco nella galassia brigatista: il professor Giovanni Senzani ed Antonio Savasta. Fu proprio Savasta e la colonna veneta che rapirono il generale statunitense James Lee Dozier nel suo appartamento a Verona, il 17 dicembre 1981. Dozier venne, poi, liberato, con una spettacolare azione, a Padova (1982) dalle squadre speciali della polizia, i NOCS, pare dopo una "soffiata" della mala locale disturbata dall'assedio ferreo posto dalle forze dell'ordine a Verona, a quei tempi una delle piazze di smercio della droga più remunerative (la città scaligera era tristemente nota come "La Bangkok in riva all'Adige").[44] Il rapimento Dozier, che nei propositi brigatisti avrebbe dovuto rilanciare l'organizzazione, ne rappresentò, invece, il canto del cigno.

Le confessioni di Savasta diedero il colpo di grazia a quanto restava dell'organizzazione, ormai priva di una guida centralizzata. Come precedentemente detto, anche il mondo del sindacato aveva, nel frattempo, voltato le spalle alle BR: le BR avevano ucciso un sindacalista genovese, Guido Rossa, nel 1979, reo d'aver denunciato un membro delle BR sorpreso a consegnare volantini nella medesima azienda di Rossa. Dal 1981 le BR erano già sul viale del tramonto: scardinate all'interno da delatori, pentiti, infiltrati e messe al bando, all'esterno, dalla società civile, dal sindacato, dalla sinistra costituzionale, si trovarono ben presto in crisi d'identità e - soprattutto - di rappresentatività.

La risposta dello stato contro questo terrorismo, implico' anche un rafforzamento delle forze dell'ordine; è questo il contesto in cui nascono alcuni corpi speciali come il NOCS (operante sotto l'egida della Polizia di Stato), il GIS (corpo d'élite dell'arma dei Carabinieri) e l'ATPI (teste di cuoio della Guardia di Finanza). Tali forze speciali furono istituite dall'allora ministro dell'Interno Francesco Cossiga.

Dopo l'arresto di Moretti e Fenzi (4 aprile 1981), che tentarono di ricostituire una colonna milanese, vengono a concretizzarsi le due correnti principali in seno alle BR: un'ala "Movimentista", in linea col Fronte delle carceri e la Colonna napoletana, guidata da Giovanni Senzani (il Partito della Guerriglia, scomparso già nel 1982, poco dopo l'arresto di Senzani), ed un'ala militarista, le BR-PCC (Partito comunista combattente), con a capo Barbara Balzerani (nome di battaglia "Sara", detta la "Primula Rossa" delle BR, poiché di lei si conosceva un'unica foto segnaletica risalente a vent'anni prima), che venne catturata solo il 19 giugno 1985 assieme al suo convivente, Gianni Pelosi.[45].

Senzani era una figura carismatica all'interno dell'organizzazione e la sua visione politica prevalse per ben due anni dopo il suo arresto, effettuato in circostanze mai del tutto chiarite.[46] Senzani era stato un consulente del Ministero di Grazia e Giustizia, esperto in problemi inerenti alla carcerazione, prima di passare nelle Brigate Rosse. Da qui, la sua conduzione del Fronte delle Carceri, un troncone del movimento terrorista.

Gli attentati dei brigatisti cominciano a rendersi meno frequenti, segno che la risposta dello Stato sta iniziando a dare i suoi frutti. A Roma, però, rimane gravemente ferito, in un attentato delle BR, il vice questore Nicola Simone (6 gennaio 1982).

La colonna Walter Alasia inoltre si fa sempre più autonoma[47]: la posizione politica della Walter Alasia era in netta contrapposizione a quella del vertice brigatista: lo strappo avvenne nel giugno del 1979, in quanto la Alasia criticava pesantemente l'uccisione del sindacalista Rossa da parte del capocolonna genovese, Riccardo Dura, rimproverando il vertice di non aver provveduto a punire il Dura nonostante il fatto che l'omicida avesse espressamente trasgredito agli ordini che prevedevano la sola "gambizzazione" del Rossa. A nulla valsero i tentativi di riconciliazione attuati dalla direzione strategica tra il giugno ed il luglio del 1980: la Alasia venne espulsa dall'organizzazione nel novembre di quell'anno.

Foto di Ciro Cirillo prigioniero delle BR (1981)

Nell'arco del 1981, sotto la guida di Senzani i brigatisti compiono 5 importanti sequestri: Ciro Cirillo (assessore della regione Campania), Giuseppe Taliercio (dirigente del polo petrolchimico di Porto Marghera), l'ingegner Sandrucci (dell'Alfa Romeo), Roberto Peci (fratello di Patrizio Peci, brigatista pentito, ed egli medesimo ex-brigatista, ucciso il 03 agosto di quello stesso anno al termine d'un "Processo Popolare") e il generale della NATO James Lee Dozier[48]. Cirillo verrà liberato grazie a negoziati triangolati tra Br, la camorra di Cutolo (Cirillo era colluso, si disse, con la camorra) e i Servizi Segreti. Roberto Peci verrà invece ucciso per rappresaglia in quanto il fratello Patrizio collaborava con la giustizia (l'esecuzione venne filmata, probabilmente dallo stesso Senzani e la salma della vittima venne fatta ritrovare in una discarica - ultimo spregio - della periferia della capitale). Taliercio verrà ucciso. Non così Renzo Sandrucci che verrà rilasciato.

Il 26 agosto 1982 un commando di 10 brigatisti dei PPG (Partito della Guerriglia) attaccò un convoglio militare dell'Esercito a Salerno uccidendo il caporale Antonio Palumbo e gli agenti Antonio Bandiera e Mario De Marco della squadra volante accorsa sul luogo, i brigatisti fuggirono portando con sé 4 fucili "FAL" Beretta BM 59 e 2 Garand militari. Questo assalto fece modificare le procedure di vigilanza nelle aree militari, che vennero vigilate dai militari di guardia con il colpo in canna all'arma.

Il sequestro Dozier ed il suo epilogo porterà in seguito alla cattura di Senzani, e al dissolvimento del Partito Guerriglia rimasero in gioco le BR-PCC, oltre all'ormai praticamente autonoma colonna Walter Alasia.

In seguito alla pressione delle forze dell'ordine, molti militanti espatriarono, i più trovarono rifugio in Francia grazie alla cosiddetta "Dottrina Mitterrand". Nel frattempo, la colonna milanese ed altri militanti espulsi dal movimento, che avevano fondato un nuovo gruppo terrorista, le "Brigate Rosse Colonna Milanese Walter Alasia" autonoma dalla direzione strategica centrale, vennero tutti arrestati.

Il declino del "collante ideologico"[modifica | modifica wikitesto]

Il 1981 si rivela cruciale per la compattezza del gruppo terroristico. All'epoca si confrontano, infatti, e si scomunicano reciprocamente, tre distinte correnti. Da una parte l'indirizzo leninista ortodosso, la cosiddetta Ala Militarista, rappresentato dalla dirigenza dell'organizzazione (preponderante al centro e al nord-est) ed espressione della linea militarista. Essa è incentrata su una strategia della lotta armata impegnata in azioni militari destinate a creare le condizioni per una svolta rivoluzionaria. Le masse, escluse in fase iniziale, verrebbero coinvolte successivamente sull'onda dei successi via via acquisiti dal "Partito Combattente".

Detenuti brigatisti nelle gabbie a Roma durante il processo per il sequestro Moro (1982). Si riconoscono da sinistra: Cristoforo Piancone, Rocco Micaletto (di spalle), Mario Moretti, Lauro Azzolini e Prospero Gallinari (con gli occhiali).

Il fronte brigatista, si spacca in realtà regionali distinte per interessi ed obiettivi. Segnali di divisioni interne emergono sin dai sequestri Taliercio, Cirillo, Sandrucci e Peci (tarda primavera - estate 1981) la cui gestione è affidata ad un fronte brigatista tripartito, secondo indirizzi diversificati, se non addirittura divergenti. La Colonna Veneta e quella Romana, al comando di Antonio Savasta (Veneto) e di Barbara Balzerani (Lazio) che si riconoscevano nel Comitato Esecutivo, conducono il rapimento e l'omicidio dell'ingegner Giuseppe Taliercio, direttore del Petrolchimico di Mestre (20 maggio - 5 luglio 1981). Altro contraccolpo clamoroso, in quanto la vittima non era affatto - come sostenevano i brigatisti - inviso ai dipendenti del petrolchimico.

La Colonna Milanese "Walter Alasia" effettua il sequestro del dirigente dell'Alfa Romeo, Renzo Sandrucci (3 giugno - 23 luglio), che verrà successivamente liberato, mentre la Colonna di Napoli e il "Fronte delle Carceri", facenti capo a Giovanni Senzani, gestiscono il sequestro dell'esponente DC Ciro Cirillo (27 aprile - 24 luglio) e quello di Roberto Peci, fratello del "pentito" Patrizio e conclusosi con la morte dell'ostaggio (10 giugno - 3 agosto 1981). Nel caso del rapimento Cirillo, che terminerà con la liberazione dell'ostaggio, la "reputazione" di "duri e puri" dei brigatisti crolla: la stampa s'impadronisce del caso e rivela all'opinione pubblica che, a differenza di quanto avvenne per Moro solo tre anni prima, nel caso Cirillo lo stato trattò per la liberazione dell'ostaggio facendo leva sui servizi segreti deviati e sulla Camorra di Don Raffaele Cutolo. L'ala militarista viene smantellata nel biennio 1987 - 1988. Un ruolo fondamentale nella scissione lo ebbero i problemi conseguenti il cosiddetto Decreto di San Valentino (14 febbraio 1984), che poneva un freno al sistema della Scala mobile. L'ala movimentista e quindi le UCC si porranno in azione soprattutto tenendo conto delle battaglie sindacali.

Nell'estate-autunno 1984, all'interno dell'ala militarista, le tensioni iniziate nel 1981 dallo strappo di Senzani (che nel frattempo era stato arrestato e la sua colonna smantellata) sfociarono in una nuova scissione che diede origine alle "Brigate Rosse per l'Unione dei Comunisti Combattenti", o "BR-UCC", e la cosiddetta "Ala movimentista" o "Seconda Posizione", contrapposta alla "Prima Posizione" assunta dalla "Ala militarista", cioè le BR-PCC. Le BR-UCC, ereditano le posizioni di Senzani e per questo verranno definite "i postsenzaniani", diventando a tutti gli effetti il secondo troncone dell'organizzazione brigatista. In un comunicato dal titolo: "Come uscire dall'emergenza" i vertici brigatisti espressero le divergenze motivandole sulla base della diversità nell'affrontare le scelte economiche per il paese.

Al tramonto della parabola brigatista, il movimento si fraziona nuovamente. In seno all'ala militarista il confronto tra le diverse posizioni crea una tensione mai sopita tra il 1981 ed il 1984. Alla corrente militarista dura e pura si contrappone l'ala di Giovanni Senzani, d'ispirazione maoista, intenzionata a coinvolgere da subito e non solo successivamente il popolo nella lotta armata, e la cui linea viene formulata nell'opuscolo N°.15, intitolato "13 tesi sulla sostanza dell'agire da Partito in questa congiuntura" e siglato "Fronte delle Carceri" e Colonna di Napoli. Si tratta di un'organica proposta politico-strategica, rivolta "a tutto il Movimento Rivoluzionario" che si pone in aperta polemica con le "interpretazioni e varianti soggettiviste, militariste e organizzativistiche della Lotta Armata per il Comunismo, ultimo riflesso della crisi mortale che attanaglia la piccola borghesia". Il programma di Senzani è incentrato sulla necessità di impostare "la doppia dialettica: conquistare le masse alla lotta armata e colpire il cuore dello Stato".

La strategia perseguita è quella di sviluppare mirate campagne a sostegno delle istanze proletarie ("bisogni politici immediati") ed alle specifiche situazioni contingenti. È un processo di "democratizzazione" della lotta armata che, per certi versi, fa suo anche il manifesto sindacalista della Walter Alasia. "Pur riconfermando che la classe operaia è - e resta - il fulcro del processo rivoluzionario, cominciamo a dire che altre e potenti leve si possono e debbono azionare per la costruzione del Sistema del Potere Proletario Armato". Se nel 1981 quanti si riconoscono nelle posizioni di Senzani sono la maggioranza (riscuotendo i maggiori consensi anche dal nucleo storico delle BR all'epoca recluso nel carcere di Palmi), nel 1984 i rapporti di forza si invertono, con la netta prevalenza dei militaristi.

È proprio in questo anno che le divergenze si rivelano inconciliabili e si perviene alla spaccatura del gruppo terroristico, concretizzatosi con la scissione tra la Prima Posizione (BR-PCC ortodosse) e la Seconda Posizione (post-senzaniani). Nel marzo 1985 si assiste all'espulsione della fazione minoritaria corrispondente a "circa un terzo dei militanti" e "composta interamente da vecchi militanti delle BR, tra i quali è compresa la maggioranza della direzione in carica sino al settembre '84". In tal contesto avviene - pertanto - l'ultima e più grave scissione: l'ala militarista (PCC) si separa definitivamente dall'ala movimentista (UCC). L'ala movimentista viene smantellata tra il 1985 ed il 1987. In breve, essa vive solo due anni.

Gli ultimi fuochi[modifica | modifica wikitesto]

Come sopra descritto, il movimento delle BR fu decimato negli anni ottanta, dopo la cattura, nel 1982, di Senzani (mentre stava preparando - si scrisse - un attacco con razzi contro la sede del congresso nazionale della DC), di Savasta (durante la liberazione del generale Dozier), della Balzerani (1985), di Antonino Fosso (detto "il cobra", 1987).

I primi anni ottanta videro le uccisioni di Roberto Peci, fratello del pentito Patrizio ed ex BR egli stesso, dell'ingegner Taliercio (direttore del Petrolchimico di Marghera) entrambe avvenute nel 1981, la sanguinosa rapina del Banco di Napoli a Torino del 1982 con l'uccisione a freddo di sue guardie giurate, il 27 gennaio 1983 avviene il rapimento seguito da processo proletario e uccisione di Germana Stefanini vigilatrice penitenziaria del carcere di Rebibbia, successivi omicidi del generale statunitense Leamon Hunt (1984), dell'economista Ezio Tarantelli (1985), dell'ex-sindaco di Firenze Lando Conti (1986), del generale Licio Giorgieri (1987) e del senatore Roberto Ruffilli (1988), consulente dell'allora primo ministro Ciriaco de Mita in quanto esperto di questioni istituzionali.

Il 3 giugno 1983 subisce un attentato Gino Giugni ("padre dello Statuto dei Lavoratori[49]" e consulente sindacale e del ministero del lavoro), attivo nella battaglia sul blocco della scala mobile[50]. Nel 1984 (15 febbraio), su richiesta dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), con la quale i brigatisti collaboravano da anni, le BR-PCC uccisero a Roma Ray Leamon Hunt, il comandante in capo della Sinai Multinational Force and Observer Group.[51]

L'ultima risoluzione strategica, in cui si ammetteva il fallimento della lotta armata, è del 1984 e porta significativamente il titolo: "Come uscire dall'emergenza". Il 27 marzo 1985 viene ucciso il giuslavorista Ezio Tarantelli, altro tecnico attivo per il blocco della Scala Mobile.[52] Il 10 febbraio 1986, le BR-PCC uccisero Lando Conti a Firenze, mentre il 20 marzo 1987 le BR-UCC uccisero a Roma Licio Giorgieri, generale che si occupava del progetto EFA, inerente alla costituzione di una forza aerea militare europea. Il 16 aprile 1988, a Forlì, le BR-PCC uccisero il senatore Roberto Ruffilli collaboratore del premier Ciriaco De Mita[53], mentre le BR-UCC si resero responsabili del massacro in via Prati di Papa durante una rapina per autofinanziamento.

Mentre lo Stato stava organizzando la controffensiva, le BR iniziavano la parabola discendente, minate da crisi di credibilità e travagli interni. Dopo la stagione dei dissidi e delle epurazioni interne, le BR erano ridotte ad un movimento non più in grado di azioni in "grande stile". Inoltre, dall'assassinio di Rossa, alienatesi per sempre i consensi nel mondo sindacale e nella realtà della sinistra extraparlamentare, i brigatisti non rappresentavano più alcuno, all'infuori di se stessi: erano totalmente avulsi dal mondo politico e dalla realtà sociale. Ormai il movimento era allo sbando, privo di direzione e di coordinamento a livello nazionale, frammentato in anacronistiche realtà locali, con due ali che gareggiavano in una sorta di corsa a "chi uccideva di più". Siamo lontani anni luce dall'organizzazione delle origini: se quel movimento sembrava talvolta suscitare comprensione ed appoggi, quest'ultimo movimento era esecrato a livello generale.

Lo smantellamento dell'apparato terroristico si conclude per le BR - UCC il 6 - 7 settembre 1987, e per le BR-PCC il 2 settembre 1989 (quando vengono letteralmente smantellate le ultime due cellule operanti a Napoli e a Parigi). L'ultima azione sanguinosa attribuita alle BR - PCC non è del tutto chiara, e - soprattutto - non fu rivendicata, come non era nello stile dei terroristi: il 3 gennaio 1989, vicino a Tivoli (Roma), due persone sparano alle gambe del vice direttore del carcere di Rebibbia, Egidio De Luca, ferendolo. Illesa, invece, la guardia carceraria Carmine Panicciari che scortava il funzionario, il quale racconta di aver sparato contro gli aggressori ferendone, a sua volta, uno. De Luca dichiara agli inquirenti che i due assalitori intendevano sequestrarlo e che avevano affermato di appartenere alle BR. Due giorni dopo i medesimi vengono arrestati in quanto accusati di aver simulato il tentativo di sequestro del vice direttore del carcere e, per rendere maggiormente credibile la simulazione del reato, aver la guardia carceraria Panicciari ferito alle gambe lo stesso vice direttore sparandogli[la guardia avrebbe sparato?].

I brigatisti in clandestinità erano ridotti ad uno sparuto gruppo privi di coordinamento e di capacità operative. Molti di più erano i transfughi, come Alessio Casimirri in Nicaragua o molti altri in Francia, dove il clima tollerante instaurato dall'allora presidente della repubblica transalpina, François Mitterrand, rendeva possibile loro evitare la carcerazione in Italia. Proprio in Francia, nel 1977 Duccio Berio, Vanni Mulinaris e Corrado Simioni fondano la scuola di lingue Hyperion, in cui insegnerà pure Antonio Negri ("Toni"), docente padovano arrestato nell'ambito del cosiddetto "Teorema Calogero" (7 aprile 1979)". La struttura si dice fungesse da "copertura", da collegamento internazionale per tutte le cellule terroristiche operanti nel territorio Europeo. ETA, IRA, OLP, RAF e naturalmente Brigate Rosse strinsero importanti rapporti fondati sulla comune necessità di mantenere o di destabilizzare gli equilibri sanciti dalla guerra fredda. Oltre Negri (che mai ebbe legame con l'organizzazione delle BR), altri brigatisti rossi dopo la detenzione, avendo scontato le condanne inflitte, si sono inseriti nell'attività politica e sociale entro le forze della sinistra radicale italiana, come Roberto Del Bello segretario particolare di Francesco Bonato di Rifondazione Comunista, sottosegretario al Ministero dell'Interno nel governo Prodi II e Susanna Ronconi inserita nella Consulta sulle tossicodipendenze del ministro per la Solidarietà sociale Paolo Ferrero[54][55].

La fine delle BR?[modifica | modifica wikitesto]

L'organizzazione è stata sradicata sia in conseguenza dell'azione di alcuni infiltrati dei servizi segreti, sia grazie a una legge che concedeva benefici penali ai membri che, arrestati, si fossero pentiti e avessero collaborato alla cattura di altri membri, ricusando la propria fede e denunciando i compagni. Un'altra ragione dello sfaldarsi delle BR fu il venir meno della loro attrattiva nei confronti delle aree movimentiste e del disagio sociale, e del loro progressivo isolamento ideologico durante la seconda metà degli anni settanta, a causa delle trasformazioni sociali in atto. Nel 1989 i processi per il rapimento di Cirillo e per l'omicidio di Ruffilli condannavano all'ergastolo l'ultimo drappello di terroristi catturati.

In Italia si discute ancora intorno alla sopravvivenza di questa organizzazione o a una sua possibile ricostituzione, dal momento che negli ultimi anni sono stati compiuti atti terroristici da parte di persone che si sono richiamate alle BR e ne hanno assunto il nome e le insegne.[56].

Alcuni capi brigatisti arrestati e condannati sono attualmente inseriti in programmi di reinserimento sociale; molti di essi tuttora rilasciano interviste giornalistiche, pur senza mai aggiungere granché alle verità processualmente accertate. Da notare che la posizione di molti di essi è quella di non rinnegare il passato eversivo (i cosiddetti "irriducibili"). Nonostante la proposta di grazia per il capo storico delle BR, Renato Curcio, presentata all'allora capo dello stato, Francesco Cossiga, il pericolo rappresentato dalle BR non poteva dirsi affatto trascorso. Curcio, per tutto il mese di agosto 1991, aveva bollato come "conclusa" l'epopea brigatista, ma altri irriducibili erano di parere ben differente[57].

Molti esperti di terrorismo, considerato il numero degli irriducibili al tempo latitanti, espressero il dubbio circa l'effettiva eliminazione del gruppo terroristico nel 1988. Infatti, il 2 settembre 1993, venne compiuto un attentato contro la base americana di Aviano. L'indomani, due telefonate giunte, nel pomeriggio, alla redazione romana de La Repubblica ed in serata a quella di Pordenone de Il Gazzettino lasciarono pochi dubbi in proposito. Un'altra chiamata, anche alla sede di Milano dell'agenzia ANSA, recitò: "Qui Brigate Rosse. Rivendichiamo l'azione di Aviano". Una voce maschile, senza inflessioni dialettali, spiegò nei dettagli il movente e la dinamica dell'attentato, per fortuna senza morti e feriti, in quanto venne lanciata una bomba a mano ad elevato potenziale contro il muro di cinta della base dell'USAF.[58] L'anno prima (18 ottobre 1992), la medesima rivendicazione era giunta per un attentato contro la sede romana della Confindustria. E, di nuovo, il 10 gennaio 1994, a Roma, si verificò un attentato alla NATO Defense College; il 23 febbraio 1996, sempre a Roma, si ebbe un ennesimo attentato dinamitardo contro una palazzina dell'Aeronautica Militare; ed erano stati i neo-brigatisti a sparare contro la sede regionale di Forza Italia a Milano nella notte del 12 marzo 2003[59]

Il 1992 viene identificato come l'anno di nascita dei movimenti che porteranno alla genesi delle Nuove Brigate Rosse. Agli attentati messi a segno dai Nuclei Comunisti Combattenti ("NCC"), si somma la fondazione, a Viareggio, il 21 novembre, dei Comitati di Appoggio alla Resistenza Comunista ("CARC"). Infatti, il 13 febbraio 1995 vengono arrestati due appartenenti agli Ncc, Fabio Mattini e Luigi Fucci. Quest'ultimo è stato il compagno di Nadia Desdemona Lioce, già ritenuta dalla Digos appartenente al gruppo sovversivo e irreperibile proprio dal '95[57].

Nonostante gli appelli della "Vecchia Guardia", che - l'11 maggio 1997, a Torino, chiese di porre fine una volta per tutte all'esperienza della lotta armata, la situazione continuò ad evolvere verso un nuovo scontro con lo Stato. Ai CARC ed ai NCC si aggiunge anche una sigla mai prima apparsa. Infatti, il 22 giugno 2000, a Riva Trigoso (Genova), cinque fogli dattiloscritti vengono recapitati tramite posta prioritaria alla rappresentanza sindacale unitaria della Fincantieri di Riva Trigoso. Contengono frasi inquietanti, minacce ed esortazioni agli operai affinché riprendano la lotta armata. Il documento, firmato con una stella a cinque punte simbolo delle Brigate Rosse posta sotto la dicitura Nucleo di iniziativa proletaria rivoluzionaria ("NIPR"), sarebbe stato inviato dall'aeroporto "Leonardo da Vinci" di Roma. La busta giunge anche ad altre aziende italiane, tra cui l'Ilva di Genova. Lo stesso gruppo aveva rivendicato il 19 maggio a Roma la paternità dell'ordigno esploso quattro giorni prima nelle sede della Commissione di garanzia dell´attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali in via Po, a Roma.

Gli anni 2000 - Le "Nuove Brigate Rosse"[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Nuove Brigate Rosse.

Da qui prosegue un nuovo capitolo della storia di questa organizzazione terroristica, la cui ala militarista negli ultimi anni ha ucciso due tecnici che lavoravano alle dipendenze di due Presidenti del Consiglio, Massimo D'Antona nel 1999 (con Massimo D'Alema presidente del consiglio) e Marco Biagi, nel 2002 (con Silvio Berlusconi premier). Nel 2003 le Brigate Rosse sono tornate nella cronaca a causa della sparatoria sul treno tra due esponenti delle Nuove Brigate Rosse - Nuclei Comunisti Combattenti (BR - NCC) Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce e degli agenti di Polizia Ferroviaria. Galesi ed un agente, Emanuele Petri, moriranno per i colpi di arma da fuoco. In seguito ai file trovati nel notebook della Lioce, sono stati arrestati altri componenti del gruppo armato e dalla fine del 2004 le forze dell'ordine inoltre si sono avvalse della collaborazione di una pentita, Cinzia Banelli (nome di battaglia "Compagna So"). Le nuove BR si ispirano al modello a compartimenti stagni dell'eversione greca "Movimento XVII Novembre", recentemente smantellato (2004) dopo un trentennio di attività nella più assoluta segretezza. Il movimento terrorista greco, fondato da attivisti dell'estrema sinistra ellenica che si ispiravano all'attività della guerriglia comunista greca del secondo dopoguerra (1945 - 1949, movimento dell'ELAS, Ethnikòn Laikon Apeleftherotikon Soma, ovvero "Corpo nazionale popolare di liberazione", fondato nel 1941) ed alla rivolta degli studenti del Politecnico Ateniese contro il Regime dei colonnelli repressa nel sangue il 17 novembre 1973 (da cui il nome dell'organizzazione), era organizzato in modo tale che ogni sua cellula fosse totalmente indipendente dall'altra. Addirittura, i membri di cellule diverse neppure si conoscevano personalmente, di modo che, anche con lo smantellamento di una cellula, le altre rimanevano perfettamente operative. L'esatto opposto della struttura delle vecchie BR, che letteralmente collassò quando i primi militanti catturati collaborarono con la giustizia.

Nei giorni precedenti al 19 gennaio 2007 a Milano vengono trovati dei piccoli libretti in formato superiore e inusuale ad un foglio A4 attaccati ai vetri di una concessionaria e inseriti nel tergicristallo di alcune vetture parcheggiate in una via molto vicina alla concessionaria citata.

Non è chiaro se si tratti realmente delle BR o se sia solamente una stupidaggine, ma la scrittura è quella brigatista e inoltre altri particolari fanno pensare ad un nuovo tentativo di propaganda, forse ad una cellula nascente. In alcune frasi era anche citato il nome della pentita Banelli ed erano presenti minacce.[60]

Il 12 febbraio 2007 sono stati arrestati quindici presunti militanti delle Nuove BR, il Partito Comunista Politico-Militare, vicini all'ala movimentista di Seconda Posizione, in seguito a indagini iniziate nel 2004 dalla Procura della Repubblica di Milano, condotte dal pubblico ministero di Milano, Ilda Boccassini. Sei degli arrestati vivevano a Padova. Fra i 15 sette sono sindacalisti della Cgil, che sono stati sospesi a seguito della notizia del loro arresto.
I nomi: Davide Bortolato, 36 anni; Amarilli Caprio, 26 anni; Alfredo Davanzo, 49 anni; Bruno Ghirardi, 50 anni; Massimiliano Gaeta, 31 anni; Claudio Latino, 49 anni; Alfredo Mazzamauro, 21 anni; Valentino Rossin, 35 anni; Davide Rotondi, 45 anni; Federico Salotto, 22 anni; Andrea Scantamburlo, 42 anni; Vincenzo Sisi, 53 anni; Alessandro Toschi, 24 anni; Massimiliano Toschi, 26 anni; Salvatore Scivoli, 54 anni[61] Alcuni di questi arrestati si sono dichiarati prigionieri politici di fronte al giudice inquirente, avvalendosi della facoltà di non rispondere alla domande poste, seguendo una prassi iniziata dai molti brigatisti storici negli anni settanta.
Nei giorni successive è stato trovato un deposito di armi. I quotidiani riferiscono che sarebbero emersi alcuni progetti di attentato a danno di un esperto del lavoro e giornalista del Corriere della Sera, progetti di attentato al giornale Libero e a una delle ville di Berlusconi. Quasi tutte le forze politiche hanno condannato questi progetti manifestando solidarietà alle persone minacciate, altre (rappresentate tra gli altri da Francesco Saverio Caruso, parlamentare eletto nelle liste della Rifondazione Comunista) hanno invece espresso dubbi sulle accuse rivolte agli arrestati.[62]

È stata - invece - stroncata sul nascere da parte delle Forze dell'Ordine la rinascita della Colonna Romana (con diramazioni a Sassari ed a Genova), tra il 2008 ed il 2009[63]. Gli investigatori della Digos hanno proceduto a far sequestrare documenti di classico stampo brigatista (le "dichiarazioni strategiche" qui presentate come "Dichiarazioni Politiche", contenenti invocazioni alla Lotta di Classe, alla Lotta Armata, ad Omicidi Mirati, ad attentati contro le istituzioni e le basi statunitensi in Italia), un arsenale composto da armi automatiche, semiautomatiche, esplosivi e - persino - una sorta di Bomba teleguidata per operare uno spettacolare attentato contro il meeting del G8 a La Maddalena prima ed a L'Aquila poi. Il questore di Roma, Giuseppe Caruso ha commentato positivamente l'arresto di Luigi Fallico (57 anni), Bernardino Vincenzi (38 anni), Riccardo Porcile (39 anni), Gianfranco Zoja (55 anni), Bruno Bellomonte (50 anni). Bellomonte era stato arrestato nel luglio 2006 e successivamente scarcerato, essendosi dimostrato il falso ideologico. Il 10 giugno 2009 Bellomonte era stato accusato, insieme ad altri militanti del partito sardo A Manca pro s'Indipendentzia (A Sinistra per l'Indipendenza), di essere un esponente delle Brigate Rosse ed era nuovamente stato arrestato, suscitando proteste per il fatto che un indipendentista non potrebbe militare in organizzazioni italiane; in violazione al diritto di territorialità della pena, ha scontato la sua carcerazione preventiva a Catanzaro fin quando in data 21 novembre 2011, dopo ore di camera di consiglio, la Corte d'Assise di Roma lo ha assolto da accuse definite inconsistenti e di tipo politico[64][65].

I brigatisti rossi, dalla fondazione dell'organizzazione a oggi, hanno ucciso ufficialmente una settantina di persone, oltre ai numerosi casi di ferimento ("gambizzazione", soprattutto), tra cui quella operata a danno del giornalista Indro Montanelli a opera del brigatista Franco Bonisoli, il 2 giugno 1977 a Milano. Nel caso di Montanelli, si stabilì, successivamente alla cattura del Bonisoli, un'amicizia tra vittima e carnefice, tanto che Bonisoli fu l'ultimo a uscire dalla camera ardente di Montanelli quando il corpo del giornalista venne cremato e scrisse anche parole di sincero affetto per il giornalista scomparso.[66]

Le cause e le interpretazioni del fenomeno[modifica | modifica wikitesto]

Tralasciando le ricostruzioni mostrate nelle trasmissioni RAI ("Blu Notte" e "La Notte della Repubblica"), ricostruzioni peraltro basate su alcuni articoli apparsi sul periodico di Carmine Pecorelli, "OP", secondo cui andava ricercato in seno ai Servizi Segreti la figura del "Grande Vecchio" o del "Burattinaio" che nell'ombra manovrava i vertici delle Brigate Rosse al fine di screditare il PCI nel momento del suo massimo consenso elettorale, appare evidente che lo Stato non avvertì da subito il pericolo insito nel movimento terrorista. Eppure, stando a quanto apparso sul settimanale Panorama[67] già al termine del raduno di Costaferrata dell'agosto 1970, durante il quale una trentina di ex-militanti del PCI reggiano si erano incontrati per una settimana con altrettanti militanti milanesi e trentini per "Passare dalle Parole ai Fatti", la cosa non era sfuggita alla sezione del PCI di Reggio Emilia, né alla Polizia: il primo inviò alcuni suoi informatori che riferirono i temi discussi; la seconda con due agenti si sarebbe fatta consegnare, dal ristoratore che aveva ospitato i futuri terroristi, l'elenco dei nominativi dei partecipanti.

Sottovalutando il fenomeno, il quotidiano del PCI si occupò per la prima volta delle BR parlandone come di una "provocazione".[18] Seguirono anni di ambiguità in cui non solo nel partito, che pure condannava fermamente le violenze, ma anche negli ambienti culturali che gravitavano intorno ad esso, ci si rifiutò di riconoscere la reale portata delle BR.[68] Secondo la testimonianza di Piero Fassino, uno dei dirigenti del PCI in quegli anni, «a volte, le nostre intenzioni erano confuse. Mentre alcuni compagni pensavano a una congiura di forze reazionarie, in altri la condanna del terrorismo era, come dire?, soltanto tattica. Secondo questi ultimi compagni, il terrorista sbagliava unicamente perché la forma di lotta che aveva scelto era "controproducente" e faceva il gioco del padrone. Mancava in molti di noi un giudizio negativo della violenza, da rifiutare sempre, in sé e per sé. E c'erano anche, guai a non riconoscerlo!, gruppi sia pure isolati di nostri compagni che dicevano di certe vittime: "Gli sta bene!". Accadde, ad esempio, per il sequestro Amerio. Quest'ultima posizione si espresse nella formula: "I terroristi sono compagni che sbagliano". Lo slogan imperversò per un paio d'anni, fino al 1977, contrapponendosi alla tesi della congiura».[69]

Nel 1978 destò scalpore un articolo di Rossana Rossanda, apparso sul Manifesto, dove scriveva:

« Chiunque sia stato comunista negli anni Cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle BR. Sembra di sfogliare l'album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria. Il mondo, imparavamo allora, è diviso in due. Da una parte sta l'imperialismo, dall'altra il socialismo. L'imperialismo agisce come centrale unica del capitale monopolistico internazionale (allora non si diceva "multinazionali"). Gli Stati erano il "comitato d'affari" locale dell'imperialismo internazionale. In Italia il partito di fiducia - l'espressione è di Togliatti - ne era la DC. In questo quadro, appena meno rozzo e fortunatamente riequilibrato dalla "doppiezza", cioè dall'intuizione del partito nuovo, dalla lettura di Gramsci, da una pratica di massa diversa, crebbe il militarismo comunista degli anni cinquanta. Vecchio o giovane che sia il tizio che maneggia la famosa Ibm,[70] il suo schema è veterocomunismo puro. Cui innesta una conclusione che invece veterocomunista non è: la guerriglia. »
(R. Rossanda, Il discorso sulla Dc, articolo apparso in prima pagina sul Manifesto, il 28 marzo 1978)

Le rispose pochi giorni dopo su L'Unità un articolo di Emanuele Macaluso che replicava "io non so quale album conservi Rossana Rossanda: è certo che in esso non c'è la fotografia di Togliatti; né ci sono le immagini di milioni di lavoratori e di comunisti che hanno vissuto le lotte, i travagli e anche le contraddizioni di questi anni. [...] Una tale confusione e distorsione delle nostre posizioni da parte degli anticomunisti di destra e di sinistra è veramente impressionante.[71] Sarà tuttavia nel novembre 1979 che Giorgio Amendola riconobbe: «L'errore iniziale compiuto dal sindacato è stato quello di non denunciare immediatamente il primo atto di violenza teppistica compiuto in fabbrica, come quello compiuto nelle scuole. L'errore dei comunisti è stato quello di non aver criticato apertamente, fin dal primo momento, questo comportamento, per un'accettazione supina dell'autonomia sindacale e per non estraniarsi dai cosiddetti movimenti».[72]

Sulle nuove BR[modifica | modifica wikitesto]

In un'intervista rilasciata al settimanale L'Espresso il 1º marzo 2007 Mario Ferrandi, ex-Prima Linea ora dissociato, offre invece un'interpretazione delle nuove BR. L'intervistato cita diversi punti di contatto nell'ideologia delle nuove leve con quelle delle BR "storiche". Tra questi ci sono "classici" pilastri fondanti dell'ideologia brigatista, seppur adattati alla realtà attuale: guerra alla globalizzazione vista come la degenerazione della politica economico-finanziaria statunitense e lotta sindacale dura contro il precariato (che ha preso il posto delle lotte sindacali del periodo de "L'Autunno Caldo" del 1969).

Infatti, gli arrestati delle "nuove BR" sono nati tutti tra il 1979 ed il 1981, quando le BR storiche avevano già intrapreso la loro parabola discendente. Secondo il Ferrandi, la difficoltà economica imputabile al precariato lavorativo diffuso, in parte riconducibile alla cosiddetta "Legge Biagi", non a caso colpito dal Partito Armato, è il collante che accomuna tutti i recenti arrestati. Analizzando le testimonianza di chi ha conosciuto i nuovi brigatisti ed il loro retroterra emergono alcuni dati incontrovertibili che solo in parte possono esser riconducibili all'ideologia brigatista classica. Alla mancanza totale di prospettive per il futuro, si afferma nel colloquio, si sovrappone la militanza dei neobrigatisti nei centri sociali, ove si discute dello strapotere delle multinazionali e degli aspetti più brutali dello sviluppo del capitalismo nell'era della cosiddetta "globalizzazione", che fa del profitto il fine primo ed ultimo cui tendere, ad esso sacrificando la giustizia sociale, la libertà individuale, gli ideali politici e via discorrendo.

In pratica si citano diversi fattori interni all'Italia (precarietà del lavoro, immobilismo politico inteso come mancanza di alternative ed impossibilità di affermazione di nuove tendenze) misti a fattori internazionali (globalizzazione e disumanizzazione del lavoro nelle multinazionali) quali detonatori in grado di spingere alcuni giovani sul sentiero dell'insurrezione armata. Si cita anche un parallelismo della nuova ideologia che sarebbe emersa in alcuni centri sociali con la primitiva ideologia brigatista, quella del periodo compreso tra il 1970 ed il 1975, ove dominavano aspetti di lotte sindacali, di creazione di avvicendamento politico ottenibile soltanto con le armi, lotta senza quartiere alle multinazionali.

Le ingiustizie palesi, dunque, quale innesco rivolto al soggetto politico che incarna questo "ideale", gli Stati Uniti. Non a caso le prime BR si esprimevano contro il nemico comune americano e contro i partiti politici nazionali, a loro volta identificati nella longa manus del potere statunitense (leggasi il paragrafo dedicato all'ideologia brigatista). La quadratura del cerchio starebbe - infatti - nella concezione secondo cui, scardinando una situazione politica nazionale "ingessata" da cinquant'anni, e quindi immutabile e non accessibile ai tentativi di cambiamento, a causa del volere dei "padroni" d'oltreoceano, si riuscirebbe ad estirpare il potere economico-finanziario incentrato sul profitto, che impedirebbe ai giovani di costruirsi un avvenire col lavoro, e a cancellare le ingiustizie e le disuguaglianze sociali. Il commentatore, quindi, non vede alcunché di nuovo nella dottrina brigatista propria dei nuovi terroristi, ad eccezione del deterioramento delle condizioni lavorative attuali rispetto a quelle di trent'anni or sono.

Pertanto, l'intervistato conclude col dire che, stando al pensiero di numerosi autorevoli analisti economici e storici di rilievo, fino a quando perdurerà l'attuale situazione di debolezza economica nazionale che sta impoverendo una larga fetta della popolazione, inesorabilmente e progressivamente, il terreno da cui scaturisce il mito di un'alternativa violenta non può che rinforzarsi, nonostante l'appello lanciato proprio ai giovani da Bonisoli, uno dei capi storici del movimento eversivo, di "... abbandonare il barbaro sogno della lotta armata, ché non conduce da alcuna parte".

Lista delle principali colonne brigatiste[modifica | modifica wikitesto]

  • BR - Le Brigate Rosse restano unitarie fino 1980. Hanno colonne a Roma, a Milano, a Torino, a Genova, a Napoli ed in Veneto.
  • Le Brigate Rosse - Colonna Francesco Berardi sono la Colonna Genovese, smantellata tra il 1979 e il 1980.

Alla fine del 1980 la Colonna Milanese si dichiara autonoma dalla direzione centrale e assume la sigla:

Viene smantellata alla fine del 1983 dalle Forze dell'Ordine. La Colonna autonoma milanese Walter Alasia portò avanti una strategia finalizzata all'inserimento delle lotte operaie nella lotta armata ("sindacalismo armato"). Venne accusata dai militanti brigatisti delle altre colonne di "economicismo", ovvero di ridurre la lotta armata ad una mera rivendicazione salariale, senza più alcuna prospettiva rivoluzionaria.

  • BR-PCC - Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente è il nuovo nome utilizzato a partire dal 1981 dalle Brigate Rosse. Vengono smantellati dalle Forze dell'Ordine nel 1988.

Nell'ottobre del 1981 avviene la cosiddetta microscissione da parte della Colonna Veneta dalle BR-PCC. Si viene a creare la colonna:

Parte della Colonna Veneta resta però fedele alla direzione centrale di Roma (BR-PCC). Si creano così le:

Dall'Aprile 1981 il Fronte delle Carceri e la Colonna Napoletana, entrambi sotto la direzione di Giovanni Senzani, decidono di operare autonomamente dalla direzione centrale di Roma. Si vengono così a creare le:

  • BR-PG - Brigate Rosse - Partito della Guerriglia, è la rinnovata Colonna Napoletana. Tra novembre e dicembre del 1982 vengono arrestati gli ultimi militanti.

Senzani attua la scissione accusando la direzione centrale di "centralismo burocratico" (brutta copia del leniniano "centralismo democratico"), "soggettivismo tipicamente piccolo-borghese" e "revisionismo". Esse furono d'ispirazione maoista, dalla strategia insurrezionalista piuttosto che semplicemente avanguardista, incentrando il metodo della lotta armata non tanto come fine ultimo del proletariato in lotta ma come mezzo per giungere alla rivoluzione, vicine ai bisogni del sottoproletariato e alle sue extralegalità e microdelinquenza, e infine interessate all'alleanza anti-imperialista con i movimenti del Terzo Mondo (terzomondismo maoista). Con il disfacimento della Colonna Torinese nell'estate 1982 (fino ad allora ancora vicina alle BR-PCC di Roma) si ricrea a Torino una Colonna con membri delle Brigate Rosse - Partito della Guerriglia. Il gruppo si riconosce nella sigla "Comunisti per la costruzione del sistema di Potere Rosso", ma resterà poco attivo e terminerà di esistere nella primavera del 1983.

Nel 1984 avviene l'ultima scissione. All'interno delle BR-PCC, rimaste comunque le più forti e longeve rispetto alle altre colonne resesi autonome, si separano i militanti della "prima posizione" che mantiene lo stesso nome (BR-PCC) e quelli della "seconda posizione" che assume il nome:

  • BR-UCC - Brigate Rosse - Unione dei Comunisti Combattenti.

Le Brigate Rosse - per la costruzione del Partito Comunista Combattente, l'ala militarista (prima posizione), furono d'ispirazione leninista, incentrando quindi il ruolo dell'Organizzazione nel porsi come avanguardia politico-militare unicamente della classe operaia. La loro leadership era riconducibile a Balbara Balzerani. Operarono fino al 1988.

Le Brigate Rosse - Unione dei Comunisti Combattenti, l'ala movimentista (seconda posizione), a livello teorico riprendevano le tesi espresse da Giovanni Senzani con le sue "Brigate Rosse - Partito della Guerriglia". Per questo vennero definiti i "Postsenzaniani". Le Brigate Rosse - Unione dei Comunisti Combattenti vengono sciolte tra il maggio e il giugno del 1987.

Il simbolo[modifica | modifica wikitesto]

Il simbolo delle BR era una stella asimmetrica a 5 punte inscritta in un cerchio. Comparve per la prima volta in alcuni volantini ciclostilati nel 1971. I primi brigatisti scelsero la stella come simbolo dell'organizzazione perché tale simbolo era stato adottato da diversi movimenti rivoluzionari dell'epoca e faceva parte della simbologia comunista. Non riuscendo tuttavia a disegnare una stella perfettamente simmetrica e volendo che il loro simbolo fosse facilmente riproducibile, presero come punto di riferimento, nei diversi tentativi di disegnare una stella simmetrica, un cerchio che si potesse disegnare facilmente con l'ausilio di una moneta da cento lire e una stella che si potesse disegnare senza staccare la matita dal foglio. Si rassegnarono infine all'asimmetria della loro stella, come tratto distintivo del simbolo. La stella, negli striscioni era di color bianco su sfondo rosso e compariva in mezzo, tra la lettera "B" e la lettera "R", tuttavia, dati gli strumenti di comunicazione grafica di quei tempi, divenne nota principalmente come bianca su sfondo scuro nelle fotografie diffuse dai brigatisti, sempre in bianco e nero, e disegnata in nero su carta bianca nei volantini ciclostilati e dipinta in nero sulle scritte sui muri.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Cinematografia[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ L'altro principale gruppo terroristico di sinistra europeo fu la tedesca RAF (Rote Armee Fraktion) che tuttavia ebbe minor durata di vita, altre due organizzazioni terroristiche europee, ma di natura indipendentista erano l'IRA irlandese e l'ETA basca.
  2. ^ Uwe Wesel Con le bombe e le pistole 200 anni di terrorismo europeo di destra e di sinistra, dal basso e dall'alto 17 giugno 2004
  3. ^ S. Zavoli, La notte della Repubblica, Nuova Eri, Roma, 1992
  4. ^ R. Curcio, La mappa perduta, Ed. Sensibili Alle Foglie, 1994; citato da Giorgio Galli in Piombo Rosso - La storia completa della lotta armata dal 1970 ad oggi, Baldini, Castoldi e Dalai, 2004
  5. ^ «Le Brigate rosse sono attive in sette regioni»
  6. ^ Lorenzo Ruggiero, Dossier Brigate Rosse 1976 - 1978, Kaos, 2007.
  7. ^ Patrizio Peci, Io l'infame. La mia storia da terrorista pentito, Sperling & Kupfer, 1983. Nuova edizione con l'aggiunta di due capitoli inediti, 2008.
  8. ^ La notte della Repubblica, titolo dell'inchiesta televisiva con la quale nel 1989 Sergio Zavoli fece luce sulla stagione di piombo.
  9. ^ Addirittura un neologismo, la cosiddetta "gambizzazione", fu coniato dalla stampa per indicare una particolare tecnica di ferimento degli avversari alle gambe attuata dalle BR nella seconda metà degli anni settanta.
  10. ^ Giorgio Galli nella "Storia del Partito Armato" (1986)
  11. ^ a b Ibidem.
  12. ^ Giorgio Galli, Il partito armato. Gli anni di piombo in Italia, 1968-1986, Milano, Kaos Edizioni 1993
  13. ^ Vincenzo Tessandori: "Imputazione: Banda Armata". Editore Dalai; 2002.
  14. ^ La Destra News: giornale online della Destra. Notizie dall'Italia, dal mondo, cronaca politica - Il Partito armato in Italia
  15. ^ Panorama N°. 42 del 14 ottobre 2010; pp. 205 - 208
  16. ^ rifondazione-cinecitta.org
  17. ^ La notte della Repubblica, titolo dell'inchiesta televisiva con la quale nel 1989 Sergio Zavoli fece luce sulla stagione di piombo
  18. ^ a b Articolo sul L'Unità intitolato "Grave provocazione alla Sit-Siemens di Milano", 4 marzo 1972.
  19. ^ Serial RAI "Blue Notte".
  20. ^ Serial RAI "LA Notte della Repubblica"
  21. ^ Serial RAI "Blue Notte" e "La notte della Repubblica"
  22. ^ M.Moretti, Brigate Rosse. Una storia italiana, p. 79.
  23. ^ M.Moretti, Brigate Rosse. Una storia italiana, pp. 79-80.
  24. ^ a b c M.Clementi, Storia delle Brigate Rosse, p. 128.
  25. ^ M.Clementi, Storia delle Brigate Rosse, pp. 128-129.
  26. ^ G. Bocca, Noi terroristi, pp. 143-145.
  27. ^ V. Tessandori, Qui Brigate Rosse, pp. 296-297.
  28. ^ a b Serial RAI "Blue Notte"
  29. ^ M. Moretti, Brigate Rosse, una storia italiana, p. 114.
  30. ^ Pietro Costa, su vittimeterrorismo.it
  31. ^ Da: "Il Giornale", 24 luglio 2001, pag. 2.
  32. ^ Trasmissione RAI "Blue Notte" "La Notte della Repubblica".
  33. ^ Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato, Doveva morire. Chi ha ucciso Aldo Moro. Il racconto di un giudice, edizioni Chiarelettere, 2008.
  34. ^ Serial RAI: "La Notte della Repubblica"
  35. ^ I componenti dei vari nuclei operativi nei sanguinosi attentati sono desumibili da varie fonti, per esempio: P. PECI Io, l'infame, nuova edizione Sperling e Kupfer 2008; V. TESSANDORI, Qui Brigate Rosse', Baldini, Castoldi e Dalai, 2009; S. MAZZOCCHI, Nell'anno della tigre, Baldini e Castoldi, 1994.
  36. ^ Leonardo Sciascia Web
  37. ^ Dal Serial RAI: "La Notte della Repubblica"
  38. ^ In una lettera inviata dal carcere al fratello dell'ucciso alcuni anni dopo, si legge «Ricordiamo bene le parole di suo nipote Giovanni, durante i funerali del padre. Quelle parole ritornano a noi e ci riportano là a quella cerimonia, dove la vita ha trionfato sulla morte, e dove noi siamo stati, davvero, sconfitti nel modo più fermo e irrevocabile».
  39. ^ Barbagia Rossa e le BR
  40. ^ Dal Serial RAI "Blue Notte", da cui è stata tratta la "confessione" di Roberto Peci prigioniero delle BR (http://it.youtube.com/watch?v=77mR1K7UOtY)
  41. ^ riferimento al blitz dei Carabinieri in via Fracchia, a Genova, del 28 marzo 1980 in cui trovarono la morte gran parte dei brigatisti liguri
  42. ^ Processo alla Brigata XXVIII marzo, Il primo marzo 1983 nell'aula bunker di Milano[senza fonte]
  43. ^ Ibidem[di che?]
  44. ^ Il 28 gennaio 1982, alle h. 11.00 di mattina, il blitz dei NOCS nell'appartamento di via Pindemonte a Padova riesce alla perfezione. Ufficialmente è il fiancheggiatore pentito Ruggero Volinia a fornire le informazioni indispensabili all'azione. Alcuni quotidiani, mai smentiti dalle Forze dell'Ordine, peraltro, citano fonti anonime che parlano di un intervento indiretto di Cosa Nostra nel fornire le informazioni logistiche.
  45. ^ Circa la cattura della Balzerani, molti quotidiani, all'epoca, riportarono la notizia che la terrorista fosse stata sorpresa da agenti in borghese su un autobus di Ostia in seguito ad una telefonata fatta alla Polizia da un cliente di un ristorante che l'aveva riconosciuta. Tale notizia, però, trova scettici molti esperti dell'antiterrorismo, dal momento che i connotati fisici della Balzerani erano molto mutati rispetto a quelli riportati nelle foto segnaletiche. Tale notizia sembrerebbe appartenere al novero delle "Leggende Metropolitane".
  46. ^ Venne riportato da alcuni quotidiani che il Professor Senzani era la mente che dirigeva, nel 1980, gli attacchi delle BR alle caserme dell'Aeronautica Militare al fine di reperire armi pesanti. Senzani, fu riportato da una parte della stampa, venne catturato mentre s'apprestava con esplosivi ed armi pesanti ad attaccare nientemeno che la sede prescelta per il congresso DC dell'82. Che Senzani potesse aver pianificato nell'80 i raid alle caserme delle Forze Armate, è ritenuto credibile dall'antiterrorismo. Che, viceversa, s'apprestasse a compiere quella spettacolare azione due anni più tardi, quando venne catturato, sembra alquanto azzardato agli esperti delle vicende del Partito Armato. Come controprova, Galli non ne parla nel suo libro.
  47. ^ L'autonomia della Alasia divenne preoccupante per i vertici brigatisti soltanto un anno dopo: al fine di evitare che anche la Alasia fosse associata in qualche modo dalla stampa al sequestro Dozier, soltanto alla fine di dicembre 1981 le BR assunsero un nuovo nome: BR - PCC. Tale nome è stato utilizzato fino ai nostri giorni.
  48. ^ Dozier era, al tempo, vice comandante delle Forze Alleate Terrestri per il Sud Europa, con sede a Verona. Stando alla testimonianza della moglie, nel pomeriggio del 17 dicembre 1981, quattro finti idraulici suonano alla porta dell'appartamento del militare, immobilizzano la moglie e lo caricano su un furgone dopo una colluttazione. Resta ancora un mistero il fatto che lo stabile ove il generale abitava non fosse presidiato dalle Forze dell'Ordine.
  49. ^ Gino Giugni, nel 1970, fu l'estensore dello Statuto dei Lavoratori, in uso a tutt'oggi.
  50. ^ Giugni si salva per il tempestivo intervento della scorta che colpisce a morte la terrorista Wilma Monaco. Giugni era stato additato dalle BR come "traditore dei lavoratori". L'anno successivo, i brigatisti deposero una targa commemorativa sul luogo della morte della Monaco
  51. ^ Il 15 febbraio 1984, a Roma, l'auto blindata del diplomatico statunitense Leamon Ray Hunt, responsabile logistico della forza militare multinazionale dell'ONU nel Sinai, viene raggiunta da vari colpi. Il diplomatico resta ucciso. L'attentato mortale viene rivendicato dalle BR-PCC con un documento nel quale, a fronte del riacutizzarsi delle tensioni internazionali, viene affermata la necessità di un intervento antimperialista. Le FARL (Frazioni Armate Rivoluzionarie Libanesi) rivendicano l'azione insieme alle BR-PCC. Giorgio Galli in "Storia del Partito Armato", indica in Maurizio Folini ("Corto Maltese") il tramite per cui le armi dell'OLP e di Muammar Gheddafi giungevano alle BR, circostanza confermata dal terrorista in persona il quale utilizzava la sua barca da diporto per il trasporto del materiale bellico. Secondo un articolo sul Corriere della Sera di Marco Imarisio [1] le BR erano in contatto fin dal 1973 con l'OLP al fine di ricercare un trampolino di lancio sulla scena internazionale. La figura della terrorista palestinese Leila Khaled affascinava addirittura Mara Cagol.
  52. ^ Il Professor Tarantelli era docente d'Economia Politica presso l'Università I^ in Roma "La Sapienza". Era, altresì, responsabile per la CISL di Studi Economici e del Lavoro. Più volte s'era espresso non per il semplice congelamento della Scala Mobile, bensì per la sua totale abolizione.
  53. ^ Una scia di sangue accomuna tutti i tecnici che proponevano soluzioni economiche coraggiose durante gli anni ' 80: Giugni, Tarantelli, Ruffilli. Questo massacro prosegue negli anni a venire con Massimo D'Antona e Biagi. Tutti questi tecnici, nei comunicati delle BR sono ritenuti responsabili di "Affamare i Lavoratori". Ruffilli, in aggiunta, era un membro della corrente demitiana della DC nella Commissione per le Riforme Istituzionali mirante a coinvolgere il PCI in modo molto profondo nella politica di governo.
  54. ^ Articolo su Il Corriere della Sera
  55. ^ La notizia su Wikinews
  56. ^ In séguito agli arresti di Senzani e di altri brigatisti, un comunicato datato 6 febbraio 1982 parla esplicitamente della "Ritirata Strategica" che le BR intenderebbero attuare, a fronte dell'offensiva dello Stato. Nel luglio 1987, Bruno Seghetti, a nome del Nucleo Storico brigatista, propone ufficialmente allo Stato di chiudere col passato; invita i compagni di lotta ad ammettere la sconfitta, ed a domandare la pacificazione con lo Stato.
  57. ^ a b Libri sulle BR
  58. ^ "La Repubblica" — 05 settembre 1993, p. 18, sezione: CRONACA (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/09/05/siamo-le-br-abbiamo-colpito-aviano.html).
  59. ^ CORRIERE DELLA SERA.it; Archivio: Milano, furono le nuove Brigate rosse a sparare contro la sede di Forza Italia.
  60. ^ [2] Articolo sul Resto del Carlino del 19-01-2007
  61. ^ Articoli Corriere della Sera del 12 e 14 febbraio 2007
  62. ^ Corriere della Sera, 13 febbraio 2007 Guerzoni Monica, Da Caruso a Ferrando: pistole? Hanno solo bruciato un manichino.
  63. ^ "L'Espresso" del 25 giugno 2009, pag. 77
  64. ^ Assolto Bruno Bellomonte. Smontato il teorema.
  65. ^ Assolto Bellomonte, ventinove mesi in carcere da innocente - Sardegna 24.
  66. ^ Dal "Corriere della Sera del 24 luglio 2001 (1):
  67. ^ Panorama N°. 42 del 14 ottobre 2010, pp. 205 - 208.
  68. ^ Giampaolo Pansa, Carta straccia, Rizzoli, Milano 2011 ISBN 9788858620502.
  69. ^ Bruno Vespa, Vincitori e vinti, pag. 338-339, Mondadori, Milano 2005, ISBN 88-04-54866-5.
  70. ^ IBM era la macchina da scrivere con cui le Brigate Rosse diffondevano i loro comunicati, come sigillo di autenticità.
  71. ^ Storia e Futuro autorappresentazione delle brigate rosse - articoli Rivista di Storia e Storiografia On line
  72. ^ Da un articolo apparso sul numero mensile di Rinascita del novembre 1979.

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