Bonaventura da Bagnoregio

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Bonaventura da Bagnoregio (o Bagnorea)
Bonaventura da Bagnoregio (o Bagnorea)

Il santo in una tempera di Vittore Crivelli

Vescovo e dottore della Chiesa

Nascita 1217/1221
Morte 15 luglio 1274
Venerato da Chiesa cattolica
Canonizzazione 14 aprile 1482, da parte di papa Sisto IV
Ricorrenza 15 luglio

San Bonaventura da Bagnoregio (o Bagnorea) al secolo Giovanni Fidanza (Bagnoregio, 1217/1221 circa – Lione, 15 luglio 1274) è stato un religioso, filosofo e teologo italiano. Soprannominato Doctor Seraphicus, insegnò alla Sorbona di Parigi e fu amico di san Tommaso d'Aquino.

Vescovo e cardinale, dopo la morte venne canonizzato da Papa Sisto IV nel 1482 e proclamato Dottore della Chiesa da Papa Sisto V nel 1588. È considerato uno tra i più importanti biografi di san Francesco d'Assisi. Infatti alla sua biografia — la Legenda Maior — si ispirò Giotto da Bondone per il ciclo delle storie sul Santo nella basilica di Assisi.

Per diciassette anni — dal 1257 — fu ministro generale dell'Ordine francescano, del quale è ritenuto uno dei padri: quasi un secondo fondatore. Sotto la sua guida furono pubblicate le Costituzioni narbonesi, su cui si basarono tutte le successive costituzioni dell'Ordine.

La visione filosofica di Bonaventura partiva dal presupposto che ogni conoscenza derivi dai sensi: l'anima conosce Dio e se stessa senza l'aiuto dei sensi esterni. Risolse il problema del rapporto tra ragione e fede in chiave platonico-agostiniana.

È venerato come santo dalla Chiesa cattolica, che celebra la sua memoria il 15 luglio (vedi Bonaventura). Era figlio di Giovanni Fidanza, medico, e di Maria di Ritello; portò inizialmente il nome del padre, Giovanni, che cambiò in Bonaventura al momento del suo ingresso nella famiglia francescana [1]. Entrò nell'Ordine francescano nel convento di San Francesco vecchio, situato a metà strada tra Bagnoregio e Civita [2].


1. L'eredità francescana Il Duecento italiano registra la nascita di movimenti religiosi, di matrice popolare, che propugnano il ritorno ai precetti del Vangelo. La loro aspirazione esige: ° il disprezzo delle cose materiali e la penitenza, come emulazione di Cristo; ° il rifiuto delle ambizioni mondane. ° la predicazione della povertà e la pratica delle attività umili, finalizzate al solo e puro sostentamento. Sono gli elementi del "pauperismo", modello che incarna la semplicità egualitaria del cristianesimo originario. Francesco, il "santo di Assisi", ne è il profeta. Il suo richiamo a quella eredità testimonia, altresì, di un'istanza di libertà dai vincoli gerarchici della stessa chiesa ufficiale. L'attività pastorale, tuttavia, non è sufficiente se non ha il conforto di una dottrina adeguata. La vita esemplare va coniugata con la cultura; il frate deve essere, ad un tempo, semplice e sapiente. Interprete autorevole dell'armonia fra lo stile francescano e la ricerca filosofica è Bonaventura; la sua opera lo rende degno del titolo di "secondo fondatore dell'Ordine".

Indice

[modifica] Biografia

La data in cui Giovanni Fidanza venne alla luce non è certa. Viene collocata tra il 1217 e il 1221. Nacque a Civita di Bagnoregio, nei pressi di Viterbo. Nel 1235 si recò a Parigi a studiare forse nella facoltà delle Arti e successivamente, nel 1243, nella facoltà di teologia. Probabilmente in quello stesso anno entrò tra i Frati Minori (Minoriti). I suoi studi di teologia terminarono nel 1253, quando divenne magister (cioè "maestro") di teologia e ottiene la licentia docendi (la "licenza d'insegnare").

Nel 1250 il papa aveva autorizzato il cancelliere dell'Università a conferire tale licenza a religiosi degli ordini mendicanti, sebbene ciò contrastasse con il diritto di cooptare i nuovi maestri rivendicato dalla corporazione universitaria. E proprio nel 1253 scoppiò uno sciopero al quale tuttavia i membri degli ordini mendicanti non si associarono. La corporazione universitaria richiese loro un giuramento di obbedienza agli statuti, ma essi rifiutarono e pertanto vennero esclusi dall'insegnamento.

Questa esclusione colpì anche Bonaventura, che fu maestro reggente fra il 1253 e il 1257.

Nel 1254 i maestri secolari denunciarono a papa Innocenzo IV il libro del francescano Gerardo di Borgo San Donnino, Introduzione al Vangelo eterno. In questo testo fra' Gerardo, rifacendosi al pensiero di Gioacchino da Fiore, annunciava l'avvento di una «nuova età dello Spirito Santo» e di una «Chiesa cattolica puramente spirituale fondata sulla povertà», profezia che si doveva realizzare attorno al 1260. In conseguenza di questo il Papa — poco prima di morire — annullò i privilegi concessi agli ordini mendicanti. Il nuovo pontefice papa Alessandro IV condannò il libro di Gerardo con una bolla nel 1255, prendendo tuttavia posizione a favore degli ordini mendicanti e senza più porre limiti al numero delle cattedre che essi potevano ricoprire. I secolari rifiutarono queste decisioni, venendo così scomunicati, anche per il boicottaggio da loro operato ai danni dei corsi tenuti dai frati degli ordini mendicanti. Tutto questo nonostante che i primi avessero l'appoggio del clero e dei vescovi, mentre il re di Francia Luigi IX si trovava a sostenere le posizioni dei mendicanti.

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San Bonaventura in un dipinto di Francisco de Zurbarán

Nel 1257 Bonaventura venne riconosciuto magister. Nello stesso anno fu eletto Ministro generale dell'Ordine francescano, rinunciando così alla cattedra. A partire da questa data, preso dagli impegni del nuovo servizio, accantonò gli studi e compì vari viaggi per l'Europa.

Il suo obiettivo principale fu quello di conservare l'unità dei Frati Minori, prendendo posizione sia contro la corrente spirituale (influenzata dalle idee di Gioacchino da Fiore e incline ad accentuare la povertà del francescanesimo primitivo), sia contro le tendenze mondane insorte in seno all'Ordine. Favorevole a coinvolgere l'Ordine francescano nel ministero pastorale e nella struttura organizzativa della Chiesa, nel Capitolo generale di Narbona del 1260 contribuì a definire le regole che dovevano guidare la vita dei suoi membri: le Costituzioni, dette appunto Narbonensi. A lui, in questo Capitolo, venne affidato l'incarico di redigere una nuova biografia di san Francesco d'Assisi che, intitolata Legenda Maior, diventerà la biografia ufficiale nell'Ordine. Infatti il Capitolo generale successivo, del 1263, approvò l'operà composta dal Ministro generale; mentre il Capitolo del 1266, riunito a Parigi, giunse a decretare la distruzione di tutte le biografie precedenti alla Legenda Maior, probabilmente per proporre all'Ordine una immagine univoca del proprio fondatore, in un momento in cui le diverse interpretazioni fomentavano contrapposizioni e conducevano verso la divisione.[3]

[modifica] Ultimi anni

Negli ultimi anni della sua vita Bonaventura intervenne nelle lotte contro l'aristotelismo e nella rinata polemica fra maestri secolari e mendicanti. A Parigi, tra il 1267 e il 1269, tenne una serie di conferenze sulla necessità di subordinare e finalizzare la filosofia alla teologia. Nel 1270 lasciò Parigi per farvi però ritorno nel 1273, quando tenne altre conferenze nelle quali attaccava quelli che erano a suo parere gli errori dell'aristotelismo. Peraltro, negli anni tra il 1269 ed il 1271, fu spesso a Viterbo ove si svolgeva il famoso, lunghissimo conclave, per tenere numerosi sermoni volti ad accelerare ed indirizzare la scelta dei cardinali; alla fine fu eletto papa Gregorio X, cioè quel Tedaldo Visconti di cui Bonaventura era amico da molti anni[4]

Cardinale
Berretta cardinalizia.png
Bonaventura da Bagnoregio
 
della Chiesa cattolica
Immagine di Bonaventura da Bagnoregio
titolo
Stemma di Bonaventura da Bagnoregio
'''''
Nato tra il 1217 e il 1221
Ordinato
sacerdote
Consacrato
vescovo
1273
Consacrato
arcivescovo
Consacrato
patriarca
Elevato
arcivescovo
Elevato
patriarca
Ruoli ricoperti arcivescovo di Albano (dal 1273 al 1274)
Proclamato
cardinale
3 giugno 1273 da Gregorio X
Deceduto 1274
 

Fu proprio papa Gregorio X a crearlo cardinale vescovo con titolo di Albano nel concistoro del 3 giugno 1273; l'anno successivo partecipò al Concilio di Lione (in cui favorì un riavvicinamento fra la Chiesa latina e quella greca), nel corso del quale morì, forse a causa di un avvelenamento, stando almeno a quanto affermò in seguito il suo segretario, Pellegrino da Bologna.[senza fonte]

Pierre de Tarentasie, futuro papa Innocenzo V, ne celebrò le esequie e Bonaventura venne inumato nella chiesa francescana di Lione. Nel 1434 la salma venne traslata in una nuova chiesa, dedicata a San Francesco d'Assisi; la tomba venne aperta e la sua testa venne trovata in perfetto stato di conservazione: questo fatto ne facilitò la canonizzazione, che avvenne ad opera del papa francescano Sisto IV il 14 aprile 1482, e la nomina a dottore della Chiesa, compiuta il 14 maggio 1588 da un altro francescano, papa Sisto V.

[modifica] Le reliquie: il «santo braccio»

Il 14 marzo 1490, a seguito della ricognizione del corpo del santo a Lione, venne estratto il braccio destro che l'anno seguente fu trasferito a Bagnoregio. Oggi il «santo braccio», rimasta l'unica reliquia al mondo di san Bonaventura dopo la profanazione del suo sepolcro e la dispersione dei suoi resti eseguita dagli Ugonotti nel 1562, si trova sempre a Bagnoregio nella concattedrale di San Nicola.

Fede e ragione L'intelletto umano, naturalmente limitato, quando travalica l'orizzonte delle cose fisiche e aspira a cogliere l'assoluto, necessita dell'intervento di una forza superiore: ammesso che l'uomo abbia una scienza fisica e metafisica che si estende fino alle sostanze supreme e che possa pervenirci e qui trovare quiete, è impossibile che in ciò non cada in errore se non è aiutato dalla luce della fede (Bonaventura, Collationes in Hexaemeron) La questione che impegna i filosofi cristiani, dalla Patristica alla Scolastica, è il nesso fede-ragione: interferenza o distinzione? se vi sono divergenze, a quale delle due autorità spetta il primato? Bonaventura, affrontando il problema, fonda il proprio discorso sui concetti di certezza e verità: ° c'è la certezza della scienza, le cui verità sono il risultato di procedimenti razionali; ° c'è la certezza della fede, che sollecita l'assenso della persona facendola aderire alle verità religiose con pieno coinvolgimento. In presenza di dispute, la preminenza compete senz'altro alla fede. Superiori alle forze dell'intelletto sono, infatti, le energie del cuore: come l'occhio, attratto dalla varietà dei colori, non scorge la luce attraverso cui vede ogni altra cosa, e se la vede non l'avverte; così, l'occhio della nostra mente, rivolto agli enti, non percepisce l'essere che trascende ogni genere, benché per primo si presenti alla sua mente e tutte le altre cose per suo mezzo conosca. (Bonaventura, Itinerario della mente a Dio) La fede è la grammatica dell'alfabeto; di essa si avvale la ragione per condurre le proprie indagini e costruire, su queste, discorsi logici.

4. Errori di Aristotele e pregi di Platone L'atmosfera, nella quale si muove Bonaventura, è segnata dal confronto tra due modi di avvicinarsi al sapere classico. Il dilemma è: condividere o respingere la lettura che, del pensiero di Aristotele, offrono Avicenna e Averroè? L'intellettuale di formazione agostiniana non esita nel giudizio. L'aristotelismo postula l'autosufficienza della filosofia, esaltandola come disciplina capace di offrire alla ricerca tutti gli strumenti di cui ha bisogno. È una presunzione infondata. Bonaventura, conoscendo la filosofia peripatetica, ne diffida. Essa contiene elementi estranei alla vicenda e al destino del cristianesimo: si racchiudono nel concetto di Dio "motore immobile". È un'insidia che può incidere sui destini della cultura cristiana: tutto ciò che avviene o è casuale o è fatalmente necessario; e poiché è impossibile che tutto sia casuale, gli arabi introducono nel mondo una necessità fatale, ritenendo che le sostanze che muovono i cieli siano cause necessarie di tutti gli avvenimenti (Bonaventura, Collationes in Hexaemeron) Invero, la filosofia classica non lascia, in eredità, soltanto la dottrina di Aristotele. C'è un pensiero, quello platonico, che contiene solidi elementi di affinità col cristianesimo. Bonaventura giudica la dottrina di Platone idonea ad illuminare il proprio itinerario: pervenire al sapere più alto, la teologia mistica, che appaga una coscienza incline a vedere nel mondo l'orma di Dio (signum Dei). Agostino e Anselmo sono i nuovi maestri. Insegnano che l'esercizio della ragione è valido se consente di scoprire i germi divini nel mondo e nell'interiorità dell'anima: inter philosophos datus sit Platoni sermo sapientiae, Aristoteli vero sermo scientiae; uterque autem sermo, scilicet sapientiae et scientiae [ ... ] datus sit Augustino (Christus unus omnium magister)

[modifica] L'itinerario della mente verso Dio

Bonaventura è considerato uno dei pensatori maggiori della tradizione francescana, che anche grazie a lui si avviò a diventare una vera e propria scuola di pensiero, sia dal punto di vista teologico che da quello filosofico. Difese e ripropose la tradizione patristica, in particolare il pensiero e l'impostazione di sant'Agostino. Egli combatté apertamente l'aristotelismo, anche se ne acquisì alcuni concetti, fondamentali per il suo pensiero. Inoltre valorizzò alcune tesi della filosofia arabo-ebraica, in particolare quelle di Avicenna e di Avicebron, ispirate al neoplatonismo. Nelle sue opere ricorre continuamente l'idea del primato della sapienza, come alternativa ad una razionalità filosofica isolata dalle altre facoltà dell'uomo. Egli sostiene, infatti, che:

« (...) la scienza filosofica è una via verso altre scienze. Chi si ferma resta immerso nelle tenebre. »

Secondo Bonaventura è il Cristo la via a tutte le scienze, sia per la filosofia che per la teologia.

Il progetto di Bonaventura è una riduzione (reductio artium) non nel senso di un depotenziamento delle arti liberali, bensì della loro unificazione sotto la luce della verità rivelata, la sola che possa orientarle verso l'obiettivo perfetto a cui tende imperfettamente ogni conoscenza, il vero in sè che è Dio. La distinzione delle nove arti in tre categorie, naturali (fisica, matematica, meccanica), razionali (logica, retorica, grammatica) e morali (politica, monastica, economica) riflette la distinzione di res, signa ed actiones la cui verticalità non è altro che cammino iniziatico per gradi di perfezione verso l'unione mistica. La parzialità delle arti è per Bonaventura non altro che il rifrangersi della luce con la quale Dio illumina il mondo: prima del peccato originale Adamo sapeva leggere indirettamente Dio nel Liber Naturae (nel creato), ma la caduta è stata anche perdita di questa capacità. Per aiutare l'uomo nel recupero della contemplazione della somma verità, Dio ha inviato all'uomo il Liber Scripturae, conoscenza supplementare che unifica ed orienta la conoscenza umana, che altrimenti smarrirebbe se stessa nell'autoreferenzialità. Attraverso l'illuminazione della rivelazione, l'intelletto agente è capace di comprendere il riflesso divino delle verità terrene inviate dall'intelletto passivo, quali pallidi riflessi delle verità eterne che Dio perfettamente pensa mediante il Verbo. Ciò rappresenta l'accesso al terzo libro, Liber Vitae, leggibile solo per sintesi collaborativa tra fede e ragione: la perfetta verità, assoluta ed eterna in Dio, non è un dato acquisito, ma una forza la cui dinamica si attua storicamente nella reggenza delle verità con le quali Dio mantiene l'ordine del creato. Lo svelamento di quest'ordine è la lettura del terzo libro che per segni di dignità sempre maggior avvicina l'uomo alla fonte di ogni verità.

La primitas divina La primalità di Dio è il sostegno a tutto l'impianto teologico di Bonaventura. Nella sua prima opera, il Breviloquium, egli definisce i caratteri della teologia affermando che, poiché il suo oggetto è Dio, essa ha il compito di dimostrare che la verità della sacra scrittura è da Dio, su Dio, secondo Dio ed ha come fine Dio. L'unita del suo oggetto determina come unitaria ed ordinata la teologia perché la sua struttura corrisponde ai caratteri del suo oggetto.

Nella sua opera più famosa, l'Itinerarium mentis in Deum ("L'itinerario della mente verso Dio"), Bonaventura spiega che il criterio di valore e la misura della verità si acquisiscono dalla fede, e non dalla ragione (come sostenevano gli averroisti). Da ciò fa conseguire che la filosofia serve a dare aiuto alla ricerca umana di Dio, e può farlo, come diceva sant'Agostino, solo riportando l'uomo alla propria dimensione interiore (cioè l'anima), e, attraverso questa, ricondurlo infine a Dio. Secondo Bonaventura, dunque, il «viaggio» spirituale verso Dio è frutto di una illuminazione divina, che proviene dalla «ragione suprema» di Dio stesso. Per giungere a Dio, quindi, l'uomo deve passare attraverso tre gradi, che, tuttavia, devono essere preceduti dall'intensa ed umile preghiera, poiché:

« (...) nessuno può giungere alla beatitudine se non trascende sé stesso, non con il corpo, ma con lo spirito. Ma non possiamo elevarci da noi se non attraverso una virtù superiore. Qualunque siano le disposizioni interiori, queste non hanno alcun potere senza l'aiuto della Grazia divina. Ma questa è concessa solo a coloro che la chiedono (...) con fervida preghiera. È la preghiera il principio e la sorgente della nostra elevazione. (...) Così pregando, siamo illuminati nel conoscere i gradi dell'ascesa a Dio. »

La "scala" dei 3 gradi dell'ascesa a Dio è simili alla "scala" dei 4 gradi dell'amore di Bernardo di Chiaravalle, anche se non uguale; tali gradi sono:

  • 1) Il grado esteriore:
« (...) è necessario che prima consideriamo gli oggetti corporei, temporali e fuori di noi, nei quali è l'orma di Dio, e questo significa incamminarsi per la via di Dio. »
  • 2) Il grado interiore:
« È necessario poi rientrare in noi stessi, perché la nostra mente è immagine di Dio, immortale, spirituale e dentro di noi, il che ci conduce nella verità di Dio. »
  • 3) Il grado eterno:
« Infine, occorre elevarci a ciò che è eterno, spiritualissimo e sopra di noi, aprendoci al primo principio, e questo dona gioia nella conoscenza di Dio e omaggio alla Sua maestà. »

Inoltre, afferma Bonaventura, in corrispondenza a tali gradi l'anima ha anche tre diverse direzioni:

« (...) L'una si riferisce alle cose esteriori, e si chiama animalità o sensibilità; l'altra ha per oggetto lo spirito, rivolto in sé e a sé; la terza ha per oggetto la mente, che si eleva spiritualmente sopra di sé. Tre indirizzi che devono disporre l'uomo a elevarsi a Dio, perché l'ami con tutta la mente, con tutto il cuore, con tutta l'anima (...). »
(San Bonaventura da Bagnoregio, Itinerarium mentis in Deum)

Dunque, per Bonaventura, l'unica conoscenza possibile è quella contemplativa, cioè la via dell'illuminazione, che porta a cogliere le essenze eterne, e ad alcuni permette persino di accostarsi a Dio misticamente. L'illuminazione guida anche l'azione umana, in quanto solo essa determina la sinderesi, cioè la disposizione pratica al bene.

[modifica] L'ordine trinitario del mondo

San Bonventura elaborò una teologia trinitaria di derivazione agostiniana, in quanto volle evidenziare l'unità del Dio-Trino, come forza, che unisce le tre persone. Ma tale unità è conciliabile con la pluralità delle persone: unità e trinità sono sempre insieme. I dati presenti nella Scrittura presentano all'uomo la verità rivelata: in Dio vi sono tre persone. Due sono le fasi dell'auto-rivelazione di Dio: la prima nella creazione, la seconda in Cristo. Il mondo, per Bonaventura, è come un libro da cui traspare la Trinità che l'ha creato. Noi possiamo ritrovare la Trinità extra nos (cioè "fuori di noi"), intra nos ("in noi") e super nos ("sopra di noi"). Infatti, la Trinità si rivela in 3 modi:

  • come vestigia (o impronta) di Dio, che si manifesta in ogni essere, animato o inanimato che sia;
  • come immagine di Dio, che si trova solo nelle creature dotate d'intelletto, in cui risplendono memoria, intelligenza e volontà;
  • come similitudine di Dio, che è qualità propria delle creature giuste e sante, toccate dalla Grazia e animate da fede, speranza e carità; quindi, quest'ultima è ciò che ci rende "figli di Dio".

La Creazione dunque è ordinata secondo una scala gerarchica trinitaria e la natura non ha sua consistenza, ma si rivela come segno visibile del principio divino che l'ha creata; solo in questo, quindi, trova il suo significato. Bonaventura trae questo principio anche da un passo evangelico, in cui i discepoli di Gesù dissero:

« «Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!» Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli.» Ma egli rispose: «Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre.» »
(Lc, 19,38-40)

Le creature, dunque, sono impronte, immagini, similitudini di Dio, e persino le pietre "gridano" tale loro legame col divino.

[modifica] Opere

  • Breviloquium (Breviloquio)
  • Collationes de decem praeceptis (Raccolte su dieci precetti)
  • Collationes de septem donis Spiritus Sanctis (Raccolte sui sette doni dello Spirito Santo)
  • Collationes in Hexaemeron (Raccolte nei Sei Giorni della Creazione)
  • Commentaria in quattuor libros sententiarum Magistri Petri Lombardi (Commentari in quattro libri delle sentenze del maestro Pietro Lombardo)
  • De mysterio Trinitatis (Il mistero della Trinità; questione disputata)
  • De perfectione vitae ad sorores (La perfezione della vita alle sorelle)
  • De reductione artium ad theologiam (La riduzione della arti alla teologia)
  • De Regno Dei descripto in parabolis evangelicis (Il Regno di Dio descritto nelle parabole evangeliche)
  • De scientia Christi et mysterio Trinitatis (La conoscenza di Cristo ed il mistero della Trinità)
  • De sex alis Seraphin (Le sei ali dei Serafini)
  • De triplici via (La triplice via)
  • Itineriarium mentis in Deum (Itinerario della mente verso Dio)
  • Legenda Sancti Francisci (La leggenda di San Francesco)
  • Lignum vitae (Il legno della vita)
  • Officium de passione Domini (Il dovere riguardo alla passione del Signore)
  • Quaestiones de perfectione evangelica (Questioni sopra la perfezione evangelica)
  • Soliloquium (Soliloquio)
  • Summa theologiae (Complesso di teologia)
  • Vitis mystica (La vite mistica)

[modifica] Note

  1. ^ Secondo la sua agiografia, da bambino Giovanni era spesso malato, tanto che i suoi genitori si rivolsero a San Francesco. Un giorno che passava da quelle parti, venne per benedirlo e guarirlo. Come ebbe terminato le sue orazioni, San Francesco gli disse in latino: Bona ventura in relazione all'esito favorevole delle sue preghiere di guarigione. Il bambino guarì e, da quel giorno tutti gli abitanti di Bagnoregio chiamarono il bambino Bonaventura.
  2. ^ Oggi del convento restano solo i ruderi.
  3. ^ Grado Giovanni Merlo, Storia di frate Francesco e dell'Ordine dei Minori, in Maria Pia Alberzoni, et al., Francesco d'Assisi e il primo secolo di storia francescana, Torino, Einaudi, 1997. pp. 28-30.
  4. ^ Cesare Pinzi,Storia della Città di Viterbo,Tip.Camera dei Deputati,Roma,1887-89,lib.VII.Il Pinzi parla dettagliatamente degli interventi di Bonaventura a Viterbo in occasione del Conclave e dell'amicizia con Gregorio X.

[modifica] Bibliografia

  • Bettoni E., S. Bonaventura da Bagnoregio, Vita e Pensiero, Milano 1973.
  • Bougerol J.G., Introduzione a S. Bonaventura, trad. it. di A. Calufetti, L.I.E.F., Vicenza 1988.
  • Corvino F., Bonaventura da Bagnoregio francescano e pensatore, Città Nuova, Roma 2006.
  • Di Maio A., Piccolo glossario bonaventuriano. Prima introduzione al pensiero e al lessico di Bonaventura da Bagnoregio, Aracne, Roma 2008.
  • Mathieu V., La Trinità creatrice secondo san Bonaventura, Biblioteca francescana, Milano 1994.
  • Moretti Costanzi T., San Bonaventura, Armando, Roma 2003.
  • Todisco O., Le creature e le parole in sant'Agostino e san Bonaventura, Anicia, Roma 1994.
  • Vanni Rovighi S., San Bonaventura, Vita e Pensiero, Milano 1974.

[modifica] Altri progetti

[modifica] Collegamenti esterni

[modifica] Voci correlate

[modifica] Successioni

separatore

Preceduto da: Cardinale vescovo di Albano Succeduto da:
Raoul Grosparmi Kardinalcoa.png
1273-1274
Bentivegna de Bentivenghi O.F.M.
Predecessore Ministro generale dell'Ordine Francescano Successore Francescocoa.png
Giovanni da Parma
1247-1257
1257-1274 Girolamo Masci d'Ascoli
1274-1279
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