Bernardo Provenzano

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Foto segnaletica ritraente Bernardo Provenzano da giovane.
Bernardo Provenzano da giovane.
Ultima foto giovanile conosciuta di Provenzano nel 1959.
Primo identikit.
Foto segnaletica di Bernardo Provenzano, eseguita dopo la cattura, l'11 aprile 2006.
Confronto tra l'ultimo identikit, eseguito nel 2005 e una foto scattata dopo la cattura nel 2006.
Bernardo Provenzano al momento dell'arresto nel 2006.

Bernardo Provenzano, detto Binnu u tratturi (Bernardo il trattore, per la violenza con cui falciava le vite dei suoi nemici) e Zù Binu[2] (Corleone, 31 gennaio 1933[1]), è un criminale italiano, ritenuto il capo di tutti i capi di "Cosa nostra", la mafia siciliana.

Arrestato l'11 aprile 2006, Provenzano era ricercato sin dal 9 maggio 1963[3], con una latitanza record di quarantatré anni. In precedenza era già stato condannato in contumacia a tre ergastoli ed aveva altri procedimenti penali in corso.

Indice

[modifica] Biografia

[modifica] Origini

Nato da una famiglia corleonese molto povera, terzo di sette figli[4], venne ben presto mandato a lavorare nei campi abbandonando la scuola (non finì la seconda elementare), arruolandosi altrettanto precocemente nelle file delle organizzazioni malavitose.

Entrò al servizio di Michele Navarra, capo dei mafiosi di Corleone. A metà degli anni cinquanta scoppiò la guerra per il predominio di Corleone tra Luciano Liggio (detto "Lucianeddu") e Navarra. Provenzano si schierò col primo, a cui era già da tempo molto legato insieme a Totò Riina.

Il 10 settembre 1963 fu emanato un mandato di cattura contro di lui per l'omicidio di Michele Navarra[5].

Il 10 dicembre 1969 partecipò alla strage di Viale Lazio, dove l'obiettivo era eliminare il boss Michele Cavataio, detto Il cobra, reo di aver messo tutte le famiglie contro e di aver fatto scoppiare la prima guerra di mafia[5]. Provenzano uccise Cavataio spaccandogli il cranio con il calcio della mitragliatrice e poi lo finì con un colpo di pistola: per la ferocia dimostrata durante questa azione, i mafiosi di Palermo lo soprannominarono "u' tratturi", perché dicevano che dove passava Provenzano non cresceva più l'erba.

Dopo che Luciano Liggio fu catturato nel 1974, prese il potere del clan dei corleonesi Salvatore Riina, affiancato da Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella, il quale, scatenando la seconda guerra di mafia, li portò in pochi anni alla guida di tutta Cosa nostra siciliana[6].

[modifica] Ai vertici di Cosa nostra con Totò Riina

Nel 1984 i Corleonesi dopo aver eliminato tutti i rivali diventarono i leader della Cupola mafiosa e Totò Riina divenne il capo dei capi di Cosa nostra. I Corleonesi furono l'unica cosca ad avere due rappresentanti nella commissione direttiva. Essi erano, per l'appunto, Totò Riina e Bernardo Provenzano. I pupilli dei due capimafia corleonesi erano i palermitani Antonino Madonia e Giuseppe Lucchese Miccichè, che visto la giovane età, Totò Riina chiamava "u' nicu".

Preso il potere nella commissione, il clan corleonese sviluppò una strategia aggressiva nei confronti della magistratura e dello Stato. Si verificarono quindi le stragi contro i vertici della magistratura inquirente siciliana: nel 1992 con la Strage di Capaci dove fu ucciso il magistrato Giovanni Falcone e con la strage di via d'Amelio dove fu ucciso il magistrato Paolo Borsellino; e successivamente i minacciosi attentati del 1993 a Roma, a Firenze e a Milano.

La risposta dello Stato non fu forse rapida ma comunque fu efficace e portò al completo smantellamento dell'organizzazione mafiosa grazie ad una serie di arresti attuati dalle forze dell'ordine al fine di far cessare la strategia stragista di Cosa nostra.

Lo Stato attuò una massiccia repressione contro Cosa nostra e furono arrestati in rapida successione moltissimi capi dell'organizzazione[senza fonte] fra tutti il capo dei capi Totò Riina ritenuto il principale ideatore della strategia stragista.

Per gli attentati ai due magistrati, Provenzano venne condannato all'ergastolo in contumacia[5].

[modifica] Da solo al comando e il nuovo corso di Cosa Nostra

Dopo la cattura di Totò Riina nel 1993, Provenzano diviene il Capo dei Corleonesi[7] e successivamente il capo assoluto della mafia siciliana, sostituendo Riina e cambiando radicalmente la strategia, portando l'organizzazione ad una rapida sommersione, facendo riconquistare ai mafiosi l'invisibilità dei grandi Padrini lasciandosi definitivamente alle spalle le stragi che avevano colpito l'Italia in quel periodo. Nel 1995 e nel 1996 vennero arrestati rispettivamente Leoluca Bagarella rivale alla successione a capo dei capi di Cosa Nostra e Giovanni Brusca.

Dopo la cattura di Leoluca Bagarella, arrestato dalla Direzione Investigativa Antimafia il 24 giugno 1995, Provenzano ha campo libero e comanda a modo suo, un modo molto diverso dalla strategia del sangue di Totò Riina.

Abbandonò la Commissione come metodo di gestione dell'organizzazione per creare 5 maxi mandamenti governati da Pino Lipari, Tommaso Cannella, Salvatore Lo Piccolo, Matteo Messina Denaro e Domenico Raccuglia[8].

Nel 2002 si ebbe notizia che si fosse fatto operare sotto falso nome (Gaspare Troia) a Marsiglia per un cancro alla prostata, secondo alcune fonti dall'urologo Attilio Manca[9].

In quell'occasione le forze dell'ordine riuscirono ad entrare in possesso di una foto del boss, applicata sulla finta carta d'identità[10].

Nel 2005 le forze dell'ordine eseguirono varie operazioni in Sicilia nei possibili luoghi dove si sarebbe potuto nascondere il latitante, ma senza mai arrivare alla cattura.

Nel 2006 c'è un tentativo di depistaggio: il 31 marzo 2006 (11 giorni prima dell'arresto) il legale del boss latitante annuncia la morte del suo assistito[11], subito smentita dalla Dia di Palermo[5].

[modifica] L'arresto

Le indagini che portarono all'arresto del capo mafia di Corleone si incentrarono sull'intercettazione dei famosi pizzini, i biglietti con cui Provenzano comunicava con la moglie, il cognato Carmelo Gariffo e con il resto del clan. Dopo l'intercettazione di questi pizzini e alcuni pacchi contenenti la spesa e la biancheria, movimentati da alcuni staffettisti di fiducia del boss[12], i poliziotti della Squadra Mobile di Palermo e gli agenti della Sco sono riusciti a identificare il luogo in cui si rifugiava Provenzano[3][13].

Individuato il casolare, gli agenti hanno monitorato il luogo per dieci giorni attraverso microspie ed intercettazioni ambientali, per avere la certezza che all'interno vi fosse proprio Provenzano.

L'11 aprile 2006 le forze dell'ordine decidono di eseguire il blitz e l'arresto, a cui Provenzano ha reagito senza opporre la minima resistenza[14]. Il boss ha confermato la propria identità ed è stato scortato alla questura di Palermo.

Il questore di Palermo ha successivamente confermato che per giungere alla cattura le autorità non si sono avvalse né di pentiti né di confidenti[3].

Il casolare (il proprietario del quale è stato arrestato) in cui viveva il boss era arredato in maniera spartana, con il letto, un cucinino, il frigo e un bagno, oltre che una stufa per il freddo e la macchina da scrivere con cui compilava i pizzini[14].

[modifica] Carcere

Dopo il blitz viene portato alla questura di Palermo e poi al supercarcere di Terni, sottoposto al regime carcerario del 41bis. Dopo un anno di carcere a Terni, viene trasferito al carcere di Novara a seguito di alcuni malumori delle guardie carcerarie che si occupavano della sua detenzione[15].

Dal carcere di Novara, il boss ha più volte tentato di comunicare con l'esterno in codice[16][17]. Il ministero della Giustizia ha deciso di aggravare il carcere duro per Provenzano, applicandogli il regime di 14 bis in aggiunta al 41 bis dell'ordinamento penitenziario, che prevede l'isolamento in una cella in cui è vietata la televisione e la radio portatile[16].

Il 19 marzo 2011 viene confermata la notizia di un tumore alla vescica.

Inoltre, sempre lo stesso giorno, è stato dichiarato che il boss di Cosa Nostra verrà trasferito dal Carcere di Novara al Carcere di Parma. Nel carcere di Parma il 9 maggio 2012 il boss tenta il suicidio infilando la testa in una busta di plastica con l'obiettivo di soffocarsi ma il tutto viene sventato da una guardia carceraria[18].

[modifica] Un pizzino

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Pizzini.

Durante gli ultimi anni di latitanza, il boss ha comunicato con i luogotenenti e con la famiglia, attraverso i famosi pizzini, che dopo l'arresto sono stati trovati in grande quantità nel covo del boss[19].

In alcuni di questi Provenzano indirizza messaggi non inerenti all'attività criminale, almeno apparentemente.

« Ti prego di essere sempre calmo e retto, corretto e coerente, sappia approfittare l'esperienza delle sofferenze sofferte, non credere a tutto quello che ti dicono, cerca sempre la verità prima di parlare, e ricordati che non basta mai avere una prova per affrontare un ragionamento. Per essere certo in un ragionamento occorrono tre prove, e correttezza e coerenza. Vi benedica il Signore e vi protegga. »
(Da un pizzino di Bernardo Provenzano a Luigi Ilardo.[20])

[modifica] Famiglia

Bernardo Provenzano è stato legato sentimentalmente a Saveria Benedetta Palazzolo, con la quale non si è mai sposato ma ha convissuto durante gran parte della latitanza[1].

La coppia ha avuto due figli:

  • Angelo Provenzano: nato nel 1975
  • Francesco Paolo Provenzano: nato il 16 aprile 1982

Il figlio Angelo è stato sotto inchiesta per mafia a partire dal 2000, ma l'inchiesta, terminata nel 2009, non ha portato a sviluppi giudiziari[21].

Il figlio Francesco Paolo non ha seguito le orme criminali del padre, ma si è laureato in "Lingue e culture moderne" nel 2005, a 23 anni,[22] ed ha ottenuto una borsa di studio dal ministero dell'istruzione, ottenendo un posto come insegnante in una prestigiosa scuola tedesca[23].

Nel 1983 Saveria Benedetta Palazzolo è riuscita a sfuggire ad un tentativo d'arresto della polizia, evitando di scontare la pena di due anni di carcere a cui era stata condannata[23].

La signora Provenzano e i figli sono stati in latitanza fino al 1992. Nella primavera di quell'anno infatti, improvvisamente, fecero il loro ritorno a Corleone[24].

[modifica] Indiscrezioni giudiziarie

Secondo la ricostruzione fatta il 1º febbraio 2010 nel processo per favoreggiamento[25] contro Mario Mori, generale dei Carabinieri del Ros, da Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, condannato per mafia e deceduto nel 2002, il boss di Cosa nostra avrebbe goduto di "una sorta di immunità territoriale" fin dal 1992[26], che gli consentiva di spostarsi liberamente durante la latitanza. La confessione gli era stata fatta proprio dal padre, il quale, stando alle dichiarazione del figlio, si incontrava regolarmente con Provenzano[27].

[modifica] Cinema e televisione

[modifica] Note

  1. ^ a b Biografia Bernardo Provenzano - Rainews24 «Biografia Bernardo Provenzano». RaiNews24, 11 04 2006. URL consultato in data 26-06-2010.
  2. ^ Archivio - Panorama.it - Mafia: dopo l'ultimo padrino
  3. ^ a b c «Arrestato Provenzano, era ricercato dal 1963». Corriere della sera, 25 04 2006. URL consultato in data 26/06/2010.
  4. ^ Dato riportato a pag 59 del libro: L'altra mafia: biografia di Bernardo Provenzano, di Ernesto Oliva, Salvo Palazzolo, Rubettino Editore srl, 2001
  5. ^ a b c d «L'ARRESTO DI PROVENZANO». Corriere della sera, 12 04 2006, pp. 020/023.025. URL consultato in data 26/06/2010.
  6. ^ E LEGGIO SPACCO' IN DUE COSA NOSTRA
  7. ^ MA PROVENZANO E' LIBERO E VIVO
  8. ^ La vera storia di Provenzano Siino: "Sparava come un dio"
  9. ^ Manca ucciso perché curò provenzano. 31 maggio 2009. URL consultato il 2009-06-12.
  10. ^ Provenzano, ora c' è una foto
  11. ^ Repubblica.it » cronaca » "Provenzano è morto da anni la mafia ha creato un fantasma"
  12. ^ Pochi metri al giorno, così arrivò il pacco
  13. ^ Arrestato il boss della mafia Bernardo Provenzano
  14. ^ a b «Arrestato Bernardo Provenzano». la Repubblica, 11 04 2006, p. Cronaca - Le Dirette. URL consultato in data 26/06/2010.
  15. ^ Giovanni Bianconi. «Provenzano cambia carcere - «Una torta e troppe attenzioni»». Corriere della Sera, 15 04 2007. URL consultato in data 26/06/2010.
  16. ^ a b Alessandra Ziniti. «Provenzano, pizzini dal carcere». la Repubblica, 12 01 2008, p. 6 dell'edizione di Palermo. URL consultato in data 26/06/2010.
  17. ^ «Provenzano, i pizzini per curare l'impotenza». la Repubblica. URL consultato in data 26/06/2010.
  18. ^ http://palermo.repubblica.it/cronaca/2012/05/10/news/il_boss_provenzano_tenta_il_suicidio_salvato_dagli_agenti_penitenziari-34886346/
  19. ^ Nei pizzini la geografia di Cosa Nostra
  20. ^ Pizzino citato nel libro: Bernardo Provenzano. Il ragioniere di Cosa Nostra di Ernesto Oliva e Salvo Palazzolo.
  21. ^ Chiusa inchiesta su Angelo Provenzano, figlio di Provenzano
  22. ^ Il figlio di Provenzano diventa dottore
  23. ^ a b Anna Puglisi. La signora Provenzano. marzo-aprile 2006. URL consultato il 26-06-2010.
  24. ^ "Io e mio padre Provenzano così faccio i conti con la mafia" - cronaca - Repubblica.it
  25. ^ Mafia, Mori in tribunale "Non ci fu nessuna trattativa" | Palermo la Repubblica.it
  26. ^ Ciancimino: Provenzano aveva immunita'
  27. ^ Ciancimino jr contro il generale Mori "Provenzano godeva di immunità"

[modifica] Bibliografia

[modifica] Voci correlate

[modifica] Altri progetti

[modifica] Collegamenti esterni


Predecessore:
Salvatore Riina
Capo dei Corleonesi
Bernardo Provenzano
1993 - 2006
Successore:
Rosario Lo Bue
Predecessore:
Seconda guerra di mafia
Commissione di Cosa Nostra
Salvatore Riina, Bernardo Provenzano
1984 - 1993
Successore:
Sciolta
1993
Predecessore:
Leoluca Bagarella, Bernardo Provenzano
Capo dei capi di Cosa Nostra
Bernardo Provenzano
1995 - 2006
Successori:
Salvatore Lo Piccolo
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