Battaglia di Okinawa

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Battaglia di Okinawa
Visione aerea di Okinawa
Visione aerea di Okinawa
Data 1º aprile - 21 giugno 1945
Luogo Isola di Okinawa, Giappone
Esito Vittoria Alleata
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
548.000 uomini[1]
1.600 navi
? aeroplani  
107.000 soldati[2]
24.000 uomini militarizzati
? navi
? aeroplani  
Perdite
17.120 morti o dispersi
38.916 feriti
33.096 feriti non combattenti
79 navi affondate o danneggiate
763 aeroplani distrutti
66.000 morti o dispersi
17.000 feriti
7.455 prigionieri
16 navi affondate o danneggiate
7.830 aeroplani distrutti
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La Battaglia di Okinawa, combattuta sull'omonima isola giapponese, fu il più grande assalto anfibio della guerra del Pacifico, nel corso del secondo conflitto mondiale. Gli Alleati attribuirono alla pianificazione dell'assalto ed alla conseguente battaglia il nome in codice di Operazione Iceberg. Lo scontro si protrasse da marzo a giugno del 1945.

La battaglia fu soprannominata in inglese "Typhoon of Steel" (tifone d'acciaio) e tetsu no ame (鉄の雨 "pioggia d'acciaio") o tetsu no bōfū (鉄の暴風 "impetuoso vento d'acciaio") in giapponese. I soprannomi si riferiscono alla ferocia del combattimento, al volume di fuoco prodotto ed al numero di navi e veicoli corazzati alleati che assaltarono l'isola. Okinawa aveva una vasta popolazione civile, che vide soccombere almeno 150.000 persone a causa della battaglia.

Nessuno dei contendenti si immaginava che in tale teatro si sarebbe svolto lo scontro più importante della guerra. Gli Alleati avevano progettato l'Operazione Downfall, ovvero l'invasione delle isole Kyushu e Honshū. Il progetto bellico però non fu mai attuato a causa della resa del Giappone, in seguito al bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki nell'agosto 1945 ed alla dichiarazione di guerra da parte dell'Unione Sovietica.

Le forze[modifica | modifica sorgente]

Terrestri[modifica | modifica sorgente]

La campagna di terra statunitense fu diretta dalla 10ª armata, comandata dal Tenente Generale Simon Bolivar Buckner Jr.. L'armata si componeva di due corpi alle dipendenze: il 3º Corpo anfibio (1ª e 6ª Divisione marine, più la 2ª Divisione di riserva) ed il 24º Corpo (7ª, 27ª, 77ª e 96ª Divisione di fanteria).

La manovra difensiva terrestre dei giapponesi fu eseguita dalla possente 32ª Armata (circa 100.000 uomini). Da principio l'armata era composta dalla 9ª, 24ª e 62ª Divisione e dalla 44ª Brigata indipendente. La 9ª Divisione fu trasferita a Formosa prima dell'invasione alleata, per evitare scompiglio nei piani difensivi nipponici. La principale resistenza doveva essere condotta nel sud dal generale Mitsuru Ushijima, dal suo vice, generale Isamu Chō e dal capo di stato maggiore, maggiore Hiromichi Yahara. Yahara sosteneva una strategia difensiva, mentre Chō propendeva per una offensiva. Il nord era sottoposto al comando del generale Takehido Udo.

Comprendendo che non avrebbe mai potuto difendere l'intera isola, Ushijima concentrò le sue difese intorno alla sua capitale storica, Naha, ed in particolare nel castello di Shuri, una fortezza medioevale degli antichi sovrani delle Ryūkyū (che per i giapponesi era simbolo di orgoglio e della potenza della loro patria), e sugli scoscesi crinali su cui sorgeva. Ciò garantì ai giapponesi una forte linea difensiva, che poteva essere aggirata solo via mare. Per la prima volta nella guerra del Pacifico, i soldati giapponesi ebbero il tempo di realizzare notevoli fortificazioni, migliori di quelle erette a Iwo Jima ed ebbero a disposizione, inoltre, un congruo numero di carri armati e pezzi d'artiglieria. Tale abbondanza di materiali, accoppiata alla disponibilità di migliaia di truppe ed all'esperienza accumulata in tre anni di combattimenti contro gli USA, facevano delle difese di Okinawa le più coriacee mai affrontate prima dagli americani. Ushijima sapeva che gli Alleati non potevano essere fermati, tuttavia voleva fargli pagare a caro prezzo ogni lembo di terra conquistato.

Navali[modifica | modifica sorgente]

Marina statunitense[modifica | modifica sorgente]

La marina USA contribuì alla mole di navi ed aeroplani impiegati nelle operazioni. La maggior parte dei caccia e dei piccoli bombardieri erano su portaerei. Diverse navi americane furono bersaglio delle nuove tattiche kamikaze giapponesi. La forza globale della flotta alleata ad Okinawa era di circa 1600 navi, che comprendevano: 40 portaerei, 18 corazzate 32 incrociatori e 200 cacciatorpediniere; qui la marina USA patì il più alto numero di caduti in tutta la guerra.

Il British Commonwealth[modifica | modifica sorgente]

Sebbene la battaglia terrestre sia stata condotta interamente dagli USA, la flotta britannica del Pacifico (British Pacific Fleet o BPF; nota alla marina USA come Task Force 57) fornì circa il 20% della potenza aeronavale. La flotta era un'associazione del gruppo di trasporto del British Commonwealth con navi e personale britannico, canadese, neozelandese ed australiano. La sua missione era di neutralizzare i campi d'aviazione giapponesi a Saishima Gunto.

La battaglia navale[modifica | modifica sorgente]

La BPF ebbe il compito di eliminare gli aeroporti nelle isole Sakishima, compito che eseguì dal 26 marzo al 10 aprile. Da quest’ultimo giorno l'obiettivo si spostò ai campi d'aviazione nord orientali di Formosa. La forza si ritirò il 23 aprile nella baia di San Pedro, nelle Filippine.

Dal 4 maggio 1945, la BPF tornò in azione colpendo nuovamente gli aeroporti, sia mediante bombardamenti navali che aerei. Alcuni attacchi kamikaze provocarono danni significativi, i quali provocarono però solo una breve interruzione delle operazioni della BPF. Il 25 maggio, le forze del Commonwealth ripiegarono su Guam e Manus.

Forse l'azione più drammatica di questa campagna avvenne lontano da Okinawa: il tentativo di attacco suicida eseguito da una forza d'urto navale di superficie giapponese. La corazzata Yamato ed altre unità dell'operazione Ten-Go furono intercettate quasi subito dopo aver lasciato le acque della madrepatria. Sotto l'attacco di circa 300 aerei provenienti dalle portaerei americane, la più grossa nave da battaglia del mondo colò a picco il 7 aprile 1945, prima che potesse raggiungere Okinawa, dove avrebbe dovuto incagliarsi e dare manforte con i suoi enormi cannoni.

La battaglia terrestre[modifica | modifica sorgente]

Nel corso della battaglia vennero impegnati carri lanciafiamme per stanare i difensori giapponesi

La battaglia terrestre infuriò per circa 82 giorni, a partire dal 1º aprile 1945. La 77ª Divisione di fanteria dell'esercito sbarcò sul gruppo di isole denominate Kerama Retto, 22 km a sud-est di Okinawa il 26 marzo 1945, completandone l'occupazione in tre giorni e predisponendole come base avanzata per la flotta e gli anfibi[3].

Il nord[modifica | modifica sorgente]

Le forze USA si mossero attraverso la sottile parte centro-meridionale dell'isola, con relativa tranquillità rispetto agli standard della seconda guerra mondiale, conquistando subito la parte nord, poco difesa (eccetto per alcuni accaniti combattimenti a Monte Yae-dake). Gli Alleati conquistarono la base aerea di Kadena e quella di Yomitan.

L'intero nord cadde il 20 aprile.

Il sud[modifica | modifica sorgente]

La strategia offensiva di Chō portò ad un disastroso attacco terrestre e marino, che falcidiò le truppe giapponesi a causa del superiore volume di fuoco USA. Da quel momento, Ushijima adottò le migliori tattiche del magg. Yahara.

Il combattimento nel sud fu il più duro: i soldati giapponesi si erano fortificati in caverne, armati di mitragliatrici ed esplosivo; le forze USA persero molti uomini prima di bonificare la regione. L'avanzata americana fu inesorabile, ed entrambi i contendenti subirono notevoli perdite.

Il 29 maggio il brigadier generale Pedro del Valle, comandante della 1ª Divisione marine, ordinò alla Compagnia A, 1º Battaglione del 5° Marines, di catturare il castello di Shuri. La conquista del maniero rappresentò un duro colpo per i giapponesi, sia psicologico che strategico, e fu una pietra miliare della campagna.

L'isola capitolò il 21 giugno, nonostante alcuni giapponesi continuassero a combattere, incluso il futuro governatore della prefettura di Okinawa, Masahide Ota.

Ushijima e Chō si suicidarono nelle ore conclusive della battaglia nei loro quartier generali, situati in una caverna della collina che fu detta, da quel momento, dei suicidi. Il magg. Yahara fu l'ufficiale più anziano a sopravvivere allo scontro; in seguito scriverà un libro intitolato La battaglia per Okinawa.

Anche il generale Simon Bolivar Buckner Jr. morì il 18 giugno in uno degli ultimi combattimenti, ucciso da un colpo di artiglieria e venne sostituito temporaneamente dal tenente generale dei marines Roy S. Geiger, poi il 23 rilevato dal generale Joseph Stilwell, già protagonista della Campagna della Birmania[4]

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

la bandiera statunitense viene issata sul castello di Shuri, 29 maggio 1945

In alcune battaglie, come ad esempio quella di Iwo Jima, non ci furono civili coinvolti. Okinawa invece aveva un notevole numero di abitanti. Le perdite ammontano ad almeno 122.000 civili giapponesi. Gli americani ebbero circa 68.000 vittime, i cui 17.120 tra morti e dispersi, oltre il doppio delle perdite verificatesi globalmente nelle battaglie di Iwo Jima e Guadalcanal. Sono esclusi dai conteggi diverse migliaia di soldati che morirono successivamente (ferite od altre cause). Circa un terzo della popolazione civile dell'isola perì nella primavera del 1945. Morirono circa 66.000 combattenti giapponesi e 7.000 furono fatti prigionieri. Alcuni soldati compirono il seppuku o semplicemente si fecero saltare in aria con granate. Alcuni civili, persuasi dalla propaganda nipponica che i soldati americani erano delle belve capaci di orribili atrocità, uccisero le proprie famiglie e si suicidarono per evitare la cattura. Intere famiglie di Okinawa si lanciarono dalle scogliere dove ora sorge il Museo della pace. Altri abitanti del luogo furono assassinati dalle truppe giapponesi per evitare la cattura o per depredarli di cibo e rifornimenti. Per ironia della sorte, questa fu la sola ed unica battaglia in cui i giapponesi si arresero a migliaia.

Quando le forze USA occuparono l'isola, per sfuggire alla prigionia i soldati giapponesi indossarono gli abiti civili dei locali. Questi ultimi si rivolsero allora agli americani fornendo un semplice metodo per smascherare i giapponesi: la lingua di Okinawa è detta "Hogen"; con gli americani al fianco, gli abitanti del luogo impartivano le direzioni alla gente in Hogen. Coloro che non capivano erano giapponesi e quindi catturati.

Quattro giorni prima della fine dello scontro il generale Simon Bolivar Buckner Jr. fu ucciso da un colpo di shrapnel da 47mm dell'artiglieria giapponese mentre controllava le operazioni dell'8º reggimento marines[5], e fu l'ufficiale americano più alto in grado a perire in guerra. La sua scomparsa, avvenuta quasi al termine del conflitto, fu una beffa, poiché fu di Buckner la scelta di attaccare frontalmente le difese giapponesi; scelta che costò molte vite alle forze USA, sebbene con esito vittorioso. Fu anche il suo fallimento a consentire la ritirata nipponica verso la sua seconda linea di difesa, che cagionò la carneficina nella successiva fase della battaglia, comprese le morti di migliaia di civili.

Le forze USA patirono il più alto numero di vittime per reazione da stress da combattimento (circa il 48% dei casi; nell'intera guerra di Corea furono circa il 30%).

Il più famoso dei caduti statunitensi fu il corrispondente di guerra Ernie Pyle, che fu abbattuto da un cecchino giapponese a Iejima, un'isola poco distante dalla costa nordovest di Okinawa.[6]

Alcuni storici militari sono convinti che la battaglia di Okinawa spinse all'utilizzo della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki (per esempio Victor Davis Hanson, autore del libro Ripples of Battle).

Dopo lo scontro, gli americani conquistarono Okinawa, ed allestirono un governo delle isole Ryukyu. La presenza nell'arcipelago sarebbe durata fino al 1972, quando fu restituito al Giappone. Durante l'amministrazione furono costruite molte basi militari americane, molte delle quali sono ancora funzionanti. Kadena rimane una delle più imponenti base aeree dell'Asia.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Gilbert 1989, p. 752
  2. ^ Battle of Salvo Island. URL consultato il 24 dicembre 2011.
  3. ^ http://1-22infantry.org/commanders/bucknerpers.htm
  4. ^ http://www.ibiblio.org/hyperwar/AMH/AMH/AMH-23.html Matloff 1973 pag. 521
  5. ^ http://1-22infantry.org/commanders/bucknerpers.htm Simon Bolivar Buckner, Jr.
  6. ^ Reid, Chip."Ernie Pyle, trail-blazing war correspondent — Brought home the tragedy of D-Day and the rest of WWII", NBC News, 7 giugno 2004.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Martin Gilbert, La grande storia della seconda guerra mondiale, 1989.
  • (EN) George Carrol Dyer, The Amphibians Came to Conquer - The Story of Admiral Richmond Kelly Turner, Washington, DC, Superintendent of Documents, U.S. Government Printing Office, 1969.
  • (EN) Gill (George) Hermon, capitolo 22: The british pacific fleet joins in in Australia in the War of 1939–1945. Series 2 – Navy, vol. II: Royal Australian Navy, 1942–1945, Australian War Memorial, 1968.
  • Bernard Millot, La Guerra del Pacifico, Mondadori, 1967, ISBN 88-17-12881-3.
  • (EN) Maurice Matloff, American Military History, Center of Military History, 1973.
  • Gerald Astor, Operation Iceberg : The Invasion and Conquest of Okinawa in World War II, Dell, 1996, ISBN 0-440-22178-1.
  • George Feifer, The Battle of Okinawa: The Blood and the Bomb, The Lyons Press, 2001, ISBN 1-58574-215-5.
  • James H. Hallas, Killing Ground on Okinawa: The Battle for Sugar Loaf Hill, Potomac Books, 2006, ISBN 1-59797-063-8.
  • Laura Homan Lacey, Stay Off The Skyline: The Sixth Marine Division on Okinawa - An Oral History, Potomac Books, 2005, ISBN 1-57488-952-4.
  • Samuel Eliot Morison, Victory in the Pacific, 1945, vol. 14 de History of United States Naval Operations in World War II, Champaign, Illinois, USA, University of Illinois Press, 2002 (reissue), ISBN 0-252-07065-8.
  • Gordon Rottman, Okinawa 1945: The last Battle, Osprey Publishing, 2002, ISBN 1-84176-546-5.
  • E. B. Sledge, Paul Fussell, With the Old Breed: At Peleliu and Okinawa, Oxford University Press, 1990, ISBN 0-19-506714-2.
  • Yahara, Okinawa P, John Wiley & Sons, 2001, ISBN 0-471-18080-7.-Resoconto della battaglia di un ufficiale giapponese sopravvissuto.

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