Antonino Lombardo (maresciallo)
Antonino Lombardo (Mistretta, 29 marzo 1946 – Palermo, 4 marzo 1995) è stato un carabiniere italiano.
Maresciallo dell'Arma, nel 1980 fu messo a capo della stazione di Terrasini, e da là diede un contributo importante all'arresto di Totò Riina, avvenuto il 15 gennaio 1993.
Nel 1995, passò ai ROS della Sezione Anticrimine di Palermo. Divenne un personaggio chiave nel fenomeno del pentitismo, ed in particolare nelle relazioni con il boss Gaetano Badalamenti, a quel tempo detenuto in un carcere degli Stati Uniti d'America: Badalamenti rimase favorevolmente colpito dal Maresciallo.
Tale era il suo rilievo che nell'ambito del processo Andreotti, Badalamenti, che poteva consegnare agli inquirenti informazioni importanti (forse anche in grado di ribaltare la tesi di Tommaso Buscetta riguardo all'omicidio Pecorella), e che aveva conosciuto Lombardo in due incontri negli USA, stabilì, come condizione al suo rientro in Italia per testimoniare, che venisse a "prenderlo" proprio il Maresciallo. Pur facendo notare la pericolosità dell'operazione, Lombardo infine accettò di organizzarla e fissò la propria partenza per il 26 febbraio 1995.
Tuttavia, tre giorni prima di questa data, Lombardo ricevette un duro colpo su un fronte inaspettato: nella trasmissione "Tempo Reale", condotta da Michele Santoro, i due ospiti Leoluca Orlando e Manlio Mele, sindaci rispettivamente di Palermo e Terrasini, mossero accuse pesanti verso di lui, pur senza nominarlo mai esplicitamente (ma riferendosi all'"ex capo della stazione di Terrasini"). A Luigi Federici, allora Comandante Generale dell'Arma, che telefonò alla RAI in difesa Lombardo, non fu concesso di intervenire.[1]
Passano due giorni, e il 25 febbraio viene ucciso Francesco Brugnano (il cui corpo verrà ritrovato il giorno successivo nel bagagliaio della sua auto, con la testa sfracellata ed un polso legato dietro al collo [2]); era un confidente del Maresciallo, e la sua morte gli appare come un segnale preciso, da inserire nel contesto di altri movimenti sospetti che egli registra intorno a sé ed alla sua famiglia: come molti personaggi scomodi per la mafia, prima e dopo di lui, viene combattuto indirettamente, facendogli capire che è abbandonato ed accerchiato. Egli stesso dirà in quei giorni "Il sospetto e la delegittimazione, in Sicilia, sono sempre stati l'anticamera della soppressione fisica".
Il 4 marzo 1995, in una macchina parcheggiata all'interno della Caserma Bonsignore di Palermo (sede regionale dei Carabinieri), Lombardo si spara, lasciando una lettera che dice:
| « Mi sono ucciso per non dare la soddisfazione a chi di competenza di farmi ammazzare e farmi passare per venduto e principalmente per non mettere in pericolo la vita di mia moglie e i miei figli che sono tutta la mia vita » |
e che più avanti fa anche un riferimento esplicito alle circostanze della sua morte: "la chiave della mia delegittimazione sta nei viaggi americani".
La vicenda di Lombardo ha suscitato relativamente poca attenzione, ma il suo caso è stato più recentemente ripreso in esame ed approfondito da Daniela Pellicanò nel suo libro "Uno sparo in caserma. Il caso Lombardo.", presentato il 14 dicembre 2008 a Palermo. L'opera ricostruisce la vita del Maresciallo, la sua delegittimazione e gli avvenimenti sospetti che seguirono la sua morte e le indagini al riguardo (in relazione anche all'importanza delle informazioni che i suoi quaderni e documenti racchiudevano).
[modifica] Note
- ^ Il veneficio del maresciallo Lombardo - laltrasicilia.org
- ^ CSD - Cronologia
[modifica] Bibliografia
Daniela Pellicanò, Uno sparo in caserma. Il caso Lombardo. , Reggio Calabria, Città Del Sole Edizioni, 2008.